In cerca della periferia come di un nettare per riannodare le questioni accantonate in un dimenticatoio, da parecchio il filtro sulla bellezza è un appariscente costrutto in silicone, per nascondere una realtà che presto sarà inarrestabile, la giovinezza delle persone in povertà tracimerà le barriere per portarsi al centro della scena. In fondo niente di nuovo, l’umanità si sposta come un’onda affamata e niente può colmare il divario nella corsa verso il cibo tra chi già sazio rispetto alla brama della fame. Purtroppo come sempre verranno smembrate le carni della ragionevolezza per entrare nel dominio del predatore.
L’arte
La metafora permette di entrare dal pertugio della conoscenza rendendo visibile il concetto in modo intuitivo, quindi unire le modalità espressive della poesia al rigore logico matematico sullo sfondo filosofico del proprio tempo, è un esercizio di svelamento del presente inteso non nel flusso del tempo ma nella presenza in cui si è destinati da sempre. Le relazioni sono vincolate dalle modalità espressive che impongono restrizioni tra i corpi, marcando le separazioni oggettuali all’interno di consuetudini prescrizionali che aumentano le distanze. Cogliere la presenza nella difficoltà della separazione così imposta è possibile solo nella forma dell’arte.
Il cambiamento
Nella notte si può camminare più lentamente se non si è in posti seminati dalla rabbia urbana, il buio togliendo i colori ridona una luce fresca alle cose, incontrandole in un nuovo racconto lento e bicolore. Pensare cose nuove con parole vecchie riflette il rimestare della solita minestra circoscritta nella solita cena serale. Riformulare i suoni dei verbi è uno stimolo a produrre vibrazioni intriganti nel dire esterno, e riverberare novità all’interno con il pensare. Non si esce in alcun modo dalla cornice delineata dalla critica della ragione se non cambiando gli oggetti della mente.
Profughi
Dentro ad un apparente scorrere nella normalità si annidano campi profughi clandestini, sono per lo più oscurati per una diversa sintonizzazione nel flusso del tempo, sembrano lenti gli occupanti ma affaccendati a mantenere le tradizioni che sfuggono al giogo della tecnica. La cordialità per chi si approccia con umiltà è offerta nel prendere un tè lentamente per assaporare la terra da dove ognuno proviene. Fermarsi vale una storia di fate e demoni nell’eterna lotta tra male e bene, una preghiera senza Dio nel rispetto di tutti gli altri che hanno governato il cielo. Camminando mi celo a quella fretta che tutti devono mantenere per non fare dissolvere l’illusione.
La pausa7
Alla fine verso casa di un qualsiasi giorno che non appare più nelle mappe della memoria, parlo con fantasmi che come me ritornano continuamente verso la fine. Sorridendo dicono:”non tutto è male nella polvere in questo stato di intermittenza, le ombre sfocate non accecano la vista, le frasi non sono gridate, il sussurrare lieto rallenta il movimento nel vento apocalittico. Siamo presenze nelle cose dissolte, in attesa che nuove aggregazioni modellìno il mondo, nuovi amori intrecciano canti.” Io dico che:” in questo mare di suoni i significati pesano come la gravità al tempo della vita, possiamo eluderli tirando avanti nell’estinzione oppure soffermarci trasformando per l’ennesima volta il niente in qualcosa, con buone intenzioni ma sempre nella volontà di volere che qualcosa sia altro da se.”
La pausa6
Assopito per un tempo indeterminato ristetti senza sussulti di sorta, immerso in un mare di silenzio cogliendo il momento esatto in cui il pensiero sorge dal nulla. Fuori la tenebra impone il proprio ritmo ed in lontananza ombre acefale si rincorrono in un gioco all’infinito. Penso l’azione è muovo verso un oltre il mio stato, afferrando le sensazioni rimaste dall’esalazione finale, rendendomi conto che sono nutrimento il quale infonde quasi ebrezza nel risucchiare cose morte appartenute alle moltitudini. Le solite cose restano da fare, come cercare compagnia, o riparo per la pioggia scura che non smette mai di cadere o salire, dipende da come la storia prende forma ogni volta.
