Si può entrare nelle casa altrui senza fare troppo rumore per appropriarsi del profumo di vita che incrosta cose e pareti che lasciano scivolare nel crepuscolo delle persiane socchiuse l’eco dei sentimenti. Una incursione nell’intimità altrui per saggiare senza essere coinvolti le gesta di un immaginario quotidiano che si srotola verso un proprio compimento. Camminare in questo mondo come fantasmi ormai refrattari alla vita perché spaventati dalla sua crudeltà, la ricerca del dolore che si trasforma in male sembra l’imperativo dominante. Passo dopo passo verso un qualsiasi dove, nella baia isolata dai pensieri un po’ sconnessi dalla nebbiosità umida del porticciolo abbandonato. Mi ritrovo in questa oscurità d’acqua come un viandante del non senso, attirato nella rete dalle sirene cantanti mentre intorno il mondo va verso il lutto. Racconto me stesso, se così mi posso chiamare, non sempre l’unità mi corrisponde, ma le frammentazioni a giro si dissociano evocando altre connessioni con distretti distanti difficili da conciliare. Guardo oltre il confine delle onde e vedo barconi che avanzano, maree umane che montando il mare cambiano la terra, frammenti dal deserto ricostruiscono nuove visioni per chi da sempre rimane immobile, attraversato dai cambiamenti mi ritrovo chino a specchiarmi nella prima pioggia del mattino.
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Nei tratti accennati
Nei tratti accennati delle espressioni si cela la possibilità dell’incontro, una conformazione inconscia che scaccia o accoglie; ci vuole la pazienza di aspettare per trovarsi, la fretta non serve ma inganna il cogliere l’atteggiamento. La sollecitazione continua sul da farsi come misura di performatività ci rende dei febbrili automi in movimento, con scarsa cura di ciò che ci sta intorno fino al solipsismo. Il guerreggiare per finta inesorabilmente ci porterà alla guerra vera in cui l’azzeramento della coscienza porterà i corpi ad agire come macchine fino allo sfinimento per ritrovare in fondo all’essere la propria umanità.
Campagna
Diretto verso la campagna costeggio i canali quasi essiccati dell’ irrigazione, come un presagio apocalittico, la secchezza delle zolle, un brivido mi scuote dalle profondità dell’animo. Sono tempi in cui il rimescolare dei paradigmi si fa più intenso, come a cercare con veemenza uno sbocco alla visione che dell’uomo fino ad ora ha dominato, sul piatto della storicità una trama che sappia sovrapporsi in forme diverse per assetti della relazione tra persone funzionali al nuovo mondo. Passeggiando lungo questo corso la luce acceca sfumando ogni contorno in una massa indistinta, un moloch informe nell’orizzonte si china per prendere per mano il gregge e portarlo dall’altra parte dove ad attendere c’è il vento che spira dalle cime più alte per ricominciare da capo il racconto.
Opinioni
Tendenzialmente si possono esprimere opinioni su tutto ciò che capita a tiro senza per forza capirci qualcosa, è come eruttare giudizi in una continua colata lavica per necessità di eruzione. In molti si trovano nella costrizione di essere dei giudicatori seriali essa è una forma patologica della costruzione del male che attecchisce dove l’abbandono e la privazione hanno colpito nelle forme della modernità. Infatti non è necessario che ci sia la miseria o la povertà come corollario, ma basta una non curanza con mancanza di compassione per stroncare il nascere del bene.
La riflessione
La riflessione camminata si sposta sulle ombre tra gli oggetti, gli spazi di mezzo che di solito sono riempiti dalle fantasie mentali. Tra i passi lenti le conformazioni incavate nel vuoto producono una vertigine in cui il perdersi è uno stare sospesi nel margine estremo della preposizione. È così che piano si entra nella realtà non contaminata dalle consuetudini, un trucco tramandato dai meditativi d’Oriente per sostare con tranquillità sulle onde del mare in burrasca. Parole che ricadono riverse per terra lungo il pendio che conduce oltre le creste coperte del muschio rado e coeso alla roccia, come una sbavatura di colore essiccata nella dimenticanza. Passo dopo passo verso un qualsiasi altrove recitando la preghiera del risveglio, una linea curva che si perde andando dritto a se con un incedere cocciuto, insieme al risuonare delle voci che hanno reso il percorso un cammino salvifico per la natura che ospita i passi da sempre. È la mia voce che incontro nella fatica apparendomi estranea senza un senso nell’ articolarsi all’aria, tendendo l’udito cerco il significare dei suoni ma tutto svanisce nell’attimo in cui cado nel vuoto del giorno.
