Le trottole pensanti

Le trottole pensanti sono chimere sciolte dal vincolo dell’obbedienza, mentre solcano la terra battuta da molti spiriti chinati sul proprio destino. È un’immagine evocativa del lento progredire del dipinto sul muro che separa il giorno dalla notte. Nell’intimità, si possono delineare le figure disturbanti che, di solito, non vengono presentate nei consessi pubblici: personaggi ristretti in spazi inconsci, la cui comparsa in superficie, in alcuni casi, stupisce e spaventa. Tuttavia, sono sempre stati lì, come abitatori della casa a noi propria.

Il clima di sofferenza investe la ruggine sentimentale di chi è rimasto indietro nella foga di altri, accaparrandosi le cose e accumulandole in un sovrappeso imperante. La natura, di per sé, se ne sta in disparte, lanciando ogni tanto colpi ben assestati per richiamare un’attenzione andata persa nella cultura del capitalismo. Sembra quasi impossibile cambiare l’inclinazione del significato dello stare al mondo; tuttavia, sarà inarrestabile la natura quando deciderà di prevalere sui sogni della volontà di potenza.

Non credo che basti raggiungere Marte per sfuggire a questa condizione, perché ovunque si vada, la propria natura ti segue; la pelle, con sangue, vene e tutto il resto, pare siano inscindibili dall’essente.

Mi inoltro, come ogni giorno, nel sentiero scaldato dal sole, che ancora non risparmia il proprio sguardo al mondo. Conto i passi e respiro al loro ritmo, mentre nelle orecchie risuona il ribattere delle suole sulla terra. Il tempo, che determina la mia motivazione al movimento, si attenua, dilatando la percezione di tutto ciò che mi circonda. Camminando, sogno la speranza di passare indenne in altre dimensioni, dove lo spettacolo si mostra nella bellezza mostruosa della verità. Ai lati del sentiero, i richiami e i sussurri degli abitanti del bosco si fanno percepire, ma, con grande dispiacere, non riesco a capire cosa dicano; un poco m’inquieta la sensazione di trovarmi in terra straniera. Un masso a bordo via sembra ideale per una sosta, e così mi fermo nel silenzio dall’umano, da cui il posto è riservato. Rimango stabile nel giorno in cui ho deciso di fermarmi, come un sasso, e riflettendo sul passaggio delle varie ere, nulla sembra più così importante come l’inclinazione del raggio di sole che colpisce il fondo del mio occhio, succhiando una lacrima alla rugiada del giorno. È un dono nel circolo costante delle elargizioni esistenziali, che mantengono il senso di una cultura.

A volte, il pensiero sorvola sugli aggettivi, prestando attenzione unicamente ai nomi propri. Sembra rassicurante un nome che rimane fermo, come una roccia insensibile ai richiami di cambiamento dei predicati. Una favola lilla nel cuore della sera si esplicita attraverso le frequenti gesticolazioni, che sono il vero tema del racconto. Come diciamo a noi stessi le frasi, così ci viene restituito il comportamento. Agisce nel sottosuolo della coscienza la costruzione metafisica del dialogo, che porta con sé la violenza della volontà di ragione.

In questa struttura di incontri e scontri permane l’incomprensione dei viventi, che non vogliono scegliere la colorazione del tempo in cui vivere. Le donne celano una rinnovata possibilità di ridisegnare i confini dei mortali e del loro inconscio, poiché conoscono sia la realtà che l’irrealtà di essa. Possono, se vogliono, ammutolire la violenza, avendo acquisito conoscenza di ogni minima variazione e strategia di essa. Possono tacitare i mostri che, sulla forza di un segno maschile, hanno tratteggiato il modo di comunicare tra le persone. Il verso poetico femmineo accoglie ogni essente in pari misura rispetto alla volontà di potenza delle infinite normazioni.

Tremolante come le mie mani, da cui tutto scivola, anche i pensieri si fanno fumo. La nebbia, a tratti, rende ostile il proseguire verso una destinazione ancora ignota.

Si cammina per la strada

Si cammina per la strada, consapevoli che ad ogni angolo un’ombra può presentarsi, cercando un contatto. La relazione tra umani e ombre non è facile; infatti, queste ultime vengono spesso ignorate, nonostante siano indispensabili nel dualismo di positivo e negativo, come unità. A lungo, uno sguardo furtivo si rivela necessario per assicurarsi che l’ombra sia al suo posto. Tuttavia, possiamo anche dare per scontato che, talvolta, essa scelga di rimanere per conto suo; e in questi momenti, la nostra distrazione riduce le certezze.

