Un vagito tra le cose finite

Ci ritroviamo nell’insieme delle nostre ambizioni, in questo teatro che a volte si fa quinta o privè, lontano da sguardi indiscreti. Solo i rumori degli eccessi giungono nella sala. Tra spettacolo dichiarato e intuito si muove la coscienza, cercando nelle definizioni un proprio statuto d’esistere. Ci sono anch’io tra coloro che, guardando lo spettacolo, intravedono il proprio essere senza l’inutile corazza che veste il corpo. Nelle file, un brusio si ordina in uno slogan coordinato, una ribellione tra chi guarda e il guardato. In un attimo, le membra sono dilaniate da un unico attore, un suicidio pensato come un omicidio per un rancore mai rimosso.

Le maschere accompagnano ogni spettatore al posto assegnato. Una rivisitazione della Divina Commedia rimette Dante alla regia del mondo. Non che sia cambiato poi molto da allora: vecchie dispute, nuove dispute sopra tavoli di design diversi. Di fatto, la recita può continuare, e i gironi intersecarsi in parallelo nella visione digitale della scena. Rivolti verso il proscenio, come nell’antica caverna platonica, ci nutriamo delle emozioni altrui, discenti allattati e sfamati con illusionismo e numeri di magia. Alla tavola così imbandita, i conviviali appartengono al ceto ricco. Per i poveri non c’è teatro, ma la vanga su cui piegare la schiena e il sentimento.

Scavo intorno alle zolle lasciate dagli animali sotterranei, in cerca del tesoro costituito dai sussurri degli abitatori del sottosuolo. Suoni di senso nutrizionale per lo spirito, ormai dilaniato in superficie dall’eccessiva esposizione alla luce. In questo clima, le nubi della speranza si sono diradate in una nebbia soffusa, velando la possibilità di una rigida constatazione in ciò che è stabile davanti agli occhi. Sono tempi per l’Occidente in cui, perduta la strada di casa, si saccheggiano le abitazioni altrui, in un’alternanza di lingue parlate e scritte che alla fine produce un ibrido conflittuale.

Da fuori contesto, il paesaggio può appartenere a qualsiasi mondo. Le dune sfocate dal riverbero rosa e azzurrognolo, con cespugli color porpora disseminati qua e là. Un incanto per incantare il sentimento, sempre più perso nella congiura tra bene e male. Ho cercato con le mani di affondare nel fango umido della ragione, come si fa con le storie appassionanti che ti lasciano con le lacrime trattenute in uno spasimo allo stomaco. Così mi ritrovo a cercare nei volti che incontro una forma d’appartenenza, affamato d’identità in questa landa di ideali cadaverici, con la speranza che un germoglio o un vagito risuoni tra le cose finite.

Tacendo mi regalo una tregua

Nell’immediatezza ho colto l’ombra fugace che, da dentro a fuori, increspa l’attenzione in un sussulto dell’animo. Frastornato dalle innumerevoli possibilità metafisiche, lascio cadere il corpo nell’ansa di un ricovero per vecchi. Una vita sprecata nel cogliere l’al di là, senza curarsi della cecità dell’al di qua. Tornando verso casa, le nuvole che si vedono appena tra i tetti testimoniano che la natura c’è ancora, oltre alla gabbia di mattoni. Il silenzio che incontra il buio mi è di conforto. Preferisco muovermi a tentoni piuttosto che esplodere alla luce artificiale dei riflettori. E tacendo, mi regalo una tregua nell’invadente mondo della parola.

Quanti sono i viandanti che spostano la polvere tra i bivacchi notturni? Brusii e convivialità negli spostamenti depositano testimonianze lungo la storia. Un flusso continuo e inconscio di cui l’umanità si nutre. Una compenetrazione dalla strada che segna il passo alla parola scritta. Di fatto, è il nutrimento degli stanziali, che, ancorati ai luoghi, perlustrano l’intorno prossimo. Una certa visione prevale quando il mare beccheggia e si insinua nella cresta asciutta: un’invasione che, prima di ritirarsi, lascia il segno del rinnovamento. Il viaggio incrociato dei popoli rimane, a volte, l’unica speranza per cambiare idee marcite in stagni malsani.

In fondo, è un’abitudine pensare che il pensiero sia confinato nella testa. È una forma metaforica della realtà che ci pone alla guida del corpo dall’alto verso il basso. Sarebbe ugualmente valido pensare al pensiero nei piedi o nelle ginocchia? La realtà muterebbe? O resterebbe invariata? Credo che un buon allenamento debba comprendere il cambio di prospettiva. Dopotutto, abbiamo anche la tecnologia per poterlo fare. Insegnare, attraverso la realtà aumentata o virtuale, a vivere situazioni non abituali.

Un deragliamento umanitario è in atto, come se l’essere umano volesse chiudere il conto con se stesso. All’orizzonte c’è la fine, oppure è la genesi di una nuova riformulazione dell’essere? Sono solo giochi d’immaginazione, un modo per generare l’effetto dell’imprevisto. Da una parte, l’abitudine ci aiuta a risparmiare energia; dall’altra, però, ci ingabbia nella consuetudine stessa. Sono capricci di un vivere ancorato alle certezze, che in un attimo possono essere spazzate via.

