Giugno 26 uno

I pensieri girovagano sparsi, intrecciando significati a caso. A volte si mischiano con immagini e suoni. Il vuoto può essere un antidoto al frastuono di questo addensamento nebuloso. Rivedo nel giorno della ricorrenza un sentimento perduto. E, come al solito, giro a zonzo dentro a questo patole che alla fine mi definiscono.

Vorrei un motto di ribellione che spezzi la catena del linguaggio. Un lento agitarsi e azzuffarsi con l’aria incolore che circonda ogni cosa. L’aria che mi piacerebbe colorata e visibile mentre entra ed esce in me, così da poterci nuotare correndo e spruzzarla per gioco su ogni cosa. I sintomi di un ripiegamento in me ci sono tutti: una lenta circonvoluzione nel tratto intimo in risposta al baccano esterno. Una forma di difesa che rischia di chiudere una porta senza apertura.

Il racconto ha sempre una direzione, ma io giro in tondo, colpito dalle mie stesse parole. Incapace di uscire dal cortile di casa, lascio che le poche cose disposte intorno si trasformino nel mondo possibile. Quindi, o sono io che rimpicciolisco o le cose si fanno enormi. Sembra il mondo infantile o ciò di cui ricordo: in poco spazio e con poche cose, il tutto m’appariva infinito.

Gli scorci che si aprono dalla confusione portano ossigeno, una luce nel grigio che si propaga risucchiando sentimento. Le cornacchie nel mattino si fanno sentire, girano intorno alla casa zittendo gli altri animali. L’impressione è che facciano da padrone del territorio; di fatto, gli altri volatili sembrano in vigile attesa.

Se guardo intorno, vedo polvere accumularsi, uno strato che copre la vitalità scivolata via con l’entusiasmo. Vorrei scuotermi di dosso tutto questo, ma sento di essere intrappolato in una combinazione di consuetudini. Tra le righe del quaderno cerco la via d’uscita: c’è sempre un modo per cambiare le cose, al di qua della morte.

Il sole di tutti brilla tra le rocce e la sabbia. Un incanto di luce circonda gli oggetti, riflettendoli. Probabilmente esisterebbero anche nel buio, ma in tal caso avrebbero un altro significato. Cerco tra le smagliature della sabbia il mare, immaginando onde lontane e il fruscio che si incarna nella fantasia. Ho scommesso di sopravvivere ancora un po’, di osservare come vanno le cose togliendo l’affanno. Sembra semplice a dirsi, ma nella pratica ancora non mi riesce.

Voglio in qualche modo pilotare il cambiamento; non desidero trovarmici dentro inaspettatamente. La fragilità che da sempre mi accompagna potrebbe tramutarsi in disagio. Tra le dune dei sogni vedo i miei ricordi, distorti dall’usura e dalla ricostruzione fantasiosa. È divertente come tempo e significati si alterino in modo profondo. Nel momento del risveglio, si è altro da sé, almeno nell’identità che diamo a noi stessi.

L’inclinazione che la mia via prende è sempre di sbieco rispetto alla cosa giusta. Non riesco proprio a essere appropriato. Non comprendendo l’umano, la conseguenza è una serie infinita di incomprensioni e frasi pronunciate con la speranza di arrecare il minor danno possibile. Apro la finestra sul cortile e l’anima scivola dal corpo per andare a zonzo nella città in cui non voglio stare.

Già dai tempi antichi, gli anziani cercavano un luogo isolato per raccogliersi nella natura. La prospettiva della fine, se consapevole, ci riporta in sintonia con il mondo vegetale, animale e minerale. Un angolo di mondo che risuoni con la nostra solitudine e la fragilità del corpo. Lasciare andare le cose possedute cercando equilibrio con ciò che è strettamente necessario. Tra il più e il meno, desidererei essere con meno, sentendomi in più. Ma… lasciare comporta sofferenza e incomprensione, e non sempre il pensare porta alla decisione.

Va bene! La consolazione è rallentare e cominciare a tornare indietro, poco a poco, fino a rimirare il volo delle rondini.

Dovrei delineare delle biografie con inchiostro simpatico. Vorrei scrivere di persone senza indicarle apertamente. Questo per un intento didattico: portare un’esperienza a chi lavora con individui che portano una sofferenza ingestibile. Ma, per me, scrivere è restare rintanato nell’indeterminatezza. Per cui mi risulta difficile spiccare il salto verso il razionale. A più riprese ci provo, restando incagliato nella trappola della mia riserva.

In ogni caso, prima o poi, l’argine si spezza e qualcosa può uscire. Nell’angolo ristretto da cui guardo il mondo sembra sottosopra. Guardo dove lo sguardo me lo permette, e vedo parole che diventano cose. I contorni si chiudono in oggetti e il mondo si dispone in una rappresentazione. È così che intendo sostare nel mattino senza l’ansia di raggiungere una meta. Colgo l’occasione per ricapitolare eventi e volti che hanno significato un racconto. Tra i tanti sperduti rivedo occhi che non sanno dove guardare. La smania di qualcosa che da dentro rovista le viscere rende gli sguardi vacui e persi in un eterno altrove.

Le persone possono starti davanti, dialoganti, ma in realtà percorrono contemporaneamente già altre strade dove l’abitudine alla schiavitù ha già attecchito. Mi sono chiesto molte volte come le parole possano richiamare attenzione e con quale potere a volte ripescano dal profondo una volontà già neutralizzata. A volte succede di assistere al risveglio di una personalità che si libera dal condizionamento, e in quel momento appare evidente il nuovo modo in cui l’altro vede le cose e sente le emozioni. In qualche modo ci si contagia e si condivide un forte sentimento di vitalità.

Questi sono momenti che ripagano i molti altri, come testimone di volontà negate, ed in parte affermano anche la mia personale capacità di mantenermi sul segnavia delle decisioni possibili.

Se apri una porta, saluti il vento che ti si fa incontro. La signora del piano di sotto attende da sempre un saluto. Ma… tutti passano via, immersi in pensieri o incubi. A tratti, nel tempo, anche lei stessa dubita di esistere; tuttavia, si ripete che la casa, con le sue mura e i mobili, è solida. Se ci sbatte, fa male, quindi è presente nel tempo. Ascolta furtivamente discorsi che qua e là si lasciano catturare e si fa protagonista di storie altrui. Si vede ancora attraente e non vuole arrendersi alla solitudine. Il divenire, che sembra l’evidenza assoluta per lei, è solo una credenza erronea. Sente da sempre nell’animo di appartenere al destino eterno del prima, dell’adesso e del poi. Dalla finestra grida a quelli dell’altra parte se si sono accorti del passaggio dei mietitori. Sul selciato sono rimaste tracce dei resti identitari di chi non vuole mollare l’illusione di una definizione. La signora torna alle sue cose, come si torna ogni volta da un viaggio lontano. Con cura riordina ciò che era già ordinato, in un esercizio di meditazione sugli oggetti investiti d’affetto. Poi aspetta il tramonto come spettacolo per i sogni della notte. Qualcuno risponde dal pulpito di una cattedrale, declamando in latino anatemi sulla morale umana. Per la signora, che non ci ha mai creduto, è un divertimento ascoltare quelle ingiurie. Pensa tra sé che comincerà a frequentare i luoghi di culto. Qui è rappresentata tutta la miseria umana di tutte le confessioni, aggrappati a una fede che lascia scoperte le proprie intenzioni. Nel privato si possono bestemmiare i santi e calpestare i deboli, ma al culto ci si espone in pompa magna. Gli uccelli si chiamano tra un tetto e l’altro; forse anche loro hanno fede che il cielo non gli cada addosso.

