Novembre 2023 (1)

Ossa rotte buttate sul letto di sbieco per dare forma all’inquietudine nella fissità della forma, è un tratto d’immagine emergente nel fondo di una comune serie di luoghi comuni. Disarticolata reliquia del mondo passato che invecchiando entra nella sfera futura che, una volta assaggiato ha già il gusto del passito alcolico. Un narratore qualunque conoscendo le fasi della malattia può prevedere i vari stati dell’animo che si intersecano a definire l’umore che inchioda la vita al corpo e questo ultimo alle parole della sintassi. Niente parrebbe vero se non fosse raccontato per quello che le parole vogliono significare senza per forza avere un legame con la carne. In effetti per un narratore tutto può essere detto senza paura di smentita essendo più duraturo il discorso di una singola vita. Altalenante me la sbrigo ogni mattino con un giudizio che poi mi porto appresso per il resto della giornata, di solito il significato è lapidario, non uso sconti per me stesso, essere un cinico comporta un sacrificio importante verso ogni possibile sbavatura della logica di dominio su di sé. Incontro volentieri chi non vuole farsi incontrare, uno scambio alla pari di sprezzante sdegno, nella bufera che imperversa negli animi sempre più folli nel reagire alla tragedia. Ma da sempre le comunità umane non sanno stare nella semplice dialettica della commedia in cui la violenza è esclusa, si evidenzia sempre un scivolare nella tragedia, dove l’odore del sangue infiamma i cuori e sguaina le spade per uccidere. Anche oggi da un qualsiasi programma televisivo si duetta in civetteria mentre su un altro fronte si esplode in mille pezzi. Tutto è tenuto insieme dal racconto che riporta per ognuno l’estraneità alla responsabilità, addossandola ad un sosia che funge da portatore del flagello, un doppio per ognuno che gira per il mondo con l’infamia dell’assassino. Il narratore mi rincorre sulla strada del quotidiano per indicarmi che la stanchezza del parlare può essere rischiosa per i pazienti che attendono parole. Come ci si può sottrarre al lavoro quando il proprio fiume è in secca? Gli chiedo. Mi risponde che non c’è alternativa perché la secca è solo un modo per scavare più a fondo dove l’acqua è antica e aspetta di essere raccolta. Ma, cazzo rispondo, non voglio scavare, ma stare con le mani in mano, basta rimestare brutture! Il narratore sorride mentre insieme abbiamo ripreso il cammino evitando la folla che si scansa di fronte al nulla. Quali sentimenti pescare nel mucchio dalla cesta in vimini antica posata all’angolo della stanza, un suggerimento al giorno per non notare la parete scrostata o la patina che ingiallisce le cose invecchiandole. Sei tu? Che suoni alla porta! Insisti! Ma non posso muovermi al momento sono senza arti perso nello spazio etereo del sogno immobilizzante, posso percepire il fuori ma solo come spettatore. Sono le stranezze umane in cui il mondo è diviso in varie sezioni: il sogno, il quasi reale, poi il reale, e l’irreale e infinite sfumature in cui mai nulla è certo ed è forse questa la cosa sicura. Il successo dell’ inconscio è insito nella natura stessa della percezione a grana grossa delle persone, per dare un nome a qualche cosa abbiamo bisogno di estrapolarlo dall’infinità non apparente su cui poggia la cosa, per cui per dare un nome abbiamo bisogno di scartare altri mille che non vedremo mai. Cechi e sordi in un mondo assordante che nonostante si palesi resta velato, il narratore scivola al mio fianco con non curanza verso chi guarda il suo aspetto indefinibile, in questo è maestro e sa confortare senza indulgere nelle preposizioni. Anche oggi le schegge impazzite agitano la superficie dell’animo imponendo un ritmo alla ruota del carro nella sfera mitologica delle emozioni.

