Ci sono in giro tipi bizzarri che in qualche modo sollecitano la fantasia verso costruzioni ed ambientazioni scenografiche nell’ ambito del vissuto immaginario, il Viscido per esempio si aggira come un segugio a caccia delle storie degli altri come se la propria vitalità la estorcesse nella soddisfazione delle pene altrui. In fondo, cosa non difficile in quanto nel quartiere l’età media è quella obsoleta per cui ricca di voglia nel raccontare i dolori odierni e le glorie che furono. Quasi tutti girano con il cane al guinzaglio veicolo inconfessabile dell’attaccare bottone e compagno inseparabile nella rievocazione solitaria del proprio racconto nelle mura domestiche. Il Viscido ha il naso prominente che anche involontariamente fa apparire la schiena gobba, ed il corpo proteso verso l’esterno come un cane da tartufo, in tutto questo la fisionomica o scienza del pettegolezzo spinto porta la descrizione nelle vette malevole del pregiudizio. Anche la Iattona si aggira per il quartiere ed anche lei nel femminile corrisponde ad i canoni del pregiudizio, rotondetta e piccoletta ispira una aurea di sfiga permanente alla quale involontariamente si cerca di sfuggire, guai iniziare una giornata incontrando la Iattona è una catastrofe perché si rimane in apprensione per il resto delle ore aspettando il peggio. Poi ci sono gli urlatori, soggetti i quali non hanno un concetto di farsi i cazzi loro, infatti sbraitano al cellulare, ed in qualsiasi altra occasione che aprono la bocca, per questi il quartiere è il palcoscenico per rappresentare la l’ora vita in episodi. Probabilmente anche tra le mura domestiche urlano in modo da essere molesti, perché nella concezione dell’individuo molesto non c’è che è un rompi cazzo, ma bensì un simpaticone e altruista. Alcune figure spiccano creando riverenza, sono i passionari o le passionare, cioè quelli che ci credono nelle cose che dicono e lo vogliono dire a tutti, nei social o negli eventi pubblici sono sempre in prima fila, dispensano misericordia e buoni propositi ma sempre da una posizione privilegiata dall’agio sociale. Sono per lo più la classe che sostiene i dominanti anche se li critica ma restando nella stessa famiglia di appartenenza. La definirei razza padrona per quel piglio supponente di trattare chi ha bisogno in modo caritatevole ma non da pari, una razza che non ha mai avuto necessità di mettersi nelle scarpe di un altro. Poi ci sono i migliori cioè i pazzi autoctoni, nati nell’ambiente del quartiere ed integrati nel paesaggio architettonico, di regola possono fare ciò che vogliono perché sono nella narrazione popolare e riempiono i vuoti della monotonia e della solitudine dei molti che hanno perso il senso del tirare avanti. La pazzia dell’altro tiene a bada la propria e la funzionalità sociale del matto che mostra la propria pazzia è l’antidoto alla normalità ed alla quiete pubblica, difatti ogni quartiere ha i suoi e li custodisce gelosamente. Tra i vari sotto sistemi che formano una città e la propria sinfonia narrativa in cui bene o male tutti si accordano, c’è anche il sottosuolo la cui musica dodecafonica stride dentro le favole del sopra. Nel di sotto le regole capovolte fanno si che l’invisibilità sia il tratto distintivo dell’essere che essendoci si cela nel nulla che non può esserci, il quartiere rende afono il discorso del sottosuolo perché le paure una volta fuggite è lì che si rintanano covando rancore per i propri padroni ed un giorno potrebbero mordere la mano che le ha nutrite. Basta guardarsi un po’ in giro senza andare troppo lontano per vedere le razze umane come si raccontano e si rappresentano nella necessità della comunicazione da cui non ci si può esimere.
