Sono giunte fino a noi le ombre delle antiche parole delle quali alcune scolpite nella pietra, il suono si è perso e non può essere rintoccato due volte uguale senza una mutazione, per cui stratificazione su stratificazione giungono ad ogni presente con novità da esporre. Non è detto che il pensiero in principio fosse parola ma ora che la narrazione coincide con il mondo, sicuramente sono vocaboli quelli che affollano le menti e si impastano in una ruminazione continua senza via d’uscita. Oggi la risacca ha fermato i barbari come indicato da Baricco, e sul bagnasciuga rispunta il germoglio dell’idea che affonda le proprie radici nella profondità delle terra, innalzando certezze, confini, muraglie, per preservare il radicamento. Fino alla prossima ondata che impetuosa coprirà con uguaglianza la superficie stretta tra cielo e terra, rendendo le cose dette come idee scivolose che surfando vanno in ogni dove e per lo più allo stesso modo. Due visioni che si contendono ciò che resta delle risorse di un pianeta che in apparenza silente aspetta di presentare il conto ad i propri abitatori. C’è solitudine in tutte le contese giuste o sbagliate che siano, lasciando sul campo roditori di imprecazioni e ruminati rancorosi, che avvelenano l’acqua e l’aria che ci scambiamo per sopravvivere. Anche la festa del travestimento finisce in tragedia, giovani morti senza senso in una qualsiasi via del mondo, sorrisi spenti ancora prima che finissero di essere acerbi. Dileguo come un vapore dalle stanze private verso il solco della realtà, ma non capisco cosa anima il senso mortifero dell’idea che aleggia ad occidente di una qualsiasi altra alteritá se non il fatto dì accentuare divisioni. Il freddo bussa con insistenza per entrare da padrone nell’autunno e ricordare a tutti che la circolarità degli eventi ha ancora la presa sulla natura, tra i campi scorre la fatica nei colori dell’imbrunire e della caducità sostenuta dal futuro mosto in novello vino, che fa sorridere e come al solito sperare. Festa per vivi e morti nella tradizione che ci distingue, un saluto per gli antenati, e per tutti quelli che ancora non sono arrivati, per i restanti è un camminare su una via stretta in cui nulla di definitivo è ancora stato detto.
Archivi delle categorie:Senza categoria
La rivolta
Cambiano i volti, ma la rivolta resta tale, cioè uno sconvolgimento e sconquasso nelle relazioni, animi accaldati che infiammano le parole: a volte gridate, oppure sussurrate, nel nascondiglio dove si prepara l’azione. Si nota una certa disarmonica flessione verso i movimenti della stazione eretta, una disarticolazione, che rende l’umanità una oscillazione isterica collettiva, rimangono poche isolate zone deserte, dove il connubio con la natura, permette una vigilanza corretta, nel flusso del tempo. Una preghiera al mattino apre la strada alla comprensione di ciò che si fa incontro, per quel che si riesce a vedere nel limite eterno, in cui il nascosto convive con ciò che sta. Nella quotidianità è tornato l’intruso, cioè quello che al solito rompe i coglioni a tutti, impavido non ha un pensiero perché vive di rabbia e rancore, così il suo mezzo è fare casino fino alla molestia, piuttosto si fa abbattere come un toro al macello, per non cedere all’usanza del rispetto. Così come nelle micro questioni, così anche nelle macro questioni, i muri dell’inganno si vanno via via consolidando, fino a travolgere quel poco di buon senso che la cultura ha donato, agli ascoltatori del tempo nella dimensione ampia tripartitica. Consuetudini che nel ripetersi si ostinano a volere un’anima per farsi figlio di Dio, in questa arena dove le cose padroneggiano, la ripetizione è come un rave alla ketamina, si vibra fino allo sfinimento dove a vincere è lo sfinire. Piccoli adolescenti mai svezzati, che da vecchi restano imploranti verso tutto e tutti, come se la magia del mondo facesse comparire l’oggetto del bisogno, l’inganno acerbo del desiderio che non può essere domato, come nella storia della giara rotta, con cui gli Anziani già conoscevano le trappole del mortale. La “dottrina dell’anima non discesa” plotiniana, dice che ciascun uomo è caratterizzato da una condizione duplice. Da un lato vi è la nostra quotidianità, che condivide la condizione delle realtà soggette al tempo e al mutamento; dall’altro lato vi è ciò che noi siamo nel senso più proprio, la nostra vera natura che non lascia il mondo intelligibile e si identifica con la parte superiore dell’anima. L’ascesa conoscitiva è così concepita come la rimozione degli elementi sensibili e legati ai corpi nella nostra conoscenza, in modo tale che tutta l’anima prenda coscienza di quell’attività intellettuale superiore che le è sempre propria, anche se non ne è per lo più consapevole. Plotino descrive questa esperienza come un “risveglio di sé a se stessi”. Questo Plotino lo scriveva