Nascono
Nascono steli colorati nel freddo di una falsa primavera ancora adagiata sul fondo dell’inverno che non vuole mollare in questo frangente in cui la guerra dilaga nelle menti come prossima possibilità. La povertà, quella vera rispunta come tratto di normalità in questo tratto del tempo in cui la trasformazione delle abitudini avviene in modo drammatico tra le immagini di uccisioni tra giovani. Questa terra sempre più arida cui abito sta rinsecchendo per la scarsa cura, portando la dissociazione dei corpi con il proprio radicamento, in una deriva di autismo sociale senza prospettiva. Da solo nella taverna scavata nella roccia assaporo la bevanda nel sapore della muffa, in cui prima di me molti sono passati praticando gli stessi gesti. Tutto rimane uguale nell’evoluzione infatti il tempo è l’illusione del futuro, nella taverna sono presenti tutte le generazioni senza che questo abbia cambiato le sorti del mondo. Il guerriero continua a guerreggiare, il poeta a poetare, gli stolti ad odiare, il seme si perpetua con insolita monotonia.
I rumori
I rumori forti soprattutto di sera cominciano ad essere ombre minacciose di un fronte di guerra che si avvicina, come il lento annunciarsi del temporale in primavera con successione di tuoni che sempre più vicini annunciano lampi e acqua su i bordi del mio mondo. La vecchiaia mi cade addosso come un cappotto antico lungo fino a terra di un tessuto che ricorda i sacchi marroni delle patate di un tempo quando la plastica era ancora da venire. I riposini pomeridiani sono lasciati cadere nel dimenticatoio per questa nuova smania di correre intorno con la paura di perdersi il qualche cosa che nessuno sa effettivamente dire cosa sia. Come vorrei che un abbraccio fosse infinito e tale da lasciare escluso ogni veleno che l’uomo sa sputare intorno a se ammorbando l’aria di un fetido presagio di rancore e odio.
Svanite le certezze
Svanite le certezze dentro i discorsi vuoti che hanno frastagliato negli ultimi anni la possibilità di crescita della nuova generazione. Ubriachi di se stessi i vecchi hanno lasciato l’illusione dell’ immutabile con il carico di noia che si porta dietro, distruggendo la creatività dei nuovi arrivati con un addomesticamento al servilismo. Ora che l’immutabile è mutato in u accelerazione improvvisa i visi si dipingono con lo stupore della mortalità e nel piano del divenire si attende la deflagrazione delle regole che hanno consegnato alla storia le consuetudini in recipienti essiccati. In questo marzo ancora senza acqua si ritorna a guardare la terra da dove tutti veniamo come possibilità di ritorno per un nuovo mondo nell’Africa immensa dove i sogni possono avere ancora una possibilità. Il punto di oggi è lasciare che lo sguardo sfiori i sentimenti che dileguano nel movimento dei corpi, lasciati nell’incertezza per un approdo sicuro a fine giornata. Le emozioni avvolgono il tempo increspando la superficie che contro luce si fa materia densa rallentando il procedere innanzi, i saluti sembrano richiami rallentati e gli sguardi si perdono nel vuoto come se fosse l’ultimo ammiccamento. È solo una sensazione ma il vento di guerra sparge la cenere oltre i confini e semina dolore ovunque riportando il peso della morte sulle spalle di ognuno di noi. La quotidianità risuona nelle battute di spirito che colorano la giornata imbronciata da nuvole scure, ancora il freddo si fa sentire come se questo lungo inverno non voglia mollare il giogo sulle emozioni umane. C’è per strada l’ora della passeggiata dei cani in cui si rincorrono i latrati nel gioco delle battute di cortesia oppure per alcuni la scortesia di non volersi mischiare nella consuetudine delle conoscenze.
L’acciottolato
L’acciottolato sotto i passi che riecheggiano nel loro eterno passato, sono uno svincolo incerto in questo clima perdurante di odio, sembra come un fungo che sale oltre la comprensione e dilaga nelle menti portando scompiglio. Ormai pensare con lucidità è difficile, immersi nel travaglio di nuove istanze che disboscano la violenza da dove i bis-nonni e nonni erano riusciti a imboscare. Oggi sono solo in questo camminare e non ricordo altri rintocchi che la campana della chiesa vicino alle cascine con i loro animali, lasciti liberi nel recinto verso i campi aperti. Un suono che all’inizio del giorno riproduce speranza come ogni mese di marzo in cui i germogli dei nuovi inizi è fecondo. Non oggi che il vento di distruzione e morte soffia così vicino da sentirne l’alito pestilenziale, e le cose si piegano verso i colori dell’ombra, restando assetate di vita che si dilegua nella terra essiccata.
Racconto
Racconto storie brevi che si perdono come un acquarello dentro un bagno caldo riverso nell’angolo buio della casa sventrata da una guerra, o dalla solita guerra da cui gli uomini dipendono come i drogati d’oppio. C’è un mercato in fondo alla biforcazione della via centrale in cui risuona l’anima del paciere d’incontrarsi, il vociare multietnico si leva come una coltre sopra le teste in cammino, restando per un attimo la casa di tutti. Riecheggiano i molti nomi che dai lati opposti rimbalzano in un gioco di sguardi e ammiccamenti, il mercato a volte si presta a cupido involontario per nuovi inizi.