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Soldati
Stanchi si cammina per strada ammiccando da fedeli abitatori del tempio della speranza, la quale non è altro che la musa che tiene distante la soddisfazione dal piacere. Così i soldati in marcia cantano nenie con significati plaudenti lo sperare, tra le rovine di quel che solo ieri era una organizzata comunità sopita nella consuetudine di una pace fasulla. Si tirano tra loro frecciate in battute che mascherano l’ancora presente passato in cui niente di tutto questo sembra possibile ma l’abitudine improvvisamente si rompe ed è come il vaso di Pandora, cioè, l’inferno in terra. Si sta rintanati al di sotto del piano stradale in luoghi sconosciuti ad i più, perché in un’altra vita solo i randagi bazzicano il sottosuolo, e ora che il senso della morte è vicino come un cane fedele anche il corpo degli altri compagni diventa appartenenza e le sensazioni si propagano con l’odore del sudore. Si rispolvera il canto perché da sempre rimette in accordo le singolarità sopite dagli anni trascorsi nell’ individualismo e soprattutto non si guarda chi muore sia amico che nemico, si impara a guardare oltre ogni spazio occupato dal tanfo della paura. Il canto racconta il mito, la storia dell’eroe che rinasce dalle ceneri della propria volontà, auriga nelle varie ere del carro da i due cavalli alati, il bianco ed il nero che tenuti nel segni della giustizia portano alla verità. Il saggio eroe dopo avere concluso la battaglia si ritira in terre nascoste lasciando agli uomini riprendere il cammino della speranza e poi il ritornello parla di natura incontaminata e cieli immensi oltre la capacità di comprensione. Il canto vela come una coltre i morti ed i vivi non facendo differenza tra amici e nemici nella guerra che esplode senza possibilità di un ritorno. Siamo al solito scenario con trincee, agguati, e civili che subiscono angherie e soprusi, perché tra le file dei combattenti si nasconde il male per il male, quel male che lo si vede quando l’individuo si nasconde nei motti del popolo, è la carogna umana che morde ritirandosi poi nei molti. L’eco del ritornello:”l’aria soffusa spinge la nebbia oltre lo sguardo/verso il limite ignoto dove tendere la mano/con falcate da gigante la terra è riconquistata/la terra che è la nostra terra/coltivata dagli antenati fino ad oggi/nella foschia il canto accoglie il nemico nel cerchio del perdono. Come ricorda Platone:”solo i morti hanno visto la fine della guerra”, durante il macello tutto diventa oggetto di uso e consumo frenetico, i corpi oggettivati oscillano tra lussuria e annientamento giustificando perversioni e violenza. Scrive Hedges:”gli essere umani diventano oggetti, oggetti da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Il sesso casuale e frenetico, assai frequente in tempo di guerra, spesso passa il segno e si trasforma in perversione e violenza, rivelando un grande vuoto morale. Quando la vita non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, spesso si ha la sensazione che rimangano solo la morte o un fugace piacere carnale”. Rintocchi all’alba verso il giorno per riprendere il filo dei discorsi mentre da sotto i piedi sembra scivolare via la vita, case rotte in cui passare attraverso immaginando i ricordi annidati lungo le pareti annerite dalle esplosioni, giocattoli rotti per bambini che improvvisamente adulti si aggrappano al gioco con malinconia per quel che fu.
Rosso settembre
Il rosso settembre è apparso nelle pennellate tra il cielo e la terra come un presagio o una preghiera per il risuonare in lontananza delle campane, inizio o fine di qualcosa che non si delinea nella comprensione di questo paesaggio maestoso il quale durerà molto più a lungo dell’idea dell’uomo. Oggi le cose scorrono così per il verso di una corrente essiccata lasciandosi cullare nella melma che rimane sul fondo quando tutto il resto è evaporato, si giace in questo fondale come in un letto di nozze e di lutto insieme abbracciati alla propria anima aspettando la pioggia per riportarsi a galla dall’inconscio. Nella casa dai fantasmi d’orati gira voce che è in atto un subbuglio tra vivi e morti, quasi una cosa inaudita per gli abitatori del luogo, sempre ligi nelle convenzioni. Una forma di ebbra rivoluzione nello scambiarsi i ruoli ha innescato curiosità e frenesia della novità, per cui ora tra le stanze è difficile riconoscere gli uni dagli altri e le unioni miste inconsapevoli aumentano l’incertezza nella cura dei luoghi. La casa in fondo alla strada è da sempre segnata come una impermanenza nella mappa, infatti solo ad alcune particolarità di sguardo appare la consistenza del luogo, per altri è solo un soffio d’aria fredda in un pensiero scavato dalle profondità dell’inconsapevole. In questa terra di nessuno e dei molti sta la consapevolezza che tra le demarcazioni netta delle cose si anima ad incastro quella parte dell’esistenza che da sempre è mancanza e spinge l’essere alla volontà di volere. Cosa mai può essere un fantasma se non tutto ciò che non è ora, e quindi quasi l’assoluta dimensione della narrazione che facciamo di noi e degli