Comunque sia, questa parte meno illuminata, frutto della mancanza di luce dovuta alla sovrapposizione, è intrisa di poesia e significato, rappresentando sempre qualcosa di altro rispetto a sé. Quando compare l’ombra – o la nostra ombra – siamo pronti a guardare oltre il finito, verso una dimensione che si apre infinitamente nel fantastico creativo. Questa è una meditazione guidata dall’imbrunire delle cose, in un tempo dilatato dalla percezione sopita della realtà.

Ritornando per strada, il ricordo della tua voce risuona anche nell’ombra, evocando sentimenti che oscillano tra chiaro e scuro, a perpendicolo dalle facciate umanizzate dei palazzi. Mi tengo in serbo un pianto per quando la carestia colpirà anche la baldanza dell’Occidente.

Alla memoria risuona un motivetto contrappuntato, pieno di biscrome, saltellante come un grillo tra orecchio e occhio. Mi perdo nel tempo della musica, lasciando che l’angoscia molli gli ormeggi dai miei porti. La fatica pesa sulle spalle, mentre il vento sterza le opinioni altrui, che, come al solito, cercano fondamento.

Resto quieto, al di qua del mare. Dalle mie spalle, le montagne glabre testimoniano il cambiamento climatico, un’onda persistente nelle menti e nelle ossa di intere generazioni. Volano aquile, degne di un romanzo epico, sopra al fiume di parole sprecate, destinate ad incendiare i boschi. Sogno di accarezzare la tastiera di un pianoforte con tutti i tasti neri, con il suono che si riverbera simultaneamente davanti e dietro, in tutte le direzioni, in modo che non vi sia altro spazio vuoto se non il momento della pausa musicale.

Le vibrazioni tagliano il reale in segmenti che si riposizionano per attrazione in configurazioni sempre nuove. Un brano suonato diventa un atto onnicomprensivo della coscienza, che contempla il contemplato mentre le proprie dita scorrono sulla tastiera nera nel sogno. Non c’è risveglio nella totalità di un momento, ma una lenta conversione a pensare di essere sveglio.

Una storia vive sempre nel tempo, mentre chi guarda o interpreta sospende per un attimo la propria temporalità per assumerne un’altra. Si gioca su più palcoscenici per viaggiare restando fermi, risparmiando il corpo, che si trova limitato rispetto alla coscienza. Il male di vivere è una condizione che inchioda il pensare a un’unica storia e a un unico tempo, prigioniero di un senso unico e direzionale del pensiero.

A volte, non serve solcare oceani, attraversare vaste pianure o scalare vette e avvallamenti per vedere il mondo. Attraverso il senso che diamo alle cose, possiamo sciogliere il legame con cui nominiamo la realtà, sbaragliando il costrutto storicizzato di noi stessi e liberandoci dal peso della consuetudine. Almeno per un attimo, possiamo sbirciare nel piano metafisico.

Corbellerie si susseguono nella volontà di scrivere, come se ad un certo punto, al di sotto del segno scritto e poi sotto alla carta, s’aprisse un vano immenso in cui perdersi, presi da una vertigine per la mancanza improvvisa di appoggio. Sento da oltre la porta chiamare, senza che vi sia nulla da rispondere. Attendo quindi che la questione si diradi da sola, poiché non sento di essere in quel posto, dietro a quella porta, in quel momento in cui, al mattino, è comparso il sole di fine autunno.

Come nulla…

I fatti si spengono al limitare della costa, travolti dal profumo tenue del mare, che si spinge nell’immaginario del camminante sulla terra ferma. Una città ed i suoi contorni si slanciano nella sofficità delle nuvole, che oramai hanno preso l’abitudine al rosa. Le storie formano la stabilità identitaria, in un continuo brusio di voci sussurrate che, dal cavallo alla ruota, corrono lunghe le strade. Il mio punto di vista è solo un momento che poi si disperde nel ceruleo sguardo dei molti.

Come al solito, la discussione si protrae oltre gli orari notturni, intrufolandosi nel chiarore del mattino, accompagnata dai primi suoni del risveglio. Le parole, sgranate con una corte di significato, riempiono il vuoto che resta del discorso, mentre gli sguardi accigliati si ritirano per un lungo sonno. È consuetudine ritrovarsi nella bettola di turno, dove, tra l’odore di muffa delle bottiglie invecchiate, si creano sinfonie con racconti improbabili e utopie altrettanto evanescenti. I libri letti costituiscono uno sfondo che, una volta svelato, rimane incorruttibile dietro l’agire quotidiano. Sono una fonte di soccorso che di volta in volta supplisce all’inciampo del ragionamento.