Maggio 2026 due

I quadri esposti attirano l’attenzione su una parete vuota. Incrinature solcano lo spazio bianco, dilatandolo in un nuovo significato. Nell’angolo, una tastiera di pianoforte è mezza esposta dalla fascia rossa che la copre. Dita che scorrono sui tasti in una lenta melodia impregnano l’aria; il suono espande la fantasia e finalmente il quadro appare. I colori vincono sul contorno e lo sguardo rimane catturato, rimbalzando tra le linee e le curve che, in qualche modo, danno forma compiuta a una scena. Sembra una poesia o una drammaturgia recitata ad alta voce. È questione di attimi prima di passare oltre, verso una nuova ricapitolazione dell’illusione. Con pazienza, vorrei modificare il meccanismo che regola la quotidianità. I giorni canuti che m’aspettano credo sia doveroso trasformarli in felicità. Quando il corpo scricchiola, sono le cose del mondo che possono diventare più gaie. Cerco chi amo nelle vicinanze; mi basta sentire i suoni delle voci. Questo mi rassicura e riconferma che esisto in questa realtà. Spazzare la polvere dalle superfici, riordinare spostando gli oggetti da un posto all’altro. Piccoli cambiamenti di senso casalingo, sufficienti a farmi sorridere e a sentire una certa soddisfazione d’utilità. Riposo guardando quel poco di cielo che la città ti permette di vedere. Non so cosa bolle dentro! Immagini funeste come messaggeri di sventura. Non sempre si riesce a superare la soglia della sopportazione della caducità. Un improvviso malessere tinge tutto di fosco. Un’apparente cecità alberga le stanze quotidiane. Anche i discorsi cadono nel vuoto, come se l’aria si rifiutasse di trasportare i suoni. Allora grido! Muto! Cieco! Oggi non c’è pace. Il nemico è il pensiero che in me prende il sopravvento. Si rifiuta di stare nei ranghi d’essere solo uno strumento, ma vuole un ruolo da comprimario nella realtà. Cerco il sonno per spezzare, nei paradossi del sogno, le velleità semantiche del dominio.

Rovisto tra la spazzatura abbandonata: cervelli e gambe lasciate ai bordi delle aiuole. Resti di civiltà umana, essiccati dal sole e dalle pisciate dei cani. Nel mondo di mezzo, sopravvive l’abbandonato, non ancora del tutto morto. Una specie umana che, aspettando di spegnersi, si lascia andare sul margine di ogni direzione possibile. Alla fine, chi ancora corre ha imparato a ignorare la spazzatura, al punto che, se gli si incolla al culo, non se ne accorge. Così continua a trottare come un criceto nella gabbia a ruota.

Diventa sempre più difficile trovare, nella consuetudine, gesti d’umanità. Non ci si parla per comunicare, ma per prevalere l’uno sull’altro. Nel giardino immaginario al di là della finestra, stanziano ogni certezza che ci sia di più di ciò che si vede. Un paesaggio senza orizzonte, proiettato come un riflesso in ogni direzione. In questa speranza, forse, si nasconde la necessità di evadere, di portarsi fuori dalla portata della bruttezza dell’inciviltà. Una fuga non tanto inconscia dalla faticosa routine quotidiana. Io, che indicavo la Luna, ora sono nella primitiva assenza dell’indicare. E la Luna ritorna nel mito, ad indicare le stelle del firmamento.

Sono passi felpati quelli che, di notte, rintoccano nel buio rischiarato dalle luci artificiali della strada. Un piccolo racconto di suoni e luci che, prima del giorno, governano la fantasia. Una voce dice: “In quale direzione ci si orienta per superare l’incertezza del momento?” Risponde, dall’angolo nascosto: “Non si supera, ma si gira intorno seguendo l’alternanza di luce e oscurità.” E questo è tutto per questa notte d’attesa. Le distanze nei vari mondi sembrano infinite, ma niente è veramente dall’altra parte di qualcos’altro. Tuttavia, tutto sembra correre in una direzione, come il dormire che lentamente si sta trasformando in risveglio.

Dai suoni proviene una sollecitazione che invoglia a muoversi. E… all’improvviso mi coglie una nostalgia per le manopole della radio. Il “TAC” all’accensione, con la lucina. I strani rumori che zigzagano tra un canale e l’altro. Un mondo fatto di forza vissuta, in cui anche gli oggetti hanno un nome. Vivo con il cuore in un secolo diverso: l’oggi, in cui scivolare sull’informazione immateriale è il pane quotidiano. I nomi si perdono nel rumore di fondo, in un grande cimitero dalle identità smarrite. Sopra il monte, da cui guardo cosa resta del mondo analogico, vengono serviti vini e antipasti dai sapori pieni. Così, tra una chiacchiera e l’altra, si può ancora fare poesia. Vecchie pergole fanno da riparo a un sole accanito, così che evaporano nella calura le stesse immagini della realtà. Guardo intorno, un po’ sorpreso per il fatto che non riconosco il consueto paesaggio. Intorno, altri si muovono ostentando sicurezza. Ma si vede benissimo che abbiamo tutti perso ciò che siamo. Finalmente, a sera, le stelle nel cielo placano lo spaesamento. Posso guardare con meno timore gli anfratti che ricordano le strade molte volte percorse, fino a trovare la via di casa. Rifugio in cui sostare per ritrovare il silenzio perduto, un amore dipinto tra i tanti ricordi sparsi nelle stanze.

C’è un vuoto tra l’emicrania e i lati del cranio, come se strane bolle ballonzolassero fastidiose nella testa. Dopo ogni crisi, un ricominciare lento e inesorabile verso confini sempre più sbiaditi. L’entusiasmo si perde nell’abitudine, versa come polvere negli anfratti difficili da raggiungere. Vorrei essere sommerso da aspirazioni, ma il cielo di oggi mi è contrario. La fatica di tutti è il motore della Terra; essa si nutre del calore di tutto ciò che si muove, senza influenze sulla moralità di come ci si muova. Un singulto da sotto la siepe, dove i deboli si nascondono. Una concatenazione di intenti riduce la propria volontà di decidere. Alla fine è l’inarrestabile corrente che afferma un passo piuttosto che un altro. Non ricordo quante illusioni si sono spente credendo nella libertà; ma, essendo la storia un’invenzione umana, le gesta si ripetono, errando.

Maggio 2026 uno

Oltre lo sguardo che percepisce, l’aria modifica l’orecchio che coglie il vibrato del momento presente. È solo un istante, in cui fermarsi sul ciglio di un ponte avvia il racconto di una nuova storia. Quante parole servono a costruire un’architettura? Sono significati che si intrecciano in un senso comune, capace di commuovere di fronte al divenire caduco degli oggetti.

Lei passeggia tra un soffio e il luccichio del sole. Non so bene cosa stia cercando, ma il suo sguardo attento è di chi desidera cogliere l’infinito nei dettagli dimenticati. Oggi, si concede una giornata di festa e… sorride al compagno che rimane in disparte, ammirando quel sogno. Diverse trame si arrotolano e si srotolano, cercando di emergere. Ma in questa confusa mattina, il chiarore non appare più limpido: l’opacità incrosta la creazione in una nebulosa informe.

Ancora lei si volta, guardando di sbieco il tumulto che avanza. È la guerra armata dei corpi e dei sentimenti che sfiora l’orizzonte. Un tempo di calma che si accorcia, come la vita stessa degli amanti, senza necessità di parole, mano nella mano verso un qualsiasi riparo. Rimane solo il gioco della pelle che si incontra e si racconta.

Mentre la voce muta, non ha più aria per dileguarsi nel vento. Sono i minuti a trascorrere come ore, nell’incertezza del tempo. Niente appare lo stesso se l’animo si turba o sorride. Insieme contiamo attimi e suoni, assistendo al concerto con rispetto per la fatica dei musicisti. Finalmente, la musica si distanzia autonomamente dagli strumenti, aleggiando nella sala per assecondare i sogni di ognuno.

Un’apertura verso le infinite dimensioni dell’essere. Stare nello stesso, ma anche nell’altro, nel gioco dell’arte che spesso beffa la realtà. Sento la vicinanza che si fa amore in questo spazio intimo, privo di doveri.