in tempi di assolutismo nella pratica del potere: infatti siamo nel periodo imperiale romano; quindi il pensiero sotto la schiavitù del corpo pone la libertà in un altro luogo che non è il mondo, una fuga metafisica dall’ incombenza nel prendere atto della sopraffazione delle persone verso se stesse. Da lì a poco dominerà il cristianesimo e l’Islam che porteranno in paradiso i beati perché martoriati dalla cupidigia in vita, e oggi netflix porta la narrazione in una dimensione mista in cui si può essere nel presente ma anche no, si può essere mortali ma anche macchine longeve, si può persino pensare la metafisica in termini di realtà fattuale. Oggi in Europa c’è la guerra e tutte le mattine il traffico sotto casa non cessa di scaricare il gas su cui si combatte, l’allenamento alla finzione ha portato la consapevolezza così lontana dai fatti che solo quando sulla solita coda pioverà piombo e distruzione ci sarà un sussulto di stupore verso la realtà che si presenta. In cammino lungo il sentiero che inesorabilmente porta verso i ricordi e le speranze che seminate dalla storia si ergono come monumenti del rinascimento, è un sentiero solitario che sopraggiunge quando ormai si è già evaporati in una sottile coltre di confine.
Tacchi a spillo
Tacchi a spillo, risuonano, dal fondo verso la superficie, dentro ad un canale d’asfalto, intorno grattacieli, tombini di ghisa, vapore dalle griglia interrate. Fumettistica visione nel quadro momentaneo di una leggerezza, una piuma che sfiora la lampada passando incauta tra la luce, fermo immagine, è tutto si ripiglia a scatti, ma dentro al cuore le cose sono cambiate. Scatole di tranquillanti posati incautamente nella tana del coniglio, una festa in maschera, tanti coriandoli bianchi ed uno solo rosso, scacciando il tuono della guerra, in memoria della nostra guerra civile passata, un monito per gli stolti nostalgici dei ricordi romanzati, ho ascoltato le parole di Liliana Segre e ho visto lo scorcio reale del passato dai colori foschi e di agghiacciante brutalità. Le persone comuni forse cominciano a destarsi dal letargo, e guardandosi in giro scoprono che il mondo che hanno in testa non è il mondo al di fuori del pensiero, quello che si scontra con le spranghe agitate come armi, quelle che bucano la carne con il contatto ridestando il cadavere al potere. Oggi la scossa tellurica scrolla la crosta come un pelo bagnato di un cane, facendosi udire da tutti da nord a sud in egual misura, tacchi a spillo rintoccano calzati da maschi, dal fondo alla superficie sfilando davanti alle baionette spianate, è il giorno del ringraziamento generalizzato, si brinda con acqua da the nell’intimità del rifugio, lasciando che il tuono della guerra se ne stia in disparte, per ora. La nostra illusione di vedere ciò che c’è come se veramente ci fosse qualcosa da vedere, in questo tonfo nell’oscurità ormai avvenuta agli albori della civiltà, effimere come le punte delle fiammelle che si estinguono appena prima di nascere in fumo che dirada, ed è così che si affievolisce la coscienza mentre mi addormento per svegliarmi oltre il bivio. Le stanze sono riempite per dare un senso ad i percorsi che vi si tengono, a volte arredate in armonia a volte dodecafoniche ma sempre coincidenti con gli abitatori, anche se fosse un solo mobile di cartone, perché il fondamento del sopravvivere è il legame profondo che si instaura con l’immediatamete vicino. Per le persone è forse l’unico modo per vincere lo spaesamento ed è per questo che strateghi della guerra tolgono alla gente comune ogni cosa, per vincere sulla loro volontà di essere un popolo con delle appartenenze in cui riconoscersi. È così che giocano i signori del comando per fiaccare la resistenza verso i loro stessi figli resi oggetti tra le cose. Permane il sole in questo ottobre, ritardando l’arrivo dell’inverno e con esso il presagio di una conclusione con tutti i dubbi e le pesantezze che ogni fine capitolo porta con se, distratto, forse assente, guardo nella luce, che rischiara i bordi, rendendoli accumunati, quasi minacciosi e non so che fare di questo tempo che continua a sbraitare contro tutto e tutti abdicando al buon senso. Tornano i rintocchi: tacchi a spillo calpestano veli, simboli mortiferi usati come armi, siamo nel 2022 e la scena è la stessa che si ripete, potremmo essere nel 1922, la storia è una forma a spirale retrograda che sembra un avanzare ma in realtà è un ritornare che poi è un stare fermo. Di ritorno dal muro oltre la siepe scopro che la casa che pensavo mia non c’è più, allora rimango in attesa forse di un tram, oppure di un calesse, qualsiasi mezzo che possa trasportare un sogno verso la veglia. È così che i pensieri si incasinano quando non del tutto svegli ci si attarda nel mondo delle innumerevoli possibilità formate dalla sostanze delle nuvole in questo ottobre primaverile.
