Agosto 2026

C’è un sentiero stretto lungo la riva. Percorrerlo è un viaggio di sola andata. Gli insetti a terra e le cicale in volo suonano una lingua arcaica. I passi, confondendosi con la terra, sbuffano sudore. Non penso a nulla mentre tutto il resto mi appare. Gli alberi sembrano spostarsi sorridendo, aiutando le felci a crescere. Con pazienza si possono ascoltare i loro discorsi, densi di un tempo che scorre in circolo, come una voce che chiama sé stessa.

Sono arrivato al punto da cui intravedo la fine della strada. Le tinte fosche, che al momento sovrastano ogni cosa, vorrei diventassero colori pastello e acquerelli delicati. Tornano i discorsi lasciati a metà del guado, sinfonie incompiute. D’altronde, credo che non sia necessario imporre conclusioni. Liberate le parole, le sintassi si disarticolano in uno spruzzo di libertà.

Le gioie che ancora si possono accogliere si riversano nella tranquillità domestica. L’intimità che ci è ancora concessa resiste agli assalti della tecnica. Gesti affettuosi e scambi d’umore rimangono ciò che lega le persone. Diversamente, l’umano nega sé stesso, fino a trasformarsi in un omicida privo di scrupoli.

Sguardo a terra, passi brevi. Attraverso il quartiere che, a naso, sembra un agglomerato senza senso. Non c’è una logica evidente: le costruzioni paiono sorte per caso. La bellezza sembra bandita dalle città. L’uomo ha abdicato al tentativo di diventare immortale e si accontenta di accumulare denaro e soddisfare desideri futili. Per i bisogni fondamentali pare non esserci più spazio, benché siano proprio i più semplici e, spesso, i meno costosi.

In ogni caso, qui vivo e qui attraverso il tempo che mi è dato consumare, come fosse panna sulla cioccolata. Non voglio incontrare nessuno. Perciò raso l’asfalto con lo sguardo e con i pensieri. Intorno, la calura infiamma i parassiti. Molti, solitamente silenziosi, con il caldo si fanno arditi. Perdono il senno e gli ospedali si riempiono di malati di rabbia. Di solito non esiste una cura semplice per le sconnessioni: ognuno cerca di cavarsela come può.

Si festeggia un mondo declinante che, alla fine, sembra bramare una mattanza di sangue per risorgere in un moto perpetuo, sempre uguale a sé stesso. Chissà che l’imprevisto non riesca a dire la sua e che i calcoli, alla fine, non risultino così esatti. Anche il mondo del linguaggio potrebbe davvero terminare. Se si estinguesse ogni testimonianza, in quello stesso istante svanirebbe anche il senso.

Animali brucano nei sogni afosi. Nessuna spiegazione sembra possibile per il mosaico narrativo del sonno. Le prime luci dell’alba portano con sé i rumori: lavoratori che, controvoglia, si dispiegano lungo i tragitti abituali, ripetendo gli stessi pensieri del giorno precedente e di quello ancora prima.

Poi scatta l’ora degli autobus e il suono diventa fragore. Di lì a poco, un brulicare continuo incrina ogni desiderio d’ozio. La città, con i suoi riti e i suoi ritmi, potrebbe diventare materia per sinfonie o poesie: una costruzione sigillata con sudore, sangue e cemento.

Se si presta attenzione, si può ancora ascoltare la voce della storia, annusandola attraverso le vetrine che resistono al tempo. I colori acerbi della cultura attendono una maturazione. Prima o poi le città cambieranno, lasciando spazio a un altro modo di abitarle. L’ansia del vivente smetterà forse di ostacolare la sosta. Prenderà piede la lentezza, perché il tempo perderà parte del proprio dominio. Allora la bellezza potrebbe tornare nell’architettura. Gli occhi hanno bisogno della meraviglia per accendersi, e la sosta potrebbe diventare un nuovo paradigma.

Forse esagero. Ma è anche una reazione alle brutture dei nostri quartieri. Non c’è quasi nulla davanti a cui valga la pena fermarsi, se non quelle povere piante incastrate e soffocate tra il marciapiede e una ridicola aiuola, meta di tutti i cani al guinzaglio.

Allontano dal pensiero la possibilità di non essere. Il dolore ricompone la fisicità dello stare. Perciò rimango pensante ai bordi di questa strada e guardo oltre il muro che nasconde le mie aspettative. Studio ogni crepa e ogni ombreggiatura delle costruzioni. Vorrei che, alla fine, apparisse un mosaico capace di svelare il significato nascosto di ciò che esiste: un’illusione ottica che trasformi pareti e strade in forme e storie d’arte. Una fiaba illuminata dalla luce fioca della fantasia, affinché restare in questa prigione sia almeno un poco meno avvilente e ingiusto.

Ora, con calma e a passo lento, cerco di comprendere le parole che non sono mai riuscito a pronunciare. Nello Zen le frasi vengono talvolta lanciate per disarcionare il cavaliere: un metodo abile per cambiare prospettiva.

Se sei in piedi, guarda con i piedi.
Se sei disteso, guarda con la pancia.
Se osservi le stelle, ascolta i lombrichi.

Visto così, il mondo mi appare come un insieme di colori che si intersecano. Gli umani sembrano strani animali usciti dal guscio, estremamente esposti e facili prede del vento terrestre. Reagiscono a stimoli che poi chiamano libero arbitrio: bizzarre essenze che non riconoscono la voce del padrone.

La gravità si impone su ogni centimetro dello spazio, mantenendo l’insieme nella propria forma. Nulla sfugge all’incessante modellamento della presenza.

Da fuori saluto le anatre che, stranamente, hanno deviato dal percorso abituale. Attraversano il traffico cittadino per raggiungere i giardinetti con il laghetto artificiale. Si forma un piccolo assembramento intorno all’insolito evento. Eppure mi sorprende che susciti tanta meraviglia, dal momento che gli animali sono da sempre abitatori della Terra.

Nella maggior parte dei casi passano inosservati. È un peccato, perché potrebbero essere maestri preziosi: insegnare ai piccoli umani come stare al mondo senza avere bisogno, per ogni cosa, di un’indicazione semantica.

I ricordi che impastano il presente mutano l’umore del giorno. Tra la collera e un andare calmo, mi immergo negli scritti della via di mezzo. Non c’è un andare e non c’è un venire. Alla fine, non c’è nemmeno uno stare. Così pensando, la mia ombra si fa rarefatta e il vapore del respiro si estingue. Tra cielo e terra le distanze si assottigliano.

Ed ecco che la caffettiera ribolle e mi tocca correre, prima che avvenga il disastro: non ho proprio voglia di ripulire.

Mi ritrovo a fissare le linee della luce. Al mattino filtrano oblique e sembrano fresche, come filari d’arbusti selvatici. La storia quotidiana dei giorni ripetuti, nella cornice di ciò che credo di volere. Resto affascinato dall’insieme, dalla cronologia degli eventi. Le stanze sulla via di mezzo, il caffè che ribolle, la luce che filtra, il fresco che accarezza… silenzio.

Poi dimentico, come al solito, e riprendo il punto.

Il discorso filosofico è sempre stato problematico, appunto perché discorso. I corpi cercano una distanza dai significati; in pratica vogliono sovvertire l’ordine, rivoluzionando il senso dell’oggettivazione.

Mi ripeto spesso, ma non credo sia un male. Quante volte compiamo gli stessi gesti, rispondendo alle incombenze della necessità? Si può dire che la stessa personalità sia formata dalla ripetizione. Quello che sono è ciò che faccio tutti i giorni per essere ciò che sono.

Si dirada la tempesta e si intravedono all’orizzonte vascelli inclinati, ma ancora naviganti. Nonostante lo sbatacchiamento, hanno mantenuto la rotta. Vedo, da dove mi trovo, la fatica del mantenersi sulla rotta. Anch’io ho qualche perplessità su dove stiamo andando.

La tentazione di lasciarsi andare alle maree si insinua come una pazzia. È il grillo parlante nella testa che devia il discorso verso l’osceno. Un’escrescenza che cresce come un fratello gemello. Trasforma i volti in pagliacci, con il trucco che cola tra le rughe della vecchiaia.

