Agosto 2026

C’è un sentiero stretto lungo la riva. Percorrerlo è un viaggio di sola andata. Gli insetti a terra e le cicale in volo suonano una lingua arcaica. I passi, confondendosi con la terra, sbuffano sudore. Non penso a nulla mentre tutto il resto mi appare. Gli alberi sembrano spostarsi sorridendo, aiutando le felci a crescere. Con pazienza si possono ascoltare i loro discorsi, densi di un tempo che scorre in circolo, come una voce che chiama sé stessa.

Sono arrivato al punto da cui intravedo la fine della strada. Le tinte fosche, che al momento sovrastano ogni cosa, vorrei diventassero colori pastello e acquerelli delicati. Tornano i discorsi lasciati a metà del guado, sinfonie incompiute. D’altronde, credo che non sia necessario imporre conclusioni. Liberate le parole, le sintassi si disarticolano in uno spruzzo di libertà.

Le gioie che ancora si possono accogliere si riversano nella tranquillità domestica. L’intimità che ci è ancora concessa resiste agli assalti della tecnica. Gesti affettuosi e scambi d’umore rimangono ciò che lega le persone. Diversamente, l’umano nega sé stesso, fino a trasformarsi in un omicida privo di scrupoli.

Sguardo a terra, passi brevi. Attraverso il quartiere che, a naso, sembra un agglomerato senza senso. Non c’è una logica evidente: le costruzioni paiono sorte per caso. La bellezza sembra bandita dalle città. L’uomo ha abdicato al tentativo di diventare immortale e si accontenta di accumulare denaro e soddisfare desideri futili. Per i bisogni fondamentali pare non esserci più spazio, benché siano proprio i più semplici e, spesso, i meno costosi.

In ogni caso, qui vivo e qui attraverso il tempo che mi è dato consumare, come fosse panna sulla cioccolata. Non voglio incontrare nessuno. Perciò raso l’asfalto con lo sguardo e con i pensieri. Intorno, la calura infiamma i parassiti. Molti, solitamente silenziosi, con il caldo si fanno arditi. Perdono il senno e gli ospedali si riempiono di malati di rabbia. Di solito non esiste una cura semplice per le sconnessioni: ognuno cerca di cavarsela come può.

Si festeggia un mondo declinante che, alla fine, sembra bramare una mattanza di sangue per risorgere in un moto perpetuo, sempre uguale a sé stesso. Chissà che l’imprevisto non riesca a dire la sua e che i calcoli, alla fine, non risultino così esatti. Anche il mondo del linguaggio potrebbe davvero terminare. Se si estinguesse ogni testimonianza, in quello stesso istante svanirebbe anche il senso.

Animali brucano nei sogni afosi. Nessuna spiegazione sembra possibile per il mosaico narrativo del sonno. Le prime luci dell’alba portano con sé i rumori: lavoratori che, controvoglia, si dispiegano lungo i tragitti abituali, ripetendo gli stessi pensieri del giorno precedente e di quello ancora prima.

Poi scatta l’ora degli autobus e il suono diventa fragore. Di lì a poco, un brulicare continuo incrina ogni desiderio d’ozio. La città, con i suoi riti e i suoi ritmi, potrebbe diventare materia per sinfonie o poesie: una costruzione sigillata con sudore, sangue e cemento.

Se si presta attenzione, si può ancora ascoltare la voce della storia, annusandola attraverso le vetrine che resistono al tempo. I colori acerbi della cultura attendono una maturazione. Prima o poi le città cambieranno, lasciando spazio a un altro modo di abitarle. L’ansia del vivente smetterà forse di ostacolare la sosta. Prenderà piede la lentezza, perché il tempo perderà parte del proprio dominio. Allora la bellezza potrebbe tornare nell’architettura. Gli occhi hanno bisogno della meraviglia per accendersi, e la sosta potrebbe diventare un nuovo paradigma.

Forse esagero. Ma è anche una reazione alle brutture dei nostri quartieri. Non c’è quasi nulla davanti a cui valga la pena fermarsi, se non quelle povere piante incastrate e soffocate tra il marciapiede e una ridicola aiuola, meta di tutti i cani al guinzaglio.

Allontano dal pensiero la possibilità di non essere. Il dolore ricompone la fisicità dello stare. Perciò rimango pensante ai bordi di questa strada e guardo oltre il muro che nasconde le mie aspettative. Studio ogni crepa e ogni ombreggiatura delle costruzioni. Vorrei che, alla fine, apparisse un mosaico capace di svelare il significato nascosto di ciò che esiste: un’illusione ottica che trasformi pareti e strade in forme e storie d’arte. Una fiaba illuminata dalla luce fioca della fantasia, affinché restare in questa prigione sia almeno un poco meno avvilente e ingiusto.

Ora, con calma e a passo lento, cerco di comprendere le parole che non sono mai riuscito a pronunciare. Nello Zen le frasi vengono talvolta lanciate per disarcionare il cavaliere: un metodo abile per cambiare prospettiva.

