Giugno 26 due

Nel marasma si sono perse le ragioni della verità. Un’idea inflessibile permette alle altre di svilupparsi. Oggi perdere senso significa perdere il mondo. Così si sente l’inquilino accanto, mentre cerca una svolta alle sue abitudini. Per anni ha combattuto il disordine, mostrando le mostrine e i sigilli dello Stato. Nelle circostanze più assurde ha riportato i cattivi ad abbassare le armi. Senza sparare un colpo o uccidere qualcuno, non è mai venuto meno al suo dovere. Ora che la bussola è impazzita, non sa più come guardare né distinguere i buoni dai cattivi. Sempre se queste categorie hanno ancora valore. Basta fare due chiacchiere con qualcuno ed ecco che le sfumature vanno a ramengo. Si è o tutto da una parte o dall’altra, come divisi in un’arena, dove non è la qualità del gioco a contare, ma per chi si tifa.

Oggi sente la Signora del piano di sopra ascoltare l’Opera in una registrazione eccellente. Non si sono mai parlati, forse solo scambiati qualche saluto. Ma d’intuito si comprendono e si rispettano reciprocamente nell’abitare vicini. È come quando ascolta vecchie registrazioni di Glenn Gould e sa di essere ascoltato dalla Signora con piacere condiviso. La semplicità delle passioni conviviali rende il rapporto buono senza bisogno di spiegazioni. Le domande ibernano nella mente come tarli, per poi esplodere in un’incombenza improcrastinabile. Così è per l’inquilino, ma anche per la Signora, quando sono presi dal vortice che significa la loro vita, che a tratti prende svolte angoscianti nel vuoto di senso di un agire ripetitivo. In questi frangenti, in cui si apre il vuoto dell’inconsistente, appare la capacità infantile di rimodellare la realtà, rivoluzionando il niente in tutto, l’opaco in colori sgargianti, l’insipido in pienezza.

Sono momenti presenti di sintonia tra due inquilini ignari l’uno dell’altro. Ma quando brevemente si incrociano sulle scale, si sorridono.

Altri abitatori del condominio si incrociano in vie perennemente parallele. I saluti e gli sguardi fanno parte di un vocabolario tramandato dalla tradizione, ormai spezzettato da flussi migratori più frequenti e dalla dimenticanza degli antenati. Anche l’ubriacone, sempre solitario, gira con una bicicletta scassata, guardando fisso in basso. A volte sembra un miracolo come riesca a evitare gli ostacoli, ignorando del tutto tutto ciò che gli si para davanti. Ha scelto lo stordimento come compagno; probabilmente l’alcol gli tace il demone che gli rode le viscere. Quando è rintanato in casa, si muove con rabbia, sbattendo porte e armadi, immerso nella colluttazione della sua guerra immaginaria.

Poi, nelle prime ore serali, dalle finestre aperte, si condensa il profumo della miscellanea culturale. Il cibo è da sempre il collante umano, la spina dorsale della comunicazione che travalica il linguaggio. La cucina si caratterizza per le spezie, che rappresentano la terra in una particolare posizione del mondo. Nell’impasto delle genti, alla fine, si ritrempa l’ossatura umana, fatta di uguaglianza e diversità allo stesso tempo. Il rituale unisce famiglie ed estranei in gesti identici.

Da una parte, il sole calante crea ombre che ritagliano i contorni. Così, giornate e notti si alternano. Dal suono del cancello che sbatte, la microcomunità segna l’andare e venire. Per ascoltatori attenti, le differenze nell’apertura del cancello identificano anche i soggetti. Alla fine, si crea una relazione non agitata, ma reale sul piano delle emozioni.

Il quotidiano si costruisce sulle micro-imprese di sopravvivenza. Tra incertezza e necessità, gli inquilini alla fine si assomigliano più di quanto ognuno vorrebbe. Ma così è, nella legge delle oscillazioni: la vicinanza tende a uniformare le diversità nella coerenza. Oggi, il caldo evapora il dissenso, e l’anomalia della temperatura silenzia i cortili deserti.

Da capo, ricapitolando la visione d’insieme. Tutto appare come un quadro. In apparenza astratto ma, nel concreto vitale. Tutte le sue parti compongono alla fine l’irrequietezza che rende il vivere interessante.

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