In lontananza, la fanfara segna il passo di una melodia che s’avvicina. Forse, in un prossimo futuro, un tendone da circo occuperà la piazza. Quella piazza che, dimenticata, tornerà a essere il fulcro del pensare.

La contestazione del mondo calante è destinata a tornare. Il bisogno di partecipare è una componente del corpo che vive nel divenire. Non c’è possibilità che le rivoluzioni si arrestino. Sono scritte nel flusso semantico delle narrazioni.

Solo un mondo senza parole e senza un discorso su di sé potrebbe essere altro da sé.

I fiori aperti si nutrono ed i colori si mischiano con la luce del sole. L’estate lascia il proprio segno. Mentre le persone fuggono via dal mordere dei raggi. Così come niente i temporali irrompono nei sogni svegliandoti. Un graduale cambiamento nell’impressione in cui le cose appaiono. Un sentore della nuova stagione si lascia scorgere e d’un tratto si è già qualcosa d’altro. Riposo tra un incudine e un incedere cercando di non ascoltare le sirene nel vento. Cerco di fare gli esercizi quotidiani. Il corpo essiccato dal logorio non risponde alla volontà. I tempi di stacco dalla materialità s’allungano. Mi perdo nei sogni, in cui ancora girovago agevolmente. Risolvendo alcuni problemi che nel giorno restano sospesi. Guardo attorno cercando di stare defilato. Parlare é stancante come scavare una fossa nel fango. Rimane tutto in equilibrio precario. Finché una folata scompiglia il campo. Tuttavia sembra necessario che si debba costruire ogni giorno il significato del giorno. E…la notte? È possibile lasciare l’oscurità libera dal senso?

Io agosto 2026

Io

La malinconia dei giorni deviati da un’orbita chiara si spegne nel calare dell’oscurità. Un buio che in città non è mai tale. Come il silenzio, che si è dileguato al ritmo del cemento. C’è una storia delle immagini che scorrono nella direzione spaziale, dalla nostalgia alla contingenza del bisogno immediato. Non è bastato meditare per allontanare la paura; l’orlo del disfacimento permane alla fine di ogni frase. Un uccello del malaugurio si posa inamovibile sul trespolo di ogni umano.

Quindi, che cos’è la storia? Forse è un album di immagini decorate lungo una traiettoria? Oppure l’intervallo tra il pianto e il riso di un bambino? I ricordi, per essere tali, devono presenziare al presente. E così, tolti dalla storia, si ritrovano tra i piedi delle incombenze quotidiane. In questa stanza, dalla curva del soffitto, osservo le ombre. Melliflue figure si staccano per sparire dalla vista. È solo ora che mi accorgo che gli occhi non vedono più.

E poi ci sono io, un vecchio tossico sopravvissuto a tutte le mutazioni dei decenni. Incontro i vari Sofia, Adi, Tullia e Michele nel corridoio del servizio, dove sostiamo come fosse casa nostra. Ho testimoniato il passaggio delle generazioni, tra nuove e vecchie droghe. Di fatto, il sistema della domanda e dell’offerta ha cannibalizzato il consumo di qualsiasi sostanza. Siamo passati dalla banalità del male alla banalità del consumo, come in molte altre vicende umane. Dove prevale il desiderio di scivolare sulle superfici dei significati senza mai comprenderli, piuttosto che immergersi nelle profondità del senso dell’esistenza. Io, tossico per abitudine, mi chiedo che altro potrei fare.

Riconosco gli sguardi e i sorrisetti ironici. D’altronde, giro con una mise da ragazzino degli anni ’80: codino grigio su testa pelata, battuta pronta e complimento facile per le donne. Insomma, non proprio un grande spettacolo. Ma non so interpretare nessun’altra parte. Per cui: così è! Testimoniando il passato.

Vivo ancora con mia madre: “cosa hai combinato? Guarda che faccia che hai?” Mi può dire di tutto. Ormai sono anni che ci diciamo le stesse cose. Di fatto siamo una coppia in cui uno dipende dall’altro. I soldi non mancano, un po’ di risparmi e la casa lasciata da mio padre. Lavoretti saltuari perché non reggo più di tanto. Poi, anche se non mi faccio tutti i giorni. Anche quello è diventato faticoso. A volte un po’ di disagio mi sale. In mezzo ad i ragazzini nel boschetto. Mi spaventa la completa assenza di qualsiasi valore. Puoi aspettarti che accada di tutto senza remore. Oppure è uguale a prima ma da una prospettiva diversa. Mi si dice: “perché ti fai?”. A volte rispondo a volte no. Tuttavia la difficoltà di spiegare che tra il prima ed il dopo del consumo che è la parte che si porta più problemi. Nel mezzo c’è un tempo sospeso in cui il mondo smette di girare. Ed io sono soddisfatto, appagato. Ecco il perché, non so in quale altro modo ottenere quella soddisfazione. Da anni anche il Dr. Quichi cerca di suggerirmi alternative. Ma nel tempo non durano, e torno sempre nel sentiero già scritto. Le luci dell’alba appaino poco alla volta. Ogni mattina è come salire sulla giostra. Una volta che comincia a girare non c’è verso di scendere. Mentre penso ad un cambiamento. Mi comporto esattamente come un orologio svizzero nel ripetere le consuetudini. Tutto ciò ha una sua drammaticità. Ma porta con sé rassicurazione. Niente di nuovo mi scolla dall’essere ciò che sono. Anche se in parte non vorrei. Tuttavia vorrei dire due cose a chi incontro ancora giovane. Dire: di fermarsi, dire: di sottrarsi al destino infausto che si compie inesorabile. Ma, è come parlare dalla stazione ad un treno in corsa. Vento o soffio che si sfalda nell’illusione delle buone intenzioni.

La prima comunità è stata la più importante. Senza grandi pretese terapeutiche ma vita condivisa in senso letterale. Il responsabile abitava in una delle camere insieme agli ospiti. Da subito il motivo per cui si arrivava lì veniva messo sullo sfondo. Si parlava tra persone e bisognava tirarsi su le maniche. La gestione di tutto era condivisa con oneri e responsabilità. Di fatto in quei due anni ho imparato a stare nella realtà. Ma non ho maturato la scelta di smetterla con le sostanze. Ho pensato anzi di poterle controllarle. Beh! Sono ancora qua, per cui in qualche modo ci siamo controllati a vicenda. Ancora oggi ascoltare alcune storie mi risulta insopportabile. Quando incontro gente che “si fa” evito di parlare. Non sopporto il modo in cui eventi al limite dell’umano vengono sciorinati come acqua fresca. Più uno ha subito, più diventa cattivo e fa del male ad altri.

Mi porto in giro il mio aspetto anacronistico con dignità. Faccio lo strafottente con chi mi aiuta. Ma ascolto e cerco di mettere in pratica alcune soluzioni per vivere meglio. Vivo travolto dai ricordi. Che continuamente si mescolano e si rigenerano nel presente. Non aspettandomi più niente dal futuro. Rimescolo le carte delle partite già giocate. Conti gli amici morti e quelli vivi che sono rimasti in bilico come me. A volte ci si incontra senza grandi entusiasmi. Fa un certo effetto vedere la propria vecchitudine nell’altro.

Ormai le disperazioni e i drammi sono persi nei ricordi. Quando ancora qualcuno si ostinava a cambiarti. Ora sei solo una trasparenza, ininfluente. Una nota anacronistica nella tela delle relazioni familiari. I giovani si esprimono attraverso nuovi strumenti tecnologici. I quali hanno mutato la percezione dei corpi e della loro sensibilità. Per cui cala la notte sulle mie traiettorie. Si restringe il campo ed in qualche modo si paga il conto. Pensavo che non potesse mai finire. Infinite possibilità, infiniti sogni che ora si sgretolano in una routine. Non credo di poter cambiare il destino. Lascio che le cose si compiono da sole. “Ciao, come va?” “Bene!” Come vuoi che vada. Dammi la terapia che mi tolgo dalla visita. Non sempre, ma a volte è insostenibile qualsiasi confronto, anche se sai che non c’è malizia. Ma nel fondo degli sguardi il pronunciamento del giudizio lo scorgi sempre. Ti colpisce nello stomaco e non sempre è facile da sopportare.

