I fatti raccontati nei luoghi di passaggio nascondono nella superficialità del discorso il senso vero del sentimento di un popolo, si sparano frasi di circostanza perché le situazioni sono fragili e frammentarie per cui non ci si cura del giudizio, così che nella leggerezza la verità affiora senza averla cercata, la verità legata al sentimento senza la retorica della logica o della spiegazione. La “battuta” per un popolo oppresso è il piolo dove ancorare la speranza in modo da trovare nell’oscurità un segno della via d’uscita dalle forme di schiavitù che ormai si chiamano beni di consumo. Un po’ per volta cerco di dirmi che le interconnessioni ci legano più di ciò che siamo abituati a credere, le forme dell’individualità di cui siamo orgogliosi di fatto si riducono a poca cosa all’interno del nostro pensare, in sostanza è una forma ideologica della descrizione che facciamo di noi stessi. In questo agosto, forse il primo in cui in questa parte del pianeta un cambiamento di stato è percepibile, è come se l’asse della consuetudine si è leggermente inclinata lasciando socchiuso l’Abisso che da sempre convive con noi, ma che di solito rimane celato in compagnia del sogno da cui a volte può farci delle incursioni. Non che la gente a smesso di fare quello che fa di solito, o “per lo più”come dice Aristotele, ma a differenza di un prima ora ci si aspetta la possibilità del peggio, ma il peggio nel senso dell’irreparabile, ciò l’annullamento dell’individuazione e con essa dell’umanità come è pensata oggi. Cosa ci aspetta in questa cavalcata verso la frontiera non lo so, ma oltre il confine si rinnoverà una nuova linea, che per lo più, porterà con sé nuove frontiere con nuove aggregazioni. Oggi la solitudine spinge su i binari della negritudine come se la pelle possa fare una differenza in questa collisione con l’inconscio del mondo, dagli sguardi smarriti di ciascuno si dilegua la differenza e resta solo una personale preghiera di ciascuno per il proprio Dio personale. Una preghiera che si dispiega con forza oltre il rombo delle macchine, nell’aria rarefatta della sera mentre sul divano attendo che qualcuno torni a raccogliere ciò che sono. Stanco, degli schiamazzi che affermano ragioni egoiste, nell’aridità del comportamento simile ad un trenino che gira in tondo. Attendo di essere raccolto come un masso per emigrare in altre regioni del pensiero dove la fenice o l’unicorno possono stare nella pace. Una spunta sul muro bianco appeso alla cascata sciabordante delle cose da fare ritrae un ricordo lasciato lì per caso quando tutte le realtà si sono dileguate nel mare delle mani prostrate a richiesta. Uomini e donne che chiedono incessantemente di essere ascoltati senza ascoltarsi, in un corto circuito di speranze mai evase ed è qui che termina la mondanità in favore del cielo della religione. Sono qui per ascoltarti e rendere le narrazioni favole da intrecciare in vistosi festoni per la festa della mamma, un brindisi speciale per donne che hanno sofferto generando una specie a perdere. Sono qui per ascoltare la storia dell’evoluzione come farmaco che assolve la belva dai suoi misfatti e da dentro il cuore sgorga lo zampillo dell’eterna giovinezza. In fondo sono qui per ascoltare e basta, perché da tempo me ne sono andato lasciando una scorza ad accarezzare i raggi del sole e a sembrare vivo mentre le rotaie girano nel verso del tempo dall’indietro all’avanti. Un pensiero sognante va a tutte le essenze che le cose sprigionano mentre se ne vanno oltre le consuetudini donando la fragranza del loro aroma.
