Sofia non ricorda esattamente quando l’inferno è iniziato per lei. Sembrava tutto a posto fino a un rarefatto passato. La sua storia è simile a quella di molte altre persone che incontra a scuola o nei vari ritrovi dove sostano in chiacchiere. Forse l’unica differenza è una perenne sensazione di essere fuori posto. Nelle diverse situazioni sociali sente una forma di spaiamento dal contesto che, a lungo andare, si tramuta in angoscia. E l’angoscia, poco alla volta, piega le viscere in malessere e rabbia. In quel momento, il tarlo di una voce interiore malevola comincia a sussurrare la sua trama. All’inizio, solo piccole azioni vendicative mettono alla prova la pazienza dei più vicini.
“Pezzo di merda, stronzo, sparisci da casa mia!” sbraita Sofia alle otto del mattino. Da un po’ di tempo, Michele, tossico come lei, si è installato in casa. Si conoscono da parecchio e, insieme, riescono a farsi parecchio male. Quando sono fatti entrambe, sono l’amore della vita. Ma il mattino presenta un conto diverso. Senza sostanze e senza metadone, come in questa mattinata. Dato che Michele le ha fregato la somministrazione affidatale dal servizio per le dipendenze. La realtà si presenta con un compagno che, oltre a “menarla”, le ruba la roba e sostanzialmente pensa ai cazzi suoi.
Nella sua testa ha sempre fatto solo scelte sbagliate. Sofia si rigira nel letto cercando di evitare l’odore chimico del proprio corpo. Quando sta male, i ricordi d’infanzia emergono e si fanno avanti, in parte trasfigurati dall’angoscia della mancanza. Un senso di inutilità e un’incolore realtà la lasciano quasi sgomenta. Sofia sa che basta una “fumata” e il mondo si rimette in pari. Ma, d’altra parte, le scoccia soccombere, umiliandosi al giogo della dipendenza, dipendendo da una qualsiasi attenzione che l’accompagna da una vita, elemosinando un apprezzamento in quel senso incolmabile desiderio d’affetto.
Sofia ha sprazzi di lucidità in cui riflette sulle parole del Dr. Quichi: “Impara a stare da sola! Riconcilia il tuo corpo con l’ambiente… prova a praticare la respirazione consapevole… basta anche due minuti al giorno.” Poi le viene la rabbia e… “fan culo, Dr. Quichi, te e la tua meditazione del cazzo!” “Prova tu a vivere nell’inferno della paura perpetua, dove solo l’essere tossica mi permette di muovermi senza balbettio e sentirmi strafiga.” I contorni del giorno oggi sembrano più vividi. Le colline intorno alla città formano un bozzolo. Sofia si gode un po’ di tregua, anche se non è fatta. E… per un attimo, il mondo è al proprio posto.
Anche Michele, la “carogna” che si tiene dentro, non l’ha avuta in modo gratuito. È figlio di una madre single cocainomane, quindi è cresciuto con il mostro che si presentava benevolo quando era fatto di coca e tremendo quando era in astinenza. Fin da subito ha fatto i conti con l’abbandono da una parte e con un’iperattenzione dall’altra. Così, alla fine, è rimasto con una vigilanza sempre attiva, non sapendo mai cosa aspettarsi. Di fatto, spiegato in modo grossolano, noi abbiamo due sistemi nervosi che si bilanciano: uno dedicato all’allerta, attacco o fuga; l’altro, se non in presenza di minacce, dedicato al rilassamento. Bene, Michele è perennemente con l’acceleratore a tavoletta, nello stato di attacco e fuga. Perciò, ogni segnale è interpretato come pericolo, con le conseguenze di reazioni incongrue e aggressive. Per Michele, qualsiasi droga che assume o fuma è il momento in cui stacca il piede dall’acceleratore. Quando entra in ambulatorio dal Dr. Quichi, sembra un guerriero pronto alla battaglia. Un saluto è già troppo; potrebbe rispondere con un “vaffa…”. Per fortuna, gli operatori sono preparati e assumono un atteggiamento conciliante. Alla fine, si trova sempre un modo per capirsi.
Sofia, nel lento sali e scendi del cambiamento, sperimenta situazioni che prima non comprendeva. Dalla sua visione si aprono scenari che rivelano la possibilità di come potrebbe essere la propria vita senza droga. A volte si sorprende a godere di cose che ha sempre avuto sotto il naso. Si siede e conta dieci respiri. Per la prima volta, non si dà della scema, ma rimane abbracciata a sé stessa. Capisce che può contare solo sulla propria determinazione. La casa le appartiene, e per questa volta anche la puzza ha lasciato il posto al pulito. Si è data da fare nel cercare di volersi bene, almeno oggi.
Per il Dr. Quichi, quando le famiglie si rivolgono ai servizi per le dipendenze, i loro figli sono già adulti o giovani uomini. È difficile immaginare com’era la loro vita appena prima e nei primi tempi in cui hanno messo al mondo la prole. Di fatto, ciò che si presenta nel presente è già una situazione compromessa. La narrazione difficilmente tratteggia ciò che è stato. Non resta che il presente su cui agire con le parole. Non sempre è possibile; le famiglie, più del singolo, hanno la capacità di rimodellarsi sul sintomo patologico, mutando atteggiamento senza mai cambiare realmente.