La pausa5
Ricordo Uomini e donne in un sotterraneo a discutere il nulla pneumatico, raffigurano nei loro corpi lo stigma del lavoro sociale, l’abbrutimento del logoramento nel voler far diventare altro da se l’estraneo. Portando nel tempo la frustrazione dell’impossibilità dell’impresa. I copioni si ripetono, uguali come riti tramandati, il voler cambiare gli altri è una fede religiosa, e ciò che più si avvicina al divino. Le descrizioni mi riescono difficili, forse scarsità di vocabolario, gli eventi che si susseguono davanti all’orizzonte della vista, sono infiniti. Coglierli è il principio stesso della perdita. Gli eventi sono fatti di una grana fine, puntiforme, ondulata; che oscillando si compongono in forme di senso, rimanendo per sempre parziali. Non c’è modo di cogliere il quadro generale, la vita si snoda nella frammentarietà e nella dimenticanza. Un tramonto oscilla nel divenire altro da sé per poter ripresentarsi come tale allo sguardo. Un tempo ho educato adulti alla propria dimenticanza ripetendo le medesime cose con colori sgargianti per risvegliare i ricordi.
La pausa4
Me ne torno a casa dopo questa perla lanciata a sasso nella mente eterea. Tornare a casa nella fine del mondo si presenta come una impresa ardua, punti di riferimento spariti, squagliati nel momento stesso del girare le spalle. Provo a fissare punti nello spazio e piano edifico casa o tana in cui ristorare, oppure dormire per ritrovarmi sveglio nel mondo di sempre. Ma niente, il nulla predomina, la significanza è un costrutto via via labile, usato come mezzo di locomozione. Viaggio nel senso inverso tirando a campare, per ora in cerca di un posto sicuro dove raccogliere in versi le spoglie del mondo che fu. La fine del mondo è una stranezza che uno non si aspetta nonostante l’abbia vista e sentita narrare in tutte le salse. Nel nulla tutto appare come possibilità fugace in apparizioni che come neve si sciolgono non trovando architetture su cui costruire cattedrali.
La pausa3
La mia ora è scritta nella luce al neon intermittente tra scaricatori di porto e puttane nel venerdì di pazzia generale in cui i giovani si schiantano nel buio della notte.”
Rimango pensoso cercando di vedere quel scenario di giovani suicidi, nel passato il divertimento estremo, e angosciante se non tentato nell’estremizzazione delle azioni pericolose. Solo il rischio dell’annientamento di sé o l’altro passava nel giogo del divertimento. Posso chiedere:”Ma cosa rimane di quello che fu un tempo il significato di tutte le cose, le molteplici combinazioni degli oggetti in uso, con la carismatica potenza dell’attrazione verso il possesso.” L’anima femminile con gentilezza scruta dentro le mie parole, con aria trasognata rievoca suoni dal passato:” il nulla ha adombrato le cose, rendendole insignificanti, cioè che appare è il contorno o bordo degli eventi, uno sfavillio di informazioni che persistono lungo una linea di luce che ci collega o lega tutti all’apparire così come siamo nel niente che sovrasta”.
La pausa2
Altri costrutti o insiemi di ricordi, oppure anime, non so, nel bar dell’oblio, incontri casuali mentre rifletto sul da farsi. Il da farsi nel tempo del nulla non è cosa semplice, stabilire un prima ed un dopo nel senso del discorso è come girare in tondo al proprio asse senza numeri. Nell’angolo dal soffitto spiovente un’ombra al femminile attrae ciò che è rimasto di me, accenno un discorso:” salve cara, questa fine del mondo improvvisa mi ha colto di sorpresa, i ricordi sono rimasti incastrati in un tempo fittizio ed ora chiedo un segno di compassione.” L’anima in pena che forse vuole farsi gli affari suoi, sorseggiando vapore parla a bocca chiusa:” caro mio lascia che le ultime fiammelle si spengano in pace, non è educazione disturbare i morti mentre cercano di morire, assaporando l’eterno nel fondo del bicchiere.