Io
La malinconia dei giorni deviati da un’orbita chiara si spegne nel calare dell’oscurità. Un buio che in città non è mai tale. Come il silenzio, che si è dileguato al ritmo del cemento. C’è una storia delle immagini che scorrono nella direzione spaziale, dalla nostalgia alla contingenza del bisogno immediato. Non è bastato meditare per allontanare la paura; l’orlo del disfacimento permane alla fine di ogni frase. Un uccello del malaugurio si posa inamovibile sul trespolo di ogni umano.
Quindi, che cos’è la storia? Forse è un album di immagini decorate lungo una traiettoria? Oppure l’intervallo tra il pianto e il riso di un bambino? I ricordi, per essere tali, devono presenziare al presente. E così, tolti dalla storia, si ritrovano tra i piedi delle incombenze quotidiane. In questa stanza, dalla curva del soffitto, osservo le ombre. Melliflue figure si staccano per sparire dalla vista. È solo ora che mi accorgo che gli occhi non vedono più.
E poi ci sono io, un vecchio tossico sopravvissuto a tutte le mutazioni dei decenni. Incontro i vari Sofia, Adi, Tullia e Michele nel corridoio del servizio, dove sostiamo come fosse casa nostra. Ho testimoniato il passaggio delle generazioni, tra nuove e vecchie droghe. Di fatto, il sistema della domanda e dell’offerta ha cannibalizzato il consumo di qualsiasi sostanza. Siamo passati dalla banalità del male alla banalità del consumo, come in molte altre vicende umane. Dove prevale il desiderio di scivolare sulle superfici dei significati senza mai comprenderli, piuttosto che immergersi nelle profondità del senso dell’esistenza. Io, tossico per abitudine, mi chiedo che altro potrei fare.
Riconosco gli sguardi e i sorrisetti ironici. D’altronde, giro con una mise da ragazzino degli anni ’80: codino grigio su testa pelata, battuta pronta e complimento facile per le donne. Insomma, non proprio un grande spettacolo. Ma non so interpretare nessun’altra parte. Per cui: così è! Testimoniando il passato.
Vivo ancora con mia madre: “cosa hai combinato? Guarda che faccia che hai?” Mi può dire di tutto. Ormai sono anni che ci diciamo le stesse cose. Di fatto siamo una coppia in cui uno dipende dall’altro. I soldi non mancano, un po’ di risparmi e la casa lasciata da mio padre. Lavoretti saltuari perché non reggo più di tanto. Poi, anche se non mi faccio tutti i giorni. Anche quello è diventato faticoso. A volte un po’ di disagio mi sale. In mezzo ad i ragazzini nel boschetto. Mi spaventa la completa assenza di qualsiasi valore. Puoi aspettarti che accada di tutto senza remore. Oppure è uguale a prima ma da una prospettiva diversa. Mi si dice: “perché ti fai?”. A volte rispondo a volte no. Tuttavia la difficoltà di spiegare che tra il prima ed il dopo del consumo che è la parte che si porta più problemi. Nel mezzo c’è un tempo sospeso in cui il mondo smette di girare. Ed io sono soddisfatto, appagato. Ecco il perché, non so in quale altro modo ottenere quella soddisfazione. Da anni anche il Dr. Quichi cerca di suggerirmi alternative. Ma nel tempo non durano, e torno sempre nel sentiero già scritto. Le luci dell’alba appaino poco alla volta. Ogni mattina è come salire sulla giostra. Una volta che comincia a girare non c’è verso di scendere. Mentre penso ad un cambiamento. Mi comporto esattamente come un orologio svizzero nel ripetere le consuetudini. Tutto ciò ha una sua drammaticità. Ma porta con sé rassicurazione. Niente di nuovo mi scolla dall’essere ciò che sono. Anche se in parte non vorrei. Tuttavia vorrei dire due cose a chi incontro ancora giovane. Dire: di fermarsi, dire: di sottrarsi al destino infausto che si compie inesorabile. Ma, è come parlare dalla stazione ad un treno in corsa. Vento o soffio che si sfalda nell’illusione delle buone intenzioni.
La prima comunità è stata la più importante. Senza grandi pretese terapeutiche ma vita condivisa in senso letterale. Il responsabile abitava in una delle camere insieme agli ospiti. Da subito il motivo per cui si arrivava lì veniva messo sullo sfondo. Si parlava tra persone e bisognava tirarsi su le maniche. La gestione di tutto era condivisa con oneri e responsabilità. Di fatto in quei due anni ho imparato a stare nella realtà. Ma non ho maturato la scelta di smetterla con le sostanze. Ho pensato anzi di poterle controllarle. Beh! Sono ancora qua, per cui in qualche modo ci siamo controllati a vicenda. Ancora oggi ascoltare alcune storie mi risulta insopportabile. Quando incontro gente che “si fa” evito di parlare. Non sopporto il modo in cui eventi al limite dell’umano vengono sciorinati come acqua fresca. Più uno ha subito, più diventa cattivo e fa del male ad altri.
Mi porto in giro il mio aspetto anacronistico con dignità. Faccio lo strafottente con chi mi aiuta. Ma ascolto e cerco di mettere in pratica alcune soluzioni per vivere meglio. Vivo travolto dai ricordi. Che continuamente si mescolano e si rigenerano nel presente. Non aspettandomi più niente dal futuro. Rimescolo le carte delle partite già giocate. Conti gli amici morti e quelli vivi che sono rimasti in bilico come me. A volte ci si incontra senza grandi entusiasmi. Fa un certo effetto vedere la propria vecchitudine nell’altro.
Ormai le disperazioni e i drammi sono persi nei ricordi. Quando ancora qualcuno si ostinava a cambiarti. Ora sei solo una trasparenza, ininfluente. Una nota anacronistica nella tela delle relazioni familiari. I giovani si esprimono attraverso nuovi strumenti tecnologici. I quali hanno mutato la percezione dei corpi e della loro sensibilità. Per cui cala la notte sulle mie traiettorie. Si restringe il campo ed in qualche modo si paga il conto. Pensavo che non potesse mai finire. Infinite possibilità, infiniti sogni che ora si sgretolano in una routine. Non credo di poter cambiare il destino. Lascio che le cose si compiono da sole. “Ciao, come va?” “Bene!” Come vuoi che vada. Dammi la terapia che mi tolgo dalla visita. Non sempre, ma a volte è insostenibile qualsiasi confronto, anche se sai che non c’è malizia. Ma nel fondo degli sguardi il pronunciamento del giudizio lo scorgi sempre. Ti colpisce nello stomaco e non sempre è facile da sopportare.