Il re è nudo
Nelle ore passate a ruminare immagini e parole il passato si fa adesso presentandosi con il vestito della festa ed il cappello nuovo, la nostra rivoluzione è stata l’andare a prenderci le cose che non conoscevamo, come i libri e i vinili che solo in alcuni posti era possibile trovare. Nottate a parlare per sperimentare il gergo ed afferrare tra le pause il significato nuovo della narrativa che ci consegnava una fisionomia diversa dell’uomo, ed in quei tempi l’orizzonte era ancora sconfinato sollecitando la scoperta è l’intraprendenza. La notte era il tempo da vivere per strada senza problemi, anzi gli incontri notturni si portavano via la speranza che il giorno sarebbe stato migliore del precedente. Come tutte le mattine la coda sotto casa mi indica che nella testa della gente nulla è cambiato, nonostante l’annuncio della fine del mondo, da parte di quattro vecchi, che in una situazione di normalità starebbero in una RSA di lusso a giocare a golf. Senza la gente comune anche la non comune non ci sarebbe, rifiutarsi di stare dentro a questo gioco al massacro è possibile partendo dal cambiamento delle proprie abitudini, e chiedersi se tutto ciò che è in vendita sia anche necessario, anche per gli studenti studiare in autonomia e non a comando come se fosse un lavoro, la conoscenza risiede fuori dalle aule di scuola. Che la comunicazione sta cambiando il mondo è evidente, infatti le cose senza il linguaggio che le denota diventano insignificanti e abbandonate alla dimenticanza, i poteri che dalle monumentali ideologie hanno retto muri ora sono in difficoltà perché tutto il mondo nello stesso momento ne può vedere la nudità: la storia del re nudo è un emblema della modernità. Di re nudi nel mondo c’è ne sono molti; ma sono molti di più quelli alla fame e alla inedia, che si lasciano andare ad ogni pretesa, e si scolano il tempo che resta come i drogati la dose quotidiana. Anche oggi guardo passare il mio fiume e trovo la stessa acqua di ieri a fianco del marciapiede ingombro dai rifiuti rifiutati per onorare il ciclo del consumo, un saluto alla vecchia per ricordarmi la mia di anzianità e corro verso quel vuoto che è il giorno velato dalla nullità del nulla. Un segna via che come una pietra d’angolo pone il quesito di una razza invecchiata pensando a non dover tramontare, ma ora che lo scurire si affaccia, gli invecchiati si trasformano in cattivi presagi per le giovani generazioni, e per la loro libertà di essere uguali in ogni parte del pianeta. Un cambio di passo che probabilmente lascerà sul selciato rivolte e sogni infranti come un aratro che penetra nel terreno per scavare il frutto futuro, l’icona di una regina passata a murales in periferie colme di brama e voglia di staccare la spina all’ordine ed al maneggio dei pochi. I rintocchi del mio quotidiano nelle cento parole al giorno mi costringono in una meditazione su i termini che appaiono e si lasciano scrivere perdendo per sempre quell’essere mio delle cose, un dire che esce dalla singolarità, se mai c’è stata, per entrare nella moltitudine in cui tutte le essenze si toccano modificandosi. Come scolaretti nella via ci si ostina a portarsi appresso ognuno la propria divisa: turbanti, veli, fagotti senza volto, segni d’inchiostro, scarnificazioni e via via stretti all’orlo del precipizio spaventati ed inermi nel scoprirsi solo umani, ognuno uguale all’altro nella nudità quando l’arroganza è spogliata dall’ ipocrisia. I cambiamenti sono nella natura di questa terra e non credo che noi pesiamo qualcosa nella placida è mutevole esistenza di questo pianeta.