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Nuovi ostaggi nella caverna
Nuovi ostaggi nel fondo della caverna platonica scrutano le parati ormai quasi scure per i pochi bagliori riflettenti, il sole alle spalle ha lascito l’uomo al proprio destino, potendo scegliere altri universi. Nell’oscurità non servono più le catene a mantenere le posizioni, ma sono gli uomini stessi a grattare con infinita cupidigia il logos dalla pietra nuda. Un risveglio sudato, con le mani indolenzite, come se graffiare l’aria sia costata tutta la forza possibile, e non che il soffitto appaia come una caverna in quel tratto di strada tra sonno e veglia, d’altro canto se la distruzione è così vicina rimarrà ben poco delle banalità a cui ci siamo abituati, compresa la luce del sole minata dallo spreco abnorme di energia che stiamo alimentando a furia di idiozie ideologiche. Se apro la botola scendo dal letto in direzione sotterranea dove la terra scavata in anni di sogni incompiuti hanno custodito il luogo a me caro in cui cambiare le regole mi risulta più semplice che elencare parole. Nel cubicolo si può stare seduti sentendo ad entrambi i lati il limite del contenimento sfiorando con ginocchia e gomiti l’umidità del terreno, ma oltre questo in direzione contraria si apre l’opera del non senso sotto il segno della speranza che si fa forma nell’arte e suono nella poesia. Nel sottosuolo l’Incanto é un personaggio dalla mole imponente con un tabarro logoro che sfrutta la capienza per rapire i sogni delle muse, le quali vestono i panni delle persone deluse e cantano di ciò che poteva essere e non è stato. Questi sono solo alcuni personaggi che girando da sotto il mondo si può incontrare, di fatto sono buoni a meno che non si voglia che siano cattivi, ma io preferisco la versione che accoglie il girovagare senza spaventi eccessivi. L’Incanto si nutre del canto, in quanto ne è privo essendo senza bocca per cui gli manca la possibilità di esprimersi, ma in cuor suo è un grande chiacchierone e se chiudi gli occhi senti il suo brusio nelle orecchie come il mare nelle conchiglie. In questo luogo dove il passato non è mai andato perché il futuro è sempre presente, ogni cosa sta per ciò che è in eterno in quanto il nulla si dilegua dalla città delle donne. Un tremore a lato della visione mi richiama in superficie riprendendo il ciclo della timorositá, con lo scorrere delle lancette di un immaginario orologio sospeso tra cielo e terra. Mi piacerebbe indicare una nuova direzione alle domande inevase giacenti nella polvere, al di sotto dello scranno in cui mi trovo ad operare la funzione indicativa. Ma rimango muto mentre tutto intorno muta senza in effetti avere una incidenza sul cambiamento, quale che sia alla fine la sostanza di cui nemmeno Aristotele è riuscito a definire, ma noi suoi figli continuiamo a volere ciò che non può essere presente quando pensiamo di averlo. In fondo l’uomo o donna come padroni del mondo è una favola raccontata per giustificare la messa al bando degli altri come “cose”; infatti il pensiero è pensato principalmente come visione di ciò che ci sta davanti: “in parte riducendo le possibilità degli altri sensi in modo da rendere ciò che ci sta intorno metafora dello sguardo”. Per cui risulta che ciò che non è visto semplicemente non esiste. Allora io mi chiedo di quanto grande sia la portata del non visto? E quanto questo invisibile è determinante nelle cose volute dagli uomini? Se ipotizzassimo che il non visto sovrasta e si determina in parallelo a noi, ne risulta che siamo solo pedine in un mondo che domina e le cui spiegazioni non sono nelle nostre facoltà del pensiero e nella comprensione del nostro giudizio.
Scrivere
Scrivere tutti i giorni per chi non sa scrivere come me, è una forma di retorica del dissenso. Un esercizio alla riflessione in cui i pensieri si accodano alla scrittura in una unica espressione per lasciarsi alle spalle le forme bianche del segno. Stigmate come simboli destrutturati e poi ricomposti nel sangue vivo della giornata, pioli puntati in una corsa sulla ferrata in bilico tra cielo e terra per non perdersi nella foschia montana quando a valle le opinioni dominano le cattiverie tra le persone. Da Platone in poi la visione è il paradigma di ogni costruzione ideica, ed allora mi chiedo se fossero stati filosofi non vedenti a dare avvio al pensiero come sarebbe oggi l’occidente? La lenta discesa verso il basso, a raso sulle mattonelle tra le fughe in cui un’altra vita si depositata animando una città di incontri, sotto la coltre invisibile che cela ciò che non vogliamo faccia parte dei nostri percorsi, sta ciò che ci domina senza essere visto o sentito. Questo per dire che forse la eccessiva fiducia nella visione ci ha reso