Tullia luglio 26

Cadono pensieri dagli alberi spogliati dalla dignità. L’indignazione della natura è ignorata. Come se sia possibile sopravvivere senza la stessa carne da cui siamo composti. Con il linguaggio si vuole spiegare la vegetazione, i minerali, e gli animali. Piuttosto che viverli semplicemente integrandoli come un sistema inscindibile. Orfani di Terra si va errando all’infinito cercando la mancanza. Tullia nella sua tana riservata. Percorre le strade della rete. Saltella tra siti che alla fine confermano ciò che già crede. È incredibile come l’algoritmo consolida credenze. In un modo che tutto sembra coerente.

Nella propria stanza Tullia riconnette le coordinate della presenza. Come linee che partono dal ventre. Divide a spicchi la stanza in porzioni di significato. In cui il movimento sia sicuro. Da quando ha ricordo ha sempre scansato le conoscenze. Non riuscendo a capire le intenzioni ed ad interpretare la chiacchiera. Alla fine un senso di insignificanza ha cominciato a rodere da dentro. Forse il caso, oppure fatalità. Ma un giorno ha provato a tavola un sorso di vino dei genitori. All’inizio niente…poi è cominciato un senso di calore dal basso. Portandosi con sé un momento di sospensione di tuti i pensieri. È durato poco, forse solo un attimo. Ma è bastato ad iniziare di nascosto a portarsi in camera dell’alcol. Momenti di pace e gloria nel rettangolo del suo mondo.

Alla fine la tela delle relazioni si restringe a quell’unica voce nella propria testa. Le bottiglie disseminate nei luoghi più improbabili aumentano. Lo stordimento diventa il compagno fedele nella ingarbugliata realtà. Per Tullia alcuni giorni trascorrono senza essere ricordati. Molte delle incombenze quotidiane vengono assolte in una sorta di spazio mellifluo. A tratti sente un senso di colpa riflesso negli occhi dei familiari. Ma il bisogno di bere prevale sempre. Di conseguenza comincia a perfezionarsi l’arte dell’occultamento. Il negare l’evidenza contro ogni logica. Schivare con astuzia qualsiasi inizio di conversazione indagatrice.

“Papà l’asciami in pace!” “Ma, non esci mai dal quel buco di stanza!” Genitori che brancolano tra sensi di colpa, e angoscia di un qualcosa d’oscuro che non comprendono. Hanno sentito dei gruppi di genitori che si trovano alla sera. Ma ancora non si decidono a fare il passo. S’aspettano che si risolva la situazione da sola. In fondo cosa hanno fatto di sbagliato? Non è mai mancato nulla alla loro figlia. Anche tra loro due comincia a marcare male la situazione. Evitano di guardarsi troppo per poi doversi parlare. Lui che tira tardi prima di tornare a casa. E poi…silenzio.

Per Tullia il tempo ha perso lo scandire ostinato dei momenti. Appesa nell’ indefinito della connessione. La stanza è divenuto il portale verso l’oltre, in ogni possibile dilatazione dello spazio. Tra un sorso di alcol ed il suo effetto permanete nella rete internet è un viaggio senza temporalità. Il corpo incassa i colpi del nuovo modo di stare al mondo. Si tramuta in una forma filiforme e incolore. Perde capacità per annidare la coscienza tra occhi e dita. Nelle lunghe maratone navigando tra siti e social. Per poi cadere nel letargo dell’ubriaco. In una camera che assomiglia sempre più ad una prigione.

Per Tullia l’impermeabilità è divenuta l’essenza dello stare alla realtà. In questa modalità di sopravvivenza. Riesce a passare indenne alle varie consultazioni. A cui i genitori la sottopongono. Da parte di vari specialisti. Senza mai ricavarne un sostanziale beneficio. Anzi, si rende conto che la discrezionalità delle teorie è abbastanza varia ed in certi casi costosa. Ormai sente d’essere una essenza sottile come i fili delle connessioni. In cui appena riesce a raggiungere il santuario della sua camera si fionda con brama famelica. Il nutrimento viaggia tra la fibra ottica e le proiezioni piramidali del fondo di bottiglia. Costellazioni di idee si muovono su più piani paralleli. Per lei le voci che si confrontano nella propria testa sono innumerevoli . Un sottofondo che tuttavia lascia una concretezza all’identità. Distingue ancora il male ed il bene. Ed in lei il senso di uscire da quello stato. Si presenta a ondate crescenti.

Adinolfi luglio 26

Anche oggi le strade sono battute da un sole rovente. Eppure, il via vai di gente non si ferma nei boschi circostanti. Zone semi abbandonate della città diventano piccoli teatri di drammaturgia umana: spacciatori e consumatori uniti dal fiorente mercato delle sostanze stupefacenti. Vite che si restringono sul binario stretto dell’abitudine e del reciproco riconoscimento all’interno di una comunità. Per molti, l’erranza del sé è l’antidoto alla paura di ciò che sono diventati. Un limbo alessitimico in cui anche la cattiveria non sembra tale. Subire o far subire si manifesta con la stessa indifferenza.

Oggi, Adinolfi è un ragazzo che parla da solo. Macina chilometri per le vie della periferia, fuggendo dal rifugio domestico. Solitario e perennemente fuori sincrono con le relazioni, è evitato da tutti. L’unico senso che riesce a trovare nella giornata è il rito del drogarsi. Non saprebbe cosa altro fare e non desidera fare altro che rimanere nel limbo di questa consuetudine quotidiana. Anche i familiari hanno abbandonato ogni illusione di cambiamento. In un certo senso, la sua storia sembra già scritta, con un futuro prefigurato e scontato. Per il Dr. Quichi, situazioni come queste richiedono una capacità di accoglienza, senza pretese, semplicemente presenti in una relazione che possa rappresentare una sosta per attenuare l’inquietudine.

Ascoltando Adinolfi, si percepisce subito che il piano della realtà è completamente saltato, inclusa la sua stessa percezione. Attraversando la vita nel ripetersi dei fallimenti, la corazza caratteriale ha creato un fossato illusorio, con ponti levatoi innalzati. “Ehi! Tu! Che cazzo hai da guardare?” si lamenta, andando avanti e indietro nella sala d’attesa vuota. “Ti faccio vedere io che cosa so fare!” esclamando mentre estrae dalla tasca una pallina di cocaina avvolta nel cellophane. Sniffa in modo maldestro e continua il monologo, intercalato da bestemmie e frasi incomprensibili. Alla fine, l’infermiera interviene, parlando in modo pacato ma chiaro. Riporta Adinolfi a un piano di realtà e lo accompagna fuori dal servizio, per evitare scontri con altre persone in arrivo.

La provincia sembra la periferia dell’impero per i giovani, un luogo privo di interesse dove coltivare la noia nel suo significato più severo. Anche per Adinolfi è così. Non ha mai compreso l’entusiasmo dei genitori per il silenzio, la natura, i boschi e la passione per le passeggiate in montagna. Per lui è tutto un groviglio indistinto di insignificanza. L’unico guizzo di vita lo sente quando pensa al boschetto degli spacciatori, un infrattamento nel sottobosco dell’illegalità che gli regala un attimo di eccitazione. Adinolfi divide il mondo in prede e predatori. Nella sua pratica di accattonaggio, ha imparato a fiutare i più deboli. Si spinge a chiedere insistentemente soldi e, quando non riesce a ottenerli, ruba. Nella sua mente, non sta facendo del male a un’altra persona, ma soddisfacendo un’urgenza della sua esistenza. Con questo comportamento ha già distrutto sia la volontà che i risparmi dei familiari.