Uomini e Donne
In assenza delle cose principali che compongono la visuale quotidiana il proscenio si sgretola lasciando in vista le ferite del tempo che non passano mai, in un eterno presente che rimane impallato nella cerchia del vissuto e rosica ogni fibra dei nervi esposti alle intemperie del gelo. Così accade al mattino con il risveglio mentre da fuori le auto sfrecciano anacronistiche come sono state un tempo le carrozze a cavallo, le forme della modernità in bozza stanno per maturare in una onda che o rinnoverà o cancellerà tutto, in modo da salvare lo sfibramento della quotidiana solitudine delle cositá come tale. Si sentono da lontano i cori dei popoli che intonando gli inni pop invadano piazze e strade nelle forme arabesche della modernità, uno strappo alla tela del mondo monocromatico votato alla violenza maschile, da sempre la poesia parlando con il sottosuolo emotivo è battistrada nell’ eruzione creativa collettiva. Mi sono visto per un attimo allo specchio e le varie età si sono sovrapposte ma distinte in un gioco cromatico che per un istante ha annullato la presa del tempo lasciandomi perso nell’eterna presenza, così al momento ho tagliato in strati concentrici la pelle ed appesa ad i fili del bucato ho aspettato che il sole venisse a ridarmi ciò che mi ha sottratto. Forse sono tempi difficili: ma quale generazione non ha detto la stessa cosa? Probabilmente è un bisogno avere un tempo difficile, così che si possa avere la possibilità di esprimere il meglio o il peggio di se, e tutto intorno il muoversi o il correre esprimono significati che poi non sono altro che le parole che ci diciamo, o che ascoltiamo nel canto popolare in modo che i nostri corpi possano danzare a scapito dell’immortalità in cui i regimi fasciano le membra ed inchiodano verità impossibili ad i muri del pianto. Intorno al cortile di casa si intravede l’erba che cresce ignara dei passanti e delle tante maledizioni che anticipano i passaggi, anche i cani annusano passando oltre verso altri atri o entrate custodite da cancelli e portoni. Si forma da dietro la lente la particolarità di quella fetta di mondo che racchiude in se già tutto quello che c’è da sapere, ma come la conoscenza arriva così sparisce ed in un attimo si brancola nell’oscurità ed il ciuffo d’erba viene strappato seminando la distruzione. Forse sono le donne che oggi ci possono salvare? Intorno alla barbarie di cui siamo fatti e riflettenti ognuno lo straniero che crede che sia l’altro, risuona per me l’ora di rimettermi nella giostra quotidiana portandomi appresso la pesantezza di questo autunno pieno di incognite e colori sul finire del giorno. Ritorno a casa sconfitto da un corpo che non ne vuole sapere di funzionare lasciandomi sperso in questa giornata che ha riportato la temperatura verso l’estivo ed io sotto il maglione non sento più nulla che mi collega alle cose. Provo con sforzo a ricordare gli anni in cui il pericolo era solo un sottofondo distante e mentre cammino nell’ora tutto mi spaventa e ritrovo nei lineamenti delle persone la possibile belva pronta ad emergere. Dicono che fuori da questo cerchio si muovono le forze stabilizzanti degli estremi in una forma danzata che incanta la totalità del cosmo e rende insignificante ogni presunzione umana; rispondo che da sempre quando il pericolo è grave ci si rivolge al demiurgo fuori dalla presenza del cerchio delle umane sorti, e: “se per una volta ci prendiamo la responsabilità sia delle soluzioni che dei disastri” in ogni caso mi trovo d’accordo con – Abdullah Öcalan che la libertà dei popoli non è libertà se non c’è parità tra donne e uomini.