Novembre 2023

Il sole a tratti si abbatte con sfarfallio sulle cose inanimate smuovendole dalla fissità indugiando per un attimo in un altro mondo animato da altri sconosciuti. Quando guardo dalla finestra tutto appare senza volerlo in una certa misura più o meno, anche se sento in fondo all’immagine una stonatura di una certa cosa che non torna, una sensazione della finitezza che impedisce a ciò che sta di farsi comprendere. Mi giro e la penombra ristora dalla piazza sempre aperta in un vortice di voci che si ripetono le stesse cose rassicurandosi. Per un attimo ripenso alla giornata di ieri e mi sembra finta, ho fatto ciò che ho fatto? Scorrono le parole dei discorsi quasi uguali a come sono successi ma sembrano già proprietà di altri. In qualche modo anch’io cammino sulla forza di gravità che mantiene unita la coscienza, ripercorrendo infinite volte le righe della scrittura che mi permettono una pur minima sopravvivenza. In questa che è la mia casa condivisa con i piccioni e cornacchie rimesto il tempo confuso della natura in fiaba. Sono le voci dal passato che da dentro costruiscono un senso alle conformazioni della violenza che si espande con una certa rapidità, sento grida dalla strada e ci ritrovo tutto il male del mondo, che significato ha insulare per banalità e poi riprendere un cammino uguale senza battere ciglio. Parlo con il mio cane del più e del meno con la certezza di essere ascoltato, ed a tratti capito e contraccambiato nella relazione, vorrei estendere a tutto ciò che è vivo questo discorso per superare la gabbia della specie che in qualche modo non ci permette di uscire dal racconto impostato dalle cose classificate. Il risveglio tuona tra un ormeggio ed il bussare delle onde in una semi realtà che solca le pareti e rifrange tra i nervi, temo le richieste che stanno in agguato lungo la giornata, ed il senso del dovere verso una sofferenza che ormai ha esaurito ogni mia capacità. Sogno qualcosa di leggero che tenga nei discorsi non l’urgenza della risposta, ma la possibilità di una attesa per guardare un po’ più in là, scaturire qualche sorriso per parole che non uccidono, anzi, evocare predicati che fanno venire fame e voglia di condividere. Defluisco attraverso le stanze quotidiane in una apparente incoscienza, il vento si fa sentire e rompe alcune cose per essere chiaro nelle intenzioni. Penso al gesto educativo come al primo movimento della bacchetta del direttore d’orchestra, un primo atto decisivo per ciò che succederà dopo. Il gesto che accompagna la parola seguita dallo sguardo possono agganciare una attenzione e portare la persona nel mondo della possibilità.

Ottobre 2023 (2)

Riguardo l’album fotografico al contrario ed il cielo come terra mi corrisponde meglio allo stato d’animo inquieto, un rosario, come smarrito, vicino alla finestra si perde in una triste occhiata, una preghiera riecheggia dal fondo di un ricordo, e per un attimo vedo ciò che sentono i mistici, quando il richiamo del mito si fa prepotente nell’animo altrui. Un po’ vorrei fuggire a questa condizione in cui la debolezza del corpo tende agguati continui alla stabilità dei pensieri, che ogni volta si spargano come piccioni spaventati dalla corsa dei bambini in una piazza di Venezia. L’acqua autunnale ha cominciato a martellare i tetti cambiando la musica alle strade, ed i colori ad i vestiti delle persone, ed in questo modo ha mutato la scenografia del presente. Sale da dentro la fiamma del camino e con essa i suoni del pianoforte in una intensa carica evocativa, per cui i personaggi appaiono alla scena, anche se, non chiamati. Si parlano intonando il richiamo antico dei mortali privi ancora della paura del nulla. I dialoghi sono solo battute per ridere dell’impaccio degli uni verso gli altri in una danza che ricorda il rito o la danza. Dico, a uno, che sono in casa mia, ma non sembra interessare, anzi risponde, che attorno a se rivede la prateria di quando poteva correre a perdifiato senza incontrare anima viva. In effetti nelle rievocazioni la temporalità si sovrappone o si sorpassano come in rincorsa intorno ad un tavolo rotondo quando spesso si cambia di posto. Dico ad un altro, se non è ora di lasciare la scena e spegnere la luce; ma mi risponde “picche”, riprendendo il discorso, da quando lui ed il padre macellavano bovini per chi poteva permettersi di mangiare carne. E ora pregavano tutte le sere per tutti gli animali morti inutilmente solo per essere trofeo in tavole inique. Questa è una serata strana in cui rintocca una luce portata sulle spalle da antenati venuti forse da altri mondi, ma della stessa sostanza nostra di quarzo e luce. Un leggero tremore percorre il corpo in contrasto con la fissità delle cose intorno levando dalle profondità dell’animo un senso dì perturbante solitudine. Penso a mia madre persa nei ricordi che mischiandosi hanno cambiato la tavolozza dell’identità, e penso a me sempre più inguaiato in una insofferenza per i pensieri di natura insicura e titubante verso le azioni concluse. Ora che le domande hanno completamente perso le risposte per cui alla stretta del discorso rimane solo la violenza per chiudere un discorso. Non sono violento per cui mi trovo a mal partito nell’arena e quindi cerco l’uscita se mai una porta esiste in questo anfiteatro.