La sessualità, per lui, è un veicolo cieco, in cui i corpi vengono usati per la durata dell’effetto chimico. Non emerge alcun sentimento, ma piuttosto ciascuno si racconta una propria storia, una versione che diventa la verità per ognuno. Adinolfi, che viene chiamato Adi, ora preferisce stare da solo. La compagnia degli altri lo esaspera, e tollera solo la costrizione imposta dal Dr. Quichi, che conduce un gruppetto terapeutico a cui Adi partecipa occasionalmente. Non lo ammetterebbe mai, ma gli piace ascoltare quelle formule strane, quasi poetiche, in cui la descrizione della realtà viene ribaltata. E poi c’è un’altra cosa, la più importante: la sensazione di comunità che, per alcuni attimi, riesce a scaldarlo.

Nell’aria rarefatta dall’afa le sagome dei viventi appaiono evanescenti. Per Adi la stazione è un po’ come casa. Conosce ogni anfratto e a volte si imbosca in qualche nicchia a guardare non visto il via vai. I suoi pensieri si ripetono come un mantra. Nel quotidiano tentativo di tacitare la coscienza. Se avesse un lavoro, una casa, una compagna. Sarebbe tutto diverso? Si chiede. Ma ha già avuto tutto questo e non è mai bastato. No! Non è mai stato sufficiente. È un buco incolmabile il senso di vuoto che gli riverbera ogni cosa. Solo il fumare lo riposiziona nel luogo esatto dove vorrebbe stare.

Tra le tante storie che girano. C’è chi dice che Adi è un “infamone”. Lo dicono soprattutto chi vuole mostrarsi meglio di quello che è. Di fatto tutti prima o poi un nome o una dritta alle forze dell’ordine la fanno. Fa parte del vivere per strada e al massimo possono fare nomi di chi è come loro. Spacciatori per necessità. L’infamia poi nel modo dei consumatori è un concetto vuoto. Solo una postura quando si vuole offendere. Per il Dr. Quichi nel processo di cambiamento è importante liberarsi da concetti zavorra. E sostituirli con la sincerità nel proprio dialogo interiore.

Molte vie del mondo si sovrappongono per consuetudini. Forse solo la notte acquieta l’inquietudine. Per Aldi, Sofia, Michele non è sempre stato così. Anzi da piccoli il giorno era fremente di vita ed avventure. Poi tutto è cambiato e la notte è diventato il luogo sicuro dell’occultamento. Una pausa dal logorante rimuginio per lo sbattimento. Ci si abitua ad accontentarsi del contorno delle cose. Oppure al senso della mancanza quando le persone intorno a te svaniscono. Alla fine è un modo di vivere al riparo dei sentimenti che la vita comporta. Ma, in ognuno di Loro permane la cognizione che tutto potrebbe cambiare.

Adi tira su dal naso il moccio che non accenna a passare. Sta ultimando le pratiche per entrare in una comunità. “Non è che mi obbligano a stare anche se non voglio” dice all’operatore. “No Adi non sei obbligato, ma approfitta del tempo in comunità per fare una pausa.” Una pausa?” “Si Adi una tregua se preferisci. Nessuno ti impone di cambiare se non vuoi, ma a tutti è permesso prendersi un po’ di ferie dai propri sbattimenti quotidiani. Ne approfitti per fare esami e visite così da verificare come stai in salute.” “Ricordati che ci sono persone che sono lì apposta per te, per darti retta ed anche per sopportarti quando rompi.” Per Adi forse è proprio quell’attenzione che lo spinge a fuggire. È complicato spiegare come il corpo reagisca impulsivamente anche se si è consapevoli di fare la cosa sbagliata. Uno dei motivi per cui non vuole nessuno intorno è perché ha imparato che se vuole bene nello stesso tempo distrugge. La questione di prendersi qualche giorno di ferie gli è piaciuta.

Sofia luglio 26

Sofia non ricorda esattamente quando l’inferno è iniziato per lei. Sembrava tutto a posto fino a un rarefatto passato. La sua storia è simile a quella di molte altre persone che incontra a scuola o nei vari ritrovi dove sostano in chiacchiere. Forse l’unica differenza è una perenne sensazione di essere fuori posto. Nelle diverse situazioni sociali sente una forma di spaiamento dal contesto che, a lungo andare, si tramuta in angoscia. E l’angoscia, poco alla volta, piega le viscere in malessere e rabbia. In quel momento, il tarlo di una voce interiore malevola comincia a sussurrare la sua trama. All’inizio, solo piccole azioni vendicative mettono alla prova la pazienza dei più vicini.

“Pezzo di merda, stronzo, sparisci da casa mia!” sbraita Sofia alle otto del mattino. Da un po’ di tempo, Michele, tossico come lei, si è installato in casa. Si conoscono da parecchio e, insieme, riescono a farsi parecchio male. Quando sono fatti entrambe, sono l’amore della vita. Ma il mattino presenta un conto diverso. Senza sostanze e senza metadone, come in questa mattinata. Dato che Michele le ha fregato la somministrazione affidatale dal servizio per le dipendenze. La realtà si presenta con un compagno che, oltre a “menarla”, le ruba la roba e sostanzialmente pensa ai cazzi suoi.

Nella sua testa ha sempre fatto solo scelte sbagliate. Sofia si rigira nel letto cercando di evitare l’odore chimico del proprio corpo. Quando sta male, i ricordi d’infanzia emergono e si fanno avanti, in parte trasfigurati dall’angoscia della mancanza. Un senso di inutilità e un’incolore realtà la lasciano quasi sgomenta. Sofia sa che basta una “fumata” e il mondo si rimette in pari. Ma, d’altra parte, le scoccia soccombere, umiliandosi al giogo della dipendenza, dipendendo da una qualsiasi attenzione che l’accompagna da una vita, elemosinando un apprezzamento in quel senso incolmabile desiderio d’affetto.

Sofia ha sprazzi di lucidità in cui riflette sulle parole del Dr. Quichi: “Impara a stare da sola! Riconcilia il tuo corpo con l’ambiente… prova a praticare la respirazione consapevole… basta anche due minuti al giorno.” Poi le viene la rabbia e… “fan culo, Dr. Quichi, te e la tua meditazione del cazzo!” “Prova tu a vivere nell’inferno della paura perpetua, dove solo l’essere tossica mi permette di muovermi senza balbettio e sentirmi strafiga.” I contorni del giorno oggi sembrano più vividi. Le colline intorno alla città formano un bozzolo. Sofia si gode un po’ di tregua, anche se non è fatta. E… per un attimo, il mondo è al proprio posto.

Anche Michele, la “carogna” che si tiene dentro, non l’ha avuta in modo gratuito. È figlio di una madre single cocainomane, quindi è cresciuto con il mostro che si presentava benevolo quando era fatto di coca e tremendo quando era in astinenza. Fin da subito ha fatto i conti con l’abbandono da una parte e con un’iperattenzione dall’altra. Così, alla fine, è rimasto con una vigilanza sempre attiva, non sapendo mai cosa aspettarsi. Di fatto, spiegato in modo grossolano, noi abbiamo due sistemi nervosi che si bilanciano: uno dedicato all’allerta, attacco o fuga; l’altro, se non in presenza di minacce, dedicato al rilassamento. Bene, Michele è perennemente con l’acceleratore a tavoletta, nello stato di attacco e fuga. Perciò, ogni segnale è interpretato come pericolo, con le conseguenze di reazioni incongrue e aggressive. Per Michele, qualsiasi droga che assume o fuma è il momento in cui stacca il piede dall’acceleratore. Quando entra in ambulatorio dal Dr. Quichi, sembra un guerriero pronto alla battaglia. Un saluto è già troppo; potrebbe rispondere con un “vaffa…”. Per fortuna, gli operatori sono preparati e assumono un atteggiamento conciliante. Alla fine, si trova sempre un modo per capirsi.

Sofia, nel lento sali e scendi del cambiamento, sperimenta situazioni che prima non comprendeva. Dalla sua visione si aprono scenari che rivelano la possibilità di come potrebbe essere la propria vita senza droga. A volte si sorprende a godere di cose che ha sempre avuto sotto il naso. Si siede e conta dieci respiri. Per la prima volta, non si dà della scema, ma rimane abbracciata a sé stessa. Capisce che può contare solo sulla propria determinazione. La casa le appartiene, e per questa volta anche la puzza ha lasciato il posto al pulito. Si è data da fare nel cercare di volersi bene, almeno oggi.