incapaci di usare lo sguardo per ciò che è, cioè una sensazione di fluttuazioni che oscillano in vari stati contemporaneamente senza la staticità a cui noi aggrappiamo il senso delle cose. A metà settimana cerco di starmene un po’ in disparte dalla storie e dalle situazioni che cercano soluzioni, le parole ascoltate rotolano come una calca verso un recipiente mai colmo, ed io a metà strada tra il detto ed il già detto mi interrogo sulla mia identità. Sono forse ormai un prigioniero delle voci altrui? Dipendo dalle definizioni e dai giudizi che continuamente mi vengono incontro? Banalità con cui cincischio nel mio tempo privato che non è il tempo di tutti. Il mio divenire intimo in cui noto le rughe cambiare e sento il sotto pelle bollire per diventare cibo per questo mondo che ancora non conosciamo. Risento nello spazio del ricordo vecchie strofe di canzoni degli anni della protesta cantate nelle strade, ed arrivano fino ad oggi in cui le mie strade sono sfumate per diventare stanze e uffici chiusi all’eco del movimento che rompe con gli schemi del passato. La filosofia nata come dialogo per migliorare la vita si è strutturata come metodo in cerca della verità ed in essa si è persa per il limite estremo del linguaggio che nel nostro mondo si è impossessato del pensiero. Sgusciare al di fuori dalla griglia delle parole interne è come trovarsi in un altro pianeta, popolato dalle sensazioni liberate dai contesti di senso. Una lunga cavalcata lungo la frontiera come nella conquista dell’Eldorado in cui il sogno ha sovrastato il reale perdendosi o ritrovandosi con la verità. Mi ritrovo nel mio stare con i suoni della quotidianità che scandiscono il tempo in modo che tutto resti compatto e che come sostiene Mancuso il senso sia il mio consenso, la spiegazione che si aggiunge alle molte altre già dette nella penombra dalle persiane chiuse. Una affinità amorevole che in questo luogo accoglie le storie intrecciandosi nel coraggioso intento di vivere. La serie dei numeri compare come un serpente transitante da luoghi sconosciuti ad un presente incerto per recare un messaggio, sussurrando nell’aria il colore della speranza chiazzando il grigiore dello sfondo, forse non basterà per questa generazione a trovare la forza per cambiare le carte in tavola, ma nell’eterno la partita perde i confini delle possibilità. Qualche volta mi capita di sentire la voragine oltre l limite dello sguardo, un abisso debordante senza nulla a contenerlo e mi chiedo se veramente vogliamo o desideriamo guardarci dentro con il nostro limite nella moralità.
Il ficcanaso
L’indagine comincia con una perlustrazione del luogo ascoltando le voci che girano, per poi capire il sapore del posto dove le azioni si snodano. Oltre a questo la misura di un giudizio è nella capacità di interrompere il rimuginio per lasciare che la scena parli da sola per dipingere il quadro indiscreto dei fatti altrui. In sostanza intromettersi è un gioco perverso benigno da ficcanaso in cui le briciole sono le informazioni raggruppate in varie possibilità e combinazioni ripercorrendo avanti ed indietro la trama del tempo. La descrizione di un paesaggio in un dato momento con la posizione degli oggetti in base alla risultanza d’effetto che per ognuno è diversa, si definisce in immagini che si sovrappongono in una carrellata di eventi nelle varie imperfezioni fino al risultato cromatico di una statica in movimento. Un corso d’acqua in linea parallela anticipa i passi che lascio scorrere mentre lo sguardo segue le increspature che suonano rispetto allo scontrarsi delle creste a pelo d’acqua. In questo stato meditativo ricompongo e scompongo ciò che dinanzi appare per superare quel confine statico che gli oggetti costringono gli atti a cristallizzarsi. Si rincorrono le voci dei passanti tra un passo lieve e l’altro greve nell’ alternanza in cui da sempre siamo immersi è da sempre vogliamo uscire. Si dice che il limite dell’amore è il dolore che viene a trovarti mentre impreparato te ne stai per tuo conto in disparte, ma si può rispondere anche come sia possibile l’amore senza avere provato il dolore o lo struggimento della mancanza mentre te ne stai tra la folla sorridente e impalato ad un crocevia. Nell’acqua i pensieri scorrono meglio insieme al nuotare in quella leggerezza del corpo con meno gravità, così tra una bracciata e l’altra sento cantare la poesia che nel respiro trova la cadenza e si ripete fino a fondersi con la carne bagnata. Do spazio all’ ineffabile mentre il mondo gronda di certezze e di mascolinità come nei vecchi tempi della schiavitù. Percorrendo il mestiere dell’ascolto mi accorgo prima del cambiamento umorale della piazza ed un po’ spaventato apro la breccia verso la fantasia ed il sogno.
