I quadri esposti attirano l’attenzione su una parete vuota. Incrinature solcano lo spazio bianco, dilatandolo in un nuovo significato. Nell’angolo, una tastiera di pianoforte è mezza esposta dalla fascia rossa che la copre. Dita che scorrono sui tasti in una lenta melodia impregnano l’aria; il suono espande la fantasia e finalmente il quadro appare. I colori vincono sul contorno e lo sguardo rimane catturato, rimbalzando tra le linee e le curve che, in qualche modo, danno forma compiuta a una scena. Sembra una poesia o una drammaturgia recitata ad alta voce. È questione di attimi prima di passare oltre, verso una nuova ricapitolazione dell’illusione. Con pazienza, vorrei modificare il meccanismo che regola la quotidianità. I giorni canuti che m’aspettano credo sia doveroso trasformarli in felicità. Quando il corpo scricchiola, sono le cose del mondo che possono diventare più gaie. Cerco chi amo nelle vicinanze; mi basta sentire i suoni delle voci. Questo mi rassicura e riconferma che esisto in questa realtà. Spazzare la polvere dalle superfici, riordinare spostando gli oggetti da un posto all’altro. Piccoli cambiamenti di senso casalingo, sufficienti a farmi sorridere e a sentire una certa soddisfazione d’utilità. Riposo guardando quel poco di cielo che la città ti permette di vedere. Non so cosa bolle dentro! Immagini funeste come messaggeri di sventura. Non sempre si riesce a superare la soglia della sopportazione della caducità. Un improvviso malessere tinge tutto di fosco. Un’apparente cecità alberga le stanze quotidiane. Anche i discorsi cadono nel vuoto, come se l’aria si rifiutasse di trasportare i suoni. Allora grido! Muto! Cieco! Oggi non c’è pace. Il nemico è il pensiero che in me prende il sopravvento. Si rifiuta di stare nei ranghi d’essere solo uno strumento, ma vuole un ruolo da comprimario nella realtà. Cerco il sonno per spezzare, nei paradossi del sogno, le velleità semantiche del dominio.
Rovisto tra la spazzatura abbandonata: cervelli e gambe lasciate ai bordi delle aiuole. Resti di civiltà umana, essiccati dal sole e dalle pisciate dei cani. Nel mondo di mezzo, sopravvive l’abbandonato, non ancora del tutto morto. Una specie umana che, aspettando di spegnersi, si lascia andare sul margine di ogni direzione possibile. Alla fine, chi ancora corre ha imparato a ignorare la spazzatura, al punto che, se gli si incolla al culo, non se ne accorge. Così continua a trottare come un criceto nella gabbia a ruota.
Diventa sempre più difficile trovare, nella consuetudine, gesti d’umanità. Non ci si parla per comunicare, ma per prevalere l’uno sull’altro. Nel giardino immaginario al di là della finestra, stanziano ogni certezza che ci sia di più di ciò che si vede. Un paesaggio senza orizzonte, proiettato come un riflesso in ogni direzione. In questa speranza, forse, si nasconde la necessità di evadere, di portarsi fuori dalla portata della bruttezza dell’inciviltà. Una fuga non tanto inconscia dalla faticosa routine quotidiana. Io, che indicavo la Luna, ora sono nella primitiva assenza dell’indicare. E la Luna ritorna nel mito, ad indicare le stelle del firmamento.
Sono passi felpati quelli che, di notte, rintoccano nel buio rischiarato dalle luci artificiali della strada. Un piccolo racconto di suoni e luci che, prima del giorno, governano la fantasia. Una voce dice: “In quale direzione ci si orienta per superare l’incertezza del momento?” Risponde, dall’angolo nascosto: “Non si supera, ma si gira intorno seguendo l’alternanza di luce e oscurità.” E questo è tutto per questa notte d’attesa. Le distanze nei vari mondi sembrano infinite, ma niente è veramente dall’altra parte di qualcos’altro. Tuttavia, tutto sembra correre in una direzione, come il dormire che lentamente si sta trasformando in risveglio.
Dai suoni proviene una sollecitazione che invoglia a muoversi. E… all’improvviso mi coglie una nostalgia per le manopole della radio. Il “TAC” all’accensione, con la lucina. I strani rumori che zigzagano tra un canale e l’altro. Un mondo fatto di forza vissuta, in cui anche gli oggetti hanno un nome. Vivo con il cuore in un secolo diverso: l’oggi, in cui scivolare sull’informazione immateriale è il pane quotidiano. I nomi si perdono nel rumore di fondo, in un grande cimitero dalle identità smarrite. Sopra il monte, da cui guardo cosa resta del mondo analogico, vengono serviti vini e antipasti dai sapori pieni. Così, tra una chiacchiera e l’altra, si può ancora fare poesia. Vecchie pergole fanno da riparo a un sole accanito, così che evaporano nella calura le stesse immagini della realtà. Guardo intorno, un po’ sorpreso per il fatto che non riconosco il consueto paesaggio. Intorno, altri si muovono ostentando sicurezza. Ma si vede benissimo che abbiamo tutti perso ciò che siamo. Finalmente, a sera, le stelle nel cielo placano lo spaesamento. Posso guardare con meno timore gli anfratti che ricordano le strade molte volte percorse, fino a trovare la via di casa. Rifugio in cui sostare per ritrovare il silenzio perduto, un amore dipinto tra i tanti ricordi sparsi nelle stanze.
C’è un vuoto tra l’emicrania e i lati del cranio, come se strane bolle ballonzolassero fastidiose nella testa. Dopo ogni crisi, un ricominciare lento e inesorabile verso confini sempre più sbiaditi. L’entusiasmo si perde nell’abitudine, versa come polvere negli anfratti difficili da raggiungere. Vorrei essere sommerso da aspirazioni, ma il cielo di oggi mi è contrario. La fatica di tutti è il motore della Terra; essa si nutre del calore di tutto ciò che si muove, senza influenze sulla moralità di come ci si muova. Un singulto da sotto la siepe, dove i deboli si nascondono. Una concatenazione di intenti riduce la propria volontà di decidere. Alla fine è l’inarrestabile corrente che afferma un passo piuttosto che un altro. Non ricordo quante illusioni si sono spente credendo nella libertà; ma, essendo la storia un’invenzione umana, le gesta si ripetono, errando.