Per il Dr. Quichi, quando le famiglie si rivolgono ai servizi per le dipendenze, i loro figli sono già adulti o giovani uomini. È difficile immaginare com’era la loro vita appena prima e nei primi tempi in cui hanno messo al mondo la prole. Di fatto, ciò che si presenta nel presente è già una situazione compromessa. La narrazione difficilmente tratteggia ciò che è stato. Non resta che il presente su cui agire con le parole. Non sempre è possibile; le famiglie, più del singolo, hanno la capacità di rimodellarsi sul sintomo patologico, mutando atteggiamento senza mai cambiare realmente.

Giugno 26 due

Nel marasma si sono perse le ragioni della verità. Un’idea inflessibile permette alle altre di svilupparsi. Oggi perdere senso significa perdere il mondo. Così si sente l’inquilino accanto, mentre cerca una svolta alle sue abitudini. Per anni ha combattuto il disordine, mostrando le mostrine e i sigilli dello Stato. Nelle circostanze più assurde ha riportato i cattivi ad abbassare le armi. Senza sparare un colpo o uccidere qualcuno, non è mai venuto meno al suo dovere. Ora che la bussola è impazzita, non sa più come guardare né distinguere i buoni dai cattivi. Sempre se queste categorie hanno ancora valore. Basta fare due chiacchiere con qualcuno ed ecco che le sfumature vanno a ramengo. Si è o tutto da una parte o dall’altra, come divisi in un’arena, dove non è la qualità del gioco a contare, ma per chi si tifa.

Oggi sente la Signora del piano di sopra ascoltare l’Opera in una registrazione eccellente. Non si sono mai parlati, forse solo scambiati qualche saluto. Ma d’intuito si comprendono e si rispettano reciprocamente nell’abitare vicini. È come quando ascolta vecchie registrazioni di Glenn Gould e sa di essere ascoltato dalla Signora con piacere condiviso. La semplicità delle passioni conviviali rende il rapporto buono senza bisogno di spiegazioni. Le domande ibernano nella mente come tarli, per poi esplodere in un’incombenza improcrastinabile. Così è per l’inquilino, ma anche per la Signora, quando sono presi dal vortice che significa la loro vita, che a tratti prende svolte angoscianti nel vuoto di senso di un agire ripetitivo. In questi frangenti, in cui si apre il vuoto dell’inconsistente, appare la capacità infantile di rimodellare la realtà, rivoluzionando il niente in tutto, l’opaco in colori sgargianti, l’insipido in pienezza.

Sono momenti presenti di sintonia tra due inquilini ignari l’uno dell’altro. Ma quando brevemente si incrociano sulle scale, si sorridono.

Altri abitatori del condominio si incrociano in vie perennemente parallele. I saluti e gli sguardi fanno parte di un vocabolario tramandato dalla tradizione, ormai spezzettato da flussi migratori più frequenti e dalla dimenticanza degli antenati. Anche l’ubriacone, sempre solitario, gira con una bicicletta scassata, guardando fisso in basso. A volte sembra un miracolo come riesca a evitare gli ostacoli, ignorando del tutto tutto ciò che gli si para davanti. Ha scelto lo stordimento come compagno; probabilmente l’alcol gli tace il demone che gli rode le viscere. Quando è rintanato in casa, si muove con rabbia, sbattendo porte e armadi, immerso nella colluttazione della sua guerra immaginaria.

Poi, nelle prime ore serali, dalle finestre aperte, si condensa il profumo della miscellanea culturale. Il cibo è da sempre il collante umano, la spina dorsale della comunicazione che travalica il linguaggio. La cucina si caratterizza per le spezie, che rappresentano la terra in una particolare posizione del mondo. Nell’impasto delle genti, alla fine, si ritrempa l’ossatura umana, fatta di uguaglianza e diversità allo stesso tempo. Il rituale unisce famiglie ed estranei in gesti identici.

Da una parte, il sole calante crea ombre che ritagliano i contorni. Così, giornate e notti si alternano. Dal suono del cancello che sbatte, la microcomunità segna l’andare e venire. Per ascoltatori attenti, le differenze nell’apertura del cancello identificano anche i soggetti. Alla fine, si crea una relazione non agitata, ma reale sul piano delle emozioni.

Il quotidiano si costruisce sulle micro-imprese di sopravvivenza. Tra incertezza e necessità, gli inquilini alla fine si assomigliano più di quanto ognuno vorrebbe. Ma così è, nella legge delle oscillazioni: la vicinanza tende a uniformare le diversità nella coerenza. Oggi, il caldo evapora il dissenso, e l’anomalia della temperatura silenzia i cortili deserti.

Da capo, ricapitolando la visione d’insieme. Tutto appare come un quadro. In apparenza astratto ma, nel concreto vitale. Tutte le sue parti compongono alla fine l’irrequietezza che rende il vivere interessante.

Giugno 26 uno

I pensieri girovagano sparsi, intrecciando significati a caso. A volte si mischiano con immagini e suoni. Il vuoto può essere un antidoto al frastuono di questo addensamento nebuloso. Rivedo nel giorno della ricorrenza un sentimento perduto. E, come al solito, giro a zonzo dentro a questo patole che alla fine mi definiscono.

Vorrei un motto di ribellione che spezzi la catena del linguaggio. Un lento agitarsi e azzuffarsi con l’aria incolore che circonda ogni cosa. L’aria che mi piacerebbe colorata e visibile mentre entra ed esce in me, così da poterci nuotare correndo e spruzzarla per gioco su ogni cosa. I sintomi di un ripiegamento in me ci sono tutti: una lenta circonvoluzione nel tratto intimo in risposta al baccano esterno. Una forma di difesa che rischia di chiudere una porta senza apertura.

Il racconto ha sempre una direzione, ma io giro in tondo, colpito dalle mie stesse parole. Incapace di uscire dal cortile di casa, lascio che le poche cose disposte intorno si trasformino nel mondo possibile. Quindi, o sono io che rimpicciolisco o le cose si fanno enormi. Sembra il mondo infantile o ciò di cui ricordo: in poco spazio e con poche cose, il tutto m’appariva infinito.

Gli scorci che si aprono dalla confusione portano ossigeno, una luce nel grigio che si propaga risucchiando sentimento. Le cornacchie nel mattino si fanno sentire, girano intorno alla casa zittendo gli altri animali. L’impressione è che facciano da padrone del territorio; di fatto, gli altri volatili sembrano in vigile attesa.

Se guardo intorno, vedo polvere accumularsi, uno strato che copre la vitalità scivolata via con l’entusiasmo. Vorrei scuotermi di dosso tutto questo, ma sento di essere intrappolato in una combinazione di consuetudini. Tra le righe del quaderno cerco la via d’uscita: c’è sempre un modo per cambiare le cose, al di qua della morte.

Il sole di tutti brilla tra le rocce e la sabbia. Un incanto di luce circonda gli oggetti, riflettendoli. Probabilmente esisterebbero anche nel buio, ma in tal caso avrebbero un altro significato. Cerco tra le smagliature della sabbia il mare, immaginando onde lontane e il fruscio che si incarna nella fantasia. Ho scommesso di sopravvivere ancora un po’, di osservare come vanno le cose togliendo l’affanno. Sembra semplice a dirsi, ma nella pratica ancora non mi riesce.

Voglio in qualche modo pilotare il cambiamento; non desidero trovarmici dentro inaspettatamente. La fragilità che da sempre mi accompagna potrebbe tramutarsi in disagio. Tra le dune dei sogni vedo i miei ricordi, distorti dall’usura e dalla ricostruzione fantasiosa. È divertente come tempo e significati si alterino in modo profondo. Nel momento del risveglio, si è altro da sé, almeno nell’identità che diamo a noi stessi.

L’inclinazione che la mia via prende è sempre di sbieco rispetto alla cosa giusta. Non riesco proprio a essere appropriato. Non comprendendo l’umano, la conseguenza è una serie infinita di incomprensioni e frasi pronunciate con la speranza di arrecare il minor danno possibile. Apro la finestra sul cortile e l’anima scivola dal corpo per andare a zonzo nella città in cui non voglio stare.