La fede nel cambiamento
Nella parte della terra in cui nessuno permane, perché fuori dai percorsi dell’ ontologia, le cicale friniscono in silenzio mentre altri dormono. I fiumi spingono intorno le anse che sovrastano gli argini per uscire dall’ordine costituito; forme anarchiche della natura che con la lentezza di chi domina da sempre si sottrae all’ordine formale del linguaggio. Come ogni rituale che si rispetta il risveglio dal sogno è puntuale al suo manifestarsi, ed invecchiando il passaggio di stato si affievolisce nella sua caratteristica duale, ed i punti con il tempo si uniscono formando il volto più amato. Oggi tre tipi stanno lavorando sul tetto e mi chiedo se la loro prospettiva del mio risveglio sia diversa dall’apertura onirica oltre la quale ancora navigo mentre il loro martellare si trasforma in immagini che resistono alla realtà del mortale. L’indomani nessuno ha visitato il tetto di casa a parte i piccioni, ma anche loro cercano anfratti perché il sole appare come un nemico che voglia farla finita con il vivente. Passando nella penombra, dove tutti: uomini e animali, si accalcano per sopravvivere e le produzioni dei discorsi sono lievi sostegni alla motivazione verso una sopravvivenza disperata, con parole che ormai sono prigioniere nei loro significati ed incapaci di dare il sollievo che il suono un tempo portava attraverso il mito. Prigionieri nelle nostre casa conduciamo vite appisolate lungo il confine della memoria teso tra un punto e l’altro del nulla o nebbia che trascende il filo di giuntura; sei tu che mi chiami dall’altra parte? Sei tu che canti mentre attorno si fa radura e poi essiccamento del suono? Si forse sono sempre io che di qua e di la rincorro le poche parole che utilizzo come palle da giocoliere mentre fumo il fuoco fatuo di una sigaretta degli anni cinquanta quando ancora non erano cancerogene. I tempi si possono dividere in quadranti basandosi sulle particolarità che ogni decennio ha lasciato esposto nel perdurare del ricordo. Per esempio le giacche imbottite anni ottanta, telefoni enormi con antenna portatile anni novanta, le varie pettinature che hanno solcato i cambiamenti nei decenni fino ad oggi. Questo per dire che il tempo forse è solo una caricatura di una immagine sfuocata fino al tempo in cui l’ultimo superstite ne ha il ricordo, poi il mare rimescola la sabbia della spiaggia e per un attimo tutto sembra nuovo per incrinarsi l’attimo dopo nel sopraggiungere di altro mare. Le orme rimangono sigillate dal passaggio sulla riva in una sola direzione come il saluto che svanisce nel cenno d’assenso, l’amicizia si rifugia nello spazio del non giudizio lasciando che sia il vento a muovere le sensazioni, ti vedo da lontano mentre con il mio cuore in mano te ne stai a mezzo dell’onda che ricopre metà del corpo, vorrei essere sempre presente ma la vaga compattezza dell’animo sfugge mano a mano che si desidera qualche cosa. Il racconto è uguale a se stesso nell’immaginario condiviso, un noi che si allontana sullo sfondo mentre un fermo immagine cattura l’attimo in cui la brezza sposta una ciocca di capelli tra le ciglia e parte del viso ed un guizzo del collo accattivante contrasta l’attimo. Ci sono solitudini in cui come oggi sono costretto a riprendere quel filo del discorso delle cose fatte e perse nella masticazione delle interpretazioni altrui, sento la sofferenza montare da dentro lo stomaco e avvelenarmi la testa per essere racchiuso in una gabbia in cui i giudizi anche se involontari arrivano a costruire il senso di una imposizione. Quindi oggi piango quei compagni di viaggio che non ci sono più e a loro modo hanno condiviso i sogni per la fede nel cambiamento e come me ora stanno in silenzio perché i rumori invecchiando diventano sempre più fastidiosi.
Guerrafondai
Nelle file schierate degli uomini in divisa si intravede l’ordine delle cose che si attrae verso punti convergenti, è una conformazione di sicurezza che catalizza un consenso verso una specie di fattore comune per trasformare le masse in idioti pronti a smettere di esistere con autonomia. Ricomincio come sempre ad interpretare il tempo che dentro allo scenario si da come parole da leggere, gli avvenimenti man mano caratterizzano la giornata ed oggi vedo la guerra tra uomini e donne, in cui ormai non è più solo una questione di diritti o rivendicazioni, ma è in atto una guerra per una certa visione del mondo ed in questo lotta il genere ne è il cardine, infatti la visione femminile con quella maschile ha raggiunto l’inconciliabilità, probabilmente non è più nemmeno questione di quale sia la migliore perché il risultato è una guerra con morte e distruzione. Cerco nel mio viaggio di incontrare la gentilezza ma sempre più le risposte sono gridate ed i gesti sconclusionati come nei riti di difesa per sembrare più paurosi di ciò che si è effettivamente, ascolto il mio rumore interno e cerco respirando di placare l’ansia che individua una breccia nell’ unità per farmi fuggire dal mondo. Strattonato dal torpore nella pausa della scissione riprendo il filo indennitario o uno dei vari per ricomporre i gesti del sempre quotidiano che affaccia sulla via della banalità, un saluto non si nega a nessuno ma ci resto male per la continua mancanza di rispetto subita. Sono tante le cose che ormai non tornano ad aderire al quadro del puzzle, solo una piccola cornice rimane a tenere il senso del sé che nel significato ormai sta scivolando verso l’insignificanza ed il nuovo Prometeo ancora non è abbozzato, di certo la volontà di potenza dei guerrafondai che da sempre popolano il pianeta stanno dominando la scena. Mappando le notizie come pratica quotidiana del “vediamo cosa è successo ieri” si snodano