altri, la dimensione del “fu”e del “sarà” sovrasta la presenza nell’incarnato mentre si riconosce. Quindi cosa è un fantasma se non la visione di un attimo della verità che a volte inaspettata si palesa increspando le consuetudini, una goccia del nettare della sapienza distillato in assenza del tempo. Come abitatore della casa a volte mi spingo sul limitare della sera a sostare in veranda, con una tazza di tè ed il biscotto di cereali secco impastato in modo che non si sbricioli al tocco. Con calma, sorseggiando, tocco le corde dell’aria che tra le finestre si spargono all’interno e la musica di archi e coro risuona per tutti in un momento di magica melanconia che non rattrista ma infonde il senso della creazione o per alcuni la fede. Cammino per il solito vialetto incurante del calore sprigionato dall’affaciendamento umano, conto i passi per fare in modo che siano lenti e respirando porto i piedi a sentire la terra oltre la coltre del cemento stratificato dalla rivoluzione industriale in poi. Lascio che i discorsi arrivino per inabissarsi nella corrente fatta di anidride carbonica che lascia senza fiato, ormai siamo esseri con ciminiere al posto del naso e binocoli posti al contrario al posto degli occhi. È curioso come nel sud della California gli americani facciano i turisti nelle città adiacenti al confine e come quei pochi kilometri di terra cambiano lo status delle persone, i messicani stigmatizzati nella loro terra di violenza e cartelli del narcotraffico ed gli americani buoni turisti che portano denaro e civiltà. Questa inutile stratificazione in razze e generi è funzionale all’uomo moderno sempre a caccia di uno status in cui riconoscersi in un valore che per essere tale va a scapito di un valore equivalente e inferiore. Per l’uomo moderno non è cambiato nulla rispetto al progresso della tecnica perché rimane immutato la necessità della guerra tra persone, per cui le caratteristiche cruente e di crudeltà a volte sono mascherate da eccidi accidentali ma la sostanza della civiltà basata sulla guerra rimane invariata. Il superuomo di Nietzsche è esattamente l’uomo che toglie da se stesso l’essere per la guerra e perdona alla vita la propria mortalità.
Posto segreto
Nel vano segreto, all’angolo con la via che non si incontra mai, neppure quando si muore, in quel posto segreto si cela l’unica cosa mai detta e così rimane per ciascuno che nasce. Inondazioni di informazioni verso questa parte della comprensione che rimane vigile perché spaventata dalle continue minacce di carestia e sbudellameto cruento, una veglia forzata in difesa del poco che si crede d’avere, mentre una vita barocca in apparenza si manifesta con leggerezza tra sorrisi e battito di mani. Le riflessioni si piegano da una parte all’altra dell’incontro e si è carini nel volere che si capisca l’intenzione che ognuno dentro di se porta nello scrigno da dove senza volerlo le sensazioni sgorgano. Moltitudine il nome dell’angelo che risana la terra con il sangue dei poveri, gli unici che ancora sanno piangere per il dolore della perdita, in questa che è la valle diventata funesta per l’asperità del raccolto e la tossicità accumulata nella dispersione della banalità della riccanza. I mille nomi elencati dai libri sommersi nelle segrete del tempo tra le mura di antiche vestigia, rimangono sconosciuti solcando gli anni in secoli per non lasciare che nulla muti nella propria essenzialità. Si può tirala per le lunghe ma è un piacere scorrazzare un po’ nel gotico, in atmosfere scure che tirano verso il blu, mi sento a casa nell’oscurità in cui lo svelamento delle emozioni è più intenso ed i corpi affondano nell’aria come quando tutto intorno esplode al ritmo del jazz melanconico. Attorno alla prigione gli sgherri se la ridono girando in tondo con i cani addestrati ad essere tonti e ringhiosi, è una comunità che si regge sulla reciproca approvazione, è un compito che svolto come una fede tiene chiusi con crudeltà le migliori idee che possono abitare alcuni uomini. Sovrasta il silenzio dentro i ricordi sparsi qua e là per i sentieri tra le celle, come negli antichi monasteri, la libertà si misura sulla leggerezza dei pensieri che transitando smuovono in modo impercettibile il sonno di altri, quasi carezze in armonia con le possibilità espresse nella fede di oltrepassare le mura senza violare i custodi. La bufera che sconvolge le certezze si inasprisce in coincidenza con l’aumento delle differenze, sempre più generi ospitano lo stesso luogo e nello spazio angusto crescono le aggressioni per cui in molti si assottigliano per lasciare spazio agli urlatori che hanno vita facile in questo momento. La timidezza non è più una caratteristica dì gentilezza ma funge da segnale di sottomissione, le brave persone arretrano nelle retrovie inascoltate perché la tecnica avvantaggia gli stolti. Dentro a questo mare si muove il pensiero pensato come parola che concretizza oggetti solidi nella forma maniacale dell’accumulatore seriale, montagne di spazzatura riposta in ogni dove in una crescita continua in assenza di una via d’uscita, logorrea del capitalismo applicato alla forma pensata.
