Giugno 26 uno

I pensieri girovagano sparsi, intrecciando significati a caso. A volte si mischiano con immagini e suoni. Il vuoto può essere un antidoto al frastuono di questo addensamento nebuloso. Rivedo nel giorno della ricorrenza un sentimento perduto. E, come al solito, giro a zonzo dentro a questo patole che alla fine mi definiscono.

Vorrei un motto di ribellione che spezzi la catena del linguaggio. Un lento agitarsi e azzuffarsi con l’aria incolore che circonda ogni cosa. L’aria che mi piacerebbe colorata e visibile mentre entra ed esce in me, così da poterci nuotare correndo e spruzzarla per gioco su ogni cosa. I sintomi di un ripiegamento in me ci sono tutti: una lenta circonvoluzione nel tratto intimo in risposta al baccano esterno. Una forma di difesa che rischia di chiudere una porta senza apertura.

Il racconto ha sempre una direzione, ma io giro in tondo, colpito dalle mie stesse parole. Incapace di uscire dal cortile di casa, lascio che le poche cose disposte intorno si trasformino nel mondo possibile. Quindi, o sono io che rimpicciolisco o le cose si fanno enormi. Sembra il mondo infantile o ciò di cui ricordo: in poco spazio e con poche cose, il tutto m’appariva infinito.

Gli scorci che si aprono dalla confusione portano ossigeno, una luce nel grigio che si propaga risucchiando sentimento. Le cornacchie nel mattino si fanno sentire, girano intorno alla casa zittendo gli altri animali. L’impressione è che facciano da padrone del territorio; di fatto, gli altri volatili sembrano in vigile attesa.

Se guardo intorno, vedo polvere accumularsi, uno strato che copre la vitalità scivolata via con l’entusiasmo. Vorrei scuotermi di dosso tutto questo, ma sento di essere intrappolato in una combinazione di consuetudini. Tra le righe del quaderno cerco la via d’uscita: c’è sempre un modo per cambiare le cose, al di qua della morte.

Il sole di tutti brilla tra le rocce e la sabbia. Un incanto di luce circonda gli oggetti, riflettendoli. Probabilmente esisterebbero anche nel buio, ma in tal caso avrebbero un altro significato. Cerco tra le smagliature della sabbia il mare, immaginando onde lontane e il fruscio che si incarna nella fantasia. Ho scommesso di sopravvivere ancora un po’, di osservare come vanno le cose togliendo l’affanno. Sembra semplice a dirsi, ma nella pratica ancora non mi riesce.

Voglio in qualche modo pilotare il cambiamento; non desidero trovarmici dentro inaspettatamente. La fragilità che da sempre mi accompagna potrebbe tramutarsi in disagio. Tra le dune dei sogni vedo i miei ricordi, distorti dall’usura e dalla ricostruzione fantasiosa. È divertente come tempo e significati si alterino in modo profondo. Nel momento del risveglio, si è altro da sé, almeno nell’identità che diamo a noi stessi.

L’inclinazione che la mia via prende è sempre di sbieco rispetto alla cosa giusta. Non riesco proprio a essere appropriato. Non comprendendo l’umano, la conseguenza è una serie infinita di incomprensioni e frasi pronunciate con la speranza di arrecare il minor danno possibile. Apro la finestra sul cortile e l’anima scivola dal corpo per andare a zonzo nella città in cui non voglio stare.

Già dai tempi antichi, gli anziani cercavano un luogo isolato per raccogliersi nella natura. La prospettiva della fine, se consapevole, ci riporta in sintonia con il mondo vegetale, animale e minerale. Un angolo di mondo che risuoni con la nostra solitudine e la fragilità del corpo. Lasciare andare le cose possedute cercando equilibrio con ciò che è strettamente necessario. Tra il più e il meno, desidererei essere con meno, sentendomi in più. Ma… lasciare comporta sofferenza e incomprensione, e non sempre il pensare porta alla decisione.