Mano nella mano, passeggiando verso le configurazioni del bello. Un inizio tra sole e pioggia, con una temperatura piacevole. Non c’è età quando il confine tra i sogni si sbiadisce e le cose seguono le orme dei sentimenti. A volte, tutto cade nell’insignificanza per poi rinascere in altre costellazioni di senso. Mi dico che è solo una piccola camminata insieme. Ma oggi si apre l’orizzonte come un taglio sull’acqua e si può sbirciare oltre. Vorrei che non finisse; il tempo pretende sempre il suo tornaconto. Si insinua, cercando di porre un termine, probabilmente non ama le cose troppo lunghe. Respirando insieme, si può ottenere benevolenza dal tempo, rallentandone la percezione. Alla fine, i conti vanno pagati e si scivola lungo l’asse dell’affanno. In attesa di ricostruire la trama di un’altra sospensione poetica. Il sentimento è fuori dal tempo e si può entrare e uscirne come in una casa. Toccando le cose vive, mi commuovo e appare già in me la nostalgia della perdita. Lo spazio che si apre nelle immagini dei ricordi risucchia attenzioni che non sempre riconosco. Ma sembra roba di altri e questo mi pone dei dubbi su chi io sia. Ritorno sempre a te in cerca d’identità e sicurezza. Il gelo che avvolge l’esterno bussa con le sue pretese. Confido che, ancora per un po’, tu tenga lontano il freddo, proteggendomi dalle insidie interiori che spesso non divergono da quelle esteriori. Una colazione solitaria e semplice per cominciare. Una giornata che ne scandisce un’altra e così via. Alcune parole che cerco le trovo rintanate in vecchi bauli abbandonati. Sono scantinati del tempo, sperduti dalle mappe dei percorsi usuali. Il soffio del respiro arriva come un sussurro. Sancisce una vicinanza, o una confidenza. La solitudine che si spezza, lasciandosi addomesticare. E ritrovo la via di casa, tra vie sconosciute e persone estranee, seguendo il lieve ritmo di un palpito e il suono della tua voce.

Le sole cose che sento sono un lento frinire incuneato fin dentro la testa. Lo spazio si allenta nella percezione di un fastidioso dolore. Per ora cerco sollievo nel sonno, che incoscientemente strappa le ore al giorno. Leggo di dinastie russe decadute, sciolte e rievocate in vari paesi europei. Un mito che si alimenta con la visione tragica del romanticismo. In una realtà sociale ormai completamente oggettivata, solo in un ambito angusto e privato si può continuare ad essere persone. Nella difficoltà di restare sani, per la continua pressione di un sistema fuori controllo, dall’essere. Costellazioni identitarie che nella violenza degli eventi si sciolgono, per ricollocarsi in altri luoghi del mondo, ibridando ciò che trovano. C’è affanno nel provare a se stessi che ancora si ha un valore, per cui gli aggregati di senso cercano una disperata dimora nell’insidiosa palude del non-senso. Nel parlare con le persone si cerca sempre un minimo di assenso nello sguardo; non basta la nuda parola per capire. Da sempre la sintassi si porta con sé la carne e le oscillazioni dell’umore. La comprensione avviene all’interno dello spazio in cui tutto è contenuto nello stesso momento. Non del tutto sveglio ed infreddolito per un tempo capriccioso: “Infatti fa freddo come in inverno”. Cerco di pensare tra l’interferenza di un corpo a disagio e, dall’esterno, schiamazzi di chi il mondo gli piomba addosso come un ostacolo permanente. Cerco un pensiero che possa dare un’indicazione verso una costruzione che soddisfi e acquieti l’animo. Sono così che le giornate trascorrono dentro al pertugio ristretto dai timori di una esile esistenza. L’attenzione è sempre tesa verso indizi che sfiorano il parametro della norma. Un’investigazione che, al tempo stesso, è occupazionale e mantiene i sensi in allerta. Tra queste cose, incede l’andare e venire delle impressioni che delineano l’umore quotidiano.

La creazione rimbalza tra illusione e fantasia, solidificandosi nello sguardo di chi osserva. Una realtà presenta sempre dei margini di incompiutezza, per cui rimane uno spazio per una visione personale di ciò che ci circonda. La storia che si racconta ha tratti di verità, ma anche di invenzioni. Ogni giorno si compiono le stesse azioni. Si va e si viene da un luogo all’altro, solo per dirigersi verso qualcos’altro. Nel frattempo, si pensa senza ricordare e si risponde senza tenerne conto. Alla fine, in certi aspetti, quando ci si sofferma più del solito, non ci si riconosce più. C’è libertà nell’intimità? Vorrei poterlo credere. Vorrei avere fede che nell’intimo le scelte e il pensiero siano all’insegna della libertà. La socialità è una forma di schiavitù; ti condiziona e indirizza le consuetudini, addomesticandoti alla forma consona al resto del paesaggio. Vorrei credere che l’intimità sia tale, ma… mi sfugge il senso. Anzi, credo che forse la stessa intimità non sussista, ma sia solo un luogo d’invenzione in cui credere che esista una soggettività. Un luogo di sospensione e ricarica, come il sogno e il dormire. Nell’orizzonte delle piante e degli animali si sparge il senso d’appartenenza: sono i più prossimi che riusciamo a comprendere, mentre il resto ci appare incomprensibile. La nostra stessa natura sfugge e permane nella concretezza della possibilità statistica. Quando rifletto troppo intensamente sulla domanda fondamentale dell’essere, si apre una voragine e la paura inizia a corrodere la certezza dell’esistere. Davanti a me si erige un’oscurità piena di imprevedibili sorprese. Allora giro lo sguardo e mi nutro della luce del giorno, lasciando andare i quesiti tra schiamazzi e il traffico intenso di luoghi comuni. M’avvio verso la sera, che si chiude sulla necessità del fare.

Aprile 26 due

Nei drammi quotidiani, le risate emergono dai corpi troppo vincolati in una stretta liturgia dell’apparire. Cerco occhi di assenso per provare un’esistenza che, per poco, sfugge, come una lepre che sembra trovarsi in un posto e poi scompare in un lampo. Nel cercare la pace, a volte si trova la tribolazione: pensieri invasivi che scavano biforcazioni di nonsenso dall’interno. La letteratura percorre tutte le vie possibili e impossibili, scavando nelle parole. Il solco della cultura può essere modificato quando ha perso il suo valore. In noi c’è già ciò che serve per guarire dalle nostre pazzie. Guardiamo a destra e a sinistra, proseguendo lungo un cammino che non porta da nessuna parte. Guardo verso il basso, nell’ombra dei passi. Dimentico ciò che accade intorno e ascolto il cuore che vuole sopravvivere. In questi momenti si chiude a volta il senso dell’indefinito, lasciando solo testimonianza di eventi passati o risorti sotto altre spoglie. Non sempre i ricordi sono solo rievocazioni; possono espandersi a nuovi presenti immanenti. Come ora, che non ricordo dove sono, ma il tempo si fa sentire ugualmente, anche se non ha nessun significato. Ti stringo la mano mentre ci sorridiamo; con affetto, sentiamo il corpo che si fida della vicinanza. Insieme, oggi possiamo guardare il mondo senza travisamenti. Questa amicizia che dai corpi respira poi nelle parole ha significati non banali, alternati a lunghi silenzi di mera compagnia. Così, la rara perla della comunanza può unire cose diverse e lontane. In questo mattino, ripenso alla compagnia e al piacere di scoprire insieme la fattualità dei gesti quotidiani. Per far tremare il cuore, non servono gesta eclatanti, ma semplice vicinanza e umiltà per lasciarsi penetrare da mondi diversi e interessanti, in quel buio stagionale che è la realtà degli oggetti umani.

Leggo tra le rughe e gli spazi scuri di chi mi viene incontro la sostanza di un’affermazione. A volte, invece, percepisco un passare inesistente, come fantasmi nella nebbia. Tra il vociare e il lamento perpetuo della sopravvivenza si apre un rifugio per viandanti. Anch’io vorrei pregare per rincorrere la fede: un credere incondizionato a quel qualcosa in più che dipinge il paesaggio d’emozioni. Avere fede, in fondo, aiuta a sostenere la fragilità che ci accompagna. Deboli, desideriamo tutto, capricciosi al punto da danneggiare il nostro stesso interesse. Ora prego, nel discorso ripetuto nella mente, con la volontà di avverare lo svelamento. Nella forma concreta dell’essere mi confondo e lascio parlare qualcun altro al mio posto. Sembra che in uno ci siano i molti, ognuno con le proprie istanze di visibilità nel giorno. Il mondo si sta giocando la propria guerra, in cui i più forti si impongono. I popoli sono imperi che consumano l’energia e l’aria stessa dei vinti. Abitare un posto piuttosto che un altro nel mondo non è indifferente; anzi, definisce la possibilità della qualità di vita e del pensiero.

