Tornano quasi sempre sul luogo del misfatto. Sono ombre senza nome, appunto ombre! Tra riflesso e indugio. Morbose nella presenza, sovrastano di tanto la volontà degli umani. La natura si riprende tutto, anche chi non crede in essa. La quotidiana routine mi permette di far caso alle incongruenze. Così che sembra divertente osservare l’altrui inciampo. Tutto torna in questa piana tolta agli arbusti ed a piccoli roditori. Invasa da cemento e polvere in una conformazione simile al cervello. Quanto appaiano piccoli i personaggi della commedia cittadina. Un frenetico agitarsi per poi il nulla della discarica differenziata.
E…per qualche motivo qua il discorso inciampa. Singhiozza, s’infila nel ginepraio dei contrari. Ci si chiede: come addomesticare il tempo o meglio il modo di guardare il processo di mutazione. Non è possibile oppure non si vuole che sia possibile? In effetti si resta inchiodati ad una mono visione. Una forzatura dell’educazione che ci lega tutti ad uno stesso destino. Le cose posate il giorno prima, le ritrovo tornate nello stesso posto. Saranno sempre state lì? Il fischio all’orecchio s’intensifica mordendomi la testa. Il fastidio di una debolezza che prima o poi si scioglierà in fango.
Oggi come ieri e l’altro giorno nella tregua di un incontro. Un discorso, esibito sulle mura vecchie, portandosi appresso i caduti del passato. I giorni che ancora m’appartengono fanno da corollario alle parole da spendere. Non che ci sia altro da fare! Come costruire una novità? Provare a fare finta di niente per sorprendersi alla vista di qualsiasi cosa. Una faccia stupita sulla realtà ed un balletto discreto sulle tombe posate nella terra. Sento l’impulso al cambiamento. Un tentativo disperato a svincolarsi dalla paura della malattia. “Costante orizzonte nella vecchiaia”. Sorge da qualche parte la risposta ma io non ci sono. L’orizzonte infinito di ciò che si mostra, mette in ridicolo gli affanni subitanei. L’incomprensibile che ci abita costantemente si fa trovare dove non l’aspetti. Per cui ramingo t’aggiri brancolando sospeso all’aria. In cerca d’ossigeno il quale solo quando manca t’accorgi della sua necessità. Guardo intorno le profondità date dalla prospettiva. Sembra un dipinto che rappresenta ciò che è rappresentato in una forma a specchio. Al punto che non riesco più a stabilire la mia posizione nella serie dei riflessi. Sorgono dei dubbi sulla fattualità della presenza se la prospettiva muta in continuazione. Sono pervaso dal sentimento di spaesamento in una casa non più sicura.
Briciole lasciate a terra formano un percorso. Cerco di percorrerlo nel sogno, ma al solito sorgono degli impedimenti. Il corpo prende volontà propria e si dissocia dal pensiero. Allora cerco di svegliarmi per riappropriarmi delle sensazioni. E così per un po’ si snoda la dialettica del dormiente. Sarà vero che gli umani trasformano la natura? Oppure è la natura che giostra gli eventi. Di certo il pensiero dí autodeterminazione ci rende più produttivi e obbedienti. Per cui è difficile distrarsi nella consapevolezza di come stanno veramente le cose. Diritto o rovescio? Non usciremo mai dalla duplicità di noi stessi. È come scegliere il maglione da indossare, quando niente appare a posto. L’indecisione investe cose e colori lasciandoti smarrito con la voglia di ritornare a rintanarti nel letto. Poi…si va, inesorabilmente verso il limitare che attende tutti. Guardo un poco più in là, e scorgo un subbuglio che monta. Non è protesta, ma scomposta perdita di senso. Un vano tentativo di sottrarsi ad un cambiamento inevitabile. I popoli spostandosi inclinano le onde del tempo. Il moto continuo si increspa nella possibilità della tempesta. L’oscillazione è una costante sotto il cielo azzurro.
Negli occhi lucidi intravedo una madre preoccupata che raccoglie briciole di pane. Il sole non lascia scampo al campo inaridito. L’acqua evaporata viaggia verso altre mete. È il destino di chi non ha alternative sé non il legarsi alla propria terra. Uno scorcio di mondo è solo una visione parziale. Ed anche se si potesse contemplarlo totalmente. Sfuggirebbe a ciò che gli occhi non possono vedere. Per cui nell’incertezza si colmano gli spazi vuoti. Come nell’ incomprensione si colmano i silenzi. La madre scava la zolla per ricavarne un profumo di pace. Alcune lacrime hanno dato semina ed il frutto riposa prima della raccolta. Lo strano grigiore che compone lo spazio sembra fuliggine. Nebbia interiore che stringe il cuore per la poca comprensione circolante. Rimetto al centro i sogni che raccontano cose. Viaggiando incuranti delle leggi temporali. Si può essere giovani o vecchi, dí specie diversa ma sempre consapevoli di sé. Lutto o festa alla fine tutto si aggiusta o si ricompone al risveglio. Così che incespicando ed un po’ correndo si arriva alla spiaggia. Al limitare dove si può solo guardare e immaginare qualsiasi cosa. Tra le file di improbabili ombrelloni, bambini imbronciati. Immagini sbiadite di un recente passato.
Cala leggermente la palpebra sprigionando linee di luce. Gli occhi offuscati dal riverbero vedono un’altra dimensione. Restando ammagliati dalle trasformazioni che la realtà può offrire. Sono solo piccole rivincite sulla consuetudine. Quando il racconto permane monotono si può chiudere lo sguardo sulle cose note. Per aprire la vista sull’inconsueto, lo sfumato, lo spazio di mezzo. Piccoli passi nel quotidiano minuto. Dentro una traiettoria domestica dove l’eco della storia è flebile. I conti tornano sempre per caso. Dominati dalle probabilità le informazioni sono flipperate in uno spazio chiuso. Coincidente con le credenze che cambiano secondo umori e giochi di potere tra gli uomini. Mi piacerebbe ascoltare un’altra versione del racconto. Fantasticando di possibili mondi che convivono senza toccarsi. La fantascienza è sempre stata una risorsa per esploratori curiosi. Gente che con la realtà non ci vuole fare i conti. Anzi destrutturano l’ovvio per il fantastico. In questa visione del racconto si possono trovare le radici del futuro. In cui il limite massimo è sempre la finitudine. La trovi ovunque giri lo sguardo. Se così fosse non abbiamo scampo dall’eternità. Siamo ciò che appare in un determinato raggruppamento. Per poi sfumare in altro, senza che mai nulla venga a mancare.
Come un nervo scoperto l’idea funesta ti prende all’improvviso. Se prima c’era il riso, poi c’è tristezza. Impressiona la velocità con cui si cambia segno. In un non nulla si è in una stanza priva di colori. Le parole sembrano solo involucri trasparenti in cui il significato sfuma nel contorno. Il corpo ospita la sofferenza senza riuscire a liberarsene. C’è una luce tenue caratteristica del mattino. L’apprezzo in modo particolare perché m’attenua il momento in cui dovrò decidermi di muovermi. Dall’esterno il mondo ha già accelerato il passo. Il tempo esige di non perdersi e batte lo schiocco lungo le strade. I travestimenti di fine ottobre sono nell’aria prima della buriana natalizia. Zucche e vin brûlé tra maschere e ragazzini urlanti. Ci si consuma comprandosi vicendevolmente.