L’idea è la solita che si aggira da sempre: “È possibile tra gli esseri umani fare a meno della violenza?” Ci hanno provato gli anarchici a dare una risposta in modo utopistico, prefigurando uno scenario futuro in cui si sono mischiati alla volontà di potenza di cambiare anche con violenza le cose. Di fatto, nella rigidità della separazione tra oggetti, natura vegetale o animale, uomini e dèi, la violenza è di casa, perché non c’è modo di muoversi senza urtare un qualcos’altro. Non credo che sia impossibile uscire dal dilemma, ma per prima cosa serve eliminare la ricchezza dei beni come concetto, in favore di una cooperazione e distribuzione dei beni di sussistenza. Come quattro vecchietti al bar, si può discutere di tutto. Quando rimane poco da temere, le idee si rischiarano nel graffio ruvido della nudità. In effetti, le vite di milioni di persone presentano una variabilità infinita, ma le idee che attecchiscono nella fioritura del tempo non sono molte. La cultura guida il gioco della massa in un recinto ristretto, obbligando le persone a guardarsi e a giudicarsi. I concetti sono posti sul tavolo come un carico che si amplifica nel rimbalzo della discussione e nella soddisfazione di sentirsi a casa.

Come nulla, le camicie vengono piegate sapientemente da una tradizione che si perpetua tra gesti simili e contemporaneamente diversi. Lineamenti invisibili collegano la progenie, che cerca di mantenere, per quel che può, una descrizione del mondo più o meno accettabile per chi si affaccia alla mortalità. Forse non è necessario, per esistere, accettare l’esistenza, ma di fatto nessuno si ribella, e la via è occlusa verso una possibilità altra di stare nel mondo o nel non-mondo, nel tutto o nel niente, o in ciò che è innominabile. Un testimone o un sussurro potrebbero indicare la svolta verso l’altrove, che non si arena su nessuna parola data.

Da bambino, bastava poco per aprire nella fenditura dell’aria un cosmo inesplorato e sparire per ore, fino a essere ritrovati dalle braccia di una madre dubbiosa su dove fossi stato. Con il tempo, la fretta ha lasciato in sospeso tutte le fenditure che a volte ti rapiscono in un breve viaggio lungo l’impossibile, che però ha il sapore della verità. Ti vengo a trovare sempre più spesso quando non te ne accorgi; il mio amore è diventato silenzioso e furtivo. Uno sguardo si posa mentre l’altro è in procinto di una svolta, un bacio mentre l’altro scivola nel sonno, cullato solo dalla presenza sicura.

Sullo sfondo il mare

Sullo sfondo inizia a manifestarsi la parola che, caduta dalla voce muta, sobbalza nel vuoto fino a raggiungere il piano della vista. È un ricordo cristallizzato, risalente a un giorno estivo trascorso sulla spiaggia, dove il sale e il vento si mescolano all’umida sensazione del dopo bagno. Un sguardo tra di noi: ci siamo scelti per una vita e il mondo esterno svanisce, avvolto nella condensa dei vapori di un’esistenza alla deriva. Da quel giorno sono emersi molti “volevo che”, ma sono rimasti atoni, bloccati dalla mia incapacità di immergermi nelle emozioni. Ora, mentre il corpo si rinsecchisce in una dolorosa inefficacia, ricordo con nostalgia l’unico gesto fruttuoso del vigore: quello di fendere l’aria correndo.

Per me, il lavoro non è mai stato un obbligo, ma piuttosto una fonte di divertimento: educare mi ha sempre appassionato, e probabilmente avrei avuto consenso in qualsiasi contesto. Solo le circostanze della mia biografia mi hanno indirizzato verso l’educazione degli adulti. Mi piace cogliere nelle storie la trama inconscia e osservare la palude in cui le emozioni altrui si incagliano in comportamenti bizzarri e spesso autodistruttivi. Insegno le forme del cambiamento là dove, di solito, le persone vedono un muro inviolabile di cemento. Nelle pieghe di questa realtà immutabile, sussiste l’immensità della fantasia, che offre la possibilità di ridipingere le radici del reale.

La mutevolezza, insieme alla comunanza, attrae le sensazioni in relazioni che, nella loro costruzione visiva, assumono la forma di grandi affreschi rappresentativi delle gesta umane. Il senso della qualità espressiva che si intende conferire alla creatività indica una direzione che può oscillare tra il bene e il male. In un momento storico in cui tutto sembra ridotto a merce priva di una qualità etica, la violenza appare come il veicolo predominante per qualificare le relazioni tra uomini, cose e natura. Si impone una legge verticale che costringe ciascuno di noi a tentare scalate impossibili per dare un senso al proprio esistere.

La riflessione che cerco nel giogo delle passioni riguarda la possibilità di esistere in un modo differente, un modo di condurre il gioco che non sia dettato dallo sguardo o dalle sue infinite metafore. Un modo di essere umani che non riduca la carne a uno specchio riflettente di uno spirito. In Heidegger, l’atto appare come la parola che indica un salto verso una unità, ma le prefigurazioni non sono vita, e non esiste ancora testimonianza di un altrove. Di conseguenza, il senso di frustrazione pervade la cedevolezza verso la presunzione della cattiveria.