Oggi, ci guardiamo il gioco del potere attraverso la finzione delle serie televisive, le quali, alla fine, sovrastano la libertà di un pensiero critico. All’alba, il chiarore tenue dirada la percezione del pericolo. Si rimane in attesa che qualcuno ci chiami, per renderci partecipi del risveglio globale. Sulle rotatorie omologate al tempo dell’obbedienza, marciamo in silenzio tra campi devastati e dune ideologiche rovesciate. Il mare è ancora lontano all’orizzonte. Di notte, a volte, nel silenzio si sente lo sciabordio: realtà o illusione, per una via di fuga oltre i confini del mondo. Nel cuore palpitano emozioni che di rado possono esplicitarsi, prigioniere di una postura che non corrisponde alla natura della carne ma alla realtà del metallo.

Il fuoco ha forgiato questo periodo particolare. Ha fatto ribollire il vivente in una volontà cieca di potenza. La pace è solo una pausa tra il fragore delle dispute. Prima o poi, la strada di casa porterà a una nuova consapevolezza. Si guarderà senza occhi, e i muscoli saranno giaciglio per gli amanti. In ogni caso, per esplorare vie nuove dell’esistenza, è necessario provare e riprovare. Guardo, chino sul davanzale, la mia realtà che sfugge, tra il chiarore del sole che oggi si mostra, scaldando le mura che tornano a mobilitare i piccoli abitanti. Chiazze in movimento sullo sfondo del paesaggio in agguato. Ritorno spesso sulle cose già pensate, ritrovandole mutate e a volte capricciose. Non si fanno afferrare e il senso scivola via, come l’acqua che ho davanti, lasciando il rubinetto aperto. Quante volte rimango smemorato? Poi riprendo come niente fosse, nella trama del tempo. Le storie che balenano nella memoria accecano il presente, distogliendo la presenza mentale. Per cui, respiro e, pensando a questo, ritorno qua. Sono tante le cose da fare o da dire. Ma mi chiedo: è necessario? È necessario che tutta questa burrasca sia, piuttosto che non sia? Credo che quando prevale il senso del fallimento, il mondo si pieghi a sghimbescio come un vecchio catorcio. La palla rimbalza tra una sospensione e una trazione del gesto. Mentre la mente se ne va a zonzo nei reticoli dell’apparire. É così che una riflessione tira l’altra mentre il corpo è impegnato a lasciare e prendere la palla. Sono i molti modi di essere presenti, o per lo meno di cercare la migliore visuale dell’accadere. Ci sono momenti in cui penso che tutto ciò sia inutile follia. Ma resto stregato da questa ossessione di bucare l’architettura della realtà. Al tempo stesso ne ho paura, ma la vertigine della profondità attrae oltre ogni precauzione del periodo.

Il tempo coglie foglie secche lungo il ciglio inesplorato della valle. L’aria è rarefatta come le sfumature delle ciglia non ancora ritoccate.

Aprile 26 uno.

Dalla cima si vede l’incognito che a tratti spaventa. Un paesaggio che si sgrana allo sguardo. Di fatto il guardare si mostra inefficace a contenere ciò che gli sta davanti. La stanchezza del corpo che invecchia pesa sul discorso. Questa forma che come un grumo essiccato resiste alle intemperie. É la mia storia, un insieme di immagini e suoni che nei sogni si mescolano. Rievocando senza l’interferenza del divenire emozioni e sentimenti. Dalla periferia provengono sollecitazioni ad un cambiamento. Con tenacia un pensiero trasversale vuole trovare un senso all’accadere. E, questa aria di novità abita il limitare, quasi nascosto dal senso comune. Nell’incertezza stagionale in cui caldo freddo si alternano come birbanti scherzosi. Le forme delle cose si fanno più vivide. Così che inizio il racconto dalla fine. Mi sento chiamare dal fondo della via, ma i volti sono sconosciuti. Una umanità nuova si sporge nelle strade che conosco, perché vissute dalla nascita. Poco alla volta pezzi si trasformano in ibridi da altri paesi. Dialetti si colorano di sfumature nostrane, apparendo familiari nella consuetudine. Questa continua trasformazione si porta incertezza e a volte diffidenza. Vorrei che prevalesse un senso di pacifica mescolanza. L’abbaiare umano appare brutto alla costruzione di una cittadinanza mischiata.

Vedo una lenta conversione nell’intimità dello spazio del mio respiro. Da una parte, il rimbombare sordo dei richiami distrae l’intento. Dall’altra, ci sono questi momenti in cui il peso dell’obbligo si fa pesante. Vorrei andarmene, lasciarmi alle spalle ombre e comportamenti abituali. Ma, a quanto pare, non si va via da vivi. L’esistenza è una pelle colorata che rimane, continuando a influire fin dentro ai ricordi altrui. Va bene! Oggi guardo fuori per ciò che la città permette di fare, vagolando tra cielo e il suono di un traffico che si intensifica. Scorro le possibilità che rimangono e un po’ mi rattristo. Arriva trafelata l’annunciazione di un pericolo, tra i corridoi infiniti delle istituzioni umane. Piccole vite agitose che s’affannano ad accondiscendere ad altrui intenzioni. Questo è il racconto di un me stesso frainteso. Vuole anche essere un ricordo delle fila frammentate del rimembrare. La pedagogia, sigillata nei saggi o nella scrittura, fatica a prendere vita nell’atto incarnato. L’esempio è sempre un’azione contestualizzata in un dato quadro di oscillazioni emotive e sensoriali. Senza il campo dell’accadere, non è possibile narrare qualcosa che non appartiene a quel medesimo campo. Respiro e… sono; espiro e… non sono.

Così! Lentamente invecchiando tra il calpestare delle foglie morte, con lo sguardo rivolto verso il cielo. Le anime isolate che si aggirano tra i giardini pubblici non si riconoscono per l’incuria del tempo. Il grigiore della trasparenza ha reso opaco lo splendore della luce. Ed io, che borbottando insisto nel camminare intorno a questo pezzo di terra ritagliato dal cemento, osservo questi giorni che si inchinano allo spumeggiare delle risate giovanili. Mai del tutto sveglio, mi porto dietro i sogni della notte. Ti vedo sempre giovane nel momento in cui ti ho amato. E niente scalfisce quell’attimo eterno, come eterno è l’essere che è.

Strani giorni in cui la testa ciondola come un giocattolo rotto. Non c’è un motivo, ma d’improvviso si smette di funzionare. Si annaspa negli anfratti della lentezza e dei pensieri che sfuggono. Si inizia a capire meglio la consistenza dell’aria, poiché nel muoversi attraverso si percepiscono le asperità. Ho contato le ore come un rosario nell’insonnia, con sogni da veglia. Tra me e il luccichio della sera, i suoni che abitano intorno a me.

Il mattino arriva aggiustando le cose che si sono allentate dai luoghi comuni. Da sghimbescio e col collo storto, si ritorna nei ranghi. Il richiamo della falena ha lasciato la valle per il momento, e tutto può iniziare di nuovo. È difficile farsi capire, o capire come comprendersi. Le parole, da sole, sono simulacri che, se non ravvivati, sembrano steli di un albero secco. Sento il rigore e la solennità del finale di partita. La radura ora ha un limite con un abisso visibile poco innanzi. Non so se sono in grado di guardarci dentro; il timore della dissoluzione è così profondo da paralizzarmi.

Conto i giorni per dividere i momenti, formando degli insiemi. Una schematizzazione degli eventi in quadri sovrapposti. Nella pratica, un gioco passatempo sull’orlo dell’abisso.

Spolverando invisibili presenze tra le pieghe delle cose intorno. Improvviso una danza nella pulizia delle stanze. Un senso di utilità e di rinnovamento delle consuete situazioni. Arieggiando lo spazio per il capolino della nuova stagione. Il sopravvivere passa accanto alla capacità di vedere il vecchio come nuovo. Lo stupore che l’oggetto capovolto è un’altra cosa da ciò che era. Il suono sovrastato dallo stridore di un aereo in decollo si trasforma in altro da sé. Il rinnovamento dell’eguale che distorce la visione in una fiaba narrativa sulla magia del cambiamento. Più la mutazione si espande maggiormente il corpo si radica nelle radici profonde della terra. Porto i saluti a persone immaginarie che affollano il sentiero della sera. Rispondono con un leggero chino del capo senza gesti eclatanti ma sobria attenzione. Sarebbe semplice un’altra vita senza schiamazzo. Senza quell’innutile sovra abbondanza comunicativa che stordisce i sensi. Un calmo fluire della trasformazione del crescere e morire senza enfasi o drammaturgie della fine. Dal libro aperto ed in parte abbandonato sul leggio. Leggo alcune frasi senza cercare di afferrarne il senso. Solo gusto del suono che nel silenzio riverbera nel corpo. Sembra quasi come il gesto del cogliere fiori immaginari. Dal profumo interiore scaturito dall’immaginazione.