Camminando nel parco in tondo, con lo sguardo posato a poca distanza dai passi, sento un ansimare provenire da un me come un doppio, il quale a sua volta ansima guardando appena oltre il proprio passo. Mi chiedo divertito: “Ma quanti siamo a camminare?” Nessuna risposta! Ma un eco di risolini m’inquieta, e così smetto di fare domande.

Da sempre, la molteplicità ci compone come un Lego inconscio: angoli, sfumature, rimossi, rigenerazioni. È un insieme che attrae e respinge in una danza perpetua di vita in vita, da identità a identità, da genere a genere. Una forsennata ricerca dell’uno indivisibile che, inesorabilmente, porta a nuove molteplicità. Tornando all’intimità del dialogo interno, mi rendo conto che non è altro che il senso stesso della molteplicità della natura: la comunicazione delle parti che si costruisce in un totem di senso comune.

Dentro al mito, alla fine, si può trovare requiem a questo continuo interrogare. A cosa è servito uccidere gli dèi, se poi le ferite dell’animo frantumato non sono state sanate? Perso per sempre l’antidoto con il libero arbitrio, la paura ha solcato i margini ed è calata nelle banalità del quotidiano. Ora, mentre mi guardo intorno, vedo il velo dell’innocenza perso per sempre. Le compagnie di ragazzi sono diventate bande; l’altro, da compagna, è diventato preda.

Per restare sani, bisogna fare uno sforzo: guardando, ma soprattutto sentendo il sottosuolo ancora vivo; pulsare nell’inconscio con la voce degli antenati. È il suono della Terra che custodisce la memoria della luce proveniente dalle stelle.

Il giorno

Attorno ronzano come vespe le idee, sospinte dal vuoto verso qualcosa. Oh! Forse è solo un mal di testa o qualche altra calamità che si abbatte su un corpo al crepuscolo. Nella torre di controllo, il vento è registrato come semantica. E… sopra si disegna il racconto che appare insieme alla visione. Anche per un cieco, la visione si accende dall’interno, nel susseguirsi degli eventi. Il vedere si combina con l’idea che abbiamo di noi e del tutto. È un po’ limitata, ma al momento è la principale, prevalendo su altre. Potremmo essere solo occhi enormi, che muovono con le ciglia i comandi di complessi elaboratori elettronici. Strani esseri, figli dei fotoni, che hanno impastato il proprio universo con il colore. Testa di telecamera o vizio del proiettore, abbuffate di selfie. Metafora su metafora, da teoria in teoria si gira intorno al vedere come punto di snodo. Paradigma per una qualsiasi piramide dal costrutto teorico. La cadenza improvvisata risuona prima nella luce che nel suono. Così, l’arte tutta fa vedere prima di ogni altra cosa. Un velo di stanchezza ricopre le tende opache del giorno, in un invito a un po’ di silenzio.

La tregua che, in qualche modo, ci è stata donata dalla bellicosa natura degli esseri umani sembra avviarsi alla sua conclusione, alimentata dalla brama di una nuova battaglia in puro stile carneficina. Lo scontento si dirige verso una via distruttiva, senza contemplare la possibilità opposta. Se il pensiero ha il suo limite nella parola, il corpo è vincolato dalla coscienza esterna, spesso eterodiretto dai flussi collettivi. Si tratta di una forma di inconsapevolezza dalla quale non si vuole tener conto. Trovo discutibile l’ordine delle scale, in cui si sale e si scende, poiché c’è una sensazione di superficialità riguardo agli accadimenti, come se nulla fosse realmente avvenuto.

Il quotidiano si inala dalle viscere attraverso piccole incombenze che si ripetono. Saluti si scambiano nel casuale incrociarsi, senza mai veramente conoscersi. Si tratta di una forma di conoscenza, che manca anche verso il proprio senso del vivere. “Buongiorno!” è un saluto lanciato al volo verso un “ciao” di ritorno, e tutto si chiude tra uno spostamento d’aria e una leggera sensazione di nudità. I giorni, sempre in perfetto ordine, non tradiscono la successione temporale. Ma sarebbe bello che il mercoledì prendesse il posto del lunedì, e che ogni tanto la domenica precedesse il sabato. Una brezza di cambiamento e un po’ di spaesamento, per rendere la realtà più fluida e meno scontata.

Forse Jambo è tornato dall’Africa, lasciandosi alle spalle il fumo delle auto e delle ciminiere dismesse dell’Europa degli anni Cinquanta. Un via vai di razze e popoli si incrocia negli snodi. Pochi sono i fortunati che possono permettersi di non avere fretta. I privilegi sono più evidenti dove c’è meno da mangiare. In ogni caso, Jambo in Italia sta bene. Ha la qualità di farsi amare e di non nuocere, per i vecchi del quartiere, quanto basta per essere un “begnamino” per quattro chiacchiere. Quanti Jambo ci sono nei vecchi quartieri? Ora in certe zone hanno superato in numero gli autoctoni, diventando indispensabili per la sopravvivenza delle attività. La mescolanza, oltre al conflitto, porta con sé il rafforzamento biologico, a cui seguirà il legame sociale. Lo scorrere degli eventi mi appare frastagliato da dimenticanze, opacità dovute alla ricostruzione e allo smottamento di una vita, da una lontana periferia di campagna onnicomprensiva della totalità del mondo, all’orlo dell’abisso tra lontananze e immensità, tra universo e distruzione di una razza litigiosa, già litigiosa in sé stessa nell’individualità.

