Dentro ad un apparente scorrere nella normalità si annidano campi profughi clandestini, sono per lo più oscurati per una diversa sintonizzazione nel flusso del tempo, sembrano lenti gli occupanti ma affaccendati a mantenere le tradizioni che sfuggono al giogo della tecnica. La cordialità per chi si approccia con umiltà è offerta nel prendere un tè lentamente per assaporare la terra da dove ognuno proviene. Fermarsi vale una storia di fate e demoni nell’eterna lotta tra male e bene, una preghiera senza Dio nel rispetto di tutti gli altri che hanno governato il cielo. Camminando mi celo a quella fretta che tutti devono mantenere per non fare dissolvere l’illusione.
La pausa7
Alla fine verso casa di un qualsiasi giorno che non appare più nelle mappe della memoria, parlo con fantasmi che come me ritornano continuamente verso la fine. Sorridendo dicono:”non tutto è male nella polvere in questo stato di intermittenza, le ombre sfocate non accecano la vista, le frasi non sono gridate, il sussurrare lieto rallenta il movimento nel vento apocalittico. Siamo presenze nelle cose dissolte, in attesa che nuove aggregazioni modellìno il mondo, nuovi amori intrecciano canti.” Io dico che:” in questo mare di suoni i significati pesano come la gravità al tempo della vita, possiamo eluderli tirando avanti nell’estinzione oppure soffermarci trasformando per l’ennesima volta il niente in qualcosa, con buone intenzioni ma sempre nella volontà di volere che qualcosa sia altro da se.”
La pausa6
Assopito per un tempo indeterminato ristetti senza sussulti di sorta, immerso in un mare di silenzio cogliendo il momento esatto in cui il pensiero sorge dal nulla. Fuori la tenebra impone il proprio ritmo ed in lontananza ombre acefale si rincorrono in un gioco all’infinito. Penso l’azione è muovo verso un oltre il mio stato, afferrando le sensazioni rimaste dall’esalazione finale, rendendomi conto che sono nutrimento il quale infonde quasi ebrezza nel risucchiare cose morte appartenute alle moltitudini. Le solite cose restano da fare, come cercare compagnia, o riparo per la pioggia scura che non smette mai di cadere o salire, dipende da come la storia prende forma ogni volta.
La pausa5
Ricordo Uomini e donne in un sotterraneo a discutere il nulla pneumatico, raffigurano nei loro corpi lo stigma del lavoro sociale, l’abbrutimento del logoramento nel voler far diventare altro da se l’estraneo. Portando nel tempo la frustrazione dell’impossibilità dell’impresa. I copioni si ripetono, uguali come riti tramandati, il voler cambiare gli altri è una fede religiosa, e ciò che più si avvicina al divino. Le descrizioni mi riescono difficili, forse scarsità di vocabolario, gli eventi che si susseguono davanti all’orizzonte della vista, sono infiniti. Coglierli è il principio stesso della perdita. Gli eventi sono fatti di una grana fine, puntiforme, ondulata; che oscillando si compongono in forme di senso, rimanendo per sempre parziali. Non c’è modo di cogliere il quadro generale, la vita si snoda nella frammentarietà e nella dimenticanza. Un tramonto oscilla nel divenire altro da sé per poter ripresentarsi come tale allo sguardo. Un tempo ho educato adulti alla propria dimenticanza ripetendo le medesime cose con colori sgargianti per risvegliare i ricordi.
La pausa4
Me ne torno a casa dopo questa perla lanciata a sasso nella mente eterea. Tornare a casa nella fine del mondo si presenta come una impresa ardua, punti di riferimento spariti, squagliati nel momento stesso del girare le spalle. Provo a fissare punti nello spazio e piano edifico casa o tana in cui ristorare, oppure dormire per ritrovarmi sveglio nel mondo di sempre. Ma niente, il nulla predomina, la significanza è un costrutto via via labile, usato come mezzo di locomozione. Viaggio nel senso inverso tirando a campare, per ora in cerca di un posto sicuro dove raccogliere in versi le spoglie del mondo che fu. La fine del mondo è una stranezza che uno non si aspetta nonostante l’abbia vista e sentita narrare in tutte le salse. Nel nulla tutto appare come possibilità fugace in apparizioni che come neve si sciolgono non trovando architetture su cui costruire cattedrali.
