Svanite le certezze dentro i discorsi vuoti che hanno frastagliato negli ultimi anni la possibilità di crescita della nuova generazione. Ubriachi di se stessi i vecchi hanno lasciato l’illusione dell’ immutabile con il carico di noia che si porta dietro, distruggendo la creatività dei nuovi arrivati con un addomesticamento al servilismo. Ora che l’immutabile è mutato in u accelerazione improvvisa i visi si dipingono con lo stupore della mortalità e nel piano del divenire si attende la deflagrazione delle regole che hanno consegnato alla storia le consuetudini in recipienti essiccati. In questo marzo ancora senza acqua si ritorna a guardare la terra da dove tutti veniamo come possibilità di ritorno per un nuovo mondo nell’Africa immensa dove i sogni possono avere ancora una possibilità. Il punto di oggi è lasciare che lo sguardo sfiori i sentimenti che dileguano nel movimento dei corpi, lasciati nell’incertezza per un approdo sicuro a fine giornata. Le emozioni avvolgono il tempo increspando la superficie che contro luce si fa materia densa rallentando il procedere innanzi, i saluti sembrano richiami rallentati e gli sguardi si perdono nel vuoto come se fosse l’ultimo ammiccamento. È solo una sensazione ma il vento di guerra sparge la cenere oltre i confini e semina dolore ovunque riportando il peso della morte sulle spalle di ognuno di noi. La quotidianità risuona nelle battute di spirito che colorano la giornata imbronciata da nuvole scure, ancora il freddo si fa sentire come se questo lungo inverno non voglia mollare il giogo sulle emozioni umane. C’è per strada l’ora della passeggiata dei cani in cui si rincorrono i latrati nel gioco delle battute di cortesia oppure per alcuni la scortesia di non volersi mischiare nella consuetudine delle conoscenze.
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L’acciottolato
L’acciottolato sotto i passi che riecheggiano nel loro eterno passato, sono uno svincolo incerto in questo clima perdurante di odio, sembra come un fungo che sale oltre la comprensione e dilaga nelle menti portando scompiglio. Ormai pensare con lucidità è difficile, immersi nel travaglio di nuove istanze che disboscano la violenza da dove i bis-nonni e nonni erano riusciti a imboscare. Oggi sono solo in questo camminare e non ricordo altri rintocchi che la campana della chiesa vicino alle cascine con i loro animali, lasciti liberi nel recinto verso i campi aperti. Un suono che all’inizio del giorno riproduce speranza come ogni mese di marzo in cui i germogli dei nuovi inizi è fecondo. Non oggi che il vento di distruzione e morte soffia così vicino da sentirne l’alito pestilenziale, e le cose si piegano verso i colori dell’ombra, restando assetate di vita che si dilegua nella terra essiccata.
Racconto
Racconto storie brevi che si perdono come un acquarello dentro un bagno caldo riverso nell’angolo buio della casa sventrata da una guerra, o dalla solita guerra da cui gli uomini dipendono come i drogati d’oppio. C’è un mercato in fondo alla biforcazione della via centrale in cui risuona l’anima del paciere d’incontrarsi, il vociare multietnico si leva come una coltre sopra le teste in cammino, restando per un attimo la casa di tutti. Riecheggiano i molti nomi che dai lati opposti rimbalzano in un gioco di sguardi e ammiccamenti, il mercato a volte si presta a cupido involontario per nuovi inizi.
Paesaggi
Di fatto i paesaggi si susseguono nello stupore di chi ormai guarda come l’ultima occasione di cogliere la meraviglia, il senso della gioia nel continuo trasformarsi dell’immutabile. A volte camminando lento per questi sentieri che ho imparato ad amare, ritrovo le origini di mille altri passi i cui aneliti verso la meta si dipanano nello sguardo verso l’altrove compreso nella linea del crinale. L’antico ed il moderno si ritrovano in un tempo mai trascorso seguendo il ruscello che sarà un poi fiume e forse ancora cascata nel risuonare il proprio canto dentro alle risonanze invecchiate del mio corpo.
