Si improvvisa

Si improvvisa scivolando sulla tastiera innescando una lotta con i tasti che non sempre sono docili all’intenzione, i suoni colpiscono gli oggetti rimbalzano come palline magiche e ritornano alle orecchie in forme capricciose, è a quel punto che l’animo smuove sensazioni e l’oscillazione dell’umore segue il battito del metronomo, una lenta eccitazione accende le dita in trilli ed acciaccature per poi scivolare in un mare denso fino alla riva oltre il mondo. In questa stanza si articola la maggior parte del pensiero e dalle pareti gli appunti pendono in ghirlande annodate con parole mischiate a silenzi rarefatti e mai assoluti, attingo la punta pastello nell’inchiostro delle vene in una delle tante piaghe aperte disegnando nell’aria il contorno degli occhi amati, per ripetere per sempre il gesto del vivere fino ad oltrepassare la notte mano nella mano con i corpi antichi e avvizziti dal vento. Intorno a questo letto si sta spegnendo anche questo maggio con l’instabilità di un ragazzino che non trova il gioco giusto, stizzito butta all’aria ciò che si trova davanti, piangendo per un nulla nell’inconsapevole ignoranza della caducità, è quasi fastidiosa questa esuberanza sfrontata in tempo sprecato in capricci e lamenti. Mi stanco facilmente dal rumore per cui mi trovo a chiudere il corpo alle sensazioni per navigare nel lago interno con fate e maghi ancora presenti in questo tempo dominato dalle macchine.

La cronaca

La cronaca spinge su corridoi collaudati in una sottolineatura della narrazione in cui il flusso sia il più possibile contingente, è come una sagra di paese la circolazione dell’informazione continentale, da una parte fa supporre la vastità del territorio e dall’altra lo spettegolare intimo della vicinanza. In sostanza il mondo è una area sconosciuta fino a quando non ti sorprende nell’evento inatteso, oltre il buio ci sono molti altri occhi che guardano il buio, l’inconscio è solo un modo per descrivere l’ignoranza. I corpi a zonzo nei centri commerciali cercano una intimità mediata e una dose d’attenzione che per un momento renda giustizia all’esistere, la mortalità racchiude la speranza in un sogno effimero, fugace, come un vento già passato. Anche questo maggio sta per chiudersi ed oggi è quasi freddo nello scuotimento del temporale che brontolando emerge dalle profondità per dire la sua ad un mondo che tira dritto senza altra possibilità che essere spettatore degli attimi che riesce a cogliere. I fatti sono piccoli fuscelli accostati e legati secondo un umore ed in questo modo si possono costruire racconti, come una camminata sulla spiaggia mentre in un altro verso una battaglia sconvolge una città, non c’è un tutto che lega il senso, ma è il disordine il collante dell’attenzione che in qualche modo ci tiene vigili alla realtà. Ritornare continuamente a se per dare un seguito alla memoria dei fatti che si svolgono intorno, le auto che sfrecciano, la moneta che cade, il richiamo di una madre, il semaforo che lampeggia; tutto si muove oltre il limite minimo verso un massimo del mio stesso camminare, mentre lo sforzo del mettere insieme si concretizza in pensieri in apparenza fluidi come lo scorrere di un nastro. Dentro al parrucchiere con la porta aperta escono le voci che rievocano gli avvenimenti del quartiere, alcuni luoghi topici sovrappongono significati ad i fatti, per instradarli nel flusso del raconto che la gente poi riconosce come appartenenza. La storia del mondo quotidiano che sopravvive sulle consuetudini di prossimità, un indizio che porta ad un altro, poi ad un altro, e via fino alla rassicurante situazione della familiarità. In lontananza altri quartieri costruiscono la quotidiana presenza in una espansione progressiva fino al limite in cui si ritorna nel punto da cui si è partiti, in questo mese la novità sono gli estremi della meteorologia oscillante tra inverno ed estate come un bipolare che rifiuta ogni terapia stabilizzante.