Il dialogo che si diffonde all’interno investe le cellule, modificando nel suo cammino la struttura dell’abitare sé stessi. È un flusso che riverbera nello spazio, inglobando attribuzioni di senso a tutto ciò che incontra. In questo vagabondare si trova l’educazione delle calze spaiate, delle camicie con il bottone mancante e dei capelli incolti. È un sussurro che invita al rimescolamento delle cose certe e all’uso scontato degli oggetti e degli aggettivi. Rimbalzando di nuovo tra i contrari, ci si trova faccia a faccia con il senso cercato, regalando un sorriso per un momento di felicità.

Si sente l’odore del lago mentre parcheggio e mi chiudo nel servizio; se il traffico fosse meno intenso, probabilmente potrei anche udire il suono del vento che scivola dalla montagna fino all’acqua. Vorrei trarre maggiore ispirazione da questo luogo, dove conosco più l’umano che la terra, ma avverto la vecchiaia che desidera altro e si rifiuta di continuare a creare parole. Nel riflesso della finestra scorgo uno sguardo malinconico, che prova dispiacere per tutti quelli che non ce la fanno. Mi dispiaccio anche per me, che non vorrei più fare ciò che non mi va, ma vorrei sentire che il mio tempo è prezioso, sia per me che per gli altri.

La comunità

Caro amico, so che ti trovi in comunità e stai pensando di andartene perché la sobrietà ti spaventa. Fermati un attimo: lascia che i tuoi pensieri non influenzino il tuo umore, ma permetti al tuo sguardo di posarsi sul giardino della comunità, ornato dai colori autunnali. Per un momento, segui la traiettoria del tempo e immagina quanto sarebbe bello vedere il cambiamento dei colori degli alberi fino a raggiungere il vivido verde dell’estate. Solo godendo della natura, il tempo ti offrirà uno spazio in più per la sobrietà, e non è detto che tu non possa scoprire un nuovo piacere in essa. Voglio dirti che comprendo quanto possa essere intenso e talvolta insostenibile il dolore del cambiamento, ma ti garantisco che la pace che ne deriva è un regalo prezioso per te e per la tua famiglia.

Certo, sono solo parole gettate come un laccio, atte a fermare l’intento di tornare nella sofferenza, un male ormai divenuto la terra sicura della propria identità. Questo è in contrasto con un salto nell’ignoto, che può risultare difficile, facendoci faticare per ambientarci e costruire relazioni e affetti senza il mediatore stupefacente che è la sostanza. Per la prima volta, ci si trova soli nel mondo, costretti a prendere decisioni e scegliere un campo da gioco nella vita che rispecchia ciò che si desidera essere o a scoprire chi si è realmente.

La comunità rappresenta sicuramente un luogo in cui la finzione si dissolve; infatti, è arduo mentire ai propri pari, che condividono esperienze e dolori simili. Tuttavia, è questa consapevolezza dello svelamento a rendere il luogo una cura: rispecchiandoci negli altri, diventa difficile evitare una riflessione su ciò che siamo diventati attraverso il consumo di sostanze e alcol. Il contesto comunitario esprime una sua unicità d’esperienza, difficile da vivere nella quotidianità, ma sarebbe un’ottima opportunità per tutti i giovani che si avviano a diventare indipendenti dalle famiglie d’origine.

Attualmente, manca nel contesto sociale una maggiore diffusione della cultura esperienziale della comunità, che è relegata nei luoghi appartati dedicati a persone con patologie stigmatizzanti. Il modello di convivenza comunitario ha, infatti, una forte valenza socializzante, creando un legame reciproco tra l’individuo, l’altro e la natura, come dovrebbe essere in tutti i contesti sociali.

L’interruzione della comunicazione viscerale tra l’umanità, il mondo e la natura, sia animale che vegetale, è ciò che rende malata la singolarità. Persa nell’insignificanza delle cose, questa diventa schiava di un’auto-centratura che si rivolge contro tutti, poiché è perennemente spaventata dall’“altro”. Il singolo vive nel costante sentimento di minaccia, senza affrontare la finitezza della propria esistenza, che è la morte.

Oltre a ciò, ci sono molte persone che vivono in co-dipendenza. Questi individui, pur non facendo uso di sostanze o alcol, assumono comportamenti e pensieri tossicofilici a causa di affetti, amore e legami familiari. Per loro, spesso non c’è l’opportunità di sperimentare la comunanza in comunità né di riappropriarsi della propria identità. Anche quando il familiare consumatore subisce un cambiamento, queste persone rimangono intrappolate in un limbo, in una sorta di terra di nessuno. La colpa per una situazione costruita nella disfunzionalità perdura nel quotidiano, privandole così del benessere derivante da qualsiasi cambiamento.