L’onda del popolo
Si ripetono in modo ossessivo le circostanze dell’incontro casuale in un giorno d’estate tra i due che poi si sono lasciti per non vedersi più. Per entrambi il ricordo di come potrebbe essere stato in un altrimenti diverso rimane come un tarlo disseminato in tutti gli altri incontri futuri. Il ritrovarsi degli eventi nelle scene che si ripetono attraverso le epoche raccontano di un essere che è sempre simile a se stesso, un cambio di vestito e il valzer continua in stanze arredate di nuovo che rincorrono il progresso in una linea temporale a senso unico. Nel giardino d’infanzia la rincorsa tra le creature del sotto terra risuona come un eco nei sogni da adulto, fieri animali dai discorsi umani che piegando la coscienza si mischiano nella disputa filosofica se dal nulla può venire qualcosa, in quanto da sempre il mito della trasformazione dei metalli in oro è una attenzione di tutte le creature. Essere altro da se o il volere ciò che non può essere mai avuto come dice Heidegger, sembra la sostanza che impasta e forma la creatura mortale che siamo, ed in questo destino credo che noi siamo in compagnia con tutti gli altri viventi. Mi sono beccato una multa passando un semaforo controllato da telecamere e mi sento violato perché so che il colore al passaggio era giallo, ma ormai l’onestà è talmente munta da tutte le istituzioni legali ed illegali che mantenere la rabbia nel recinto è sempre più complicato. Sarebbe semplice a cascata prendersela con qualcuno più debole avviando un rosario di astio e risentimento ma in fondo cosa è il popolo se non una forma o un’onda di rabbia da usare per fini quasi mai benefici. Per Gadamer: “il linguaggio è il mezzo universale in cui si attua la comprensione stessa. Il modo di attuarsi della comprensione è l’interpretazione”. Ed ancora: “la linguisticità del comprendere è il concretarsi della coscienza della determinazione storica”. Gridare a squarcia gola il dissenso non costruisce la storia ma causa casino a quelli che ti stanno vicino, che a loro volta, fanno rumore per altri vicini ed alla fine sembra solo un rave andato a male. Che in conclusione, si riduce a sole parole la realtà, è riduttivo ed in qualche modo mi sembra la solita solfa dell’uomo che vuole emanciparsi da dal proprio corpo, e soprattutto dalla morte del corpo. Ritornando ad Heidegger ed al suo autentico esserci per la morte ci richiama al sangue e carne dell’impasto da cui siamo forgiati, una carnalità che se accettata fino in fondo è la sola che ci garantisce la vita eterna. Mi perdo dentro i pensieri scritti da altri scivolando lungo le tesi per danzare in questo inizio di giornata dentro alle cose note che mi aspettano come sempre. La fluttuazione delle prestazioni del corpo sono al ribasso e non seguono il volo pindarico della favella che si spertica su per colli e vette in consonanza con la stratosfera, la quale sempre meno riesce a difendere o semplicemente ad opporsi ad altri che l’attraversano diventando momentanei abitatori del mondo, chissà quanti di questi diventano stanziali? Non credo che in molti se ne curano, perché prigionieri nel circolo dell’abitudine solo cose della dimensione di un cataclisma possono forse modificare il percorso delle consuetudini. Seguendo Musil: “Se ci si domanda spregiudicatamente come la scienza abbia assunto la sua forma attuale – un interrogativo in sé e per sé importante, poiché in definitiva la scienza ci domina e nemmeno un analfabeta può sfuggirle, dovendo imparare a convivere con un’infinità di oggetti la cui nascita è un fenomeno scientifico –, si ricava un quadro d’insieme già piuttosto diverso. Secondo tradizioni degne di fede, nel corso del sedicesimo secolo, un’epoca di intensissimo fermento spirituale, si incominciò a non cercare più di penetrare i segreti della natura, come era accaduto fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, ma ci si accontentò di indagarne la superficie in un modo che non si può definire altrimenti che superficiale. Il grande Galileo Galilei, citato sempre per primo in questo contesto, la fece finita ad esempio con il problema circa la causa intrinseca per cui la natura ha orrore degli spazi vuoti, così da costringere un corpo che cade a proseguire di spazio in spazio finché non trovi un terreno solido, e si accontentò di una constatazione molto più banale: calcolò semplicemente la velocità di caduta di quel corpo, la traiettoria percorsa, il tempo impiegato e l’accelerazione subita”. Io nella lista aggiungerei Freud che ha reso il sogno una “spiegazione” mortificando così uno dei più potenti strumenti di conoscenza, ha relegato la possibilità di viaggiare nelle crepe della realtà dura rendendo il sogno una pantomima di quello che già siamo, un vero spreco di possibilità per l’utilizzo di un mezzo incorporeo adatto a sensibilità e conoscenze ulteriori. Come sassi solchiamo l’oceano delle sensazioni annegando inevitabilmente al laccio delle continue giustificazioni e spiegazioni per le cose che vediamo ma non lasciamo che siano ciò che sono per se stesse.