I risorgenti
Quando un mese finisce si spegne una ennesima candela nella chiesa al limitare del fondo valle, un soffio percepibile per chi passando segna la croce sul petto in segno di fede. Una certa idea di Dio si dilegua nella fantasia di ognuno nelle forme più disparate nel segno inequivocabile che si sottrae ad ogni realtà, per cui il fanatismo religioso è decisamente una forma di gioco protratto nell’età adulta. I discorsi che dal centro di un certo mondo si spostano alla periferia fanno eco a semplificazioni da battuta di spirito in modo da alleggerire la paura che devasta l’occidente in questo presente in cui il motto è muoia Sansone con tutti i filistei, cioè un suicidio di massa per sopraggiunta fine della capacità di sognare. Schiere di santi si sono ritirati nelle torri d’avorio aspettando che il temporale passi e nella lentezza tornano le litanie che esprimono un racconto che diventerà la storia. Sento dire che la compagnia migliore è l’animale che si prostra ad i piedi ma forse la compagnia migliore è la vacuità la quale non ha bisogno di ammiccamenti per essere abbonita. Rispondono dall’altro capo del mondo che le compagnie sono la steppa o la tundra sconfinata in cui la parola del vento domina il suono della ragione, oppure ci si può accampare e restare silenti dentro all’unico abbraccio possibile con se stessi. Se la realtà si spezza, il discorso si interrompe e milioni di naufraghi resteranno senza zattera in balia dell’eterno sopraggiungere degli eterni senza capirne il senso, così che la pazzia possa insediarsi come migliore compagna nel per sempre volgere degli eventi. L’immagine che si staglia sullo sfondo è il vascello sbrindellato dalla sferza della volontà contraria che navigando controcorrente risale la china della ragione per porsi innanzi nella drammaturgia fantastica dello sturm und drang. È il porsi della violenza che con inflessibile potenza vuole che le cose siano altre da se, per la costruzione di un racconto di epoca medievale futurista in cui tutto funziona come una macchina ben oliata senza dissenso o storie divergenti. Mi dico che forse ho frainteso la musa nel significato del suo canto, mentre altri gridano che tutto si mette a posto come aggiustare un orologio che poi torna a ticchettare alla perfezione. Rispondo che non mi sento tranquillo, anzi l’ansia mi sta soffocando con immagini di bambini che non cresceranno più e di sterminati boschi di alberi incolori perché moribondi, ed ad attendermi un abbraccio soffocato della musa che ora è diventata morte. I risorgenti sono menti genuine che nella palude del devasto cominciano ad intonare mantra di guarigione e speranza, sono invisi alle popolazioni che non li riconosco come uguali perché una volta incamminati sul sentiero della notte osteggiano la luce del giorno, ma i risorgenti sono un’onda che plana tra la luce e non teme sconfitte perché la loro natura è essere ciò che sono. Si nascondono nelle discariche portuali mischiandosi ad i gabbiani nella sopravvivenza con i rifiuti o quello che gli stolti credono rifiuti, testimoniano l’essenzialità e la sobrietà che è già potenza rivoluzionaria, per cui il silenzio nel frastuono è l’alternativa per un sopraggiungere del discorso che chiude la stagione. I risorgenti in autunno si colorano del rosso opaco della rugiada mattutina e calzano il nero della terra umida segnata dagli idrocarburi impastati con legna spaccata dalla ruggine, il quale è un vestito per la festa del ricordo dei campi snobbati dal popolo, che non potrà ignorare a lungo la propria provenienza o lignaggio. Se dalla terra vieni dalla terra ci devi tornare, alla fine la mente non può ignorare i propri piedi che la sorreggono.