Il nodo disfunzionale del comportamento

Ho trovato, nel guazzabuglio del mio nuovo ordine mondiale, calzini spaiati e mutande ancora nuove. Penso intensamente che l’avvio sia difficoltoso, ma le informazioni che ricevo dai mezzi d’informazione sono di difficile interpretazione, tanto da sembrare fuori dal “bollo”. Pensavo di cambiare il nome delle cose affinché anche esse potessero mutare; in fondo, cosa siamo se non una stratificazione interpretativa del momento, più o meno presente? Nel mio lavoro, chiedo agli altri di modificare il senso delle cose, così da ampliare la creatività interpretativa. Per alcuni, è questione di vita o di morte se non riescono a farlo.

Una condizione che ci invita a riflettere sulla costruzione metodica delle abitudini. Tornando alle sequenze basilari, quelle che danno avvio a un movimento o a un pensiero, si struttura una volontà di cambiare ciò che è mutabile. Guardandomi intorno, noto che il colore del cielo è diverso dal solito; illumina la stanza a tratti, come a segnalare la presenza. I segni della luce sono affini alla nostra natura; non saremmo nulla senza l’apparire, o meglio, saremmo qualcosa che non è mai visto dai figli della luce. Tornando alle abitudini, è necessario far sì che vengano dimenticate affinché altre possano essere.

Nella continua stratificazione tra dimenticanza e ricordo risiede il nodo disfunzionale del comportamento che non ci rispecchia, e in alcuni casi lo percepiamo come qualcosa di estraneo a noi. Si apre così un conflitto all’interno dello stesso corpo, indivisibile ma percepito come frammentario. In questa consapevolezza, la cura diventa la conciliazione metaforica delle parti in un tutto armonico. Non è necessario impazzire ogni volta che si avverte una contraddizione interna; ciò che serve è permettere alle stratificazioni di disconnettersi, avviando nuove catene di significazione, adeguate di volta in volta alla realtà mutante del proprio divenire.

Uno dei pensieri più drammatici dell’Occidente è il seguente: “devo passare il tempo”. Questa costruzione di un tempo noioso deve essere occupata in qualche modo, riducendo a insignificanza l’unica condizione fondamentale che la vita costituisce. Se è cosa di poco conto, in questo spazio può entrare qualsiasi cosa, purché non ci siano punti di vuoto. Respirare accompagnandosi a se stessi in una dimensione che non considera il tempo, ma si concentra solo sulle sensazioni che il corpo percepisce nella collisione con l’esterno. È un invito a riscoprire la noia del sentirsi abbandonati in una deriva senza fini, cullati dal cielo stellato, che è l’unico a poter dare senso a ogni cosa.

Guardandomi attorno, cammino per questa strada che percorro quasi ogni giorno. A volte, mi colpisce uno spaesamento: d’improvviso, tutto appare in bianco e nero, con tonalità di grigio sbiadito, che conferisce un senso di antiquato. Continuando a camminare, avverto la presenza di tutti coloro che hanno attraversato questa via, rendendola unica, precisa e diversa da tutte le altre. La sensazione oscilla tra l’individuo e la moltitudine, come un messaggio che racconta la storia di tanti; alla fine, è il rimuginio dell’uno, ramingo e solitario, che crea il mondo a propria somiglianza, inconsapevolmente.

È un attimo! Poi la sensazione svanisce tra il rumore crescente del traffico e il colore sbiadito dallo smog, che ricompare in concomitanza con il battere del tempo, mentre la mia coscienza sembra assopirsi. Il relativismo delle affermazioni, o semplicemente il modo di osservare le cose, mi confonde al punto da perdere il punto d’appoggio dal quale, generalmente, ci riconosciamo come entità vive in quel preciso momento. Non c’è un’alternativa possibile per guardare il mondo in modo metafisico: è necessario perdersi nell’oscurità o nel bagliore del mare, dove ancora il senso è liquefatto.

Collezioni incomplete

Oggi è stato difficile mantenere il senso del dovere in una situazione di controllo burocratico nel nostro lavoro. In alcuni momenti, ci si chiede se le persone siano ancora al centro del nostro interesse o se prevalga ciò che appare nelle descrizioni formali. Un profondo senso di pesantezza e inutilità nell’impiego del tempo ha frustrato il nostro umore, portandoci a una dissociazione da una realtà incomprensibile. Da quando avverto questa sensazione di inutilità, cerco, nelle pieghe dei discorsi o negli angoli nascosti, l’entusiasmo che un tempo mi animava nell’osservare il possibile cambiamento in meglio delle persone.