Caccia al tesoro
E’ una caccia al tesoro, dall’altra parte della comprensione, tra avventurieri disposti a tutto per assaporare un attimo di gloria. Le squadre si formano a caso rispetto a verosimiglianze superficiali come colori, altezze o semplici ammiccamenti. Si può uccidere, distruggere, devastare, oppure usare gentilezza e fascino per ottenere gli stessi risultati. È una caccia che richiama agli antichi riti della terra in cui ci si mischia nella polvere e nell’acqua fino in fondo alle radici dei più antichi alberi che ancora tengono memoria dell’antico. Il proprio sangue si mescola nella corsa con la zolla calpestata per penetrare in profondità fino alla faglia per sincronizzare le pulsazioni sugli smottamenti e percorrere le vie sotterranee che legano insieme il mondo sotto il cielo. Eroi moderni che come gladiatori catalizzano nelle proprie gesta il coraggio di tutti quelli che restano nell’ombra della paura, impigriti dai secoli del progresso verso l’esclusione dall’uso del corpo per sentire le cose intorno a se. Il tesoro è il mistero che si cela da sempre nelle terre dell’ oltre in bella vista per chi ha perso la facoltà di guardare, trovarlo spetta a chi ha la capacità di perdere tutto senza rimpianti. Una caccia che riporta l’orologio all’inizio di ogni storia raccontata quando la disperazione chiede aiuto alla magia e le parole si condensano in riti e la fede ritorna a battere il chiodo contro la ragione. Il grande gioco dell’avventura dove finalmente uomini e donne possono liberarsi dal ghetto delle buone maniere e ritrovarsi famelici con le proprie pulsioni vive al posto della pelle. Risorge dalle ceneri della filosofia la cruda verità della sopravvivenza, quella che non risparmia niente e nessuno perché priva della ragione. Una caccia al tesoro che non esclude colpi o riserve da parte dei predatori, perché nel gioco non ci sono vittime, chi soccombe, cade da combattente, in quanto non c’è posto da questa parte della sponda per in caduti. Quindi tutti uguali i combattenti nel cerchio della possibilità, in cui ogni ente fluisce nell’atto in modo che niente non sia più un qualcosa ma volontà pura dell’ esserci. Il tesoro è una oscillazione ripetuta dal desiderio di essere colta in un impeto di voluttà, un tesoro di essenza tra male e bene in cui il perdersi è il ritrovarsi sempre e per sempre perso. Il vero male esiste dentro l’opacità umana di non essere mai una chiara superficie riflettente, ma diabolica oscurità pronta ad emergere quando le prede ignare o abbonite non si aspettano di essere divorate. Poi anche la bontà si presenta in forma di preghiera tra i guerreggianti per un oasi di riflessione dentro l’estenuante gioco della sopraffazione. E, poi viene la sera, con l’oscurità la lentezza dei giochi si fa soppiatto e strategia, con pazienza e circospezione si entra nell’area della notte sotte le stelle. Il tesoro è una fievole luce al limite estremo dove lo sguardo non può arrivare, ma la sensazione se lasciata correre attraverso le zolle ha la facoltà di sognare la meta. Il tutto si conclude nella sostanza delle azioni scritte in forma di arabesco nelle torri edificate dai guerrieri, in una storia che si delinea da se, completando la rotazione che gli spetta nelle forme del firmamento. Quando la campana suona la fine si ritrova l’immobilità e tutto tace. Così; per mano, a coppie le persone percorrono i viali colorati dai fiori lasciati spuntare dalla fine della caccia, un nuovo inizio oltre la cruna.