Strattonato nella strada da passanti senza attenzione verso gli altri come se alla fine si potesse vivere da soli, dimentichi della dipendenza che abbiamo gli uni dagli altri. Smemorati cerchiamo l’oro dentro le tasche altrui non capando che forse è donandolo che si conquista un posto nella tranquilla terra della pace. Vivo in questa città da anni senza mai trovare la via di casa, solo alcune volte mi sembra di sentire un profumo nostalgico di luoghi già abitati, suoni di foglie cadute ci richiamano al ferro dell’impermanenza nello strato effimero del discorrere del più e del meno. Giro l’angolo ed il piccolo bar mostra l’insegna ammaccata come se una guerra fosse appena passata, fumatori per strada si scaldano guardando l’interno, portandosi in giro il tanfo della nicotina. Guardo il cantiere dell’autostrada che delinea nuove strade, nuove traiettorie e inesorabilmente cambierà la fisionomia del quartiere, per cui il senso di estraneità crescerà come le rughe lungo i volti in questa giornata che inizia. Un sacco pesantissimo pesa sulle spalle in una gara a reggere la posizione eretta, man mano che si scivola nella strettoia delle decisioni il chinarsi diventa evidente, ed il peso sovrasta la volontà. Difficile sfuggire al proprio corpo quando fa male ed intorno il pericolo incita la dissociazione. Una vita, un quartiere, una casa, e poi una stanza, dentro ad un pensiero che ha volte è formato da parole e a volte no. Sono forse io o l’altro quell’ombra che si aggira in spazi sempre più ristretti? Ma, non conosco più la trama che abbattendosi come un maglio delinea le nuove città, con le proprie periferie incombenti.

Ottobre 2023 (1)

Sono rimasto nella casa che invecchia in compagnia del narratore. Condividendo le stanze che nel tempo si raccontano da sé ciò che accolgono e che a volte lasciano scivolare fuori dalle finestre aperte. La spiritualità è una dimensione di infinita possibilità, e non va confusa con le credenze o la fede di un Dio piuttosto che un’altro, ma sia appunto una dimensione del possibile da lasciare nella completa libertà d’essere. Spiritualità come rimedio alla povertà della specificazione dell’ente che una volta definito diviene inciampo e motivo di conflitto perché la natura umana non è dotata di un sistema di rilevazione della realtà univoca e uguale per tutti. Da dentro le stanze si scorge il mare dei profughi che diventa speranza una volta trovato il coraggio di solcarlo, come un tempo gli antenati spinti sempre verso l’altrove da una indomabile forza della possibilità, navigando i mari e valicando terre. Si muove in ognuno di noi un Daimon che spinge la creatività oltre il limite per assaporare il gusto della brezza del mattino. Accarezzo le corde di un Liuto, oppure ascolto la vertigine del tramonto in cui il vento spinge il canto delle sirene verso terra. Ancora si parlano le voci mentre gli attori sono già andati oltre quella soglia che separa la stanza da altro non specificato verso il frinire del mondo.