La cura

“Le cure o la cura” è lo spazio che sempre compare davanti e ci permette di sopravvivere. Uno sguardo compassionevole può fare la differenza tra conflitto e pace. Dentro al tempo segnato dal destino, rassetto ciò che sembra fuori posto. Tuttavia, niente rimane uguale; per cui rincorro un ordine utopico che occupa la mia attenzione. Nascosta alla vista, la salamandra si sottrae agli esseri umani. Alcuni animali hanno buon senso e vivono più a lungo di altri.

Il mio è un piccolo mondo che si compie in uno spazio molto limitato, rispetto agli spazi aperti dai media e dai social. C’è una notevole sproporzione tra ciò che effettivamente si calpesta e ciò che fantasiosamente si crede di conoscere. La bolla in cui ognuno di noi si trova è invisibile anche a se stessa. L’illusione è nel “credere che” si sia sempre in un luogo diverso da quello che è. Da piccoli, prima di iniziare l’addestramento intensivo, c’è una maggiore consapevolezza del posto che si occupa. La manipolazione di ciò che ci circonda è molto attiva e soddisfacente, sempre che ci siano le condizioni per razzolare liberamente nello spazio intorno.

Alcune banalità risuonano in modo assordante nel clima inverso a quello che uno si aspetta. Ma, il ciarlare a volte stimola l’indolenza a farsi da parte.

Il quotidiano appena passato è il mio tempo, da cui cerco di elaborare l’idea. È come lavorare in differita o assistere a un ritardo in un doppiaggio filmato: un passante che, strutturalmente, è sempre già da un’altra parte. Ponti fantasma si ergono dalla visuale supina che ho del mondo. È un fine accattonaggio dei sussurri appena velati dei segreti intimi delle stanze chiuse. Le storie di seconda mano si costruiscono da sole, come una forma elegante di pettegolezzo o semplicemente una rappresentazione della miseria umana, annichilita dal ripetersi continuo della cronaca.

Leggo i giornali ogni mattina per non perdermi una rassegna di polemiche inutili, per approdare nella quiete della cultura o della letteratura, che della disputa ne fa un’arte. L’indecisione ci rende riluttanti all’azione. Tuttavia, dalla postazione in cui mi trovo a operare, l’ascolto grava sulle mie corde come un eccesso. Nei miei piani era previsto un ritiro, ma questo è svanito nella contingenza di una quotidianità depauperata. Ci ritroviamo, come eco, “nell’eterno ritorno”, increduli che possano ripetersi i flati emotivi. Però, alla fine, il già visto si presenta con tale sfrontatezza che è impossibile ignorarlo: la semplicità di questa storia che cerco di raccontare, che è persa nel frastuono di cose molto più altisonanti.

È la semplice pratica meditativa quotidiana: “un nonnulla nei flati umani”. L’intercettazione delle piccole oscillazioni dei sensi è trascurata dai più. Tutto è centrato sulle grandi costellazioni di risultati, che alla fine creano un popolo frustrato. Dove sono le vecchie sollecitazioni della vicinanza? E le intimità che, per una pace con se stessi, sono i luoghi privilegiati? Nel mio lavoro di ascolto, uno degli aspetti che mi lasciano incredulo è il constatare che le persone non hanno familiarità con i loro corpi e, men che meno, con le istanze che li animano.

Sembra che la scissione sia la caratteristica umana prevalente. Forse è proprio questo il nodo da cui tutto prende avvio: un’eterna scissione che ci porta a problematizzare le possibili evoluzioni future. Senza la costante possibilità di porre domande per elaborare soluzioni, verrebbe a mancare il senso stesso dell’esistenza umana. Una effimera chimera ci induce a sentirci superiori rispetto ad altre forme di vita e non. Ricordo incontri con gli insetti in cui sorge spontaneo un dubbio atavico. Non è ribrezzo la reazione istantanea, ma piuttosto la paura nei confronti di una superiorità di genere che, in fondo, avvertiamo come loro appartenenza.

Nella solita maniera

Nella solita maniera di cui siamo capaci, sopravviviamo a noi stessi. Senza bussola né prefigurazioni, procediamo a tentativi ed errori. Il futuro è solo una forma narrativa; ciò che accade è sempre un passato. In questo ritardo del vivere, ci tranquillizziamo con la fantasia e la speranza. Che i tempi siano maturi o acerbi, non fa differenza: l’indovino si insinua nelle crepe della credenza, creando la fede e dimostrando che si possono controllare le maree. L’alchimista si infiltra nelle increspature del tempo e, con magia, cambia il significato delle cose.