A spasso
Sono a spasso lungo un terreno dal forte odore di terra calpestata dal vento sterzante dall’alto verso il basso sul crinale tinto nell’autunno. Gli spuntoni sono quelli duri e pungenti dal carattere torvo nel rispetto di un luogo per uomini e donne dal carattere intenso. I suoni hanno un ordine armonico nell’accompagnare il cammino, risuonano in consonanza nel sistema tonale della natura come un tenue canto di un organo antico in una chiesa e, guardando in alto tra le nubi in effetti si scorgono conformazioni di angeli occupati a diramare quel cielo immenso che ci contiene.
Nelle parole
Nelle parole lo sguardo si cristallizza in una lenta sequenza biografica dai contorni sfocati per risaltare l’evento, i fonemi sono lanciati come dardi sulla traiettoria del destino che già da sempre è compiuto. La mia storia è una fede che sia mia, del resto a cosa altro potrei pensare per dare vita ogni giorno alla rappresentazione che attende, agli affetti stretti intorno come nutrimento che si aspettano di essere sfamati. La biografia di uno qualunque si perde nell’astensione della moltitudine, pellegrina in strade ed anfratti di una terra finita, in cui la speranza ha preso il posto della felicità.
Il prima e il dopo
Il prima e il dopo, prima l’impavido scellerato dedito ad ogni esperienza pericolosa, nel cercare le giornate con un senso della fine labile, l’estremo per un corpo mortale e per un pensiero acerbo. Il poi è l’insinuarsi della morte come fine spaventevole, un ospite che una volta seduto in casa ha trasformato ogni cosa in un colore luttuoso. Un tradimento alla vita e alla festa delle proprie sensazioni, l’inquietante inquilino che si fa accorgere di se solo quando è ben piazzato. Vorrei ucciderlo in modo brutale strappandogli la carne, ma ancora sono consapevole che la carne sarebbe la mia.
Le storie
Le storie mano a mano che sopraggiungono si stratificano senza uno sforzo apparente della memoria, risuonano come nelle note di un organo a canne in uno spazio mistico. Le parole si condensano lasciando sbavatura come volti truccati nel fine serata quando la stanchezza lascia apparire la finzione ed il clown esce riprendendosi la scena. Allora un dubbio si insinua nel mio stare fermo, la domanda che mi trafigge la testa è quale mai sia stata la prima parola in assoluto, il fondamento gutturale dell’impalcatura grottesca dei significati, quel suono solitario che ha fatto da richiamo alle moltitudini in un arabesco casuale.
Nel gioco
Nel gioco degli eterni c’è la tristezza per noi di non riuscire a scorgere oltre i nostri rimpianti, ma nel luogo dove non riusciamo a vedere ci sono tutti i sorrisi che ci hanno accompagnato e ci accompagneranno per sempre. A questo penso mentre mi ritrovo a varcare la soglia di un’altro spazio non ancora trovato, il senso d’inquietudine è una vibrazione nello stomaco continua, come una lacerazione lenta nella carne. La debolezza del corpo si esprime nella semplice impossibilità di poter superare le barriere poste davanti agli occhi in ogni parte che si guarda.
Il passaggio
Il passaggio dal presente ad un ricordo può essere un artifizio per non vacillare sulla strada senza fondo che sorregge solo convinzioni come nuvole di sogni, l’idea del nulla o qualcosa rimane l’eterno dubbio del camminante mentre si appresta ad entrare nel proprio personale oblio del morire. Contando i buffi peluche che sostano nelle case per ridare un sorriso all’incedere delle mostruosità che le persone riescono a pensare, può esserci una speranza che una moltitudine di sorrisi possa restituire senso alla comunità. Sono tante le illusioni che albergano nei costrutti ideologici, strutture barocche costruite per meravigliare le folle quando il lavoro è pagato male o niente ci si appresta all’estrema povertà.