Tuttavia, è da troppo tempo che non vedo o non sento una giovane brezza capace di scardinare le incrostazioni. Sogno ad occhi aperti la tastiera del pianoforte e la mia mano che scorre tra suoni in grado di riempire il vuoto. I suoni si trasformano in parole rassicuranti, dando vita a una canzone, esattamente come si cucina un piatto delizioso. Guardo oltre la coltre di tristezza che lo smog cittadino deposita sulle cose, immaginando il rifiorire delle condizioni originarie con colori vividi. In tutto questo, la catena delle conseguenze danza inesorabilmente, spezzando l’incantesimo e riportando lo strato di ruggine sul colore.

Mi muovo avanti e indietro tra un ufficio e l’altro, con la mente ovattata da un torpore causato dalla febbricola del doppio vaccino. Non riesco a ricordare, o meglio, non riesco a disporre gli eventi in successione. Così, tutto appare come un’unica immagine condensata in un’attenzione isolata. Oltre ai volti e alle espressioni, leggo le rughe di organi denudati dalla pelle. La disperata desolazione, priva di speranze, si manifesta per quello che è: un’imminente minaccia che non può essere scacciata fino alla fine dei giorni. Vorrei chiudere gli occhi e non ascoltare, neppure per un momento, il continuo lamento che si aggroviglia tra le mie intenzioni fino ad afferrare il mio corpo. La canzone, velata dal rumore di sottofondo, sale lungo le linee della percezione e, in un attimo, cattura il cuore in una stretta nostalgica. Tutto il tempo trascorso si condensa nell’istante in cui un solo ricordo appare con forza arrogante. La nostra strana natura umana ci porta a percorrere incessantemente passato e futuro, senza mai dimorare nel momento della presenza attiva. Vorrei dirti ciò che è già stato detto in un incrocio di vari me stessi, che in apparenza si sovrappongono, costituendo una identità.

Raschiare il fondo del barile è un modo di dire che indica la mancanza di comprensione su come affrontare le questioni. È il punto in cui la musica si silenzia e le danze vengono interrotte. Ora che buoni e cattivi si sono mescolati così bene, il gioco delle parti sfuma in una partita di tutti contro tutti. La fede è in conflitto con la tecnica, cercando di definire la nuova società monoteista da cui dipenderà lo sviluppo delle identità umane. L’assenza può rivelarsi l’entità dominante in una forma di trepida attesa, capace di appagare le masse mentre il diluvio imperversa sulle cose.

Fuori, nelle strade, tra confini visibili e invisibili, si specchiano sguardi muti, pronti però a trasformarsi in zanne. Un fiore cresce anche nell’abbandono più totale, testimoniando la possibilità della bellezza in ogni luogo e in ogni forma. Ma mi chiedo se siamo realmente pronti a cogliere, nel divenire degli enti, quel senso di eterno che potrebbe salvarci dalla schiavitù della volontà. Viviamo per ottenere sempre qualcosa o qualcuno; desideriamo ciò che può essere desiderato solo attraverso un effimero gioco che non produce soddisfazione, ma soltanto collezioni finite e incomplete, depositate in teche che ormai nessuno osserva più.

Significati appesi come grucce

L’insonnia allunga le ombre notturne in magiche conformazioni della mente, mentre ci si dilunga in chiacchiere durante la colazione. Con il sorriso che piano svanisce, riapro il libro dove il punto si stacca. La lettura apre il mondo e seziona ciò che è impossibile vedere con gli occhi; a tratti, lo squarcio sull’altro diventa me stesso. Se ripenso alla progressione del passato, certamente il libro è il compagno costante di una vita, la finestra sul mondo di sopra, su quello di sotto e su quelli invisibili. La parola magica, scritta con l’inchiostro, ha creato la vita nel suo apparire.

Scrivere mentre il fiume placido scorre tra emisfero ed emisfero, o tra orecchio e orecchio, in una landa di sconosciute visioni in cerca di apparizione. In attesa, le cose non dette fremono dentro agli anfratti dove sono contenute a stento e relegate. Così, la scrittura diventa una necessità e una forma di sopravvivenza per non essere sopraffatti dal peso inesauribile del non espresso: una valanga in attesa perpetua di schiantarsi nella presenza inopportuna dell’ignorato, quando, alla luce soffusa di una pausa, il pensiero è sopito e indifeso. Segnare il punto e la linea in un corsivo un poco sgraziato, frutto di una mano ormai dimentica della scrittura con calamaio e pennino.

Il respiro si acquieta nel riposo, mentre fuori continua la veglia sulle significazioni dei gesti che incorniciano la realtà. Vorrei, per un momento, essere esiliato dal peso dell’umano e diventare terra di tutti. Accogliere il legame che ci ha reso orfani di tutto il resto, che prosegue la sua esistenza senza più badare a noi. Le mie mani affondano nel fango in cerca dell’oro o del succo del sapere, che svanisce quando lo osserviamo. È una fuga dalla paura di perire, mentre ancora si cerca tra le macerie ciò che è più prezioso per la vita.