Travolti dall’angoscia di una morte nullificatrice, ci lasciamo andare a maestri del futuro. Le parole che salvano scorrono come miele in tempi di guerriglia. Un topo corre nella sua gabbia come una scheggia impazzita, finché una mano non lo libera. Poi, procede in funzione dell’ampiezza dello spazio a sua disposizione. Così si definisce il suo stato, frenetico o calmo. La mano che lo libera viene dimenticata, relegata nell’inconscio, mentre il topo avanza rispetto a ciò che gli sta innanzi. Così, la vita si snoda tra le apparenze: una cosa sorge solo se il suo contorno svanisce.

“In ogni caso, gli oggetti sono reali”, così come reali sono i discorsi che muovono sentimenti e emozioni. La pregnanza della forma incarnata ci distingue tra le molteplici formazioni delle strutture, a cui diamo nomi che valgono solo per noi. È un sole spazzato dal vento quello che oggi domina la visuale, un vento insolitamente freddo per la stagione. Nel via vai della gente si nota un ripiegarsi su se stessi dei corpi, nella vana illusione di evitare le folate gelide. “Ominidi senza collo” sembra la fila dei camminanti. Una nota bizzarra e divertente si inserisce nella consuetudine routinaria del guardare. Mentre da lontano sopraggiunge un presentimento che, chissà perché, non è mai allegro. “Alludo alla mia sorte”, una compagna di vecchia data, che prende e dà in egual misura. Dipende poi da come la si prende; è facile maledirla, ma è meglio esserle amica. Ci si può elevare al termine “destino”, ma sembra fin troppo pretestuoso; pare di scomodare la divinità in persona. Restando tra i mortali, è facile trovare le ragioni di tanta dabbenaggine. Regna la paura per tante cose e motivi di cui la filosofia ha cercato di mettere una pezza; in alcuni casi, come al solito, ha peggiorato la situazione. In ogni caso, sempre “cacchi” dei mortali.

Sento il bisogno di avere maggiore compagnia da parte dei vegetali. Racchiusi in vasi minuscoli o stretti in cemento nei marciapiedi, “gridano vendetta”. Non hanno la libertà di comunicare; stando loro vicini, si odono solo le grida di sofferenza. Del resto, anche la sorte degli esseri umani non è granché dissimile. In un modo o nell’altro, siamo sempre chiusi in qualche gabbia. Fisica o metafisica, la parola ci racchiude in una descrizione che, per consuetudine, non ci corrisponde mai.

Sfiora il petalo la pelle, lasciandosi dietro una lieve traccia profumata. Verso il lavoro, come sempre, con estrema ripetizione rituale di ogni aspetto della quotidianità. L’applicazione della reiterazione permette di mantenere gli oggetti fissi nella realtà, così che non si spalanchino le porte dell’inaudito o del vuoto. È già solo ad evocarlo che ciò esiste. Dunque, il lavorare e l’aderire alle convenzioni mi permette di avere un’idea di me integrata con il resto. Ma… è ciò che voglio? Il volere è un’altra fonte di sofferenza; è sempre un volere di qualcosa che non si ha o non si è. Tra i tanti ricordi che formano una crisalide evanescente, vissuti nel tentativo di fare la cosa giusta.

Il suono che proviene dalle finestre è come un fruscio di sciolina che segna il passo verso l’ora di punta. A tratti, la pioggia ripulisce l’aria e i marciapiedi incrostati. Camminano veloci le anime perse nella traiettoria della meta. Sento che il tempo morde il freno e in certi momenti non ricordo più da dove vengo. La strettoia che impone la costruzione della giornata mi è gravosa. Un mondo di pensieri pesanti grava sul vuoto della leggerezza della vita. Una forma semantica della gabbia imprigiona la possibilità di sentire gli inni celebrativi del bene.

Ottobre è un ritorno a casa, tra l’indecisione di ripartire o fermarsi come un sasso. Alle spalle, lunghi discorsi si sono sgretolati nella pioggia fine e fredda. Il corpo si rivolge a sé, in un inchino alla terra che odora di fermento umido e di fogliame spento. È un conteggio di ciò che rimane da fare e di ciò che si può pensare in un nuovo anno. Senza radici, mi guardo intorno e ci metto del tempo a riconoscere dove sono. Ho timore di questo vento, che da un momento all’altro potrebbe portarmi via, senza ritorno. Chiudo la porta alle spalle, senza più girarmi, nella sera ambrata.

In una nicchia di vacuità

L’acciottolato che distingue il passo nella città vecchia è un segno distintivo di un modo d’essere, che coincide con una certa consapevolezza di appartenere a una storicità condivisa. Di sera, in inverno, tra foschia e umidità, si possono avvertire gli antenati che si sovrappongono al presente. Per un momento, immersi nei propri pensieri, ci si trova a vivere la triplice dimensione del tempo. Venendo a me stesso, nel cuore della mia intimità, vivo la città vecchia solo quando è deserta. Le presenze che scivolano sul selciato sono fantasiose ricostruzioni di una mente in bilico tra lucidità e follia. Sono giorni in cui il primo freddo annuncia i malanni di stagione e un po’ tutti sembrano fagotti emaciati che vagano in questo nuovo teatro della realtà. Prevale l’attesa catastrofica da cui ricominciare, un filo che unisce tutti verso l’annichilimento e un aumento della violenza. La capra del vicino, in una ipotetica campagna, bruca tra gli orti coltivati, aizzando le reprimende. Una sfilza di distorsioni confonde i paesaggi, e alla fine è difficile dire dove si è di casa.