Già dai tempi antichi, gli anziani cercavano un luogo isolato per raccogliersi nella natura. La prospettiva della fine, se consapevole, ci riporta in sintonia con il mondo vegetale, animale e minerale. Un angolo di mondo che risuoni con la nostra solitudine e la fragilità del corpo. Lasciare andare le cose possedute cercando equilibrio con ciò che è strettamente necessario. Tra il più e il meno, desidererei essere con meno, sentendomi in più. Ma… lasciare comporta sofferenza e incomprensione, e non sempre il pensare porta alla decisione.

Va bene! La consolazione è rallentare e cominciare a tornare indietro, poco a poco, fino a rimirare il volo delle rondini.

Dovrei delineare delle biografie con inchiostro simpatico. Vorrei scrivere di persone senza indicarle apertamente. Questo per un intento didattico: portare un’esperienza a chi lavora con individui che portano una sofferenza ingestibile. Ma, per me, scrivere è restare rintanato nell’indeterminatezza. Per cui mi risulta difficile spiccare il salto verso il razionale. A più riprese ci provo, restando incagliato nella trappola della mia riserva.

In ogni caso, prima o poi, l’argine si spezza e qualcosa può uscire. Nell’angolo ristretto da cui guardo il mondo sembra sottosopra. Guardo dove lo sguardo me lo permette, e vedo parole che diventano cose. I contorni si chiudono in oggetti e il mondo si dispone in una rappresentazione. È così che intendo sostare nel mattino senza l’ansia di raggiungere una meta. Colgo l’occasione per ricapitolare eventi e volti che hanno significato un racconto. Tra i tanti sperduti rivedo occhi che non sanno dove guardare. La smania di qualcosa che da dentro rovista le viscere rende gli sguardi vacui e persi in un eterno altrove.

Le persone possono starti davanti, dialoganti, ma in realtà percorrono contemporaneamente già altre strade dove l’abitudine alla schiavitù ha già attecchito. Mi sono chiesto molte volte come le parole possano richiamare attenzione e con quale potere a volte ripescano dal profondo una volontà già neutralizzata. A volte succede di assistere al risveglio di una personalità che si libera dal condizionamento, e in quel momento appare evidente il nuovo modo in cui l’altro vede le cose e sente le emozioni. In qualche modo ci si contagia e si condivide un forte sentimento di vitalità.

Questi sono momenti che ripagano i molti altri, come testimone di volontà negate, ed in parte affermano anche la mia personale capacità di mantenermi sul segnavia delle decisioni possibili.

Se apri una porta, saluti il vento che ti si fa incontro. La signora del piano di sotto attende da sempre un saluto. Ma… tutti passano via, immersi in pensieri o incubi. A tratti, nel tempo, anche lei stessa dubita di esistere; tuttavia, si ripete che la casa, con le sue mura e i mobili, è solida. Se ci sbatte, fa male, quindi è presente nel tempo. Ascolta furtivamente discorsi che qua e là si lasciano catturare e si fa protagonista di storie altrui. Si vede ancora attraente e non vuole arrendersi alla solitudine. Il divenire, che sembra l’evidenza assoluta per lei, è solo una credenza erronea. Sente da sempre nell’animo di appartenere al destino eterno del prima, dell’adesso e del poi. Dalla finestra grida a quelli dell’altra parte se si sono accorti del passaggio dei mietitori. Sul selciato sono rimaste tracce dei resti identitari di chi non vuole mollare l’illusione di una definizione. La signora torna alle sue cose, come si torna ogni volta da un viaggio lontano. Con cura riordina ciò che era già ordinato, in un esercizio di meditazione sugli oggetti investiti d’affetto. Poi aspetta il tramonto come spettacolo per i sogni della notte. Qualcuno risponde dal pulpito di una cattedrale, declamando in latino anatemi sulla morale umana. Per la signora, che non ci ha mai creduto, è un divertimento ascoltare quelle ingiurie. Pensa tra sé che comincerà a frequentare i luoghi di culto. Qui è rappresentata tutta la miseria umana di tutte le confessioni, aggrappati a una fede che lascia scoperte le proprie intenzioni. Nel privato si possono bestemmiare i santi e calpestare i deboli, ma al culto ci si espone in pompa magna. Gli uccelli si chiamano tra un tetto e l’altro; forse anche loro hanno fede che il cielo non gli cada addosso.

Maggio 2026 due

I quadri esposti attirano l’attenzione su una parete vuota. Incrinature solcano lo spazio bianco, dilatandolo in un nuovo significato. Nell’angolo, una tastiera di pianoforte è mezza esposta dalla fascia rossa che la copre. Dita che scorrono sui tasti in una lenta melodia impregnano l’aria; il suono espande la fantasia e finalmente il quadro appare. I colori vincono sul contorno e lo sguardo rimane catturato, rimbalzando tra le linee e le curve che, in qualche modo, danno forma compiuta a una scena. Sembra una poesia o una drammaturgia recitata ad alta voce. È questione di attimi prima di passare oltre, verso una nuova ricapitolazione dell’illusione. Con pazienza, vorrei modificare il meccanismo che regola la quotidianità. I giorni canuti che m’aspettano credo sia doveroso trasformarli in felicità. Quando il corpo scricchiola, sono le cose del mondo che possono diventare più gaie. Cerco chi amo nelle vicinanze; mi basta sentire i suoni delle voci. Questo mi rassicura e riconferma che esisto in questa realtà. Spazzare la polvere dalle superfici, riordinare spostando gli oggetti da un posto all’altro. Piccoli cambiamenti di senso casalingo, sufficienti a farmi sorridere e a sentire una certa soddisfazione d’utilità. Riposo guardando quel poco di cielo che la città ti permette di vedere. Non so cosa bolle dentro! Immagini funeste come messaggeri di sventura. Non sempre si riesce a superare la soglia della sopportazione della caducità. Un improvviso malessere tinge tutto di fosco. Un’apparente cecità alberga le stanze quotidiane. Anche i discorsi cadono nel vuoto, come se l’aria si rifiutasse di trasportare i suoni. Allora grido! Muto! Cieco! Oggi non c’è pace. Il nemico è il pensiero che in me prende il sopravvento. Si rifiuta di stare nei ranghi d’essere solo uno strumento, ma vuole un ruolo da comprimario nella realtà. Cerco il sonno per spezzare, nei paradossi del sogno, le velleità semantiche del dominio.

Rovisto tra la spazzatura abbandonata: cervelli e gambe lasciate ai bordi delle aiuole. Resti di civiltà umana, essiccati dal sole e dalle pisciate dei cani. Nel mondo di mezzo, sopravvive l’abbandonato, non ancora del tutto morto. Una specie umana che, aspettando di spegnersi, si lascia andare sul margine di ogni direzione possibile. Alla fine, chi ancora corre ha imparato a ignorare la spazzatura, al punto che, se gli si incolla al culo, non se ne accorge. Così continua a trottare come un criceto nella gabbia a ruota.

Diventa sempre più difficile trovare, nella consuetudine, gesti d’umanità. Non ci si parla per comunicare, ma per prevalere l’uno sull’altro. Nel giardino immaginario al di là della finestra, stanziano ogni certezza che ci sia di più di ciò che si vede. Un paesaggio senza orizzonte, proiettato come un riflesso in ogni direzione. In questa speranza, forse, si nasconde la necessità di evadere, di portarsi fuori dalla portata della bruttezza dell’inciviltà. Una fuga non tanto inconscia dalla faticosa routine quotidiana. Io, che indicavo la Luna, ora sono nella primitiva assenza dell’indicare. E la Luna ritorna nel mito, ad indicare le stelle del firmamento.

Sono passi felpati quelli che, di notte, rintoccano nel buio rischiarato dalle luci artificiali della strada. Un piccolo racconto di suoni e luci che, prima del giorno, governano la fantasia. Una voce dice: “In quale direzione ci si orienta per superare l’incertezza del momento?” Risponde, dall’angolo nascosto: “Non si supera, ma si gira intorno seguendo l’alternanza di luce e oscurità.” E questo è tutto per questa notte d’attesa. Le distanze nei vari mondi sembrano infinite, ma niente è veramente dall’altra parte di qualcos’altro. Tuttavia, tutto sembra correre in una direzione, come il dormire che lentamente si sta trasformando in risveglio.

