Nel sogno si scrutano le deviazioni emotive che instancabilmente viaggiano attraverso le immagini. C’è sempre una lezione da apprendere, se l’onirico viene ricordato e si prolunga nelle tracce del mattino. Da sotto la barra della linea di visione, le cose appaiono in una dimensione diversa e il ragionamento si ingegna a trovare una collocazione di senso al nuovo. In questo meccanismo di aggiustamento risiede il normalizzatore dell’ignoto: una forma di sicurezza che ci protegge dal panico. D’altra parte, però, questo stesso meccanismo rappresenta un limite, poiché non consente all’esperienza di arrivare fino in fondo, ostacolandone l’oltrepassamento per scorgere il barlume della verità.
Il mio ostinato tentativo di trovare una parola chiave che, da sola, possa aprire la montagna esanime del non senso. La magia nella razionalità si manifesta nel caparbio percorso di comporre un disegno che sembra sempre incompleto. La volontà si è ridotta a una semplice sopravvivenza, chiusa nella propria dimora, mentre all’esterno i lupi umani si danno battaglia. Un tempo stazionavo nella mischia e i colpi non sembravano scalfire il mio scudo; ma ora, che sento ogni dolore, anche uno sguardo mi affligge. Ritorno al punto in cui il ritirarsi è diventata la mia strategia e il cielo si è tinto di voci straniere, a me incomprensibili.
Rievoco le sensazioni svanite nell’aria che si perdono negli oggetti depositati dal tempo, come tappe di un viaggio. La casa è un insieme di cose dotate di significato, che giorno dopo giorno radicano una storia, la quale si trasforma in carne viva. Così, un’abitazione diventa la mia “casa fatta persona”, capace di rispondere alle domande e di porre quesiti. Oggi il sole si mostra, portando con sé la natura che si accende in un abbaglio piacevole, offrendomi nuove possibilità e un orizzonte più ampio. Osservo i miei occhi alla finestra, che scrutano una rara perla del futuro mentre vola via.
Se all’orizzonte l’inquietudine mostra il colore grigio della cupezza, ci si rintana nel proprio sguardo interiore, sfidando la sorte. È difficile accettare che qualcosa si sia rotto in modo irreparabile e che lo scarto verso un altro modo di vivere sia inevitabile. Si attende, come in una stazione, che la propria sorte venga reclamata nel furore del cambiamento. I popoli resistono con bizzarre ragioni per differenziarsi gli uni dagli altri, ma la forza della macchina bellica risolve ogni questione a carne viva o morta, e poco più. Le preghiere hanno cessato di influire nel momento in cui sono state tradotte in parola.
Trovo, cercando le impressioni sulla superficie delle espressioni, visi che parlano il linguaggio antico della natura. Oltre a me, un altro avanza in quella pianura fertile, ora trasformata in acquitrino fangoso. Nulla di ciò che un tempo illuminava il cammino è rimasto, sepolto dall’avidità e dall’ignoranza dei senza scrupoli, zombie viventi per un quarto, capaci di mangiare i propri stessi arti. Cala una certa frustrazione nel breve lasso di vita, in cui si desidererebbe incontrare un barlume di creazione da portare nell’aldilà. Un sospiro, e mi riprendo per bussare alla tua porta ancora una volta in cerca d’amore.
Con flutti di lava cadenti sulle sponde del sogno appena lasciato al chiarore del mattino, mi prendo il giorno così come viene. Ancora un poco intontito, compongo il quadro della consuetudine, dove dirigere la voglia di movimento. Se Epicuro ha scelto un giardino dove stare in pace, io muovo dall’interno del caos cittadino il desiderio che tutto si plachi e che il mondo si trasformi in lentezza. C’è sempre un eco in fondo all’orecchio, un doppio discorso che si dipana in modalità di “fuga”; una melodia che insegue se stessa, mutando nel tempo.