Sono qui per ascoltarti
I fatti raccontati nei luoghi di passaggio nascondono nella superficialità del discorso il senso vero del sentimento di un popolo, si sparano frasi di circostanza perché le situazioni sono fragili e frammentarie per cui non ci si cura del giudizio, così che nella leggerezza la verità affiora senza averla cercata, la verità legata al sentimento senza la retorica della logica o della spiegazione. La “battuta” per un popolo oppresso è il piolo dove ancorare la speranza in modo da trovare nell’oscurità un segno della via d’uscita dalle forme di schiavitù che ormai si chiamano beni di consumo. Un po’ per volta cerco di dirmi che le interconnessioni ci legano più di ciò che siamo abituati a credere, le forme dell’individualità di cui siamo orgogliosi di fatto si riducono a poca cosa all’interno del nostro pensare, in sostanza è una forma ideologica della descrizione che facciamo di noi stessi. In questo agosto, forse il primo in cui in questa parte del pianeta un cambiamento di stato è percepibile, è come se l’asse della consuetudine si è leggermente inclinata lasciando socchiuso l’Abisso che da sempre convive con noi, ma che di solito rimane celato in compagnia del sogno da cui a volte può farci delle incursioni. Non che la gente a smesso di fare quello che fa di solito, o “per lo più”come dice Aristotele, ma a differenza di un prima ora ci si aspetta la possibilità del peggio, ma il peggio nel senso dell’irreparabile, ciò l’annullamento dell’individuazione e con essa dell’umanità come è pensata oggi. Cosa ci aspetta in questa cavalcata verso la frontiera non lo so, ma oltre il confine si rinnoverà una nuova linea, che per lo più, porterà con sé nuove frontiere con nuove aggregazioni. Oggi la solitudine spinge su i binari della negritudine come se la pelle possa fare una differenza in questa collisione con l’inconscio del mondo, dagli sguardi smarriti di ciascuno si dilegua la differenza e resta solo una personale preghiera di ciascuno per il proprio Dio personale. Una preghiera che si dispiega con forza oltre il rombo delle macchine, nell’aria rarefatta della sera mentre sul divano attendo che qualcuno torni a raccogliere ciò che sono. Stanco, degli schiamazzi che affermano ragioni egoiste, nell’aridità del comportamento simile ad un trenino che gira in tondo. Attendo di essere raccolto come un masso per emigrare in altre regioni del pensiero dove la fenice o l’unicorno possono stare nella pace. Una spunta sul muro bianco appeso alla cascata sciabordante delle cose da fare ritrae un ricordo lasciato lì per caso quando tutte le realtà si sono dileguate nel mare delle mani prostrate a richiesta. Uomini e donne che chiedono incessantemente di essere ascoltati senza ascoltarsi, in un corto circuito di speranze mai evase ed è qui che termina la mondanità in favore del cielo della religione. Sono qui per ascoltarti e rendere le narrazioni favole da intrecciare in vistosi festoni per la festa della mamma, un brindisi speciale per donne che hanno sofferto generando una specie a perdere. Sono qui per ascoltare la storia dell’evoluzione come farmaco che assolve la belva dai suoi misfatti e da dentro il cuore sgorga lo zampillo dell’eterna giovinezza. In fondo sono qui per ascoltare e basta, perché da tempo me ne sono andato lasciando una scorza ad accarezzare i raggi del sole e a sembrare vivo mentre le rotaie girano nel verso del tempo dall’indietro all’avanti. Un pensiero sognante va a tutte le essenze che le cose sprigionano mentre se ne vanno oltre le consuetudini donando la fragranza del loro aroma.