Dai suoni proviene una sollecitazione che invoglia a muoversi. E… all’improvviso mi coglie una nostalgia per le manopole della radio. Il “TAC” all’accensione, con la lucina. I strani rumori che zigzagano tra un canale e l’altro. Un mondo fatto di forza vissuta, in cui anche gli oggetti hanno un nome. Vivo con il cuore in un secolo diverso: l’oggi, in cui scivolare sull’informazione immateriale è il pane quotidiano. I nomi si perdono nel rumore di fondo, in un grande cimitero dalle identità smarrite. Sopra il monte, da cui guardo cosa resta del mondo analogico, vengono serviti vini e antipasti dai sapori pieni. Così, tra una chiacchiera e l’altra, si può ancora fare poesia. Vecchie pergole fanno da riparo a un sole accanito, così che evaporano nella calura le stesse immagini della realtà. Guardo intorno, un po’ sorpreso per il fatto che non riconosco il consueto paesaggio. Intorno, altri si muovono ostentando sicurezza. Ma si vede benissimo che abbiamo tutti perso ciò che siamo. Finalmente, a sera, le stelle nel cielo placano lo spaesamento. Posso guardare con meno timore gli anfratti che ricordano le strade molte volte percorse, fino a trovare la via di casa. Rifugio in cui sostare per ritrovare il silenzio perduto, un amore dipinto tra i tanti ricordi sparsi nelle stanze.

C’è un vuoto tra l’emicrania e i lati del cranio, come se strane bolle ballonzolassero fastidiose nella testa. Dopo ogni crisi, un ricominciare lento e inesorabile verso confini sempre più sbiaditi. L’entusiasmo si perde nell’abitudine, versa come polvere negli anfratti difficili da raggiungere. Vorrei essere sommerso da aspirazioni, ma il cielo di oggi mi è contrario. La fatica di tutti è il motore della Terra; essa si nutre del calore di tutto ciò che si muove, senza influenze sulla moralità di come ci si muova. Un singulto da sotto la siepe, dove i deboli si nascondono. Una concatenazione di intenti riduce la propria volontà di decidere. Alla fine è l’inarrestabile corrente che afferma un passo piuttosto che un altro. Non ricordo quante illusioni si sono spente credendo nella libertà; ma, essendo la storia un’invenzione umana, le gesta si ripetono, errando.

Maggio 2026 uno

Oltre lo sguardo che percepisce, l’aria modifica l’orecchio che coglie il vibrato del momento presente. È solo un istante, in cui fermarsi sul ciglio di un ponte avvia il racconto di una nuova storia. Quante parole servono a costruire un’architettura? Sono significati che si intrecciano in un senso comune, capace di commuovere di fronte al divenire caduco degli oggetti.

Lei passeggia tra un soffio e il luccichio del sole. Non so bene cosa stia cercando, ma il suo sguardo attento è di chi desidera cogliere l’infinito nei dettagli dimenticati. Oggi, si concede una giornata di festa e… sorride al compagno che rimane in disparte, ammirando quel sogno. Diverse trame si arrotolano e si srotolano, cercando di emergere. Ma in questa confusa mattina, il chiarore non appare più limpido: l’opacità incrosta la creazione in una nebulosa informe.

Ancora lei si volta, guardando di sbieco il tumulto che avanza. È la guerra armata dei corpi e dei sentimenti che sfiora l’orizzonte. Un tempo di calma che si accorcia, come la vita stessa degli amanti, senza necessità di parole, mano nella mano verso un qualsiasi riparo. Rimane solo il gioco della pelle che si incontra e si racconta.

Mentre la voce muta, non ha più aria per dileguarsi nel vento. Sono i minuti a trascorrere come ore, nell’incertezza del tempo. Niente appare lo stesso se l’animo si turba o sorride. Insieme contiamo attimi e suoni, assistendo al concerto con rispetto per la fatica dei musicisti. Finalmente, la musica si distanzia autonomamente dagli strumenti, aleggiando nella sala per assecondare i sogni di ognuno.

Un’apertura verso le infinite dimensioni dell’essere. Stare nello stesso, ma anche nell’altro, nel gioco dell’arte che spesso beffa la realtà. Sento la vicinanza che si fa amore in questo spazio intimo, privo di doveri.

Mano nella mano, passeggiando verso le configurazioni del bello. Un inizio tra sole e pioggia, con una temperatura piacevole. Non c’è età quando il confine tra i sogni si sbiadisce e le cose seguono le orme dei sentimenti. A volte, tutto cade nell’insignificanza per poi rinascere in altre costellazioni di senso. Mi dico che è solo una piccola camminata insieme. Ma oggi si apre l’orizzonte come un taglio sull’acqua e si può sbirciare oltre. Vorrei che non finisse; il tempo pretende sempre il suo tornaconto. Si insinua, cercando di porre un termine, probabilmente non ama le cose troppo lunghe. Respirando insieme, si può ottenere benevolenza dal tempo, rallentandone la percezione. Alla fine, i conti vanno pagati e si scivola lungo l’asse dell’affanno. In attesa di ricostruire la trama di un’altra sospensione poetica. Il sentimento è fuori dal tempo e si può entrare e uscirne come in una casa. Toccando le cose vive, mi commuovo e appare già in me la nostalgia della perdita. Lo spazio che si apre nelle immagini dei ricordi risucchia attenzioni che non sempre riconosco. Ma sembra roba di altri e questo mi pone dei dubbi su chi io sia. Ritorno sempre a te in cerca d’identità e sicurezza. Il gelo che avvolge l’esterno bussa con le sue pretese. Confido che, ancora per un po’, tu tenga lontano il freddo, proteggendomi dalle insidie interiori che spesso non divergono da quelle esteriori. Una colazione solitaria e semplice per cominciare. Una giornata che ne scandisce un’altra e così via. Alcune parole che cerco le trovo rintanate in vecchi bauli abbandonati. Sono scantinati del tempo, sperduti dalle mappe dei percorsi usuali. Il soffio del respiro arriva come un sussurro. Sancisce una vicinanza, o una confidenza. La solitudine che si spezza, lasciandosi addomesticare. E ritrovo la via di casa, tra vie sconosciute e persone estranee, seguendo il lieve ritmo di un palpito e il suono della tua voce.

Le sole cose che sento sono un lento frinire incuneato fin dentro la testa. Lo spazio si allenta nella percezione di un fastidioso dolore. Per ora cerco sollievo nel sonno, che incoscientemente strappa le ore al giorno. Leggo di dinastie russe decadute, sciolte e rievocate in vari paesi europei. Un mito che si alimenta con la visione tragica del romanticismo. In una realtà sociale ormai completamente oggettivata, solo in un ambito angusto e privato si può continuare ad essere persone. Nella difficoltà di restare sani, per la continua pressione di un sistema fuori controllo, dall’essere. Costellazioni identitarie che nella violenza degli eventi si sciolgono, per ricollocarsi in altri luoghi del mondo, ibridando ciò che trovano. C’è affanno nel provare a se stessi che ancora si ha un valore, per cui gli aggregati di senso cercano una disperata dimora nell’insidiosa palude del non-senso. Nel parlare con le persone si cerca sempre un minimo di assenso nello sguardo; non basta la nuda parola per capire. Da sempre la sintassi si porta con sé la carne e le oscillazioni dell’umore. La comprensione avviene all’interno dello spazio in cui tutto è contenuto nello stesso momento. Non del tutto sveglio ed infreddolito per un tempo capriccioso: “Infatti fa freddo come in inverno”. Cerco di pensare tra l’interferenza di un corpo a disagio e, dall’esterno, schiamazzi di chi il mondo gli piomba addosso come un ostacolo permanente. Cerco un pensiero che possa dare un’indicazione verso una costruzione che soddisfi e acquieti l’animo. Sono così che le giornate trascorrono dentro al pertugio ristretto dai timori di una esile esistenza. L’attenzione è sempre tesa verso indizi che sfiorano il parametro della norma. Un’investigazione che, al tempo stesso, è occupazionale e mantiene i sensi in allerta. Tra queste cose, incede l’andare e venire delle impressioni che delineano l’umore quotidiano.