Anche qualche Rom si è accampato nel cortile di casa, senza urtare troppo la sensibilità altrui. Si convive piacevolmente osservando le reciproche diversità. Alla fine, sembra che la battaglia per la parità di genere sia la fonte di tutte le guerre, l’unica in grado di cambiare in modo significativo il senso dell’essere umano. Cosa covano, in modo irremovibile, le radici del conflitto? Un calore inesauribile che innesca ogni tentativo di spegnerlo. Esiste la possibilità di un equilibrio? Sarà mai possibile la non violenza come forma della violenza stessa? Il gioco perverso della frustrazione pesa sulle gambe nel viaggio intorno alle buone intenzioni. Con un certo affanno, scelgo le parole da pronunciare, depositandole con cura e discrezione, per non dover schivare rimbrotti e lamenti in risposta. Anzi, a volte, vorrei proprio evitare inutili dialoghi che soppesano solo figure egoiche.

Intorno allo scioglimento delle riserve di pudicizia si apre un sorriso. Si inizia sempre con un guardingo sguardo serioso. Per poi lasciare che il gioco diventi divertente. Una scena a due tempi che si ripete sempre nelle relazioni. È il modo di essere “all’umana”, diffidenti per natura, a meno che non si incontra un essere puro. In cui il pensare coincide con il corpo il quale sente nell’immediato ciò che ha attorno. Sono difficili da incontrare, nella media siamo tutti uguali, duplici e contorti nell’esprimere qualsiasi cosa. Continuo a ripetermi che ci vuole un cambiamento, una svolta per incontrare gli ultimi anni in modo sensato. Non che ciò che faccio non mi piaccia, ma penso che sia ora di smettere. Senti quando è il momento di volgere lo sguardo altrove. Ed il mio altrove è fermarmi, spegnere il motore ed affrontare il silenzio, quello vero; l’oscurità, quella profonda e sconfinata. A tratti la via diventa impervia, perdendosi nel sottobosco. Dai rovi che si fanno sempre più intricati proviene il profumo della libertà. Qualcosa che perdura incontaminato e resiste alla peste della normazione in parola e significato. Nel sottosuolo le radici si parlano e cominciano ad organizzare il cambiamento. Tutti gli inconsci del mondo si parlano nella lingua senza enti. Non serve il significato per volgere il sottosopra. La prigione del senso polarizzato delle cose schiavizza l’umano all’angoscia della scelta. In una perpetua sopravvivenza nella fede in qualcuno o qualcosa. La scrittura che ci aiuta a ricordare, costruisce a nostro scapito la traccia su cui restare nella credenza dell’esistenza. Volevo cercarti tra i fiori d’autunno in uno slancio amoroso. Zittire per un attimo l’incendio della Terra. In questa radura nel silenzio dove le parole non servono. Solo gesti d’affetto nella penombra della vegetazione.

In queste ore, tra la pioggia fine e il suo riparo, si snodano le volontà verso le proprie mete. Oggi non voglio impegnarmi in nulla; già tanto mi sembra il pensare. La lettura resta sempre la cosa che preferisco. A volte leggo anche cose inutili che trovo per caso, sui tavoli, appesi ai muri, oppure in sale d’attesa spoglie di personalità.

A volte leggo i volti, con i loro sguardi, appoggiati a tratti su ciò che sta davanti. I corpi, nelle svariate conformazioni, spesso incarnano ciò che non è espresso dal lessico. Ho invidia per la scrittura in sinogrammi, in cui la comprensione è in sintonia con la pittura. Lo scarto tra la comprensione immediata d’insieme e la nostra modalità, che è sequenziale da “a” a “b”, è significativo.

Il riverbero delle ossessioni oscilla nel mio campo visivo mentre converso con sconosciuti. Non so di preciso come mi ci sia trovato in questo frangente, ma icone della chiacchiera stanno mutilando il senso comune. Riunioni di banalità formano il palinsesto burocratico dell’amministrazione pubblica. Quante faccende siamo obbligati a svolgere? Quanti discorsi siamo obbligati ad ascoltare? Mah! Mal di testa, capogiri e senso di vuoto. Forse me ne devo solo andare via, in una nicchia di vacuità.