Una continua corsa

Una continua corsa per rimanere in equilibrio tra cielo e terra mentre intorno si sgretola l’immagine consuetudinaria fissata dai ricordi, ancora dopo tanto tempo è difficile capire come funziona questa modalità di essere se stessi e non altro. Mi alzo per chiudere le ante in legno per il sole che già si fa prepotente e si vuole prendere lo spazio in cui me ne sto acquattato, è un mese senza acqua che prefigura catastrofe mentre tutto continua senza riflettere che così non è più possibile continuare, adagio riscuoto un significato a questa luce che richiara il mio modo di vedere ziglinato le cose fisse della natura. Una città la mia che sonnecchia nelle imprecazioni e a volte fa la voce grossa con il pericolo lontano, ma quando soffre veramente lo fa privatamente in un quasi senso del pudore per le piaghe esposte, la tradizione che cerca di mantenersi nonostante il mischiarsi delle razze con in testa paesaggi estranei, un tentativo a volte puerile di mantenersi nell’ identità antica. La frenesia con cui viene percorsa nelle vie non lascia scampo al mutamento che inesorabile si stratifica nelle consuetudini e nel linguaggio che contorcendosi si adatta come un vestito del mercato in saldo. La città che chiude la sera con il ronzio degli ultimi venditori di fiori che stanno al semaforo come le collezioni di francobolli nell’album apposito, e per chi sa guardare dai marciapiedi spuntano i passi di chi non c’è più ma fatica a lasciare questo mondo per le altre possibilità. Si chiude il cinema all’aperto per aprire le danze della notte dentro ad i luoghi semi bui per privatizzare le moine che sono uguali per tutti ma nell’ombra tutto diventa unico.

Fine settimana

Questo fine mese ribolle come un braciere riportando la temperatura nel confine delle cose sfumate e per certi versi abbaglianti, i vortici dei colori si confondono nelle strade dove le auto si allontanano sempre da un punto, mentre un grumo del codice del pensiero rimane fermo sorpreso dall’avanzare del caldo. Sono tanti i segni che dipingono il senso cosmologico di maggio incarnando le antiche leggende, in cui fine e inizio combaciano nella storia del lignaggio padrone del fuoco fatuo del potere dei mortali. È verso il tramontare che il raccontare viene raccontato ad i novizi e l’inizio è sempre una descrizione della natura ispessita e grovigliata nel crescere caotico nella libertà di essere ciò che gli pare. Poi appare l’eroe senza nome che svelando il segreto getta nelle orde dei regolatori del tempo la natura spezzando il caos, ma ad ogni buona fine anche l’eroe si toglie dai coglioni, e resta il lignaggio ad ancorare le navi nei porti. Mentre si fa notte si ricompone il cerchio e stringendo un po’ i ranghi si aspetta l’alba cullandosi nei sogni che senza confini attraversano ognuno con tutto il resto annesso.