La creazione rimbalza tra illusione e fantasia, solidificandosi nello sguardo di chi osserva. Una realtà presenta sempre dei margini di incompiutezza, per cui rimane uno spazio per una visione personale di ciò che ci circonda. La storia che si racconta ha tratti di verità, ma anche di invenzioni. Ogni giorno si compiono le stesse azioni. Si va e si viene da un luogo all’altro, solo per dirigersi verso qualcos’altro. Nel frattempo, si pensa senza ricordare e si risponde senza tenerne conto. Alla fine, in certi aspetti, quando ci si sofferma più del solito, non ci si riconosce più. C’è libertà nell’intimità? Vorrei poterlo credere. Vorrei avere fede che nell’intimo le scelte e il pensiero siano all’insegna della libertà. La socialità è una forma di schiavitù; ti condiziona e indirizza le consuetudini, addomesticandoti alla forma consona al resto del paesaggio. Vorrei credere che l’intimità sia tale, ma… mi sfugge il senso. Anzi, credo che forse la stessa intimità non sussista, ma sia solo un luogo d’invenzione in cui credere che esista una soggettività. Un luogo di sospensione e ricarica, come il sogno e il dormire. Nell’orizzonte delle piante e degli animali si sparge il senso d’appartenenza: sono i più prossimi che riusciamo a comprendere, mentre il resto ci appare incomprensibile. La nostra stessa natura sfugge e permane nella concretezza della possibilità statistica. Quando rifletto troppo intensamente sulla domanda fondamentale dell’essere, si apre una voragine e la paura inizia a corrodere la certezza dell’esistere. Davanti a me si erige un’oscurità piena di imprevedibili sorprese. Allora giro lo sguardo e mi nutro della luce del giorno, lasciando andare i quesiti tra schiamazzi e il traffico intenso di luoghi comuni. M’avvio verso la sera, che si chiude sulla necessità del fare.

Aprile 26 due

Nei drammi quotidiani, le risate emergono dai corpi troppo vincolati in una stretta liturgia dell’apparire. Cerco occhi di assenso per provare un’esistenza che, per poco, sfugge, come una lepre che sembra trovarsi in un posto e poi scompare in un lampo. Nel cercare la pace, a volte si trova la tribolazione: pensieri invasivi che scavano biforcazioni di nonsenso dall’interno. La letteratura percorre tutte le vie possibili e impossibili, scavando nelle parole. Il solco della cultura può essere modificato quando ha perso il suo valore. In noi c’è già ciò che serve per guarire dalle nostre pazzie. Guardiamo a destra e a sinistra, proseguendo lungo un cammino che non porta da nessuna parte. Guardo verso il basso, nell’ombra dei passi. Dimentico ciò che accade intorno e ascolto il cuore che vuole sopravvivere. In questi momenti si chiude a volta il senso dell’indefinito, lasciando solo testimonianza di eventi passati o risorti sotto altre spoglie. Non sempre i ricordi sono solo rievocazioni; possono espandersi a nuovi presenti immanenti. Come ora, che non ricordo dove sono, ma il tempo si fa sentire ugualmente, anche se non ha nessun significato. Ti stringo la mano mentre ci sorridiamo; con affetto, sentiamo il corpo che si fida della vicinanza. Insieme, oggi possiamo guardare il mondo senza travisamenti. Questa amicizia che dai corpi respira poi nelle parole ha significati non banali, alternati a lunghi silenzi di mera compagnia. Così, la rara perla della comunanza può unire cose diverse e lontane. In questo mattino, ripenso alla compagnia e al piacere di scoprire insieme la fattualità dei gesti quotidiani. Per far tremare il cuore, non servono gesta eclatanti, ma semplice vicinanza e umiltà per lasciarsi penetrare da mondi diversi e interessanti, in quel buio stagionale che è la realtà degli oggetti umani.

Leggo tra le rughe e gli spazi scuri di chi mi viene incontro la sostanza di un’affermazione. A volte, invece, percepisco un passare inesistente, come fantasmi nella nebbia. Tra il vociare e il lamento perpetuo della sopravvivenza si apre un rifugio per viandanti. Anch’io vorrei pregare per rincorrere la fede: un credere incondizionato a quel qualcosa in più che dipinge il paesaggio d’emozioni. Avere fede, in fondo, aiuta a sostenere la fragilità che ci accompagna. Deboli, desideriamo tutto, capricciosi al punto da danneggiare il nostro stesso interesse. Ora prego, nel discorso ripetuto nella mente, con la volontà di avverare lo svelamento. Nella forma concreta dell’essere mi confondo e lascio parlare qualcun altro al mio posto. Sembra che in uno ci siano i molti, ognuno con le proprie istanze di visibilità nel giorno. Il mondo si sta giocando la propria guerra, in cui i più forti si impongono. I popoli sono imperi che consumano l’energia e l’aria stessa dei vinti. Abitare un posto piuttosto che un altro nel mondo non è indifferente; anzi, definisce la possibilità della qualità di vita e del pensiero.

Oggi, ci guardiamo il gioco del potere attraverso la finzione delle serie televisive, le quali, alla fine, sovrastano la libertà di un pensiero critico. All’alba, il chiarore tenue dirada la percezione del pericolo. Si rimane in attesa che qualcuno ci chiami, per renderci partecipi del risveglio globale. Sulle rotatorie omologate al tempo dell’obbedienza, marciamo in silenzio tra campi devastati e dune ideologiche rovesciate. Il mare è ancora lontano all’orizzonte. Di notte, a volte, nel silenzio si sente lo sciabordio: realtà o illusione, per una via di fuga oltre i confini del mondo. Nel cuore palpitano emozioni che di rado possono esplicitarsi, prigioniere di una postura che non corrisponde alla natura della carne ma alla realtà del metallo.

Il fuoco ha forgiato questo periodo particolare. Ha fatto ribollire il vivente in una volontà cieca di potenza. La pace è solo una pausa tra il fragore delle dispute. Prima o poi, la strada di casa porterà a una nuova consapevolezza. Si guarderà senza occhi, e i muscoli saranno giaciglio per gli amanti. In ogni caso, per esplorare vie nuove dell’esistenza, è necessario provare e riprovare. Guardo, chino sul davanzale, la mia realtà che sfugge, tra il chiarore del sole che oggi si mostra, scaldando le mura che tornano a mobilitare i piccoli abitanti. Chiazze in movimento sullo sfondo del paesaggio in agguato. Ritorno spesso sulle cose già pensate, ritrovandole mutate e a volte capricciose. Non si fanno afferrare e il senso scivola via, come l’acqua che ho davanti, lasciando il rubinetto aperto. Quante volte rimango smemorato? Poi riprendo come niente fosse, nella trama del tempo. Le storie che balenano nella memoria accecano il presente, distogliendo la presenza mentale. Per cui, respiro e, pensando a questo, ritorno qua. Sono tante le cose da fare o da dire. Ma mi chiedo: è necessario? È necessario che tutta questa burrasca sia, piuttosto che non sia? Credo che quando prevale il senso del fallimento, il mondo si pieghi a sghimbescio come un vecchio catorcio. La palla rimbalza tra una sospensione e una trazione del gesto. Mentre la mente se ne va a zonzo nei reticoli dell’apparire. É così che una riflessione tira l’altra mentre il corpo è impegnato a lasciare e prendere la palla. Sono i molti modi di essere presenti, o per lo meno di cercare la migliore visuale dell’accadere. Ci sono momenti in cui penso che tutto ciò sia inutile follia. Ma resto stregato da questa ossessione di bucare l’architettura della realtà. Al tempo stesso ne ho paura, ma la vertigine della profondità attrae oltre ogni precauzione del periodo.

Il tempo coglie foglie secche lungo il ciglio inesplorato della valle. L’aria è rarefatta come le sfumature delle ciglia non ancora ritoccate.