La pausa3
La mia ora è scritta nella luce al neon intermittente tra scaricatori di porto e puttane nel venerdì di pazzia generale in cui i giovani si schiantano nel buio della notte.”
Rimango pensoso cercando di vedere quel scenario di giovani suicidi, nel passato il divertimento estremo, e angosciante se non tentato nell’estremizzazione delle azioni pericolose. Solo il rischio dell’annientamento di sé o l’altro passava nel giogo del divertimento. Posso chiedere:”Ma cosa rimane di quello che fu un tempo il significato di tutte le cose, le molteplici combinazioni degli oggetti in uso, con la carismatica potenza dell’attrazione verso il possesso.” L’anima femminile con gentilezza scruta dentro le mie parole, con aria trasognata rievoca suoni dal passato:” il nulla ha adombrato le cose, rendendole insignificanti, cioè che appare è il contorno o bordo degli eventi, uno sfavillio di informazioni che persistono lungo una linea di luce che ci collega o lega tutti all’apparire così come siamo nel niente che sovrasta”.
La pausa2
Altri costrutti o insiemi di ricordi, oppure anime, non so, nel bar dell’oblio, incontri casuali mentre rifletto sul da farsi. Il da farsi nel tempo del nulla non è cosa semplice, stabilire un prima ed un dopo nel senso del discorso è come girare in tondo al proprio asse senza numeri. Nell’angolo dal soffitto spiovente un’ombra al femminile attrae ciò che è rimasto di me, accenno un discorso:” salve cara, questa fine del mondo improvvisa mi ha colto di sorpresa, i ricordi sono rimasti incastrati in un tempo fittizio ed ora chiedo un segno di compassione.” L’anima in pena che forse vuole farsi gli affari suoi, sorseggiando vapore parla a bocca chiusa:” caro mio lascia che le ultime fiammelle si spengano in pace, non è educazione disturbare i morti mentre cercano di morire, assaporando l’eterno nel fondo del bicchiere.
La pausa1
In una giornata come tante in un mattino come tanti la fine del mondo è arrivata, senza scalpore o fragore come preannunciato da Giovanni nell’apocalisse. Probabile che già i segni erano passati inevasi dall’attenzione collettiva. Ma ora cosa resta da fare se non c’è più nulla? Mi rigiro in quel che fu un letto e sogno la sostanza per concretizzare un ente su cui agganciare la percezione, il nulla intorno infinito rende ogni volontà inerte, solo il ricordo richiama costrutti con cui riesco a muovermi. Già la nostalgia mi afferra nelle viscere in questa tela vuota dove nessuno sa scoccare la prima pennellata. Un bar con luci soffuse ora sarebbe apprezzabile, nella sconsideratezza di perdere tutto il tempo del mondo davanti ad un tè verde con aroma piccante.
Senza tetto
Senza tetto, e senza nulla su cui trovare rifugio, un lento camminare periodico l’ungo l’asse:”ne morti ne vivi”. Situazioni umane che si ripetono nei luoghi dove il livello del valore per la vita scende al di sotto di strane credenze per oggetti e quantità di cose possedute. La storia è raccontata in modo bizzarro, non ha una retta sui cui si dipana, ma salta come un elettrone, apparendo solo se lo guardi, e chi guarda fa la differenza sulle priorità emergenti della narrazione. Ci sono ai bordi di alcune strade, poveri seminudi che testimoniano la decadenza del racconto riportando l’umanità nella propria condizione.
Probabilmente i giovani sono diventati categoria a se per via della definizione dei loro consumi, se vogliamo che le persone non siano stigmatizzate dobbiamo cambiare il modello dei consumi. Senza entrare per forza nel discorso critico sul capitalismo, cioè il maggior profitto possibile su i prodotti messi a disposizione. Sicuramente in una politica di salvaguardia della salute dei giovani, che interviene sulla qualità, quantità, e appropriatezza delle merce sul mercato indica il valore culturale che vuole segnare ad una generazione. Non credo che sia illiberale togliere la decisione alle multinazionali di cosa sia di bisogno o meno alle giovani generazioni, considerando anche la contiguità del mercato lecito con quello illecito.