Fragore e morte
Si va sempre da qualche parte con l’aria un po’ persa per il fragore che le cose nel muoversi fanno, il silenzio è solo un modo di dire per indicare un momento più calmo o uno stato di sopra pensiero. Alcuni incontri restano più allungo nella memoria e sono portati nelle conversazioni per riempire vuoti tra una assenza e l’altra, è così che funziona il circolo delle conoscenze per ravvivare le parole che formano il tessuto della tela che copre il sole. Funziona così in ogni luogo dove le parole hanno attecchito nella terra e poi fiorito verso il cielo divenendo frutto maturo, preposizioni che si lasciano cogliere ed assaporare per poi essere tramandate per altri nel susseguirsi del tempo. Un cantastorie segna il vento nella sera di settembre quando ancora ci si attarda nel clima del riposo dal lavoro, piazze semivuote che indugiano nella festa per andare incontro all’autunno con un sorriso estivo. Lungo i litorali s’attardano i vecchi che scartati dalla buriana performante guardano oltre il limite della possibilità in mare aperto, occupando nel percorso le panchine le quali di solito sono scomode perché pensate da gente che non le usa. Anch’io faccio parte della fauna e mi da tristezza il pescatore improvvisato che lancia la lenza nell’acqua putrida come a simbolizzare dove si getta una vita quando sta per finire, sorrido alla possibilità di sparire nelle nuvole di fine settembre un po’ chiare e un po’ nere, in questa aria di morte che tira sul mondo guidato da vecchi maschi portatori di imbecillità. Nel freddo che avanza le lezioni degli uomini tendono a somigliare ad un affresco con pochi colori dentro a linee rette che rappresentano i non luoghi del passaggio, sembra che manca la curiosità di restare sul luogo per cogliere fino in fondo tutto ciò che è rappresentato nel raggio della presenza compreso il sotto e il sopra di essa. Affondo le mani nella terra e stranamente continuo a sprofondare fino a non sentire altro che il forte odore di legna essiccata, animali in decomposizione e muffa umida che palpita di movimenti microscopici. Stringo i pugni e il sottoterra mi accoglie con slancio con i lombrichi a far da cicerone nella narrazione delle vie di sotto e delle mitologie del posto, ascolto con le unghie diventate nere l’evocazione di come la trama delle radici si è evoluta nella sofisticata via di comunicazione dalle conformazioni vive della terra. Così mi pare di capire che il sapere è distribuito in parti uguali nella scuola del bosco sotto i nostri piedi, una democrazia diretta di cui le radici sono le traiettorie del dialogo incessante della natura; basterebbe solo copiare ed il nostro sistema scolastico muterebbe in un dispositivo per connessione di carne e ossa legati da sensazioni e sentimento. Che senso ha chiudere in edifici austeri i giovani tagliando le radici di coesione le quali perché invisibili all’occhio si nega la loro esistenza! La scuola non può essere rappresentata da un edificio, ma deve essere una dislocazione di luoghi e di opportunità aperte in cui liberamente si possa accedere e questo da subito nel processo di crescita. I giovani come i vecchi hanno la responsabilità di cercarsi i propri maestri come i maestri hanno la responsabilità di essere dei buoni educatori favorendo l’elaborazione al pensare e lasciare agli istruttori le parti nozionistiche della scienza e della tecnica. Per uscire dall’incubo della guerra bisogna uscire dall’incubo dell’ oggettivazione in cui il metodo scientifico ha relegato l’umano tra gli oggetti e riportare ad un valore di totalità del vivente in cui la connessione è la realtà e va tutelata.
Tipi bizzarri
Ci sono in giro tipi bizzarri che in qualche modo sollecitano la fantasia verso costruzioni ed ambientazioni scenografiche nell’ ambito del vissuto immaginario, il Viscido per esempio si aggira come un segugio a caccia delle storie degli altri come se la propria vitalità la estorcesse nella soddisfazione delle pene altrui. In fondo, cosa non difficile in quanto nel quartiere l’età media è quella obsoleta per cui ricca di voglia nel raccontare i dolori odierni e le glorie che furono. Quasi tutti girano con il cane al guinzaglio veicolo inconfessabile dell’attaccare bottone e compagno inseparabile nella rievocazione solitaria del proprio racconto nelle mura domestiche. Il Viscido ha il naso prominente che anche involontariamente fa apparire la schiena gobba, ed il corpo proteso verso l’esterno come un cane da tartufo, in tutto questo la fisionomica o scienza del pettegolezzo spinto porta la descrizione nelle vette malevole del pregiudizio. Anche la Iattona si aggira per il quartiere ed anche lei nel femminile corrisponde ad i canoni del pregiudizio, rotondetta e piccoletta ispira una aurea di sfiga permanente alla quale involontariamente si cerca di sfuggire, guai iniziare una giornata incontrando la Iattona è una catastrofe perché si rimane in apprensione per il resto delle ore aspettando il peggio. Poi ci sono gli urlatori, soggetti i quali non hanno un concetto di farsi i cazzi loro, infatti sbraitano al cellulare, ed in qualsiasi altra occasione che aprono la bocca, per questi il quartiere è il palcoscenico per rappresentare la l’ora vita in episodi. Probabilmente anche tra le mura domestiche urlano in modo da essere molesti, perché nella concezione dell’individuo molesto non c’è