Davanti allo spettacolo delle rocce immobili, mi acciglio un poco per l’ignoranza che provo rispetto alla flebile attenzione che riesco ad avere in confronto. L’agitazione delle persone, in movimento, lascia inascoltate le creature ferme. La giornata inizia con una riflessione piegata dalla breve pausa che, a volte, il pensiero lascia inavvertitamente scoperta nella costruzione del mondo. C’è una ingenua pace nel gioco, forse inesistente, tra un dentro e un fuori, su cui si sono costituiti tutti gli oggetti. Nella giornata che mi attende, niente mi rende felice; eppure, sono pronto ad obbedire alla mia infelicità.

“In effetti, la scrittura che si dispiega sul foglio non ha toni allegri. La mia incapacità di trasmettere un sorriso attraverso le parole mi disturba in qualche modo. La sento come una mancanza o un’abilità non acquisita, e ogni volta che mi viene in mente una battuta di spirito, faccio fatica a sostenerne il significato e così la cambio. Alla fine, credo che ognuno debba fare ciò che gli riesce meglio; questo resoconto non è un racconto, ma piuttosto cento parole da unire al respiro in un piccolo esercizio di meditazione. Il cane, disteso ai miei piedi, dà il ritmo con il suo russare, mentre io mi perdo nel vuoto dei significati appesi come grucce.”

Sono confuso tra il sonno anticipato e un corpo che in questo momento di consapevolezza notturna sembra non voler più muoversi. Una mano scivola lungo il contorno della presenza che da sempre mi accompagna, e la vibrazione invade lo spazio che funge da intercapedine nella dualità. L’amore cristallino, capace di resistere a ogni intemperie, satura ogni spazio intorno a sé, come una foresta avvolgente e vitale. Un tempo è trascorso, rendendo pallida la pelle e schiarendo i capelli, che non volano più con il vento del giorno, ma restano raccolti dal soffio dell’imbrunire.

Il giardino di Epicuro

Nel sogno si scrutano le deviazioni emotive che instancabilmente viaggiano attraverso le immagini. C’è sempre una lezione da apprendere, se l’onirico viene ricordato e si prolunga nelle tracce del mattino. Da sotto la barra della linea di visione, le cose appaiono in una dimensione diversa e il ragionamento si ingegna a trovare una collocazione di senso al nuovo. In questo meccanismo di aggiustamento risiede il normalizzatore dell’ignoto: una forma di sicurezza che ci protegge dal panico. D’altra parte, però, questo stesso meccanismo rappresenta un limite, poiché non consente all’esperienza di arrivare fino in fondo, ostacolandone l’oltrepassamento per scorgere il barlume della verità.

Il mio ostinato tentativo di trovare una parola chiave che, da sola, possa aprire la montagna esanime del non senso. La magia nella razionalità si manifesta nel caparbio percorso di comporre un disegno che sembra sempre incompleto. La volontà si è ridotta a una semplice sopravvivenza, chiusa nella propria dimora, mentre all’esterno i lupi umani si danno battaglia. Un tempo stazionavo nella mischia e i colpi non sembravano scalfire il mio scudo; ma ora, che sento ogni dolore, anche uno sguardo mi affligge. Ritorno al punto in cui il ritirarsi è diventata la mia strategia e il cielo si è tinto di voci straniere, a me incomprensibili.

Rievoco le sensazioni svanite nell’aria che si perdono negli oggetti depositati dal tempo, come tappe di un viaggio. La casa è un insieme di cose dotate di significato, che giorno dopo giorno radicano una storia, la quale si trasforma in carne viva. Così, un’abitazione diventa la mia “casa fatta persona”, capace di rispondere alle domande e di porre quesiti. Oggi il sole si mostra, portando con sé la natura che si accende in un abbaglio piacevole, offrendomi nuove possibilità e un orizzonte più ampio. Osservo i miei occhi alla finestra, che scrutano una rara perla del futuro mentre vola via.

Se all’orizzonte l’inquietudine mostra il colore grigio della cupezza, ci si rintana nel proprio sguardo interiore, sfidando la sorte. È difficile accettare che qualcosa si sia rotto in modo irreparabile e che lo scarto verso un altro modo di vivere sia inevitabile. Si attende, come in una stazione, che la propria sorte venga reclamata nel furore del cambiamento. I popoli resistono con bizzarre ragioni per differenziarsi gli uni dagli altri, ma la forza della macchina bellica risolve ogni questione a carne viva o morta, e poco più. Le preghiere hanno cessato di influire nel momento in cui sono state tradotte in parola.

Trovo, cercando le impressioni sulla superficie delle espressioni, visi che parlano il linguaggio antico della natura. Oltre a me, un altro avanza in quella pianura fertile, ora trasformata in acquitrino fangoso. Nulla di ciò che un tempo illuminava il cammino è rimasto, sepolto dall’avidità e dall’ignoranza dei senza scrupoli, zombie viventi per un quarto, capaci di mangiare i propri stessi arti. Cala una certa frustrazione nel breve lasso di vita, in cui si desidererebbe incontrare un barlume di creazione da portare nell’aldilà. Un sospiro, e mi riprendo per bussare alla tua porta ancora una volta in cerca d’amore.