I treni sbuffano nella mia testa, mentre il viaggio si fa strada nell’incavo di un desiderio. Una velocità ridotta, come nelle locomotive con panche in legno. Da ragazzo, il ricordo della tratta Cremona-Mantova si presenta intatto: i treni antichi che attraversano la pianura di quei giorni. Più che un viaggio, è stato un sogno con avventurose visioni. Il sapore della pianura è simile a un pianto nel mattino che si trasforma in trasparenza nella sera. Le zolle eruttano la vita che si estende tra i tracciati dei fiumi, un tempo pieni d’acqua ed oggi evaporati in altri luoghi.

Un giorno, il treno ha sostato nel mezzo del nulla, trasformando il viaggio in una scampagnata tra amici. Per un tempo imprecisato, si è temuto di restare lì per sempre, sperduti come l’incontinenza delle parti di un sé che si dileguano appena il dubbio s’insinua. La sensazione di evaporare come memoria al vento, mentre le parole tornano al solo segno. Cerco di districare il presente, che spinge ad azioni per essere tale. Una leggera ansia dipinge il quadro in minaccia, con la possibilità di restare intrappolati nella falda delle cose perdute, dimenticati nelle tasche dei vecchi vestiti abbandonati in armadi scricchiolanti.

Quanto pesa la pioggia sul corpo? Mentre guardo in alto, sentendo le gocce che scivolano sotto i vestiti. Mi faccio domande stupide quando la realtà mi appare sconosciuta. I giorni si trasformano in creature fameliche; solo la notte ha il potere di dilatare il tempo. Di fatto, le parole notturne difficilmente trovano casa nel giorno. Uno scarto o frattura che accompagna lungo una vita tra il chiaro e lo scuro. Il treno è poi ripartito sbuffando come un vecchio brontolone. Rivedo quella distesa di campi e colgo l’odore della terra essiccata dal sole. I treni hanno definito la cornice della storia, incidendo l’aria con la loro forza.

Manutenzione dell’educatore 2

Nell’aria rarefatta della sera, le colonne dei porticati si muovono con il vento. Anche se razionalmente non è possibile, credo che sia utile pensare che sia possibile. L’ascolto profondo di ciò che ci circonda gode della necessità di ogni bizzarra mutazione. Confinare il giudizio nella stabilità del consueto non rende un buon servizio all’educatore; anzi, lo trasforma in un contabile nella classificazione archivistica. Un mestiere nobile, certo, ma che con il pensiero creativo non ha nulla a che fare.

Nel gioco delle forme da inserire nei vani, è sempre meglio commettere errori tentando consapevolmente di inserire, per esempio, una stella in un quadrato, piuttosto che indovinare al primo colpo. Questo approccio preclude la possibilità di quel giorno in cui la stella potrebbe diventare un quadrato.

Una delle regole a cui tengo fede nel colloquio è quella di dare per veritiera la narrazione riportata. Non applico nessun filtro pregiudiziale, ma rispondo, se necessario, nei termini del contenuto espresso. Di solito, il tempo della relazione, se si concretizza, aggiusta i discorsi da sé. Lavorare anche su rendiconti palesemente inventati o aggiustati non è una perdita di tempo; è, piuttosto, un ascolto profondo della persona in quanto tale. Nella relazione d’aiuto, la verità e la falsità sono estremi forvianti: la via di mezzo è il posto ideale dove stare per comprendere la sofferenza sottostante al discorso.

In ogni caso, nel narrare, non c’è mai nulla di veramente vero o di veramente falso. È come per i fisici, che cercano di afferrare la visione della particella o dell’onda. Oppure come il vibrato su una singola nota di uno strumento ad arco. In tutti questi casi, la mancanza di certezza rappresenta la ricchezza della visione e del sentire il reale. Con l’età, ho l’impressione che molte cose si riducano d’importanza. Anche l’orgoglio anfitrione, custode della difesa dell’onore, sembra sciogliersi. Ammettere errori e cazzate diventa più semplice, soprattutto quando si lavora sul cambiamento altrui. È facile consigliare la cosa giusta da fare a chi non sa interpretarli o non ne vede l’opportunità; altrimenti, non ci sarebbe il problema. È facile pensare che basti dire la cosa giusta per essere d’aiuto. Alla fine rimane una riflessione interiore. È sufficiente “essere un ormeggio saldo” per alcuni; una presenza stabile da offrire a naviganti in tempesta. A ognuno è dato di diventare capitano del proprio vascello, anche da ubriachi o allucinati dalle sirene del mondo fattuale. C’è sempre un porto possibile tra gli scogli battuti dai flutti.

Il problema dell’eccesso nel consumo di droghe è complesso e dipende fortemente dal contesto sociale in cui ci troviamo. La costruzione di un narrazione patologizzante è influenzata da valori morali e da norme convenzionali che variano da una società all’altra. Ciò che intendo dire è che il desiderio di stordimento, di “sballo” o di uscire fuori da sé è intrinsecamente legato al nostro specifico contesto sociale.

Nell’Occidente, ad esempio, la base culturale alimenta un consumismo verso prodotti a base di droghe. Pertanto, quando si progetta un cambiamento, non possiamo trascurare ciò che sfugge al nostro controllo. È fondamentale riconoscere che il processo di consapevolezza riguardo al proprio problema avviene all’interno di una struttura sociale rigida e cronicizzata. Quindi l’alternativa più efficace per affrontare l’avversità è interpretare il senso della realtà che ci circonda in modo funzionale.

Ogni mattina, l’alba si presenta puntuale e instancabile; in apparenza, nulla cambia. Tuttavia, il significato che associamo a ogni nuovo giorno è ciò che definisce la nostra esperienza. Il nostro potere risiede nella capacità di osservare l’alba e decidere se percepirla come bella oppure brutta, e in base a questa percezione, vivere il nostro tempo in maniera favorevole o sfavorevole.

I contorni delle figure si fanno labili. Persone entrano ed escono dal campo del sentimento. Le sensazioni sono azioni che ci attraversano e formano la coesione. Non esiste neutralità nell’incontrarsi; la stessa neutralità è un sentimento, quindi un’azione. Ci si incontra realmente ogni volta che ascoltiamo le narrazioni. Ne veniamo cambiati e, se il pensiero di “non essere coinvolti” sfiora la nostra coscienza, è un segnale d’allarme con cui il corpo risponde a una possibile minaccia. Niente di male! È un pensiero legittimo che va accolto e ascoltato. Semplicemente, ci troviamo di fronte al nostro limite di accoglienza empatica.

Per superare barriere o ostacoli, serve riconoscere l’ostacolo interno: l’armatura che ci consente di difenderci e, allo stesso tempo, ci impedisce di sentire il mondo dentro e fuori di noi. Smemorati di noi stessi, ci priviamo della possibilità di cogliere le emozioni per sopprimere quelle interiori.

Seduto a gambe incrociate, senza seguire una particolare tecnica, semplicemente mantenendo la schiena dritta per evitare problemi di postura, lascio trascorrere dieci minuti in cui cerco di mettere a tacere i pensieri. Focalizzo solo il respiro, che guida l’acquietamento verso la calma. Non serve pensare a niente; anzi, è meglio non pensare affatto.

Da piccoli, il mondo si aggiusta nella visione fantastica della trasformazione. Gli oggetti diventano altro da sé, prendendo vita in essenze che oscillano tra l’interiorità e la realtà. Il disegno del fato si combina con la misura della necessità. Ciò che può essere da fanciulli non può non esserlo anche da adulti. Per salvare la creatività dall’omologazione costante delle consuetudini, è necessario tornare alla mente infantile, creare storie fantastiche e sostare nel tempo dell’indefinito, dove le cose possono essere altro da sé. Allenare l’intelletto a permanere nell’indefinito e nel campo impreciso della possibilità non ancora espressa è fondamentale. Giocare è un sano allenamento al pensiero logico.