che è un rompi cazzo, ma bensì un simpaticone e altruista. Alcune figure spiccano creando riverenza, sono i passionari o le passionare, cioè quelli che ci credono nelle cose che dicono e lo vogliono dire a tutti, nei social o negli eventi pubblici sono sempre in prima fila, dispensano misericordia e buoni propositi ma sempre da una posizione privilegiata dall’agio sociale. Sono per lo più la classe che sostiene i dominanti anche se li critica ma restando nella stessa famiglia di appartenenza. La definirei razza padrona per quel piglio supponente di trattare chi ha bisogno in modo caritatevole ma non da pari, una razza che non ha mai avuto necessità di mettersi nelle scarpe di un altro. Poi ci sono i migliori cioè i pazzi autoctoni, nati nell’ambiente del quartiere ed integrati nel paesaggio architettonico, di regola possono fare ciò che vogliono perché sono nella narrazione popolare e riempiono i vuoti della monotonia e della solitudine dei molti che hanno perso il senso del tirare avanti. La pazzia dell’altro tiene a bada la propria e la funzionalità sociale del matto che mostra la propria pazzia è l’antidoto alla normalità ed alla quiete pubblica, difatti ogni quartiere ha i suoi e li custodisce gelosamente. Tra i vari sotto sistemi che formano una città e la propria sinfonia narrativa in cui bene o male tutti si accordano, c’è anche il sottosuolo la cui musica dodecafonica stride dentro le favole del sopra. Nel di sotto le regole capovolte fanno si che l’invisibilità sia il tratto distintivo dell’essere che essendoci si cela nel nulla che non può esserci, il quartiere rende afono il discorso del sottosuolo perché le paure una volta fuggite è lì che si rintanano covando rancore per i propri padroni ed un giorno potrebbero mordere la mano che le ha nutrite. Basta guardarsi un po’ in giro senza andare troppo lontano per vedere le razze umane come si raccontano e si rappresentano nella necessità della comunicazione da cui non ci si può esimere.
Soldati
Stanchi si cammina per strada ammiccando da fedeli abitatori del tempio della speranza, la quale non è altro che la musa che tiene distante la soddisfazione dal piacere. Così i soldati in marcia cantano nenie con significati plaudenti lo sperare, tra le rovine di quel che solo ieri era una organizzata comunità sopita nella consuetudine di una pace fasulla. Si tirano tra loro frecciate in battute che mascherano l’ancora presente passato in cui niente di tutto questo sembra possibile ma l’abitudine improvvisamente si rompe ed è come il vaso di Pandora, cioè, l’inferno in terra. Si sta rintanati al di sotto del piano stradale in luoghi sconosciuti ad i più, perché in un’altra vita solo i randagi bazzicano il sottosuolo, e ora che il senso della morte è vicino come un cane fedele anche il corpo degli altri compagni diventa appartenenza e le sensazioni si propagano con l’odore del sudore. Si rispolvera il canto perché da sempre rimette in accordo le singolarità sopite dagli anni trascorsi nell’ individualismo e soprattutto non si guarda chi muore sia amico che nemico, si impara a guardare oltre ogni spazio occupato dal tanfo della paura. Il canto racconta il mito, la storia dell’eroe che rinasce dalle ceneri della propria volontà, auriga nelle varie ere del carro da i due cavalli alati, il bianco ed il nero che tenuti nel segni della giustizia portano alla verità. Il saggio eroe dopo avere concluso la battaglia si ritira in terre nascoste lasciando agli uomini riprendere il cammino della speranza e poi il ritornello parla di natura incontaminata e cieli immensi oltre la capacità di comprensione. Il canto vela come una coltre i morti ed i vivi non facendo differenza tra amici e nemici nella guerra che esplode senza possibilità di un ritorno. Siamo al solito scenario con trincee, agguati, e civili che subiscono angherie e soprusi, perché tra le file dei combattenti si nasconde il male per il male, quel male che lo si vede quando l’individuo si nasconde nei motti del popolo, è la carogna umana che morde ritirandosi poi nei molti. L’eco del ritornello:”l’aria soffusa spinge la nebbia oltre lo sguardo/verso il limite ignoto dove tendere la mano/con falcate da gigante la terra è riconquistata/la terra che è la nostra terra/coltivata dagli antenati fino ad oggi/nella foschia il canto accoglie il nemico nel cerchio del perdono. Come ricorda Platone:”solo i morti hanno visto la fine della guerra”, durante il macello tutto diventa oggetto di uso e consumo frenetico, i corpi oggettivati oscillano tra lussuria e annientamento giustificando perversioni e violenza. Scrive Hedges:”gli essere umani diventano oggetti, oggetti da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Il sesso casuale e frenetico, assai frequente in tempo di guerra, spesso passa il segno e si trasforma in perversione e violenza, rivelando un grande vuoto morale. Quando la vita non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, spesso si ha la sensazione che rimangano solo la morte o un fugace piacere carnale”. Rintocchi all’alba verso il giorno per riprendere il filo dei discorsi mentre da sotto i piedi sembra scivolare via la vita, case rotte in cui passare attraverso immaginando i ricordi annidati lungo le pareti annerite dalle esplosioni, giocattoli rotti per bambini che improvvisamente adulti si aggrappano al gioco con malinconia per quel che fu.