concatenazioni di senso di ciò che emerge dal mondo ed è evidente che il governo della massa delle sensazioni umane è tenuta a bada da combinazioni sempre più bizzarre del potere. La religione come strumento mortifico è tornato sulla scena in grande stile abbordando la vecchia Europa illuminista e affondandola nello spettro della paura del proprio collasso, la gente un tempo mite, ora assomiglia sempre più a bande scalmanate in cui i maschi tornano al vecchio vizio di colpevolizzare le donne perché sono le migliori nei momenti di crisi. Sono stati i filosofi greci che iniziando il pensiero occidentale non hanno saputo interpretare l’intelligenza femminile relegandola per paura nella insignificanza della differenza di genere, e di fatto dando vita al vero peccato originale in cui ancora oggi restiamo impantanati nella melma dell’ ignoranza. Citando Musil: “ I filosofi sono dei prepotenti che, non avendo a disposizione un esercito, per assoggettare il mondo lo rinchiudono in un sistema. Probabilmente questo è anche il motivo per cui nei periodi di tirannia vi sono state grandi personalità filosofiche, mentre nelle epoche di progresso civile e di democrazia non si riesce a produrre una filosofia convincente, almeno a giudicare dal rincrescimento che si sente universalmente esprimere al riguardo. Perciò oggi si fa moltissima filosofia spicciola, cosicché sono rimaste ormai solo le botteghe dove si può acquistare qualcosa senza una concezione del mondo, mentre nei confronti della filosofia all’ingrosso regna una diffidenza manifesta”.(da:l’uomo senza qualità) Il nemico è il concetto dell’oscillazione duale che rende concreta la trama oscura tra un punto e l’altro, quindi la differenza che è la fonte della conoscenza diventa l’avversario su cui la volontà esercita la potenza in una spirale di assurdità solo per sanare la paura di accettare la propria intera natura che è la consapevolezza compassionevole.
Aspettando il calare dei discorsi
Nascosto dietro la mia figura aspetto il calare dei discorsi lasciti abbandonati intorno all’area dove la sosta è a pagamento, per poi sgusciare via per il tempo concesso senza l’io in modo da essere trasportato nel mare delle sensazioni senza il bisogno di nominarle. Ristetti come una figura immobile mentre le auto sostano e ripartono in modo perpetuo, non c’è un filo di senso in tutto ciò ma solo costrutti individuali che si attraggono e respingono come nel tango senza mai lasciarsi veramente. Di profilo sembro apparire diverso ma oltre la figura ci si accorge che qualcosa manca e quel qualcosa è l’essenza in fuga dall’essere se dell’ essente. Ora mi chiedo se oltre alle scaltre visioni del giorno si possa in qualche modo eludere la concretezza del concreto, un passare attraverso senza per forza gravare sulla frizione con gli oggetti in modo da sentire la conoscenza in ogni sua direzione, nella stanza accanto il respiro del cane è rumoroso per la calura, ma non scompone la sua smania di immischiarsi nelle trame altrui, si percepisce in questo l’incrollabile volontà di vivere ed è contagioso nella convivenza. Oggi è domenica e si sente meno la calca delle auto verso la città quindi si può lasciare le finestre aperte, ed in questo modo il proprio presente si mischia ad i discorsi frammentati che scivolano da dentro le persiane per depositarsi con la polvere nelle incrinature delle fughe del pavimento, animando di fantasia le pareti bianche che si fanno sfondo da teatro. Gli odori delle spezie volano negli spazi lasciati liberi dai ricordi evocando provenienze ed etnie mischiate in questo nuovo mondo che fatica a lasciarsi dietro la realtà unicolore dal sapore coloniale. Sembra lontano l’eco della guerra ma di fatto è già nei cuori e nel linguaggio dei popoli in cui si da come possibilità, per cui si prepara lo sfondo della tela per poi con il sangue erigere l’opera del destino compiuto. Raccontare il quotidiano mentre si srotola è un esercizio da funambolo appeso tra due dimensioni; un passato e un futuro che non si incontrano mai, nel mezzo la bufera degli oggetti che seguono il corso delle trasformazioni. Una vecchia grassa e sgradevole all’angolo dalla via, appoggiata ad una invisibile sponda permane ferma come un monito senza un movimento o un sussulto di vita, una strana figura per uno strano giorno sotto il sole che si fa lucente, in una mutevole sensazione che mentre si passa oltre l’angolo il tempo trasforma la figura in giovinetta che attende sorridente il passaggio. Nello scorrere c’è lo stupore di trovarsi in alternanza in uno dei due estremi in cui conchiudere lo spettro della realtà, forse in base ad un umore o semplicemente a come il piede cade nel mattino dal letto, per cui poi camminare diventa un esercizio di mediana impostazione delle aspettative. Appare tra le dune l’inizio del bosco come massa oscura che si dipana oltre l’orizzonte dagli sguardi deboli nella loro umanità; è nell’antro al di sotto della luce che l’azione prende vita animandosi in quella lotta che si profila come sopravvivenza. Le radici si parlano diffondendo gli avvenimenti in modo che tutto il bosco rimanga informato sull’accadere e possa prendere forma in base al vivere e morire delle molteplici trasformazioni. Probabilmente non è una comunicazione come l’umana ma il nostro limite è l’impossibilità a pensare al di fuori della metafora di noi stessi per cui ci è inconcepibile pensare l’impensato. Ancora il vento parla nel bosco fitto suggerendo le antiche formule di quando le persone erano solo una parte minoritaria ed il loro vociare non sovrastava ancora il linguaggio della natura, ora solo chi ha sensi finissimi può percepire la musica antica e goderne il sapore.
