Nei drammi quotidiani, le risate emergono dai corpi troppo vincolati in una stretta liturgia dell’apparire. Cerco occhi di assenso per provare un’esistenza che, per poco, sfugge, come una lepre che sembra trovarsi in un posto e poi scompare in un lampo. Nel cercare la pace, a volte si trova la tribolazione: pensieri invasivi che scavano biforcazioni di nonsenso dall’interno. La letteratura percorre tutte le vie possibili e impossibili, scavando nelle parole. Il solco della cultura può essere modificato quando ha perso il suo valore. In noi c’è già ciò che serve per guarire dalle nostre pazzie. Guardiamo a destra e a sinistra, proseguendo lungo un cammino che non porta da nessuna parte. Guardo verso il basso, nell’ombra dei passi. Dimentico ciò che accade intorno e ascolto il cuore che vuole sopravvivere. In questi momenti si chiude a volta il senso dell’indefinito, lasciando solo testimonianza di eventi passati o risorti sotto altre spoglie. Non sempre i ricordi sono solo rievocazioni; possono espandersi a nuovi presenti immanenti. Come ora, che non ricordo dove sono, ma il tempo si fa sentire ugualmente, anche se non ha nessun significato. Ti stringo la mano mentre ci sorridiamo; con affetto, sentiamo il corpo che si fida della vicinanza. Insieme, oggi possiamo guardare il mondo senza travisamenti. Questa amicizia che dai corpi respira poi nelle parole ha significati non banali, alternati a lunghi silenzi di mera compagnia. Così, la rara perla della comunanza può unire cose diverse e lontane. In questo mattino, ripenso alla compagnia e al piacere di scoprire insieme la fattualità dei gesti quotidiani. Per far tremare il cuore, non servono gesta eclatanti, ma semplice vicinanza e umiltà per lasciarsi penetrare da mondi diversi e interessanti, in quel buio stagionale che è la realtà degli oggetti umani.
Leggo tra le rughe e gli spazi scuri di chi mi viene incontro la sostanza di un’affermazione. A volte, invece, percepisco un passare inesistente, come fantasmi nella nebbia. Tra il vociare e il lamento perpetuo della sopravvivenza si apre un rifugio per viandanti. Anch’io vorrei pregare per rincorrere la fede: un credere incondizionato a quel qualcosa in più che dipinge il paesaggio d’emozioni. Avere fede, in fondo, aiuta a sostenere la fragilità che ci accompagna. Deboli, desideriamo tutto, capricciosi al punto da danneggiare il nostro stesso interesse. Ora prego, nel discorso ripetuto nella mente, con la volontà di avverare lo svelamento. Nella forma concreta dell’essere mi confondo e lascio parlare qualcun altro al mio posto. Sembra che in uno ci siano i molti, ognuno con le proprie istanze di visibilità nel giorno. Il mondo si sta giocando la propria guerra, in cui i più forti si impongono. I popoli sono imperi che consumano l’energia e l’aria stessa dei vinti. Abitare un posto piuttosto che un altro nel mondo non è indifferente; anzi, definisce la possibilità della qualità di vita e del pensiero.
Oggi, ci guardiamo il gioco del potere attraverso la finzione delle serie televisive, le quali, alla fine, sovrastano la libertà di un pensiero critico. All’alba, il chiarore tenue dirada la percezione del pericolo. Si rimane in attesa che qualcuno ci chiami, per renderci partecipi del risveglio globale. Sulle rotatorie omologate al tempo dell’obbedienza, marciamo in silenzio tra campi devastati e dune ideologiche rovesciate. Il mare è ancora lontano all’orizzonte. Di notte, a volte, nel silenzio si sente lo sciabordio: realtà o illusione, per una via di fuga oltre i confini del mondo. Nel cuore palpitano emozioni che di rado possono esplicitarsi, prigioniere di una postura che non corrisponde alla natura della carne ma alla realtà del metallo.
Il fuoco ha forgiato questo periodo particolare. Ha fatto ribollire il vivente in una volontà cieca di potenza. La pace è solo una pausa tra il fragore delle dispute. Prima o poi, la strada di casa porterà a una nuova consapevolezza. Si guarderà senza occhi, e i muscoli saranno giaciglio per gli amanti. In ogni caso, per esplorare vie nuove dell’esistenza, è necessario provare e riprovare. Guardo, chino sul davanzale, la mia realtà che sfugge, tra il chiarore del sole che oggi si mostra, scaldando le mura che tornano a mobilitare i piccoli abitanti. Chiazze in movimento sullo sfondo del paesaggio in agguato. Ritorno spesso sulle cose già pensate, ritrovandole mutate e a volte capricciose. Non si fanno afferrare e il senso scivola via, come l’acqua che ho davanti, lasciando il rubinetto aperto. Quante volte rimango smemorato? Poi riprendo come niente fosse, nella trama del tempo. Le storie che balenano nella memoria accecano il presente, distogliendo la presenza mentale. Per cui, respiro e, pensando a questo, ritorno qua. Sono tante le cose da fare o da dire. Ma mi chiedo: è necessario? È necessario che tutta questa burrasca sia, piuttosto che non sia? Credo che quando prevale il senso del fallimento, il mondo si pieghi a sghimbescio come un vecchio catorcio. La palla rimbalza tra una sospensione e una trazione del gesto. Mentre la mente se ne va a zonzo nei reticoli dell’apparire. É così che una riflessione tira l’altra mentre il corpo è impegnato a lasciare e prendere la palla. Sono i molti modi di essere presenti, o per lo meno di cercare la migliore visuale dell’accadere. Ci sono momenti in cui penso che tutto ciò sia inutile follia. Ma resto stregato da questa ossessione di bucare l’architettura della realtà. Al tempo stesso ne ho paura, ma la vertigine della profondità attrae oltre ogni precauzione del periodo.
Il tempo coglie foglie secche lungo il ciglio inesplorato della valle. L’aria è rarefatta come le sfumature delle ciglia non ancora ritoccate.