Dalla finestra in ombra, i rumori gocciolano all’interno attutiti. Nel cerchio formato dall’intento, li lascio sostare senza percepirli nella loro essenza. Cento parole al giorno è la pratica Zazen in versione stesa a letto. Nella sospensione, seguendo il respiro, scrivo o lascio scrivere. Digitando sul tablet, i segni di una lingua che salda la terra con il cielo. Cento parole che risuonano negli angoli della stanza. Alcune, deformate dal senso, si spiaccicano lungo i limiti del campo visivo. Se la respirazione si fa profonda, il segno diventa suono, in una immaginaria tastiera sfiorata dal tocco delle dita interiori.

Alla fine, la consapevolezza si riduce a una questione di respirazione. Prestare attenzione a essa è ovvio, poiché non possiamo farne a meno. La respirazione è vita e crea un ponte tra i due mondi che tendiamo a separare in “fuori” e “dentro”. In realtà, questa divisione è una semplificazione della realtà. Non esiste un confine netto che corrisponda alla pelle; la nostra percezione si estende ben oltre.

Questa considerazione è valida per le pratiche di ascolto e, più semplicemente, per l’arte della cura. Allenare la consapevolezza attraverso il respiro è fondamentale; è il modo per arrivare a un ascolto profondo. Il fulcro di ogni lavoro educativo è chiaro: non c’è educazione senza educarsi. Anche le parole richiedono attenzione; quando calano le ombre della sera, la polvere si accumula se non vengono rinnovate. Come tutte le cose soggette a decadimento, anch’esse necessitano di una costante rivitalizzazione.

Nei momenti di pausa, possiamo riconsiderare le parole più ricorrenti empleate nelle nostre relazioni. Osservarle senza afferrarle, lasciandole sospese davanti alla nostra coscienza, ci permette di rivivere quella prima volta in cui ne abbiamo colto il significato. Così, rinsaldiamo una conoscenza autentica con il nostro strumento di lavoro. Nulla è dato per scontato; è nostro dovere prenderci cura del linguaggio.

Anche la nostra mente appare tripartita, riflettendo una scala evolutiva. La reattività agli stimoli, interni ed esterni, segue un filo che ci lega alla preistoria e oltre. Questo viaggio fantastico lo percorriamo incessantemente, spesso senza rendersene conto. Attraversiamo ere geologiche e ogni volta ci troviamo di fronte a paesaggi sconosciuti. A volte basta solo un po’ più di attenzione per cogliere la vastità di ciò che portiamo con noi.

Pensare di essere una singolarità equivale a ridursi a un semplice oggetto tra tanti. Al contrario, accettare di far parte dell’evoluzione significa aprirsi a tutto ciò che esiste. L’intuizione filosofica trova conferma nella complessità del funzionamento organico, sempre più sofisticato. La tecnica gioca un ruolo importante nell’educare; l’essere umano è tale per l’uso che fa degli strumenti che trova nella natura e trasforma. Tuttavia, la tecnica può accecare e, nella miseria del pensiero, può sembrare superiore all’umano stesso.

Pertanto, la consapevolezza, priva di fini o domini, rappresenta uno stato che consente di esistere in compassione con il percepibile, nella misura in cui si è capaci di sentire il mondo. Tra il mio occhio e la visione si stende un mare di picchi increspati e di natura infinita.

Nella finale di una partita, la noia può farsi strada. Uno sbadiglio può riemergere dal fondo di un pensare insensato. Così, poco avvezzo a rimanere incauto di fronte all’arrivo degli eventi, posso essere sorpreso dalla bellezza dell’insieme non distinto. Questo per dire che un altro buon esercizio è lasciarsi andare alla noia, dimentichi di noi stessi, senza prenderci troppo sul serio. Lasciamo che il corpo si prenda il suo spazio e tempo, non ostacolando il fato, ma permettendo che le concatenazioni avvengano e basta. I suoni diventano suoni, i canti sono canti, il cielo è cielo, il tutto è tutto. In lontananza, tuoni attutiti risuonano; l’impressione è quella di una valanga che cammina verso di noi. Un po’ di vento piega le forme in asimmetriche sostanze. I passi rintoccano a ritmo, dileguandosi. Aspetto che ogni cosa si taccia per restare al riparo nell’ombra. L’intimità arrugginita, spesso abbandonata e inascoltata, reclama attenzione dall’angolo di un ring, dove assiste impavida alla dissoluzione di un sé. La neurocezione inconsapevole può diventare consapevole ricucendo lo strappo litigioso tra mente e corpo. Che alla fine sembra che nessuno abbia voluto, ma che di fatto determina l’esistenza. Il viaggio è un atto del cammino di un’esistenza, un percorso costruito da domande, sospese nell’aporia degli albori aurorali. Forse la domanda è l’atto che più incarna il vivere la realtà. Le risposte fanno parte della sconfitta; sono punti d’interruzione che esprimono la potenza di sopraffazione. Nemmeno Dio sa spiegare a Mosè chi “egli sia”, se non con un generico “sono ciò che sono”: più una domanda che una risposta. Quindi, l’educatore è un equilibrista del saper chiedere, senza cadere nella rete delle risposte; un funambolo socratico che apre alla possibilità, lasciando che il pensiero scorra libero tra gli enti indeterminati.

Manutenzione dell’educatore 1

Per ascoltare, bisogna sapersi ascoltare. Si tratta di un ascolto attento, non superficiale, sia dei propri pensieri che delle sensazioni corporee. È una pratica quotidiana che può salvarti dall’esaurimento. Questo vale un po’ per tutti, ma io mi rivolgo a coloro che, come me, praticano l’ascolto per lavoro. Cosa vuol dire ascoltare il proprio pensiero? Semplicemente esserne consapevoli. La narrazione intima di sé costruisce il senso della propria identità, che non è da dare per scontata; segue le fluttuazioni delle relazioni tra noi e il mondo. Pertanto, la produzione ideica, o meglio, le caratteristiche volitive, fanno sì che il nostro comportamento agisca di conseguenza. Se tutto ciò avviene senza consapevolezza, il nostro atteggiamento verso l’altro risulta guidato da azioni e reazioni casuali, con possibili conseguenze dannose sia per noi stessi che per l’altro. Una buona manutenzione del sé non è fatta di controllo, ma di uno sguardo consapevole sulle reazioni e le fluttuazioni emotive nel corso delle relazioni. Anche nel silenzio con l’altro, il corpo comunica; nel modo di occupare lo spazio apparentemente vuoto, non si può non comunicare.

Per un buon allenamento, si può dedicare durante la giornata dieci minuti all’ascolto di sé. Basta restare fermi in una posizione comoda e passare in rassegna tutte le parti del corpo, assumendo semplicemente uno stato d’animo rivolto a lasciare andare tutte le tensioni riscontrate. Questo addestramento, una volta entrato nella propria routine, è utile applicarlo anche durante le relazioni, modulando così le nostre risposte in modo consapevole a chi ci offre la narrazione della propria esistenza. Per riprendere possesso del proprio corpo, va ascoltato; non si superano gli ostacoli pensandoli, ma saltandoli o aggirandoli. In funzione della consapevolezza, si può inserire una routine quotidiana di semplici esercizi che non richiedano troppo tempo e fatica. Vanno bene anche i vecchi esercizi imparati durante il periodo scolastico, i quali possono essere eseguiti in qualsiasi luogo e con qualunque abbigliamento. L’importante è imporsi alcune regole: senza sforzo, lentezza, assenza di finalità performative, ma solo costante attenzione alla respirazione corretta e al movimento, silenziando la narrazione ideica interiore.

La ruminazione è nemica del sentire e del sentirsi. Per essere buoni ascoltatori, è essenziale tacitare la narrazione interiore. È utile smettere di cercare una spiegazione per ogni cosa, e a volte anche prima che venga fatta una richiesta. Nel colloquio, non è necessario fornire risposte ad ogni costo; non si è performanti in base ai discorsi prodotti. Nella relazione, si è competenti in base alla capacità di “stare” in presenza con l’altro. La prima persona con cui “stare” siamo noi stessi.