Scosso da un vento contrario
Scosso da una un vento contrario che si presenta puntuale con l’avanzare dell’età mi ritrovo bloccato nel turbine dei pensieri da un finale di partita. Solo nei sogni compaiono immagini che ricostruiscono il passato in nuovi corpi ed in nuove sensazioni, nella veglia si dirada il ricordo ed il sopravvivere si prende la piazza. Rincorro un po’ i pensieri lenti che dopo una crisi faticano a tornare scorrevoli e chiari, è come in conseguenza ad un botta quando si rimane intronati e la vista leggermente fuori fuoco, si preannuncia un aumento della calura ed ogni evento ormai è una catastrofe da qui all’estinzione. Sono chiari i tuoi occhi mentre appaiono dalla penombra delle persiane accostate, le linee tratteggiano la stanza mentre i corpi si scompongono nella rarefazione della luce, sono intimità senza tempo che permangono nello spazio della memoria reificando gesta dal passato. Dal corpo il sudore rotola verso il senso della gravità ed attimi di vento producono un brivido nel caldo della notte che avanza, trascendere per ritrovarsi nel respiro come un automa che scandendo le carte si ritrova con l’ultimo mazzo possibile prima della sconfitta. In fondo il mio lavoro non è un lavoro come quando da giovane facevo di tutto per racimolare qualche soldo, ciò che faccio ora è una pratica zen nei termini occidentali, ascoltare le pause tra una parola e l’altra, osservare le assenze tra un gesto e il successivo, e stare in presenza mentale con gli altri nella consapevolezza che il cambiamento verso il benessere può essere ottenuto solo dalla persona che lo desidera. In molti la sofferenza è così forte che lo stare insieme diventa una condizione assordante ed il silenzio resta l’unica cura possibile, invecchiando i tempi si restringono e le parole appaiono sempre più come gusci vuoti, il ripetersi delle situazioni a volte fanno sorridere per la mancanza di memoria in cui il presente ci accompagna. Il motto di spirito, o quell’avanzare sorridente ed un po’ birichino per certi versi satirico che permette incursioni dirette nelle sensazioni ancora vive, ecco questo modo è a volte efficace per connettersi con l’altro senza urtare la sensibilità della corazza caratteriale difensiva. Un po’ per forza ci si immischia in cose altrui senza tanti preamboli, nelle stanze del ricordo dove tutto viene vomitato per poi essere ruminato per le volte necessarie alla trasformazione, è solo attraverso una distorsione della visione che la storia prende una piega diversa per essere capita. La guerra in Europa comincia a degradare nell’ informazione come seconda scelta lasciando spazio ad un teatro nostrano da fiera periferica, lasciando intatto quel rumore di fondo del senso comune banalizzante che lascia ogni cozza aggranchiata al proprio scoglio. Leggendo Musil ci si accorge che ad inizio secolo scorso praticamente si facevano le stesse menate che ci facciamo noi oggi, anche loro smemorati andavano ignari incontro a due guerre devastanti, pensando come noi che la pace non potesse essere messa in discussione. I conti con l’umano sono semplici essendo un corpo sociale è facilmente manipolabile, basta poco per trasformare agnelli in lupi o greggi da macello, in questo come indica Musil basta non essere smemorati per avvedersene.
