Maggio 2026 uno

Oltre lo sguardo che percepisce, l’aria modifica l’orecchio che coglie il vibrato del momento presente. È solo un istante, in cui fermarsi sul ciglio di un ponte avvia il racconto di una nuova storia. Quante parole servono a costruire un’architettura? Sono significati che si intrecciano in un senso comune, capace di commuovere di fronte al divenire caduco degli oggetti.

Lei passeggia tra un soffio e il luccichio del sole. Non so bene cosa stia cercando, ma il suo sguardo attento è di chi desidera cogliere l’infinito nei dettagli dimenticati. Oggi, si concede una giornata di festa e… sorride al compagno che rimane in disparte, ammirando quel sogno. Diverse trame si arrotolano e si srotolano, cercando di emergere. Ma in questa confusa mattina, il chiarore non appare più limpido: l’opacità incrosta la creazione in una nebulosa informe.

Ancora lei si volta, guardando di sbieco il tumulto che avanza. È la guerra armata dei corpi e dei sentimenti che sfiora l’orizzonte. Un tempo di calma che si accorcia, come la vita stessa degli amanti, senza necessità di parole, mano nella mano verso un qualsiasi riparo. Rimane solo il gioco della pelle che si incontra e si racconta.

Mentre la voce muta, non ha più aria per dileguarsi nel vento. Sono i minuti a trascorrere come ore, nell’incertezza del tempo. Niente appare lo stesso se l’animo si turba o sorride. Insieme contiamo attimi e suoni, assistendo al concerto con rispetto per la fatica dei musicisti. Finalmente, la musica si distanzia autonomamente dagli strumenti, aleggiando nella sala per assecondare i sogni di ognuno.

Un’apertura verso le infinite dimensioni dell’essere. Stare nello stesso, ma anche nell’altro, nel gioco dell’arte che spesso beffa la realtà. Sento la vicinanza che si fa amore in questo spazio intimo, privo di doveri.

Mano nella mano, passeggiando verso le configurazioni del bello. Un inizio tra sole e pioggia, con una temperatura piacevole. Non c’è età quando il confine tra i sogni si sbiadisce e le cose seguono le orme dei sentimenti. A volte, tutto cade nell’insignificanza per poi rinascere in altre costellazioni di senso. Mi dico che è solo una piccola camminata insieme. Ma oggi si apre l’orizzonte come un taglio sull’acqua e si può sbirciare oltre. Vorrei che non finisse; il tempo pretende sempre il suo tornaconto. Si insinua, cercando di porre un termine, probabilmente non ama le cose troppo lunghe. Respirando insieme, si può ottenere benevolenza dal tempo, rallentandone la percezione. Alla fine, i conti vanno pagati e si scivola lungo l’asse dell’affanno. In attesa di ricostruire la trama di un’altra sospensione poetica. Il sentimento è fuori dal tempo e si può entrare e uscirne come in una casa. Toccando le cose vive, mi commuovo e appare già in me la nostalgia della perdita. Lo spazio che si apre nelle immagini dei ricordi risucchia attenzioni che non sempre riconosco. Ma sembra roba di altri e questo mi pone dei dubbi su chi io sia. Ritorno sempre a te in cerca d’identità e sicurezza. Il gelo che avvolge l’esterno bussa con le sue pretese. Confido che, ancora per un po’, tu tenga lontano il freddo, proteggendomi dalle insidie interiori che spesso non divergono da quelle esteriori. Una colazione solitaria e semplice per cominciare. Una giornata che ne scandisce un’altra e così via. Alcune parole che cerco le trovo rintanate in vecchi bauli abbandonati. Sono scantinati del tempo, sperduti dalle mappe dei percorsi usuali. Il soffio del respiro arriva come un sussurro. Sancisce una vicinanza, o una confidenza. La solitudine che si spezza, lasciandosi addomesticare. E ritrovo la via di casa, tra vie sconosciute e persone estranee, seguendo il lieve ritmo di un palpito e il suono della tua voce.

