Adinolfi luglio 26

Anche oggi le strade sono battute da un sole rovente. Eppure, il via vai di gente non si ferma nei boschi circostanti. Zone semi abbandonate della città diventano piccoli teatri di drammaturgia umana: spacciatori e consumatori uniti dal fiorente mercato delle sostanze stupefacenti. Vite che si restringono sul binario stretto dell’abitudine e del reciproco riconoscimento all’interno di una comunità. Per molti, l’erranza del sé è l’antidoto alla paura di ciò che sono diventati. Un limbo alessitimico in cui anche la cattiveria non sembra tale. Subire o far subire si manifesta con la stessa indifferenza.

Oggi, Adinolfi è un ragazzo che parla da solo. Macina chilometri per le vie della periferia, fuggendo dal rifugio domestico. Solitario e perennemente fuori sincrono con le relazioni, è evitato da tutti. L’unico senso che riesce a trovare nella giornata è il rito del drogarsi. Non saprebbe cosa altro fare e non desidera fare altro che rimanere nel limbo di questa consuetudine quotidiana. Anche i familiari hanno abbandonato ogni illusione di cambiamento. In un certo senso, la sua storia sembra già scritta, con un futuro prefigurato e scontato. Per il Dr. Quichi, situazioni come queste richiedono una capacità di accoglienza, senza pretese, semplicemente presenti in una relazione che possa rappresentare una sosta per attenuare l’inquietudine.

Ascoltando Adinolfi, si percepisce subito che il piano della realtà è completamente saltato, inclusa la sua stessa percezione. Attraversando la vita nel ripetersi dei fallimenti, la corazza caratteriale ha creato un fossato illusorio, con ponti levatoi innalzati. “Ehi! Tu! Che cazzo hai da guardare?” si lamenta, andando avanti e indietro nella sala d’attesa vuota. “Ti faccio vedere io che cosa so fare!” esclamando mentre estrae dalla tasca una pallina di cocaina avvolta nel cellophane. Sniffa in modo maldestro e continua il monologo, intercalato da bestemmie e frasi incomprensibili. Alla fine, l’infermiera interviene, parlando in modo pacato ma chiaro. Riporta Adinolfi a un piano di realtà e lo accompagna fuori dal servizio, per evitare scontri con altre persone in arrivo.

La provincia sembra la periferia dell’impero per i giovani, un luogo privo di interesse dove coltivare la noia nel suo significato più severo. Anche per Adinolfi è così. Non ha mai compreso l’entusiasmo dei genitori per il silenzio, la natura, i boschi e la passione per le passeggiate in montagna. Per lui è tutto un groviglio indistinto di insignificanza. L’unico guizzo di vita lo sente quando pensa al boschetto degli spacciatori, un infrattamento nel sottobosco dell’illegalità che gli regala un attimo di eccitazione. Adinolfi divide il mondo in prede e predatori. Nella sua pratica di accattonaggio, ha imparato a fiutare i più deboli. Si spinge a chiedere insistentemente soldi e, quando non riesce a ottenerli, ruba. Nella sua mente, non sta facendo del male a un’altra persona, ma soddisfacendo un’urgenza della sua esistenza. Con questo comportamento ha già distrutto sia la volontà che i risparmi dei familiari.

La sessualità, per lui, è un veicolo cieco, in cui i corpi vengono usati per la durata dell’effetto chimico. Non emerge alcun sentimento, ma piuttosto ciascuno si racconta una propria storia, una versione che diventa la verità per ognuno. Adinolfi, che viene chiamato Adi, ora preferisce stare da solo. La compagnia degli altri lo esaspera, e tollera solo la costrizione imposta dal Dr. Quichi, che conduce un gruppetto terapeutico a cui Adi partecipa occasionalmente. Non lo ammetterebbe mai, ma gli piace ascoltare quelle formule strane, quasi poetiche, in cui la descrizione della realtà viene ribaltata. E poi c’è un’altra cosa, la più importante: la sensazione di comunità che, per alcuni attimi, riesce a scaldarlo.

Nell’aria rarefatta dall’afa le sagome dei viventi appaiono evanescenti. Per Adi la stazione è un po’ come casa. Conosce ogni anfratto e a volte si imbosca in qualche nicchia a guardare non visto il via vai. I suoi pensieri si ripetono come un mantra. Nel quotidiano tentativo di tacitare la coscienza. Se avesse un lavoro, una casa, una compagna. Sarebbe tutto diverso? Si chiede. Ma ha già avuto tutto questo e non è mai bastato. No! Non è mai stato sufficiente. È un buco incolmabile il senso di vuoto che gli riverbera ogni cosa. Solo il fumare lo riposiziona nel luogo esatto dove vorrebbe stare.

Tra le tante storie che girano. C’è chi dice che Adi è un “infamone”. Lo dicono soprattutto chi vuole mostrarsi meglio di quello che è. Di fatto tutti prima o poi un nome o una dritta alle forze dell’ordine la fanno. Fa parte del vivere per strada e al massimo possono fare nomi di chi è come loro. Spacciatori per necessità. L’infamia poi nel modo dei consumatori è un concetto vuoto. Solo una postura quando si vuole offendere. Per il Dr. Quichi nel processo di cambiamento è importante liberarsi da concetti zavorra. E sostituirli con la sincerità nel proprio dialogo interiore.

Molte vie del mondo si sovrappongono per consuetudini. Forse solo la notte acquieta l’inquietudine. Per Aldi, Sofia, Michele non è sempre stato così. Anzi da piccoli il giorno era fremente di vita ed avventure. Poi tutto è cambiato e la notte è diventato il luogo sicuro dell’occultamento. Una pausa dal logorante rimuginio per lo sbattimento. Ci si abitua ad accontentarsi del contorno delle cose. Oppure al senso della mancanza quando le persone intorno a te svaniscono. Alla fine è un modo di vivere al riparo dei sentimenti che la vita comporta. Ma, in ognuno di Loro permane la cognizione che tutto potrebbe cambiare.

Adi tira su dal naso il moccio che non accenna a passare. Sta ultimando le pratiche per entrare in una comunità. “Non è che mi obbligano a stare anche se non voglio” dice all’operatore. “No Adi non sei obbligato, ma approfitta del tempo in comunità per fare una pausa.” Una pausa?” “Si Adi una tregua se preferisci. Nessuno ti impone di cambiare se non vuoi, ma a tutti è permesso prendersi un po’ di ferie dai propri sbattimenti quotidiani. Ne approfitti per fare esami e visite così da verificare come stai in salute.” “Ricordati che ci sono persone che sono lì apposta per te, per darti retta ed anche per sopportarti quando rompi.” Per Adi forse è proprio quell’attenzione che lo spinge a fuggire. È complicato spiegare come il corpo reagisca impulsivamente anche se si è consapevoli di fare la cosa sbagliata. Uno dei motivi per cui non vuole nessuno intorno è perché ha imparato che se vuole bene nello stesso tempo distrugge. La questione di prendersi qualche giorno di ferie gli è piaciuta.

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