Dentro alle solite banalità
Dentro alle solite banalità ci si incammina sul sentiero della notte percorrendo la distanza che separa l’eco della domanda con la coda della risposta, è un momento di stasi nel corso di questa vita che allarma la consapevolezza di non esserci mai stato sul sentiero o in vita. Crescendo e mutando il corpo si adatta alle idee in concetti astratti accettando di fatto di non essere più se stesso, diretto da fuori dai pensieri che vengono da dentro in continua contraddizione con il fare quotidiano che così diventa una fatica. Difficile che mi venga voglia di muovermi per andare a vedere cose su cui altre persone si trovano per condividere un posto comune, ormai ho una forma forzata di pigrizia che restringe la possibilità di movimento e rimango spesso nell’ombra in compagnia dei pensieri che lentamente si sciolgono nel caldo dell’estate. Le possibilità nascono poco per volta prendendo spazio prima in un angolo remoto come un lontano riverbero, poi piano piano si allargano spostandosi verso il centro fino alla condizione di un compimento. Non ci sarebbe un risultato se prima in qualche modo sia già introdotto il seme iniziale; per esempio chi decide di uccidere o di uccidersi non lo può decidere per un caso frutto di un momento particolare, ma nella cernita delle possibilità già presenti, quindi preparata in anni nella periferia della memoria come finzione ed esplorazione dell’ inaudito fino alla costruzione dell’impossibile nel possibile dei scenari della propria realtà. La spazzatura viene ritirata sparendo dall’orizzonte di chi la produce a meno che non si stazioni nel proprio scarto, la consapevolezza è il pattume che non sparisce ma permane nell’orizzonte in modo da trovare la strategia per la convivenza. Mi ci ritrovo nella super cazzola sparata così come viene nel roteare dei pensieri mentre quasi svenuto dopo le pulizie del pavimento di casa rimango disteso sotto osservazione del cane che guardando perplesso sbadiglia e aspetta un segno di ripresa. Mi risuona lo scritto di Eco: “perché l’essere e non il nulla”, ma… davvero siamo ancora a chiedere al nulla perché c’è il qualcosa? Oppure perché l’umano sembra così distonico con il proprio ambiente? Giorno per giorno sono scandite le sillabe che promettono di congiungersi in modo armonioso con un retro gusto nostalgico (Nagori), perché il moto in avanti ci rende perennemente dimenticati in un regno mellifluo in cui i significati si mischiano in una eterna buriana? Il diario scandisce i giorni ed oggi è proprio un giorno di luglio, ma una volta detto è ancora così? Oppure siamo già nell’altro mondo quello che viaggia al contrario con le interiora al posto della pelle e gli occhi rivolti al dentro, un amico cita il diavolo come compagnia del suo viaggio, ma difficilmente il diavolo si fa cogliere da singole entità essendo il plasma in tutte le dualità. Non che non si possa parlare con il diavolo ma è certamente una conversazione al limite in cui poi è facile non trovare più la strada di casa, meglio restare nell’ombra del mito congelando tra storie e fantastiche visioni. Le due righe da scrivere verso sera dopo varie letture spingono verso i paradossi, risulta alquanto difficoltoso restare dentro ad un pensare in parole che tendenzialmente, le parole , hanno la facoltà di esplodere appena stressate dall’attenzione, solo una mano vera che accarezza può riportare il mondo sulla terra. Alla fine il sentimento è ciò che lega ad un significato il senso dell’esistere, e spesso è dedicato ad un altro con cui si condivide lo stesso progetto, stare per stare insieme questa è l’unica cosa che ci definisce.