Se sei in piedi, guarda con i piedi.
Se sei disteso, guarda con la pancia.
Se osservi le stelle, ascolta i lombrichi.

Visto così, il mondo mi appare come un insieme di colori che si intersecano. Gli umani sembrano strani animali usciti dal guscio, estremamente esposti e facili prede del vento terrestre. Reagiscono a stimoli che poi chiamano libero arbitrio: bizzarre essenze che non riconoscono la voce del padrone.

La gravità si impone su ogni centimetro dello spazio, mantenendo l’insieme nella propria forma. Nulla sfugge all’incessante modellamento della presenza.

Da fuori saluto le anatre che, stranamente, hanno deviato dal percorso abituale. Attraversano il traffico cittadino per raggiungere i giardinetti con il laghetto artificiale. Si forma un piccolo assembramento intorno all’insolito evento. Eppure mi sorprende che susciti tanta meraviglia, dal momento che gli animali sono da sempre abitatori della Terra.

Nella maggior parte dei casi passano inosservati. È un peccato, perché potrebbero essere maestri preziosi: insegnare ai piccoli umani come stare al mondo senza avere bisogno, per ogni cosa, di un’indicazione semantica.

I ricordi che impastano il presente mutano l’umore del giorno. Tra la collera e un andare calmo, mi immergo negli scritti della via di mezzo. Non c’è un andare e non c’è un venire. Alla fine, non c’è nemmeno uno stare. Così pensando, la mia ombra si fa rarefatta e il vapore del respiro si estingue. Tra cielo e terra le distanze si assottigliano.

Ed ecco che la caffettiera ribolle e mi tocca correre, prima che avvenga il disastro: non ho proprio voglia di ripulire.

Mi ritrovo a fissare le linee della luce. Al mattino filtrano oblique e sembrano fresche, come filari d’arbusti selvatici. La storia quotidiana dei giorni ripetuti, nella cornice di ciò che credo di volere. Resto affascinato dall’insieme, dalla cronologia degli eventi. Le stanze sulla via di mezzo, il caffè che ribolle, la luce che filtra, il fresco che accarezza… silenzio.

Poi dimentico, come al solito, e riprendo il punto.

Il discorso filosofico è sempre stato problematico, appunto perché discorso. I corpi cercano una distanza dai significati; in pratica vogliono sovvertire l’ordine, rivoluzionando il senso dell’oggettivazione.

Mi ripeto spesso, ma non credo sia un male. Quante volte compiamo gli stessi gesti, rispondendo alle incombenze della necessità? Si può dire che la stessa personalità sia formata dalla ripetizione. Quello che sono è ciò che faccio tutti i giorni per essere ciò che sono.

Si dirada la tempesta e si intravedono all’orizzonte vascelli inclinati, ma ancora naviganti. Nonostante lo sbatacchiamento, hanno mantenuto la rotta. Vedo, da dove mi trovo, la fatica del mantenersi sulla rotta. Anch’io ho qualche perplessità su dove stiamo andando.

La tentazione di lasciarsi andare alle maree si insinua come una pazzia. È il grillo parlante nella testa che devia il discorso verso l’osceno. Un’escrescenza che cresce come un fratello gemello. Trasforma i volti in pagliacci, con il trucco che cola tra le rughe della vecchiaia.

In lontananza, la fanfara segna il passo di una melodia che s’avvicina. Forse, in un prossimo futuro, un tendone da circo occuperà la piazza. Quella piazza che, dimenticata, tornerà a essere il fulcro del pensare.

La contestazione del mondo calante è destinata a tornare. Il bisogno di partecipare è una componente del corpo che vive nel divenire. Non c’è possibilità che le rivoluzioni si arrestino. Sono scritte nel flusso semantico delle narrazioni.

Solo un mondo senza parole e senza un discorso su di sé potrebbe essere altro da sé.

I fiori aperti si nutrono ed i colori si mischiano con la luce del sole. L’estate lascia il proprio segno. Mentre le persone fuggono via dal mordere dei raggi. Così come niente i temporali irrompono nei sogni svegliandoti. Un graduale cambiamento nell’impressione in cui le cose appaiono. Un sentore della nuova stagione si lascia scorgere e d’un tratto si è già qualcosa d’altro. Riposo tra un incudine e un incedere cercando di non ascoltare le sirene nel vento. Cerco di fare gli esercizi quotidiani. Il corpo essiccato dal logorio non risponde alla volontà. I tempi di stacco dalla materialità s’allungano. Mi perdo nei sogni, in cui ancora girovago agevolmente. Risolvendo alcuni problemi che nel giorno restano sospesi. Guardo attorno cercando di stare defilato. Parlare é stancante come scavare una fossa nel fango. Rimane tutto in equilibrio precario. Finché una folata scompiglia il campo. Tuttavia sembra necessario che si debba costruire ogni giorno il significato del giorno. E…la notte? È possibile lasciare l’oscurità libera dal senso?

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