Va bene! La consolazione è rallentare e cominciare a tornare indietro, poco a poco, fino a rimirare il volo delle rondini.

Dovrei delineare delle biografie con inchiostro simpatico. Vorrei scrivere di persone senza indicarle apertamente. Questo per un intento didattico: portare un’esperienza a chi lavora con individui che portano una sofferenza ingestibile. Ma, per me, scrivere è restare rintanato nell’indeterminatezza. Per cui mi risulta difficile spiccare il salto verso il razionale. A più riprese ci provo, restando incagliato nella trappola della mia riserva.

In ogni caso, prima o poi, l’argine si spezza e qualcosa può uscire. Nell’angolo ristretto da cui guardo il mondo sembra sottosopra. Guardo dove lo sguardo me lo permette, e vedo parole che diventano cose. I contorni si chiudono in oggetti e il mondo si dispone in una rappresentazione. È così che intendo sostare nel mattino senza l’ansia di raggiungere una meta. Colgo l’occasione per ricapitolare eventi e volti che hanno significato un racconto. Tra i tanti sperduti rivedo occhi che non sanno dove guardare. La smania di qualcosa che da dentro rovista le viscere rende gli sguardi vacui e persi in un eterno altrove.

Le persone possono starti davanti, dialoganti, ma in realtà percorrono contemporaneamente già altre strade dove l’abitudine alla schiavitù ha già attecchito. Mi sono chiesto molte volte come le parole possano richiamare attenzione e con quale potere a volte ripescano dal profondo una volontà già neutralizzata. A volte succede di assistere al risveglio di una personalità che si libera dal condizionamento, e in quel momento appare evidente il nuovo modo in cui l’altro vede le cose e sente le emozioni. In qualche modo ci si contagia e si condivide un forte sentimento di vitalità.

Questi sono momenti che ripagano i molti altri, come testimone di volontà negate, ed in parte affermano anche la mia personale capacità di mantenermi sul segnavia delle decisioni possibili.

Se apri una porta, saluti il vento che ti si fa incontro. La signora del piano di sotto attende da sempre un saluto. Ma… tutti passano via, immersi in pensieri o incubi. A tratti, nel tempo, anche lei stessa dubita di esistere; tuttavia, si ripete che la casa, con le sue mura e i mobili, è solida. Se ci sbatte, fa male, quindi è presente nel tempo. Ascolta furtivamente discorsi che qua e là si lasciano catturare e si fa protagonista di storie altrui. Si vede ancora attraente e non vuole arrendersi alla solitudine. Il divenire, che sembra l’evidenza assoluta per lei, è solo una credenza erronea. Sente da sempre nell’animo di appartenere al destino eterno del prima, dell’adesso e del poi. Dalla finestra grida a quelli dell’altra parte se si sono accorti del passaggio dei mietitori. Sul selciato sono rimaste tracce dei resti identitari di chi non vuole mollare l’illusione di una definizione. La signora torna alle sue cose, come si torna ogni volta da un viaggio lontano. Con cura riordina ciò che era già ordinato, in un esercizio di meditazione sugli oggetti investiti d’affetto. Poi aspetta il tramonto come spettacolo per i sogni della notte. Qualcuno risponde dal pulpito di una cattedrale, declamando in latino anatemi sulla morale umana. Per la signora, che non ci ha mai creduto, è un divertimento ascoltare quelle ingiurie. Pensa tra sé che comincerà a frequentare i luoghi di culto. Qui è rappresentata tutta la miseria umana di tutte le confessioni, aggrappati a una fede che lascia scoperte le proprie intenzioni. Nel privato si possono bestemmiare i santi e calpestare i deboli, ma al culto ci si espone in pompa magna. Gli uccelli si chiamano tra un tetto e l’altro; forse anche loro hanno fede che il cielo non gli cada addosso.

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