Vico e Rod
Come sempre i ragazzi tornano verso casa quando il sole sparito dall’orizzonte rende incerto il senso di sicurezza, nei soliti gioghi si è inserita una nuova sensazione mai provata prima, un senso di spaesamento dovuto ad una fine imminente, ma la fine di cosa resta un interrogativo. Anche l’eco delle risate o dei giochi di parole con quel parlarsi addosso fluente senza un filo che conduce da qualche parte, ma solo un suono di voci amiche e rassicuranti in cui il costrutto ha meno importanza rispetto al parlarsi degli adulti. Il tornare ha quasi sempre un sapore amaro ricacciato giù dall’aumento della salivazione man mano che il ritorno trova il proprio approdo, nella casa che contiene tutta un’altra dimensione dei rapporti sulla scorta degli affetti intrecciati con possessività e sottomissione. Vito torna sempre a casa anche se non vorrebbe, non sa ancora spiegare quel rimuginino che gli prende dentro le mura della famiglia, un suono di tenebra che rimbomba tra le stanze vissute come estraneità e sempre scurite anche nei momenti in cui il sole penetra dalle persiane aperte. Solo il proprio letto ed il metro quadro intorno è l’isola chiara dove lasciarsi andare tra i propri oggetti che come amuleti riconducono ad un senso identitario con il fuori da lì, non che i propri genitori siano dei mostri, ma Vico non li capisce, anzi non riconosce in loro i propri tratti. In parte è dovuto che da un certo momento in poi la memoria di essere un bambino è svanita, evaporata in una notte, ed il presente è diventato una continua incognita, per cui il mondo è iniziato ad essere pericoloso e gli adulti di casa delle possibile spie pronte ad un tradimento. Per Vico solo il gruppetto di amici resta qualcosa di reale su cui contare per esserci nella quotidianità delle cose, peccato che si trovano all’esterno è il mondo di “casa” con il fuori sono inconciliabili, per cui il rettangolo di appartenenza per le sue cose è anche la navicella con cui nella fantasia viaggiare verso l’altrove per come le sensazioni lo indicano. Vico non sta con genitori violenti o problematici ma semplicemente impegnati nelle loro cose, infatti fino ad un certo punto tutto tornava senza sbavature, Vico sentiva di appartenere a quella coppia. Vico non ha ben preciso quando è cominciata la sbavatura in cui le sensazioni sue e dei genitori hanno cominciato a divergere, come suoni stonati che fluttuanti hanno iniziato la creazione di atmosfere cupe rimescolando il conflitto che in Vico è diventato risentimento e rabbia per i genitori. In poco tempo si è trovato a ritirare le sue proprietà nel metro quadro intorno al letto e la postazione della play, ed come in trincea a spiare se fosse spiato o se le sue cose venissero toccate. C’è una età in cui le emozioni non hanno baricentro è sempre un’altalena tra estremità, non si può essere solo felice bisogna esserlo in eterno, per cui poi si sprofonda nell’infelicità più nera, gli amici per la vita, per poi una parola sbagliata ed è il più vile tradimento; tutto diventa una instancabile corsa sulle montagne russe in cui a questa età non si percepisce l’approdo. Vico ripensa al suo amico Rod che si vanta dell’erba che frega al fratello per poi manipolizzare l’attenzione di tutti nella prospettiva di fare una cosa proibita. A Vico non interessa fumare ma si lascia trascinare perché ci tiene al momento di gloria del suo amico, Rod è lo sfigato del gruppo ed è sempre ultimo in tutte le attività, ma è proprio per questo che Vico si sente attratto da Rod. Quando a fine giornata si ritrovano da soli lui è Rod per fare l’ultimo pezzo di strada prima di casa, Vico sente una vicinanza ed una complicità che lo rendono contento di essere soli in quel momento, sono emozioni nuove che ancora Vico non sa decifrare, ma sa che quello è il momento migliore della sua giornata.Ci sono momenti particolari nella giornata in cui si dipana la confusione e resta una chiara sensazione di essere nel posto giusto, sono fugaci ma sono pioli piantati nel tempo che permettono la sopravvivenza, altrimenti l’angoscia prenderebbe il sopravvento e il nulla presenterebbe il conto. Vico in alcuni di questi momenti ritrova lo sguardo dei suoi genitori e sente la casa come propria, ma non esprime all’esterno alcun sentimento, ma anzi ne fugge via rintanatosi dietro ad una maschera dall’espressione burbera. Vico riprova mentalmente le parole da dire e non sempre i suoni si accordano con i significati, non ricorda da quando è iniziato questo mesto rimuginio in cui le parole sfuggono via come meteore lasciando vuoti senza senso. In modo intuitivo Vico ha capito che le narrazioni fatte da parole sono il male cioè l’impossibilità di farsi capire in modo vero, è per questo che all’imbrunire con Rod il capirsi passa tra il sudare insieme nella corsa o rotolarsi nell’erba fresca della sera, oppure negli sguardi con le mille sfumature nel sorriso della complicità. Oltrepassando il noto Vico si sposta nella terra dell’unicorno mentre dalla postazione franca del luogo del proprio odore apre il velo verso quel mondo non più visto dagli adulti, attraverso reti invisibili avviene una connessione alla terra fantastica senza parole ma con colori, urla, striscamenti, formule magiche e sopratutto il pulsare del cuore. Vico ancora non è in grado nel districarsi nella realtà delle sensazioni amorose, ma rispetto a Rod sente una stretta di gelosia quando è attenzionato da altri, e stupidamente si ritrova a fare cose eclatanti solo per attirare la sua attenzione , ha capito che in lui l’attrazione per l’altro sesso non funziona, non come sente declamare dal suo gruppo quando vedono le ragazze, ma ancora la presenza inquietante della possibilità di essere diverso è sopita nella descrizione dell’amicizia.