Il cane sognante

Accanto a me dorme il cane sognante. Il deserto in cui ci siamo spinti sta per lasciarci tagliati fuori dal mondo. La penombra regala visioni fantasiose e gli occhi gonfi fanno il resto nel camuffamento. Ascolto le lodi immaginarie di una messa cristiana, ed in effetti mi corrispondono. Anche senza religione, si è religiosi per nascita: “è un destino segnato dalla scrittura”. Ai piedi dei monumenti rocciosi, dove l’umido segna il suo dominio con il muschio, annuso l’odore tribale delle epoche trascorse sia nel passato che nel futuro. È tra la natura che è ancora possibile leggere la vera letteratura dell’umanità. Si contano le ore nei rintocchi dello scalpitio dei passi; se fossimo soli, non servirebbero più. Solo lo spazio resterebbe come culla del vivere e del morire. Sono susseguite idee che, di volta in volta, hanno dato sfumature diverse ai paesaggi. Non sempre geniali, anzi spesso mortifere. Ma siamo ancora qui, con tutto che ruota intorno alle parole, dette o scritte, non importa. Restano i significati prima dei primati, come pioli di una scala a cui non possiamo prescindere. Il velo della stanchezza malaticcia si posa mentre scrivo. Un piccolo tremore comincia a delinearsi tra il vedere e ciò che vedo. La salute mentale è un modo di dire; forse la mente può fare a meno dei suoi piedi? Anche nelle amputazioni possibili, la mancanza è uno stato esistenziale. Ormai siamo esseri confusi; nella frenesia del capire la vastità, ci siamo persi nell’infinità. Nel cercare di dare un nome a tutte le parti, ci siamo persi nell’infinità microscopica. In ogni caso, l’agonia dell’incompletezza ci segue come un’ombra, o forse è proprio essa stessa l’ombra. Come gli specchi, che riflettono più realtà di quelle che noi possiamo cogliere. Un caffè al bar può dare tregua al rimuginio in attesa dell’atteso.

Da dentro il corpo si muove una ribellione, intossicando il gesto, l’udito e la sicurezza di potercela fare a competere con l’esterno. La malattia che aliena e spaventa percorre il complesso delle relazioni. La caducità comincia a tingere le stanze dei suoi colori. L’orizzonte si piega, chiudendosi all’impossibile. Ancora una volta, guardando indietro, non trovo uno straccio di risposta ai dubbi. Alleno le membra a muoversi contro la volontà. Sprono la coscienza oltre il solipsismo. Forse è giunto il momento per un altro progetto, qualcosa che più delle altre mi assomigli, in questa dimensione crepuscolare. Il cambiamento, incarnato nel lavoro per gli altri, mi sta sfuggendo. È più di una semplice sensazione la necessità di rivedere aspettative e situazioni consolidate. Intorno si muovono sistemi in cui le esistenze si danno significato. Per coincidenza, mi trovo ai limiti estremi di più sistemi. Sento il peso della forza di gravità che spinge verso una meta iniziale. Come al solito, attratto dall’imperscrutabile, cerco l’orizzonte autentico, come una spiaggia in cui posare il tempo per una diversa possibilità. Le parole, che si intrecciano nell’inventiva, non si soffermano sul non senso; puntano dritte come chiodi sulla struttura stessa della semantica, senza scalfirla.

I flussi del pensare si confondono con le storie che si rivelano nello spazio. Accanto a ciascuno di noi, un grumo di presagio si muove prima dell’intenzione. Un po’ animali e in parte marionette, edifichiamo le nostre cattedrali, che incutono certezza e fondatezza. Siamo storia e dimenticanza, zigzagando nelle dune temporali che cambiano direzione a seconda della tempesta. Rifletto nell’oscurità, che preserva rispetto alla luce che spande e inquieta. Nel buio si possono ricostruire a piacimento i contorni delle cose, in un gioco infantile in cui ritrovarsi senza le rughe degli anni. Risuona una ninna nanna tra i tetti spazzati dagli uccelli cittadini. Ancora sento un me stesso che attinge nella tinozza dei predicati. Un fiume che scorre mentre un’emicrania spezza ogni resistenza alla realtà. Vorrei trovare la formula della guarigione perpetua. Con le proprie mani, scavare nel fondo del corpo per trovare le corde che suonano in armonia con la natura. Ma la natura si dilegua; perciò, resta la tecnica. A questo punto, un misto di carne e macchina può diventare la fonte naturale delle persone, una nuova identificazione che cambia le regole tra atomi e cellule, ridisegnando la mappa dei cromosomi.

La lotta tra bene e male

Nella rada si cerca protezione da eventi esterni improvvisi, sottovalutando però la minaccia che cova all’interno. Essa è nascosta negli anfratti delle cose solo pensate o desiderate. Il capitano fa segno all’armeggio e, alla fine, tutto si spegne nel silenzio dell’attesa. Come tanti automi, si obbedisce alle procedure e ognuno si incammina per la propria strada. Mi sveglio intontito dalla bassa pressione e dal battito cardiaco che scende sotto i cinquanta; prima o poi, non mi sveglierò più. Ho la sensazione di aver camminato oltre la rada per chilometri, temendo di essere intercettato dai miei simili. Dipano il groviglio tra le immagini e le parole che vorrebbero significare qualcosa, ma non corrispondono. Il mago del tempo ha mischiato le carte in modo che siano sconosciute alla realtà.Tra sogno e realtà compare la differenza di estensione: qui mi muovo tra una camera e la cucina per la colazione, mentre al di là solco ancora mari e terre straniate dalla deformazione della fantasia. Le voci che sento provengono dalla strada e dal cortile; nuovi bambini hanno fatto ingresso in questo quartiere. Saranno i protagonisti domani delle nuove case e dei mutamenti della città.