Lo vedo mentre cerca da solo una propria possibilità di donarsi al racconto come un divo degli anni cinquanta in compagnia del disegno in neretto della Magnani. Una sorta di evocazione epica delle gesta eroica che hanno contribuito a rendere un popolo coeso in una intesa con la propria terra. Così lo vedo aggirarsi e sento l’esistere che si fa strada nel fermo immagine di questa metafora che come tutte le altre costruisce ogni mattino il mondo. Il narratore penso che sia un mio amico ma non è che dimostra segni d’affetto è più una costante vicinanza senza sfioramenti o afflati emotivi. Dentro a questo filo del racconto seguo anch’io da una certa distanza la giovane donna che per quel che gli è dato cerca una propria dimensione ed in un susseguirsi di sguardi in sequenza trovandoci nella casa a guardarci costituendo il ponte che va tra le generazioni costruiamo la storia. Una mano sfiora una mano che si dilata in una sensazione che riduce un divario…un russare canino riporta ad integrità una immagine sfarfallata degli oggetti nella stanza…in questo momento per tutti si pone la dura realtà. I copioni pronti per essere letti sono adagiati nei punti di presenza formando la scena che fra poco dipanerà il mistero. La magia delle luci fioche rendono i colori neutri e retrò in un gioco presente del passato. Il fulcro della storia è l’assenza in cui i personaggi non sanno capire essendo loro stessi assenti alla propria definizione di sé. Gli spazi sono vuoti fino in fondo, non c’è la possibilità di toccare una solidità, così che ogni movimento si traduce da qui ad infinito. L’occhio di bue incornicia il sentimento mentre una canzone risuona in tutti i tempi coperti dalla temporalità e lascia una scia di speranza nel vasto mondo della vacuità, fino alla fine della prova dove ognuno sarà ancora sé stesso. Questa scena interna girata dalla mente del narratore è una scappatoia al risveglio brusco degli strilloni che agitano le strade con notizie catastrofiche. Il vezzo ormai consolidato di usare la paura come monito del tutto, come un manga virtuale che radicandosi nel cervello rettiliano di tutti incattivisce e bolla le strade come un sentiero di guerra. Così che resta una disillusione trovare un posto franco per starsene in pace in una città che erutta veleno tra rumori e smog. Girando intorno alle mie certezze che scopro essere molto poche, volatizzate dal maglio percussore della chiacchiera che sempre più imperversa nella superficie dei natanti di ultima generazione. Osservo con sbigottita malinconia che la leggerezza dei discorsi o la superficialità delle frasi del dialogo fanno il paio alla violenza agita e indiscriminata con sentenze mortali inappellabili. Questo avviene sia che si tratta di una unghia incarnita sia che si tratta della sopravvivenza di un popolo intero. La stagione della vecchiaia tra me ed il narratore non ci impedisce di vedere la giovinezza e di capire il tempo presente che nel sotto suolo mostra la carne viva della verità inconfutabile in cui l’essere abita nella spensieratezza dell’eterno ritorno. In questo momento la casualità fa si che siano altri i popoli in fuga, mentre altri guardano da una certa distanza, ma la ruota del karma presenta sempre un conto a tutti indistintamente.