Nuovi ostaggi nella caverna
Nuovi ostaggi nel fondo della caverna platonica scrutano le parati ormai quasi scure per i pochi bagliori riflettenti, il sole alle spalle ha lascito l’uomo al proprio destino, potendo scegliere altri universi. Nell’oscurità non servono più le catene a mantenere le posizioni, ma sono gli uomini stessi a grattare con infinita cupidigia il logos dalla pietra nuda. Un risveglio sudato, con le mani indolenzite, come se graffiare l’aria sia costata tutta la forza possibile, e non che il soffitto appaia come una caverna in quel tratto di strada tra sonno e veglia, d’altro canto se la distruzione è così vicina rimarrà ben poco delle banalità a cui ci siamo abituati, compresa la luce del sole minata dallo spreco abnorme di energia che stiamo alimentando a furia di idiozie ideologiche. Se apro la botola scendo dal letto in direzione sotterranea dove la terra scavata in anni di sogni incompiuti hanno custodito il luogo a me caro in cui cambiare le regole mi risulta più semplice che elencare parole. Nel cubicolo si può stare seduti sentendo ad entrambi i lati il limite del contenimento sfiorando con ginocchia e gomiti l’umidità del terreno, ma oltre questo in direzione contraria si apre l’opera del non senso sotto il segno della speranza che si fa forma nell’arte e suono nella poesia. Nel sottosuolo l’Incanto é un personaggio dalla mole imponente con un tabarro logoro che sfrutta la capienza per rapire i sogni delle muse, le quali vestono i panni delle persone deluse e cantano di ciò che poteva essere e non è stato. Questi sono solo alcuni personaggi che girando da sotto il mondo si può incontrare, di fatto sono buoni a meno che non si voglia che siano cattivi, ma io preferisco la versione che accoglie il girovagare senza spaventi eccessivi. L’Incanto si nutre del canto, in quanto ne è privo essendo senza bocca per cui gli manca la possibilità di esprimersi, ma in cuor suo è un grande chiacchierone e se chiudi gli occhi senti il suo brusio nelle orecchie come il mare nelle conchiglie. In questo luogo dove il passato non è mai andato perché il futuro è sempre presente, ogni cosa sta per ciò che è in eterno in quanto il nulla si dilegua dalla città delle donne. Un tremore a lato della visione mi richiama in superficie riprendendo il ciclo della timorositá, con lo scorrere delle lancette di un immaginario orologio sospeso tra cielo e terra. Mi piacerebbe indicare una nuova direzione alle domande inevase giacenti nella polvere, al di sotto dello scranno in cui mi trovo ad operare la funzione indicativa. Ma rimango muto mentre tutto intorno muta senza in effetti avere una incidenza sul cambiamento, quale che sia alla fine la sostanza di cui nemmeno Aristotele è riuscito a definire, ma noi suoi figli continuiamo a volere ciò che non può essere presente quando pensiamo di averlo. In fondo l’uomo o donna come padroni del mondo è una favola raccontata per giustificare la messa al bando degli altri come “cose”; infatti il pensiero è pensato principalmente come visione di ciò che ci sta davanti: “in parte riducendo le possibilità degli altri sensi in modo da rendere ciò che ci sta intorno metafora dello sguardo”. Per cui risulta che ciò che non è visto semplicemente non esiste. Allora io mi chiedo di quanto grande sia la portata del non visto? E quanto questo invisibile è determinante nelle cose volute dagli uomini? Se ipotizzassimo che il non visto sovrasta e si determina in parallelo a noi, ne risulta che siamo solo pedine in un mondo che domina e le cui spiegazioni non sono nelle nostre facoltà del pensiero e nella comprensione del nostro giudizio.
Scrivere
Scrivere tutti i giorni per chi non sa scrivere come me, è una forma di retorica del dissenso. Un esercizio alla riflessione in cui i pensieri si accodano alla scrittura in una unica espressione per lasciarsi alle spalle le forme bianche del segno. Stigmate come simboli destrutturati e poi ricomposti nel sangue vivo della giornata, pioli puntati in una corsa sulla ferrata in bilico tra cielo e terra per non perdersi nella foschia montana quando a valle le opinioni dominano le cattiverie tra le persone. Da Platone in poi la visione è il paradigma di ogni costruzione ideica, ed allora mi chiedo se fossero stati filosofi non vedenti a dare avvio al pensiero come sarebbe oggi l’occidente? La lenta discesa verso il basso, a raso sulle mattonelle tra le fughe in cui un’altra vita si depositata animando una città di incontri, sotto la coltre invisibile che cela ciò che non vogliamo faccia parte dei nostri percorsi, sta ciò che ci domina senza essere visto o sentito. Questo per dire che forse la eccessiva fiducia nella visione ci ha reso incapaci di usare lo