Rosso settembre
Il rosso settembre è apparso nelle pennellate tra il cielo e la terra come un presagio o una preghiera per il risuonare in lontananza delle campane, inizio o fine di qualcosa che non si delinea nella comprensione di questo paesaggio maestoso il quale durerà molto più a lungo dell’idea dell’uomo. Oggi le cose scorrono così per il verso di una corrente essiccata lasciandosi cullare nella melma che rimane sul fondo quando tutto il resto è evaporato, si giace in questo fondale come in un letto di nozze e di lutto insieme abbracciati alla propria anima aspettando la pioggia per riportarsi a galla dall’inconscio. Nella casa dai fantasmi d’orati gira voce che è in atto un subbuglio tra vivi e morti, quasi una cosa inaudita per gli abitatori del luogo, sempre ligi nelle convenzioni. Una forma di ebbra rivoluzione nello scambiarsi i ruoli ha innescato curiosità e frenesia della novità, per cui ora tra le stanze è difficile riconoscere gli uni dagli altri e le unioni miste inconsapevoli aumentano l’incertezza nella cura dei luoghi. La casa in fondo alla strada è da sempre segnata come una impermanenza nella mappa, infatti solo ad alcune particolarità di sguardo appare la consistenza del luogo, per altri è solo un soffio d’aria fredda in un pensiero scavato dalle profondità dell’inconsapevole. In questa terra di nessuno e dei molti sta la consapevolezza che tra le demarcazioni netta delle cose si anima ad incastro quella parte dell’esistenza che da sempre è mancanza e spinge l’essere alla volontà di volere. Cosa mai può essere un fantasma se non tutto ciò che non è ora, e quindi quasi l’assoluta dimensione della narrazione che facciamo di noi e degli altri, la dimensione del “fu”e del “sarà” sovrasta la presenza nell’incarnato mentre si riconosce. Quindi cosa è un fantasma se non la visione di un attimo della verità che a volte inaspettata si palesa increspando le consuetudini, una goccia del nettare della sapienza distillato in assenza del tempo. Come abitatore della casa a volte mi spingo sul limitare della sera a sostare in veranda, con una tazza di tè ed il biscotto di cereali secco impastato in modo che non si sbricioli al tocco. Con calma, sorseggiando, tocco le corde dell’aria che tra le finestre si spargono all’interno e la musica di archi e coro risuona per tutti in un momento di magica melanconia che non rattrista ma infonde il senso della creazione o per alcuni la fede. Cammino per il solito vialetto incurante del calore sprigionato dall’affaciendamento umano, conto i passi per fare in modo che siano lenti e respirando porto i piedi a sentire la terra oltre la coltre del cemento stratificato dalla rivoluzione industriale in poi. Lascio che i discorsi arrivino per inabissarsi nella corrente fatta di anidride carbonica che lascia senza fiato, ormai siamo esseri con ciminiere al posto del naso e binocoli posti al contrario al posto degli occhi. È curioso come nel sud della California gli americani facciano i turisti nelle città adiacenti al confine e come quei pochi kilometri di terra cambiano lo status delle persone, i messicani stigmatizzati nella loro terra di violenza e cartelli del narcotraffico ed gli americani buoni turisti che portano denaro e civiltà. Questa inutile stratificazione in razze e generi è funzionale all’uomo moderno sempre a caccia di uno status in cui riconoscersi in un valore che per essere tale va a scapito di un valore equivalente e inferiore. Per l’uomo moderno non è cambiato nulla rispetto al progresso della tecnica perché rimane immutato la necessità della guerra tra persone, per cui le caratteristiche cruente e di crudeltà a volte sono mascherate da eccidi accidentali ma la sostanza della civiltà basata sulla guerra rimane invariata. Il superuomo di Nietzsche è esattamente l’uomo che toglie da se stesso l’essere per la guerra e perdona alla vita la propria mortalità.