Ottobre 2023

Spaesato nel mio stesso discorso interiore che sovrasta i rumori di fondo, mentre lentamente raccolgo parole cadute e lasciate ingiallire dal tempo. Una malattia la vita che si risolve inesorabilmente con la fine accompagnata da mille altri inizi. Sono le vie coperte dal cielo nero che si tagliano nel lungo scorrere del fumetto in bianco e nero, le quali scorrono in modo cinematografico nella visione forse solitaria ma non certa per via dell’impossibilità nello stare da soli. Dal mare si rincorrono le voci delle altre terre con altre rive in cui sguardi scrutano e si incontrano senza vedersi perché la lingua che raffigura il mare cambia e scolpisce i corpi secondo linee divergenti. La salute mentale presa in sé non indica nulla di preciso se non una formula culturale di parcellizzazione di una funzione, la volontà di smembrare ogni aspetto dell’unità non divisibile è il problema che sta a monte della classificazione. È un problema in quanto non ci aiuta a comprendere la sofferenza e se possibile accettarla superandola. La distrazione per gli oggetti della mente che alla fine svelano la propria realtà fatta di parole le quali si affollano ed ingombrano il corpo dentro e fuori di sé. Vorrei tanto che qualcuno abbia cantato le ninna nanna al momento giusto che passando ha lasciato deserto un sentimento mai più recuperato. Le giornate placidamente distese accolgono storie che alla spicciolata rientrano dalla fughe verso lidi altrui. In loro compagnia lascio scivolare il mio tempo che zoppicando si lascia abitare come una casa vuota. Le parole rimbalzano e possono per magia cambiare significato ad ogni guizzo dalla parete spoglia dagli affreschi identitari. Il narratore oggi si è perso per un sentiero Orobico mentre in costa segue la linea che divide terra e cielo. Il narratore non volendo tornare fa in modo che mi tocca starmene in disparte ad aspettare che ci ripensi. Intorno il grigio dell’autunno sembra colorire gli sguardi che animandosi vanno oltre a ciò che è possibile guardare. Rincorro una giovane che dimentica di se lascia ogni cenno di vita ad una stazione di autobus, per poi adombrarsi in un silenzioso diniego mentre osserva i propri piedi nel punto in cui scorre l’acqua dentro al sotto terra.

Settembre 2023 (2)

La strada buia confina con il sogno appena iniziato in un giorno qualsiasi alle porte della città che fin dall’infanzia accompagna il narratore. I colori artificiali si mischiano alla natura rendendo lo sfondo surreale e per certi versi attrattivo, come la ragnatela di un ragno nascosto in parte. I sogni si pensano come desideri o personaggi pirandelliani, ma in realtà sono la prosecuzione della vita da stesi quando il corpo si ricarica. Narrando a falcate si gira veloci il mondo e ritorno, curiosando un po’ qua e un po’ la, si incontra parecchia gente e due parole scappano sempre in cordialità. Il narratore ha una barba rada e grigia che sembra ricordare un cespuglio all’inizio del deserto, un confine architettonico che getta una ombra di solitudine nell’aria di questo giorno particolarmente triste. Si sono spente le luci dell’Occidente con la chiusura dell’ avanspettacolo e degli scoppiettii pirotecnici, per lasciare la radura ad i mastini affamati che lasciano i mansueti sbrindellati a terra nel loro sangue. Rispuntano vecchi vocabolari con rispolverati vocaboli di razza, supremazia e genere. Un arabesco narrativo per descrivere un artifizio che esiste solo nelle case ricche del popolo, per gli altri la periferia è anche sinonimo di invisibilità e insignificanza. Un popolo maggioritario che si nutre con gli avanzi pagati a caro prezzo, infatti la sofisticazione dell’involucro è la magia di far sembrare prezioso ciò che è solo scarto. Il narratore narrato dai curiosi che si accalcano alla vetrina lungo il boulevard della città fantasma, uno spazio allargato nel tempo circolare dove le gesta si ricorrono lungo il circolo della memoria. Rifletto gli occhi nel vetro non riconoscendo nessuno degli occhi che appaiono, ma sento lo stupore di tutti nella calca, mentre si vuole a tutti i costi fare parte della storia. Il narratore spinge verso il dubbio se effettivamente vale la pena esserci, in fondo è come comparire ogni tanto dentro ad una cornice di un quadro rappresentativo in una sequenza finita dalla storia stessa che si vuole raccontare.