Proviamo a sederci comodamente e a contare le inspirazioni e le espirazioni da uno a cinquanta. Nel tempo trascorso con noi stessi, valutiamo la nostra capacità e il nostro benessere nel sentirci soli. Chiediamoci se ci pesa, se ci annoia, o se ci sentiamo stupidi… e se si intromettono pensieri intrusivi oltre al semplice conteggio dei respiri. Questa pratica quotidiana ci offre la misura della possibilità di ascoltare un altro oltre noi stessi.

Per avere credibilità nell’approccio educativo, la semplicità della postura ci rende accessibili. La complessità narrativa va risolta in un sorriso rassicurante e conviviale. Il rumore si insinua nel pensiero e il corpo si irrigidisce. Il respiro diventa corto e un senso di paura diffusa colora l’aria di veli minacciosi. Questa oscillazione, descritta tra sicurezza e insicurezza, si verifica mille volte al giorno. Non ne siamo consapevoli; nella maggior parte dei casi, la subiamo. Alla fine, ci presenta il conto: malattia e ansia generalizzata.

Per difenderci, indossiamo l’armatura della sicurezza, seppellendo sine die le sensazioni, sia in uscita che in entrata. Chiudo gli occhi per lasciarmi andare. Provo a scivolare via con ciò che chiamo “sé”, dalla sommità del capo alle altre parti del corpo, sostando tra le pieghe dei lombi e tra i trascurati piedi, fino all’inerte mignolino. Poi… tento il salto verso ciò che è definito il “fuori di me”, ma “hai me”… di solito mi faccio male e torno a essere “sé nella testa”.

In qualche modo, si può andare a zonzo tra i suoni e l’aria che sfiora la pelle. Il buddhismo ha provato a insegnare un modo di camminare consapevole, ma noi, figli del “concetto”, lo consideriamo una perdita di tempo. Camminare lentamente, sfiorando con lo sguardo l’immediato oltre, senza pensare e senza un “dover fare” qualcosa. Tuttavia, quando si pratica il camminare per camminare, qualcosa succede. Nel tempo, senza cercarlo, ci si trova nel mondo e un po’ dell’infinito imperscrutabile ci “passa accanto”. Nella descrizione di alcune faccende, il linguaggio risulta limitato. A volte, la poesia o l’arte indicano lo spazio metafisico. Eppure, annaspiamo ancora analfabeti nel mondo, senza comprendere ciò che siamo, sempre se effettivamente siamo qualcosa.

Nella forma obsoleta del passato cerco il filone minerario della giovane visione delle parole. Esse sono agglomerati di senso che possono avere il potere del cambiamento. Sono scandite nella forma della lingua con cui si nasce, un’unione viscerale che, tra suoni, odori e colori, rappresenta l’imprinting con la terra di nascita. Tornare periodicamente all’origine, pensando agli antenati, è un segno di rispetto e una forma di ricapitolazione identitaria. Si tratta di una pratica di radicamento alla Terra, utile a sostenere la solidità dell’esistere, soprattutto tra flutti contrari e contrastanti che minano il senso di sé unitario.

Fermo con le gambe leggermente flesse, lascio che tutti gli arti pesino verso il basso. Porto l’attenzione ai piedi piantati al suolo, mentre la coscienza dall’alto si sposta verso il basso. Respirando, se voglio, posso lasciare che il suono della voce esca dal basso, salmodiando. Basta poco, qualche minuto, ed il saluto agli antenati si trasforma in reciproca benevolenza.

Le viscere sono l’indicatore di come stanno le cose. Nella volontà chiusa della mente le incombenze vanno avanti a furia di sforzi mentali. Non si ascolta il discorso ben più veritiero del ventre sullo stato del proprio corpo. Ci si dimentica delle parti coperte che nascondiamo sotto i vestiti. Così che la metafora che guidiamo noi stessi dalla testa sembra vera. Un buon esercizio senza impegno è stare nel letto un dieci minuti in più. Portando l’attenzione nelle varie parti del corpo. Dal centro verso le periferie. Finché con la pratica si comincerà a “essere” le parti del proprio corpo attenzionate. Sono semplici accorgimenti che permettono una manutenzione della nostra consapevolezza. Quello che voglio dire: “se ci riesco”. É che alla fine non è una maggiore attenzione del pensarci a renderci consapevoli. Ma al contrario la consapevolezza di sé è “una” e si esprime “in sé “. Perché nel pensarci si è già in due: il pensato ed il pensante. Negli esercizi l’intento è di diminuire la dualità in un corpo che sente e agisce “punto”.

Nel mestiere educativo lo strumento principale del proprio lavoro è la presenza. Cioè sé stessi e le molteplicità di espressione e capacità di comprendere. Per cui sarebbe scontato (ma non lo è), un discorso ed una pratica sulla manutenzione di sé. Dal mio punto di vista non c’è una modalità unica di pratica manutentiva. Ma è l’acquisizione attraverso l’ascolto profondo del proprio corpo. Di pratiche che vestono in modo adeguato ciò che siamo, rispettandone le peculiarità personologiche. A volte come indicó il Buddha, basta sedersi e ascoltare il respiro, e…null’altro.

Pioggia semiotica

Sì, oggi non ci sono eventi. Fermi, immobili al palo che indica la radura, bruciata dal fuoco solare. Niente si muove; un tacito assenso all’immobilità. Le frasi sospese nel vuoto si scolorano, lasciando cadere una leggera pioggia d’inchiostro. La semiotica ricopre, come neve, la città, adornandosi dei segni del futuro. Una certa volontà di uscire da questo dramma della chiacchiera si percepisce in giro, ma sono spruzzi che spesso non intaccano la consuetudine. Sono curioso, nonostante l’età, e vorrei aprire ancora parecchie porte. Ma, come al solito, il destino lascia che l’apparire decida i soggetti. Raccolgo, rovistando nell’erba, i primi fiori che la natura ha già scartato. In viaggio come ogni mattina, inseguo le parole che si lasciano catturare, a volte facilmente, spesso incespicando. Come da fanciullo, quando l’italiano doveva essere estorto faticosamente al dialetto. I volti dell’antica compagnia sono rimasti fissati nella gioventù. “Chissà che cambiamento possa essere avvenuto”. Le schermaglie mattutine con i ricordi sospendono, per un attimo, il presente. Sembra quasi di respirare e di non sentire il tempo che sta scadendo. Le luci della ribalta appannano il senso della presenza, come essere dentro a un film in bianco e nero. Piccole commozioni quotidiane per evocare uno spirito assonnato.

Non c’è nulla che possa fare o dire. Ogni giorno si ripetono torti e cattiverie, ma si ripetono anche gesti affettuosi e amorevoli. Tuttavia, nel clima complessivo, emergono sempre gli aspetti peggiori. È un fenomeno strano dell’essere umano che si impone l’etichetta della cattiveria come prevalente. Questo può dipendere dalla mania classificatoria: ogni azione deve essere inquadrata in un’etichetta, in una diagnosi, e generalmente ha un risvolto stigmatizzante dal quale è difficile liberarsi. Anche l’individuo stesso, per avere il controllo di sé, adotta una forma di classificazione dei propri atti, dalla quale dipende per trovare una regolarità nella propria quotidianità.

Nella speranza di uscire da questa spirale, si può essere indotti a compiere atti insensati. Essere un po’ sciocchi, in qualche modo, produce anticorpi contro la mania classificatoria. Ci si dimentica frequentemente del mondo e di se stessi, cercando solo di vivere la giornata. Nel rispetto del lavoro altrui, gli anziani che visitano i cantieri praticano una forma meditativa sul presente. Quegli anziani invece che sono molesti rappresentano la percentuale che non ha ancora compreso nulla; desiderano, in modo erroneo, sentirsi ciò che non sono più.

Il pensiero si trasforma in un flusso di parole confuse: non sempre è utile cercare di governarle. Talvolta, lasciare andare il pensiero è come osservare un ruscello scorrere. Questo atteggiamento calma il corpo e aumenta la sensibilità alle sensazioni.