Le sole cose che sento sono un lento frinire incuneato fin dentro la testa. Lo spazio si allenta nella percezione di un fastidioso dolore. Per ora cerco sollievo nel sonno, che incoscientemente strappa le ore al giorno. Leggo di dinastie russe decadute, sciolte e rievocate in vari paesi europei. Un mito che si alimenta con la visione tragica del romanticismo. In una realtà sociale ormai completamente oggettivata, solo in un ambito angusto e privato si può continuare ad essere persone. Nella difficoltà di restare sani, per la continua pressione di un sistema fuori controllo, dall’essere. Costellazioni identitarie che nella violenza degli eventi si sciolgono, per ricollocarsi in altri luoghi del mondo, ibridando ciò che trovano. C’è affanno nel provare a se stessi che ancora si ha un valore, per cui gli aggregati di senso cercano una disperata dimora nell’insidiosa palude del non-senso. Nel parlare con le persone si cerca sempre un minimo di assenso nello sguardo; non basta la nuda parola per capire. Da sempre la sintassi si porta con sé la carne e le oscillazioni dell’umore. La comprensione avviene all’interno dello spazio in cui tutto è contenuto nello stesso momento. Non del tutto sveglio ed infreddolito per un tempo capriccioso: “Infatti fa freddo come in inverno”. Cerco di pensare tra l’interferenza di un corpo a disagio e, dall’esterno, schiamazzi di chi il mondo gli piomba addosso come un ostacolo permanente. Cerco un pensiero che possa dare un’indicazione verso una costruzione che soddisfi e acquieti l’animo. Sono così che le giornate trascorrono dentro al pertugio ristretto dai timori di una esile esistenza. L’attenzione è sempre tesa verso indizi che sfiorano il parametro della norma. Un’investigazione che, al tempo stesso, è occupazionale e mantiene i sensi in allerta. Tra queste cose, incede l’andare e venire delle impressioni che delineano l’umore quotidiano.

La creazione rimbalza tra illusione e fantasia, solidificandosi nello sguardo di chi osserva. Una realtà presenta sempre dei margini di incompiutezza, per cui rimane uno spazio per una visione personale di ciò che ci circonda. La storia che si racconta ha tratti di verità, ma anche di invenzioni. Ogni giorno si compiono le stesse azioni. Si va e si viene da un luogo all’altro, solo per dirigersi verso qualcos’altro. Nel frattempo, si pensa senza ricordare e si risponde senza tenerne conto. Alla fine, in certi aspetti, quando ci si sofferma più del solito, non ci si riconosce più. C’è libertà nell’intimità? Vorrei poterlo credere. Vorrei avere fede che nell’intimo le scelte e il pensiero siano all’insegna della libertà. La socialità è una forma di schiavitù; ti condiziona e indirizza le consuetudini, addomesticandoti alla forma consona al resto del paesaggio. Vorrei credere che l’intimità sia tale, ma… mi sfugge il senso. Anzi, credo che forse la stessa intimità non sussista, ma sia solo un luogo d’invenzione in cui credere che esista una soggettività. Un luogo di sospensione e ricarica, come il sogno e il dormire. Nell’orizzonte delle piante e degli animali si sparge il senso d’appartenenza: sono i più prossimi che riusciamo a comprendere, mentre il resto ci appare incomprensibile. La nostra stessa natura sfugge e permane nella concretezza della possibilità statistica. Quando rifletto troppo intensamente sulla domanda fondamentale dell’essere, si apre una voragine e la paura inizia a corrodere la certezza dell’esistere. Davanti a me si erige un’oscurità piena di imprevedibili sorprese. Allora giro lo sguardo e mi nutro della luce del giorno, lasciando andare i quesiti tra schiamazzi e il traffico intenso di luoghi comuni. M’avvio verso la sera, che si chiude sulla necessità del fare.

Lascia un commento