Ottobre 2026

Il discorso che si apre è un insieme di pensieri che, affastellati alla rinfusa, pongono problemi esistenziali. Tra l’equivoco dell’uno e dei molti, che insieme sembrano albergare una tenue unità, i versi che il poeta esprime alludono alla tragedia. Indicano una finitudine delle cose, a patto che esse esistano. Quindi, di buon mattino, nel silenzio dalle voci invadenti, si può mirare in segreto alla comprensione del giorno nascente. Sembra a tutti gli effetti una narrazione autunnale, condizionata dal graduale cambiamento del chiaro-scuro nelle varie fasi degli astri. Anche nell’odore grezzo della città si incomincia a notare il mutamento stagionale.

Che dire? In questo scorcio di epoca, dove da parecchio molte realtà sono state definite in modo quasi assoluto, in verità (relativa) ancora non sappiamo nulla, e la vera domanda è: cosa necessita la conoscenza? Esiste un mortale che vuole conoscere? Sembra che una forma di terrore venga identificata in noi verso tutto ciò che non è prevedibile. Per cui, tutto lo spezzatino di senso delle cose è funzionale alla possibilità di una prevedibilità rassicurante. Ora, anche nel buio di questa stanza, ho fede che ciò che non vedo si trovi ancora dove ho guardato l’ultima volta. È così che ritorno nel pensiero del “chi” possa esistere oppure no.

La cruna dell’ago è lo spazio concesso per guardare l’accadere. Il vincolo risiede nella logica stessa della semantica. Di fatto, se voglio vivere in previsione degli avvenimenti, non mi resta altra scelta che restringere il campo dell’apparire. Chino sul mio cane che mi guarda, entro in intimità con i sentimenti che cullano la vicinanza. Il cane conosce lo strumento umano e sa come usarlo. Il rischio di trovarsi nella solitudine dell’incomprensione è vasto e accecante. Piccole goccioline della rugiada mattutina richiamano il sole che stenta a farsi vedere. Per ora, i gesti quotidiani mantengono l’equilibrio dei significati. Nella realtà, mi tocca ascoltare astrusità. Vorrei ribellarmi agli idioti, ma le pieghe dell’insicurezza fanno vacillare l’intento. Quindi sto cheto, camminando nel traffico. Sento la spinta del brulichio e sovviene d’accelerare. Ma, ancora una volta, sale la ribellione e così m’arrendo all’ovvietà. Come ciurma, remo ai ferri del bastimento, aspettando lo sfinimento che da solo pareggia il conto. La sensazione di essere nella condizione di schiavitù è forte. E… paradossalmente, il male più prossimo arriva da chi è nella stessa situazione. Sopravviviamo pigiati in settori ristretti in modo da permanere nella carognite perenne. Questo stato non dà la libertà di pensare in modo divergente. Ed alla fine ci si arrende invocando l’ipotetico destino.

In questo zibaldone guizzo l’ingegno nel percorrere sentieri significativi. Parole posate in sincronia con gli affetti. Un lastricato lucido per una sosta nel silenzio. Immagini che compaiono fluttuanti nel tempo dedicato alla riflessione. La scrittura senza sforzo è la forma meditativa dei segni. Il come conseguirla supera il contenuto o il senso della parola. Un ciliegio in fiore in autunno attraversa la mia traiettoria. Come il volto di mia madre che non vedo più da tempo, se non nei sogni, in cui i legami con gli antenati riaffiorano pregnanti. Mi sveglio con mal di testa e dimentico di me stesso. Un po’ per volta le cose, i rumori, le voci stendono il tappeto del consueto. Così che ritrovo il corpo nel mondo e la responsabilità di risponderne. I filamenti di luce disegnano lo sfondo su cui andare in scena. Sembra tutto pronto come una tavola imbandita. Un tè fumante tra le cose da ricordare, con biscotti esageratamente biologici. Tutto pronto per partire, poi ritornare, poi fermarsi e partire. In perpetua dimenticanza di quel che è stato in modo da rinnovare lo stesso rinnovato.

Le balbuzie spingono a parlare più veloce, in modo che ci si incespichi platealmente. È una legge di natura, evitare l’errore accresce la probabilità di errare. Per quel che mi riguarda sbaglio in continuazione senza scomodare leggi probabilistiche. Anzi ormai dimentico cose, e…evito cose con una certa regolarità. Sogno ad occhi aperti, campi, alberi, fiori, animali…liberi dí dondolarsi al vento o scorrazzare nel verde. Le zolle forti dal nutrimento resistono all’acqua che le attraversa. Ed io li…nel mezzo, trasparente come una luna nelle nubi fioche della sera. Forse, un sogno, forse una realtà che cammina da sempre a fianco. Forse, solo fantasie.

Con discrezione le betulle s’inchinano. Una forma rispettosa nel riconoscersi vicendevolmente. Una crisi via l’altra per noi che non comprendiamo i grandi giochi della storia. Dentro ad un barattolo che chiamiamo mondo. Aspettiamo di venire lanciati come dadi in un gioco che non è nostro. Ia luce del mattino apre uno scenario. Sembra il solito ma non lo è. La trasformazione sottile avviene discreta. Senza drammi eccessivi si diventa sempre qualcos’altro. Ora che attendo, nella semi oscurità dell’ombra. Sento il cuore battere ed il cielo cadere. Le tante volte che uscito allo scoperto. Per poi restare deluso e affranto come le piccole protuberanze della chiocciola.

Nei frammenti scrivo a tratti sincopati. Non capisco la linearità del significato, perché lungo il periodo perdo la memoria. Così che il pensare avviene per sbalzi e interruzioni. Cambiamenti repentini di rotta, in una vastità senza punti. Chiamo a voce alta il nome che conosco. Quel particolare nome che mi dovrebbe riportare a casa. In effetti mi sono perso! Tra rovi e asperità del terreno. Tra umido e scivolosità del sentiero. Forse…un altro sogno, mentre il risveglio è alle porte. Suoni usuali s’introducono nel fitto bosco. E…piano riconducono all’ovile.

Ti guardo mentre te ne vai. Una fitta s’insinua sulla linea del cuore. Non so se è sofferenza o piacere. Ormai c’è confusione nella selva dei sentimenti. Si mischiano come polarizzazioni della luce. Rimango accanto seduto sulla panca. E…continuo a parlare senza pronunciare suoni. In testa una musica, sembra una sinfonia barocca. E…così invecchio con idee giovani. Saltando di palla in frasca rivedo facce conosciute, un po’ distanti. Parlano ma non li sento, per qualche ragione ignota il mondo è afono. Forse è un bene, per un attimo sembra tutto senza gravità. Ed il filosofo può così esprimere l’idea. Che poi se ne andrà nel divenire delle cose.

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