Con flutti di lava cadenti sulle sponde del sogno appena lasciato al chiarore del mattino, mi prendo il giorno così come viene. Ancora un poco intontito, compongo il quadro della consuetudine, dove dirigere la voglia di movimento. Se Epicuro ha scelto un giardino dove stare in pace, io muovo dall’interno del caos cittadino il desiderio che tutto si plachi e che il mondo si trasformi in lentezza. C’è sempre un eco in fondo all’orecchio, un doppio discorso che si dipana in modalità di “fuga”; una melodia che insegue se stessa, mutando nel tempo.

Traccie

Porto con me le cesoie con cui ho tagliato il vento pazzo dell’imbrunire, un attimo prima di perdere la ragione e lasciare che la sregolatezza si portasse via ogni cosa. Ho confuso la realtà con i sogni, che, venendo innanzi, hanno coperto il mondo. Ora il campo da gioco è cosparso di detriti che, se messi in ordine, raccontano una storia. Non necessariamente la mia storia, ma una narrazione generalizzata di eventi. La non normalità si aggira come un falco nei pregiudizi, pronta a ghermire l’incauto che, troppo spensierato, mostra i propri sentimenti messi al bando dal senso comune.

La salute mentale viene reclamata come un prodotto da comprare dal salumiere in una realtà che non sa più guardarsi in veste di protagonista del presente. Si costruiscono i confini della normalità, ma sono così effimeri da non contenere alcun valore. Lo sfacelo del buon senso è dovuto all’usura del tempo e alla mancanza di manutenzione di quel senso comune di comunanza che mantiene coeso un popolo. La tristezza a tinte grigiastre avvolge le vie del centro, sempre più invase dalla povertà e dall’insolenza dell’ignoranza. Mentre, in alcuni templi della modernità, gli intellettuali rimangono chiusi a rimuginare sulla storia che non c’è più.

Non solo fango nella città alluvionata, ma anche disperazione e sconcerto per la forza che sovrasta tutto, apparendo invincibile. Di fronte al muro, gli sguardi si incrociano e, per un attimo, riemerge l’antico segno della fratellanza. I torti subiti passano in secondo piano, aprendo spazio a un nuovo incontro con le cose sconosciute. Forse è solo paura il cambiamento, ma la coesione può ridare un filo di fiducia alle parole pronunciate e alle promesse fatte. A sera, se si ha la forza di farlo, si può alzare un bicchiere di vino tra discorsi d’amore e arte, nelle vecchie osterie che ancora popolano il mondo sommerso, in riva al vecchio fiume, ora calmo.

Se tutto funzionasse nel modo adeguato del racconto, le chiacchiere troverebbero lo spazio ideale per incastrarsi tra gli umori che si incontrano. Parole che, oscillando nel regno dell’insignificanza, sparano proiettili sulla imperturbabilità del momento. Così, mentre cerco un modo per uscire dal veicolo cieco delle cose dette, ammiro il paesaggio, che cela intorno a sé uno stato d’animo o un momento particolare tra la disputa semantica. Scrivere nel riverbero dell’ombra, mentre la luce naturale svanisce oltre i tetti, rende l’attimo poetico e commovente fino al pianto.

Probabilmente scrivo l’inutile dramma della rievocazione tra presente e ricordi, in una miscelata unione d’umori. Sento il peso della ripetizione, in formule variate continuamente ma con risultati sempre uguali. Ogni giorno incontro il fallimento e la disperazione, che cercano risposte che non vogliono ascoltare. È difficile che qualcuno accetti di cambiare, se non al limite della morte; e anche allora, non sapremmo nulla, perché l’inenarrabile ci sfugge.

Ora, il momento è arrivato: guardo oltre il limite di questa stanza, chiusa come una prigione, sbarrata dall’incantesimo della vecchiaia, che rende l’esterno minaccioso senza ragione. Vedo un volo oltre il limitare, che apra la strada verso le alture della poesia.

Tutti noi siamo in viaggio verso una meta ignota, lungo un fiume che trasforma incessantemente le parole in significati. A tratti, una narrazione prevale sull’altra e i colori variano in funzione dello sfondo. Non c’è nulla che permanga nella fissità della verità; le opinioni sovrastano ogni tentativo di cristallizzare il mondo in un unico assetto. Come al solito, pur essendo sempre un po’ diverso, faccio colazione nell’unico modo che mi accompagna in questi anni. Guardo fuori e mi accorgo che tutto si muove ancora nel flusso ininterrotto della città.