Mi vengono a trovare frequentemente i personaggi che ho incontrato, trasfigurati dall’emotività del presente. Sono tante storie che, insieme, formano un intreccio di esistenze. Una riflessione che si dipinge sulla tela sottile della rimembranza. Ascolto silenziosamente le parole quotidiane. Sono molte e investono con veemenza una possibile risposta. È sempre più difficile essere presenti quando serve, dentro a una supplica irrisolvibile. Non ci sono soluzioni facili nel cuore di un soffrire. La natura stessa pone delle condizioni di finitezza, che inesorabilmente generano motti di sofferenza. Contando le foglie ingiallite che cadono, il tempo cristallizza i ricordi. Un giorno, poi un altro, nel rosario del tempo, scorrendo una preghiera dopo l’altra, ascoltando la natura. Così, alla fine, si abita questo mondo, sbattuti come su un tram troppo veloce in curve estreme. Per istinto, si cerca di rimanere in piedi finché si può, nella scia di chi si accascia per lo sfinimento. Sale l’ansia per la paura di non sapere più anticipare gli eventi. I cambiamenti così rapidi corrono più della comprensione. Ed è solo un sogno riaprire la speranza del passato. Il paragone non funziona; anzi, ci si perde in una scissione dalla propria identità.

Luci e ombre nell’intervallo che ci separa. Supino, mentre le nuvole spazzano il cielo, il ventre molle della terra è un letto accogliente. Da sempre inghiotte e risputa la vita in un ciclo che solo Lei conosce. Noi, spettatori erranti, illusi che la nostra volontà conti qualcosa, ci troviamo nello scenario immenso della vastità. Buttare lo sguardo oltre il concetto, distendere la percezione oltre l’oggetto: osservare senza gli occhi il gioco misterioso che attrae le essenze. Anche oggi scruto dal fondo del mio funzionamento per capire cosa sento. Cosa mi spaventa al punto da esitarmi a uscire tra le polveri della produzione umana? C’è forse un mago che attende al crocevia per mutare certezze in sconforto? Una forma di nichilismo annichilisce il senso stesso d’esistere. Con la configurazione del nulla si può giustificare qualsiasi atto. Il niente è il totem che guida il pensiero, un aspetto deresponsabilizzante in cui qualsiasi cosa vale in funzione dello scopo. Perciò, le più bizzarre o drammatiche gesta disumane possono trovare una collocazione di senso nel pensiero. La cecità che poco alla volta cala sulle gesta della città mi rende crepuscolare, con un carattere che si chiude sul proprio respiro. Assisto così impotente alla lotta tra bene e male, in un risultato di nullità.

La nostra Terra

Rivedo il chiarore della sabbia smossa dal vento in controluce. Difetta la vista nel riconoscere le ali piumate del passato che si inoltrano nel presente. Un brivido percorre il momento in cui sembrare in più luoghi del tempo appare possibile. Tutti gli incontri vissuti mi appaiono giovani, senza il cambiamento dell’età. Anche le voci sono chiare, prive dell’inciampo dell’usura. Vorrei esprimere delle cose che non so raccontare. La narrazione che segue eventi e tratti concreti rimane per me impercorribile. Da sempre, il mondo m’appare a balzi, con strapiombi sul vuoto e luminose fluorescenze senza una direzione. Certamente, il vento è una guida per la direzione, e il controvento una sfida per le idee. Pertanto, andare un po’ a zonzo qui e là sembra la strategia migliore per cogliere cosa si è. La tristezza che avvolge la sofferenza è una coperta pesante. Tutti tocchiamo a tratti questo peso, richiamando il suo contrario. Questo giorno, che sembra uguale a un altro, in realtà è un riflesso ingenuo di un pensiero. Una perturbazione minimale in un campo che non scrolla mai il suo intento esistenziale. Trovo la terra che mi viene incontro per strappare brutalmente la sensazione di volo.

Nel gesto educativo, per anni ho intravisto quella possibile rivoluzione che porta a evolvere nelle molteplici forme dell’umano. Le esperienze, che trovano nella sofferenza un punto di forza, esprimono il meglio delle emozioni in sentimenti pacifici. Poi, il tempo canuto e rugoso ha dissipato la luce in un inverno bianconero. Una pioggia fine si alterna a nuvole e sprazzi di sole. Così, oggi vorrei andarmene senza pensieri, trovare nei passi un sentiero solo per camminare, frugando nel respiro il fondo dell’anima che condivido con il resto della Terra. Oppure, tornare alla musica, nella vecchia casa dove tutto è cominciato.

Il progresso è un’illusione del tempo che garbatamente suggella un patto con la vita. Che cosa sarebbe l’esistenza senza la positività del futuro? Verrebbe a mancare quell’energia che fa ruotare le ruote del progresso. Dentro a un campo chiuso, riavvolgiamo il nastro della memoria infinite volte. Di volta in volta, la vita si inventa da sé in una composizione che varia secondo la fantasia del momento. Educare è il tentativo di indirizzare una direzione piuttosto che un’altra, nella consapevolezza che non conterrà mai tutte le variabili dell’animo, seminando dolori nei poli estremi del percorso, i quali germoglieranno in rivoluzioni.