Insisto nell’andare a zonzo senza piani precisi in testa, stanco delle continue previsioni che si rivelano poco efficaci. Nella confusione dei fatti che si intrecciano in una forma di nonsenso, mi rifiuto di cercare a tutti i costi un filo conduttore. Anche il concetto di caso è un modo per cercare ordine nel divenire. A volte credo che il nostro tempo venga sprecato nel tentativo di costruire una narrazione che formi una storia coerente; per fare ciò, è necessario ignorare gran parte della realtà. Gli incubi ricorrenti riaffiorano dai fondali; sono come sentinelle dell’esistere, così come si è. Nelle nuvole interiori si intravede l’azzurro, che colgo per rianimare il mattino dall’abbandono notturno. Di fatto, non riesco a liberarmi del sogno, che segue l’ombra della normalità in agguato al prossimo appuntamento. Quante informazioni scorrono senza essere notate? Anche oggi, tra persone disinvolte, si erge una convenienza: un “far finta che” che alla fine diventa la norma. Apro e chiudo la porta. Sul ballatoio si gioca una partita; passando oltre, si può finalmente scorgere il giorno.

Mani rugose

Le forme che vedo si schiantano al suolo, perdendo significato. Davanti a me si apre una strada scura, priva di oggetti. Inoltrandomi, le parole restano indietro, e il tempo sospeso sibila attorno. Ora sento le note musicali rovesciarsi nelle vie lasciate libere, e i suoni dipingere nuovi edifici senza muri. Strette di mano e sorrisi sono i ricordi, mille volti che si susseguono in un intreccio di relazioni che, alla fine, compongono una sinfonia. Da una parte all’altra, richiamano le allodole o altro. I timpani impongono un ritmo, per cui il tempo sembra scorrere. Ti scuoto leggermente, perché non riesco a restare solo in balia dei suoni e delle ombre.

Ed è ancora per strada che si compie il rito della violenza tra poliziotti e manifestanti. Un esorcismo che perdura dalla nascita dell’Occidente. Semplifica gli animi e rende facile il scegliere. Nell’ignoranza di ogni arroganza, in qualche modo inesplicabile, è più facile vivere. Ora che i tuoni sono tornati a farsi sentire come un anticipo di stagione, la gente è confusa su ciò che l’aspetta. Una sensazione fugace di insicurezza, che scorre via come il traffico quotidiano.

Sono ombreggiature di colore che vanno dal nero al grigio, increspando l’aria. Anche i tumulti si fermano per cena, mentre alcune coppie si tengono per mano passeggiando in silenzio. L’odio convive beatamente con l’amore in aperture di senso nella natura. C’è stanchezza nelle forme del “dire,” e quindi si è passati ai fatti. Ma i corpi logorati dall’inefficienza sembrano marionette mal riuscite.

Dagli schermi, i giornali tessono un racconto del mondo, quasi mai veritiero, ma sfumato secondo il bisogno commerciale. Diciamo che il tentativo di una narrazione oggettiva è sempre secondario a una cronaca interessata. Vecchie mensole scricchiolano sotto il peso di vasi antichi, con steli rinsecchiti ormai morti per un risveglio improbabile. È la cornice di una decadenza a cui mi adeguo nel silenzio.

Le mie mani si fanno rugose e tremolanti. Le emozioni irrompono, invadendo gli spazi quotidiani. Vorrei immergermi nelle storie del passato e superare le barriere con una vitalità inaudita. Ma guardando intorno, vedo la mutazione e resto fermo nel crocevia dei desideri. È il momento di riposare, di lasciare andare, di fermarsi. Quanti ritorni a casa sono passati? Quante partenze rimangono sospese? Tornando al punto in cui la sorte indica il suo esito, scopro che in questa rassegnazione posso trarre beneficio e apprendere ad apprezzare ciò che esiste.

Sempre di più, la volontà di manipolare il mondo si esternalizza, mentre le nuove intelligenze si appropriano della nostra sicurezza esistenziale, indebolendo il nostro mondo interiore, che sembra prepararsi a un letargo glaciale. In questa nuova era, i cultori della profondità dell’inconscio sono considerati bizzarri e restano ai margini dell’impero, simili a reietti che custodiscono il sacro, imitando i monaci medievali, custodi del sapere e della parola scritta, alimentati dalla creatività del pensiero.

La difficile danza tra progresso e rispetto del corpo è complicata dall’illusione della potenza. La fine o l’inizio di una relazione è compresa nello spazio delle fluttuazioni: un vasto reticolo di esseri che sta fuori e dentro il corpo. Quel tipo di corpo che abbiamo l’abitudine di attribuirci come nostro. Le fiabe da sempre svelano le connessioni che non vediamo, raccontando storie verosimili, più vicine alla conoscenza.

Dai tratti che vedo allo specchio, riconosco solo una parte di me; altri sembrano sconosciuti. È sorprendente come la certezza si sgretoli in fretta, franando sull’illusione del riflesso che mostra ciò che l’occhio nega. Sono pochi passi tra universi inconciliabili: la ragione non sarebbe in grado di sostenere l’incoerenza estrema, per cui si salda decisa al di qua del guado.

Avere fede

Quando il sole appare tra le stanze, il calore del cuore risana il discorso. Nell’inverno, è un ospite gradito nel rischiarare un evento o nel semplice trascorrere del tempo. Mi intriga perdermi nei giochi di luce e tra le proiezioni delle lamelle che attraversano l’aria. Comprendo poco il mondo che parla, non percepisco più i significati. Ma odo grugniti e sentenze, come all’interno dell’inquisizione di un potere supremo. L’impressione è che le persone interpretino una parte confezionata dalla virtualità, perdendo il senso identitario nei confronti di sé.

Da bambino, la distanza approssimativa tra i luoghi stava nella fantasia e nel gusto del momento, in un’area che copriva l’indefinito senso di ogni cosa. Anzi, le cose non erano ancora cose. Ora, a volte, ritrovo quella stessa sensazione: spaesamento e incertezza iniziali per mancanza di perni stabili. Ma poi mi rendo conto che sono inutili, e hanno ragione i bambini nel lasciare che il mondo si rinnovi ogni volta nel momento dello sguardo. Lasciar andare, piano, un po’ per volta, per dileguarsi nell’aria, senza il fardello di un’identità che ha solo creato pesantezza e sofferenza. Oltre quella altura, altre ancora più alte incrociano la mia fede.

Fede o avere fede: non so se sia un atto di speranza o una credenza spicciola. Ciò che mi è chiaro è che in molte situazioni la fede salva. È un atto spirituale, trascendente rispetto a ciò che ci è immediatamente presente nel significato e nelle abitudini comportamentali e biologiche. Se si è immersi nella disperazione o prigionieri di qualsiasi genere, avere fede in un oltre che salva apre il cuore a un mondo di significato positivo che la fattualità del momento non percepisce. Se la volontà è volontà di potenza, la fede è la volontà che l’esistere abbia un senso; inoltre, l’amore non è solo uno dei sentimenti, ma è il senso stesso dell’avere fede. Nella malattia o nella dipendenza patologica, alla resa dei conti, il miglioramento avviene principalmente grazie all’avere fede. La tecnica cerca di imbrigliare in procedure e protocolli il processo di cura, specialmente nel campo delle dipendenze. I risultati positivi si ottengono spesso grazie a un atteggiamento irrazionale. Lo dimostra il sistema degli Alcolisti Anonimi, che da anni detiene il primato di esiti positivi. E ciò avviene per mezzo di un sistema di credenze o “passi” che hanno a che fare con la fede o con la volontà di speranza in una trascendenza.

Non basta la tecnica; per l’essere umano è vitale respirare la sensazione dell’otre. È necessario avere uno scopo che vada oltre la mera fattualità, sapersi immergere nella fede in cui ci sono sempre colonne d’Ercole da superare e profondità interiori in cui immergersi per scoprire sé stessi. Il tempo, in fondo, è solo una scatola che racchiude eventi finiti in un mare senza tempo. La volontà di credere, che è a sua volta il predicato della fede, rappresenta la vera cura.

L’esperienza di stare con i consumatori di sostanze, attraverso i vari approcci alla cura, non porta a risultati positivi se non ci si immerge nel mondo della spiritualità e si apre la possibilità alle persone di avere fede. È fondamentale educare i sensi a uno sguardo sul mondo che trascende la dicotomia tra interiore ed esteriore. Solo così si può riscoprire l’amore per l’esistere, condizione necessaria per evitare il ricadere nella dipendenza, che spesso nasce dalla disperazione di gestire un’esistenza priva di senso e dalla perdita della propria identità.

Per rispettare l’altro, il concetto di malattia deve essere circoscritto all’essenziale, evitando il rischio di estenderlo a comportamenti che rientrano nella libertà individuale.