Alla fine della notte

Alla fine della notte la prima parola da dire mentre ancora spaventati si scrolla le spalle dalla superstizione, è:”rinascere”, tutte le volte mentre dal buio ci si sposta sulla terra del giorno dove l’uomo ha deciso di vivere. Pantofole rintoccano verso un senso dell’abitudine mentre seguono i rumori del mattino, odori noti per ritrovarsi nel senso di se senza ombra di dubbio, la paura di risvegliarsi in qualcos’altro è un tremito fugace ma reale. Quindi nelle abitudini si svelano le conferme e tutto si rimette a posto, quasi un sorriso per un attimo mentre altri eseguono le stesse operazioni in confini diversi ma in fondo uguali. Al confine estremo si iniettano sogni nei corpi stremati dal logorio dei pensieri che circolano nel senso inverso della pace, ed è così che nella vecchiaia si mette in atto la guerra dove i giovani in maggioranza muoiono. C’è sempre una guerra o carneficina con distruzione di cose ed animali, non si fa caso al contadino che piange per le sue mucche colpite da un mortaio, è insignificante per lo spettatore che lo guarda da una siderale distanza, commentando come se fosse uno degli spettacoli possibili. Dentro a queste viscere della cultura europea strappate da cani inferociti si possono trovare le parole nascoste per comprendersi, parole significanti ancora non dette che possono smuovere la sensazione di pietà per avere percorso il sentiero della barbarie. Un amico lontano non guarda dietro di se mentre il fuoco brucia la sua casa, tira innanzi come un mulo verso un altrove e forse ricordando il mio posto mi corre incontro aspettandosi un sorriso. La logica di un incontro tra persone fatte di carne in cui il suono ed il borbottio e l’odore rendono reali gli istanti, in questo adesso non più scomponibile avviene la relazione che si sgancia dalle maglie del tempo e risuona la musica dei classici mentre intorno il mondo dorme.Questo fine mese ribolle come un braciere riportando la temperatura nel confine delle cose sfumate e per certi versi abbaglianti, i vortici dei colori si confondono nelle strade dove le auto si allontanano sempre da un punto, mentre un grumo del codice del pensiero rimane fermo sorpreso dall’avanzare del caldo. Sono tanti i segni che dipingono il senso cosmologico di maggio incarnando le antiche leggende, in cui fine e inizio combaciano nella storia del lignaggio padrone del fuoco fatuo del potere dei mortali. È verso il tramontare che il raccontare viene raccontato ad i novizi e l’inizio è sempre una descrizione della natura ispessita e grovigliata nel crescere caotico nella libertà di essere ciò che gli pare. Poi appare l’eroe senza nome che svelando il segreto getta nelle orde dei regolatori del tempo la natura spezzando il caos, ma ad ogni buona fine anche l’eroe si toglie dai coglioni, e resta il lignaggio ad ancorare le navi nei porti. Mentre si fa notte si ricompone il cerchio e stringendo un po’ i ranghi si aspetta l’alba cullandosi nei sogni che senza confini attraversano ognuno con tutto il resto annesso.

Mi ritrovo a ruminare

Mi ritrovo a ruminare in una linea discendente lasciando alle spalle propositi di gloria, è un sole opaco che mi sta d’innanzi perso nel cielo o nel chiarore indistinto che confonde i contorni. È un giorno come un altro nella platea del tempo mentre altri si destano in percorsi divergenti come lo scartare di lato di un gatto in apparenza senza un significato, mi accuccio nella tana mentre la buriana stride nelle vie e piazze della cittadina persa nella campagna. Con l’età la corsa sembra un lontano ricordo, per cui stare fermo non è l’ipotesi più nefasta, permanendo nella lentezza altri sensi si emancipano lanciando scorribande in luoghi inesplorati e riportando sensazioni che a volte fanno sanguinare le ferite antiche. Mi ricordo di te che te ne stavi in disparte paurosa mentre i tuoi occhi veramente enormi scrutavano dalla penombra un me bambino forse ancora in braghe corte, in quel luogo e enorme fatto da soffitti alti e odore di disinfettante, un fermo immagine lungo una vita in cui la direzione del vento ha imposto delle scelte e ora nella cuccia anziana ritrovo il vecchio sapore passato.

Ritornando a casa

Ritornando a casa le serate di maggio sono ancora chiare con sfumature di rosa ed il mio tragitto sempre uguale cambia di volta in volta nel colore delle sensazioni, un tornare che ha il significato di andare verso una radura sicura in cui racchiudere il senso delle cose udite. Piccoli passi rintoccano da dietro nel presagio di un incontro o una conversazione per sancire la presenza in uno scorrere che non lascia segni o individualità, io che girando di lato sposto il mondo nella forma del verso che miro per farne una mia particolare versione che nell’attimo che appare svanisce nella mia incredulità. Sparando cazzate a volte mi ritrovo a riflettere su qualcosa che sta fermo e resiste alle intemperie, una idea che si fa cosa per emergere dalla radura ed entrare nel cono di luce dell’essere, ma una volta che la cosa diventa cosa mi da fastidio perché occupa spazio e vorrei che non fosse mai emersa. Tirandomi matto continuo il percorso se mai ce ne fosse uno per dissolvere le cose, ricacciarle nell’inapparenza fuori dal cono e forse fuori dai coglioni. Seguendo la linea del non senso provo a trovare lo spazio libero, quella libertà di scelta che sembra del tutto assente nel pensiero d’Occidente, più l’idea di libertà è sbandierata più diventa il luogo della tirannide.