La nostra terra, che poi è quella di tutti. Tuttavia, la costruzione dell’identità si prefigura su un suolo che diventa “il mio suolo”. Questo incipit indica la necessità di appartenenze: sia reali che fantasiose. Questa modalità in cui il pensare si lega alle cose diviene la gabbia in cui poi “si vogliono le cose”. Una scrollata di spalle tra l’indifferenza dei passanti e la riflessione scivola via. Tra un traffico fastidioso e le continue deviazioni in giallo che segnano il lavorio incessante. Sento il timore di dimenticare tutto, anche la forma del mondo. Mentre mi guardo intorno, cerco uno sguardo interessato a vedere oltre la coltre del dubbio. Sono alla ricerca di segni profetici nel sottosuolo dell’animalità. Tra le carcasse divorate e i resti dei banchetti di guerra. Si scruta, come al solito, nella storicità il segno che indica la buona novella. L’ennesimo culto della speranza che, in qualche modo, cerca di assolvere l’umanità dalla propria barbarie. Tuttavia, mantenendosi nel linguaggio dei contrari, la coscienza contesta sé stessa. Intrecciando la realtà in una spirale schizofrenica in cui i pazzi sono i sani. Mi affretto a passeggiare lungo il viale di abeti verso la piccola chiesa dei santi. Vorrei sostare un attimo nella pace tra i predicatori morti.

Fuori tira una brutta aria

Cosa bolle in pentola mentre fuori tira una brutta aria? In apparenza, tutto sembra uguale a se stesso; in realtà, le persone sono più rabbiose e il risiko per la supremazia è in corso. A stento riconosco i vecchi amici, se amici sono mai stati. A fatica riconosco me stesso in questo mondo, a patto che ci sia mai stato. In gioventù, alle feste, cantavo le canzoni partigiane con alcuni che la lotta di liberazione l’hanno fatta per davvero. Ora, mentre il ricordo mi commuove, il dubbio che si possa ancora aprire quella stagione è una possibilità quasi tangibile. Ci sono molti sentieri, ma le persone nascono vedendone solo uno, mentre in parallelo si snodano molte altre possibilità. È curioso come questo possa avvenire e come un’inclinazione possa prendere forza sulle altre. Le luci tremolano nella stanza oppure i miei occhi si sono stancati di dare ascolto agli oggetti. Vorrei sfilacciare il senso delle cose fino a perderle senza perdermi. Vorrei un po’ di tregua nella continua interpretazione dell’essente. Lasciando che la sospensione riveli che non c’è da rilevare alcunché. Dunque, si possono e si devono trovare le condizioni per amare in questo ginepraio di richiami e rumore di fondo.

Poche pagine toccano lo spirito e restano nella memoria, mentre l’ansimare della vita si spegne lentamente. Inquieta il nostro restare aggrappati a uno scoglio di senso. Cerco con gli occhi quelli che, come me, si sono sempre sentiti fuori posto, che fin da subito hanno cozzato contro le istituzioni e hanno perso. C’è una forma di profezia nei discorsi inutili: sono sempre quelli che vanno per la maggiore, ma vanno soppesati, perché dicono sempre ciò che non dicono.

Ho imparato a salutare anche chi non mi garba. Ho imparato a restare sotto traccia per non essere umiliato. Ho imparato ad augurare il bene anche a chi sprofonda in una abissale ignoranza. Ho appreso la forma sbilenca di questo mondo. Ora che il cielo si chiude, vorrei disimparare ed essere scorbutico e invisibile nei luoghi comuni. Meditare sulla schiena dei grandi, a volte, facilita la riflessione. Ma i grandi sono universi così attrattivi che rischiano di risucchiarti nella loro orbita gravitazionale, senza più via di fuga.

Si corre per dare un senso al proprio corpo, il quale ha una forma poco duttile alla fantasia. Solo l’arte del ballo riesce a mostrare una trasfigurazione della fisicità in poesia.

Nell’indugiare calmo lungo il fiume verso la destinazione, può capitare di scambiare due parole con chi si incontra. In genere, il dialogo sembra superficiale, ma in realtà, non essendoci niente da contendere, non è affatto così. La parola diventa profonda, come lo sguardo che scruta nell’abisso. Spogliandosi dell’armatura del mondo della tecnica, si può restare nudi nel mondo della natura, trovando benessere nelle sole mani che toccano e nelle sole orecchie che sentono. Il gioco rincorre l’emozione verso un sentimento nuovo, mai provato prima, nella forma della povertà o dell’assenza di desiderio. Semplicemente, si guarda la luce, perché è di luce che siamo fatti. Rincorro le idee che emergono durante il giorno, in fondo a uno scaffale di stoffa grezza risalente a tempi antichi. Oggi è un giorno festivo e, come al solito, i rumori della città mutano, permettendo un pensiero più sereno. Alcune adunanze di protesta scorrono senza lasciare traccia: in apparenza, tutto il dissenso viene risucchiato dall’omologazione. Una sola idea prevale, e difficilmente la consuetudine interroga l’adeguatezza del comportamento. Alla fine, come sempre, solo il fuoco può fondere l’inflessibile, incurvare le certezze o annientare le incrostazioni. Il calore è il vero fulcro del divenire, e la Terra brucia se stessa per salvarsi dai suoi abitatori.