sguardo per ciò che è, cioè una sensazione di fluttuazioni che oscillano in vari stati contemporaneamente senza la staticità a cui noi aggrappiamo il senso delle cose. A metà settimana cerco di starmene un po’ in disparte dalla storie e dalle situazioni che cercano soluzioni, le parole ascoltate rotolano come una calca verso un recipiente mai colmo, ed io a metà strada tra il detto ed il già detto mi interrogo sulla mia identità. Sono forse ormai un prigioniero delle voci altrui? Dipendo dalle definizioni e dai giudizi che continuamente mi vengono incontro? Banalità con cui cincischio nel mio tempo privato che non è il tempo di tutti. Il mio divenire intimo in cui noto le rughe cambiare e sento il sotto pelle bollire per diventare cibo per questo mondo che ancora non conosciamo. Risento nello spazio del ricordo vecchie strofe di canzoni degli anni della protesta cantate nelle strade, ed arrivano fino ad oggi in cui le mie strade sono sfumate per diventare stanze e uffici chiusi all’eco del movimento che rompe con gli schemi del passato. La filosofia nata come dialogo per migliorare la vita si è strutturata come metodo in cerca della verità ed in essa si è persa per il limite estremo del linguaggio che nel nostro mondo si è impossessato del pensiero. Sgusciare al di fuori dalla griglia delle parole interne è come trovarsi in un altro pianeta, popolato dalle sensazioni liberate dai contesti di senso. Una lunga cavalcata lungo la frontiera come nella conquista dell’Eldorado in cui il sogno ha sovrastato il reale perdendosi o ritrovandosi con la verità. Mi ritrovo nel mio stare con i suoni della quotidianità che scandiscono il tempo in modo che tutto resti compatto e che come sostiene Mancuso il senso sia il mio consenso, la spiegazione che si aggiunge alle molte altre già dette nella penombra dalle persiane chiuse. Una affinità amorevole che in questo luogo accoglie le storie intrecciandosi nel coraggioso intento di vivere. La serie dei numeri compare come un serpente transitante da luoghi sconosciuti ad un presente incerto per recare un messaggio, sussurrando nell’aria il colore della speranza chiazzando il grigiore dello sfondo, forse non basterà per questa generazione a trovare la forza per cambiare le carte in tavola, ma nell’eterno la partita perde i confini delle possibilità. Qualche volta mi capita di sentire la voragine oltre l limite dello sguardo, un abisso debordante senza nulla a contenerlo e mi chiedo se veramente vogliamo o desideriamo guardarci dentro con il nostro limite nella moralità.
Il ficcanaso
L’indagine comincia con una perlustrazione del luogo ascoltando le voci che girano, per poi capire il sapore del posto dove le azioni si snodano. Oltre a questo la misura di un giudizio è nella capacità di interrompere il rimuginio per lasciare che la scena parli da sola per dipingere il quadro indiscreto dei fatti altrui. In sostanza intromettersi è un gioco perverso benigno da ficcanaso in cui le briciole sono le informazioni raggruppate in varie possibilità e combinazioni ripercorrendo avanti ed indietro la trama del tempo. La descrizione di un paesaggio in un dato momento con la posizione degli oggetti in base alla risultanza d’effetto che per ognuno è diversa, si definisce in immagini che si sovrappongono in una carrellata di eventi nelle varie imperfezioni fino al risultato cromatico di una statica in movimento. Un corso d’acqua in linea parallela anticipa i passi che lascio scorrere mentre lo sguardo segue le increspature che suonano rispetto allo scontrarsi delle creste a pelo d’acqua. In questo stato meditativo ricompongo e scompongo ciò che dinanzi appare per superare quel confine statico che gli oggetti costringono gli atti a cristallizzarsi. Si rincorrono le voci dei passanti tra un passo lieve e l’altro greve nell’ alternanza in cui da sempre siamo immersi è da sempre vogliamo uscire. Si dice che il limite dell’amore è il dolore che viene a trovarti mentre impreparato te ne stai per tuo conto in disparte, ma si può rispondere anche come sia possibile l’amore senza avere provato il dolore o lo struggimento della mancanza mentre te ne stai tra la folla sorridente e impalato ad un crocevia. Nell’acqua i pensieri scorrono meglio insieme al nuotare in quella leggerezza del corpo con meno gravità, così tra una bracciata e l’altra sento cantare la poesia che nel respiro trova la cadenza e si ripete fino a fondersi con la carne bagnata. Do spazio all’ ineffabile mentre il mondo gronda di certezze e di mascolinità come nei vecchi tempi della schiavitù. Percorrendo il mestiere dell’ascolto mi accorgo prima del cambiamento umorale della piazza ed un po’ spaventato apro la breccia verso la fantasia ed il sogno.