Scorciatoie

Le scorciatoie si sprecano nella diffusione delle informazioni gridate a gran voce come verità sputate, dentro ad un turbine di potere per il potere, o di avidità per il possesso. Non si trova nessun lumicino acceso nella casa delle favole dove la verità si è rifugiata travestita da vecchio mendicante con coperte di cartone ed alito da vino un po’ scadente, da quelle parti anche i circensi si sono persi da quando il mondo ne ha snobbato la semplicità per rimpiazzare al loro posto il furore spettacolare della tecnica. Nelle piazze false ricorrenze festeggiano una storia rimaneggiata ad uso del presente, piccoli soldati di pezza mostrano grossi cannoni di metallo forgiati con il sangue dei pacifisti unici indefessi lavoratori che sentono con il cuore il pianto dei propri figli. Appare nello sfondo il vero fattuale per quel singolo sguardo ma basta una lieve torsione e lo sfocare delle verità è ineluttabile come a fine cena i visi presentano la noia della pienezza. Di certo passeggiare tra i fogli bianchi è un esercizio di spaesamento che se non tenuto a bada porta con se una scrittura febbrile, un buttare lì forme che si compongono come pensieri nella casualità del tempo.

Cane impavido

Nei campi si muovono colori, strappati dagli oggetti nella furia della pioggia, e si infrangono come miele nella fantasia dell’ osservatore, ben coperto e al caldo. È una dolce sensazione entrare nel contrastato vociare della natura che si scuote per risvegliarsi nella stagione inquieta; un po’ fredda ed un po’ calda. Sento dire dal margine del campo che il vento ha trovato la forza di protestare per la continua determinazione dei contadini di delimitare le colture, mi vien da rispondere che forse da sempre ogni cosa se delimitata cerca una via d’uscita dalla costrizione, non è maleducazione ma forse è la natura che nasce tutta insieme senza nomi né cognomi. Un bulldog francese rincorre le foglie a raso tra fila d’erba abbastanza allineate da formare una coltre d’assenzio in cui perdere la testa, e a tratti orecchie nere spuntano in vari posti diversi orientando la percezione in svariate dimensioni. All’orizzonte sbiancando si intravede l’inizio della sabbia che contiene il mare e il suono della burrasca si confonde con il frusciante insorgere degli alberi oscillanti nella pioggia, una strana passeggiata in compagnia del cane che sbuffa per la disapprovazione verso l’acqua ma impavido continua la sua corsa ed io la mia.

Come sempre

Come sempre i compiti eseguiti con scrupolo sono abbandonati nel loro equilibrio, mentre il fuori posto risalta come una striscia di luce colorata sulla strada del controllo. Se non ci fossero discrepanze saremmo cechi ed il mondo continuerebbe a farsi beffe di noi, ed in parte è così, ci accontentiamo di vivere all’interno di un solco o racconto già narrato svariate volte. Una maglietta messa al contrario imbarazza nel cerchio delle cose che devono stare in un certo modo, mentre al di fuori può infuriare una bufera di sinonimi e contrari con armi di grosso carico che sfondano fronti e confini, è l’assurdità in cui stiamo per non scomparire nell’insignificanza dell’assenza dell’identità, come cozze aggrappate al significare delle nostre consuetudini che ci riportano continuamente a testimoniare noi stessi. Nelle classi scolastiche pollaio si addestrano futuri già passati che come unica possibilità creativa perseguono la devianza come scrupolo nella manifestazione di se, piccole cose che non mutano lo scorrere del fiume verso quel tracciato fatto di desolazione inquieta e codarda. In compagnia del cane resto nelle ore di solitudine a fissare il mondo oltre la cortina del reale ed a scorgere nella radura velata le sensazioni liberate dai corpi danzare sullo sfondo del destino.