Tra persone sconosciute il narratore ritrova il proprio senso di stare nello spazio, si può guardare intorno senza remora di giudizio e osservare le cose come nuove. Sembra di essere davanti a vetrine che offrono le novità sfavillanti perché ancora prive del peccato d’essere possedute. Mille occhi si riflettano insieme ma nessuno che si guarda direttamente in questo luogo dove vige la legge dell’anonimato. Un solco lungo la linea della comprensione divide il cervello in due ritrovandosi sempre in compagnia anche se solo. Questo umano solipsisistico che non guarda in faccia a nessuno è ormai a scadenza non corrispondendo più alla natura che ingloba ogni cosa visibile ed invisibile. D’improvviso nascerà il nuovo inatteso scansando d’impeto il rimuginio dell’immobilità del pensiero. Ci sono vari attori che nel proscenio si discutono il ruolo per il primo passo verso la scena, i loro colori cambiano rispetto alle sfumature ombratili del grugno che lancia l’emozione verso il vento a chi sta davanti. Il recitare diventa la realtà del reale nel contesto degli oggetti posati nell’ordine di una legge, la quale alla fine rimane l’unica verità possibile per uomini rammolliti dal non senso del continuo movimento casuale. Mi ritrovo a volte con il narratore in bassifondi poco frequentati a parlare della possibilità del fare silenzio, mentre intorno alcune anime solitarie ascoltano le pause con golosa nostalgia del passato. Una comunanza di intenti che distingue fortemente i sentimenti che legano ed il modo in cui l’amore viene incarnato fa la differenza con il resto del mondo.

Settembre 2023 (1)

A zonzo… inerpicato su una cresta, dove il camminare diventa una avventura mentre il resto scompare dietro a delle nubi cariche dal vento mattutino. Sono distratto dal pensiero che d’improvviso possa comparire una città fumosa sopra il crinale ed invadere la solitudine della roccia. Proseguo passo dopo passo sulla linea che separa un vuoto dall’altro e sento in questo una affinità con la vita di tutte le cose intorno. Non voglio guardare dietro, ma tirare avanti come un mulo finché le gambe possono reggere ed il respiro risuonare con la valle nell’ intonazione di un motivo melodico familiare. Cerco il significato segreto del rifugiarsi nel pertugio di una porzione del mondo al momento deserta, in una assenza dalla umanità che inchioda ad un certo senso e non altro. In solitudine ostinata dichiaro il mio amore, che nella delicatezza rispettosa dello spazio che abbiamo, lasciando che i vincoli non siano una prigione e godano dei suoni che animano l’aria. Trilli acuti nel tempo sornione dell’inizio settembre, o un ciabattare agli angoli oscuri per animare cose altrimenti inanimate, in poche parole l’anima dell’essere che soverchia sulle cose.

Nell’ austera corte riparata dal vento dentro al mio modo di pensare la località sperduta che sta dentro ognuno di noi. Bivaccano i fantasmi figli del tempo e legati agli umori degli uomini che sono vissuti nei dintorni. La storia segna dei vertici nel ricordo che collegandosi sopiscono le trame nascoste che hanno reso possibile la mutazione. La defermonitá non è mai tale se avviene su una scala abbastanza ampia e omogenea rendendo consueto l’inconsunto. Per cui in questo stallo, gli intrecci delle narrazioni si avviluppano su un reciproco consenso, in cui gli scarti trovano spazio solo aldilà della scogliera nel vasto spazio dell’ignoto. Gli scarti sono la pietra filosofale del futuro; perché: nella libertà dalle definizioni possono oscillare in qualsiasi stato sperimentando le forme dell’ inaudito. Con un gomito appoggiato alla ringhiera del davanzale sul cortile cittadino, dove regna un metro quadro di vegetazione addomesticata, guardo oltre la trincea dell’aria spessa, per immaginare le molte configurazioni ancora inesistenti. Anche oggi molte morti vengono servite sul piatto dell’informazione come monito nella scala di chi sta bene verso chi sta meno bene. Informazioni lanciate su autostrade dirette nell’intimità degli individui e come proiettili esplodono davanti agli occhi in meraviglia e stupore.

Si continuano a perpetuare le usanze, le quali insieme a tutte le altre formano il contorno del mondo, i rumori e le parole tagliano la scena per primi, essendo i corpi nascosti da indumenti e condizionamenti. Si scambiano chiacchiere all’entrata esposta al sole in modo da stabilire connessioni con l’esterno, i passanti guardano ed alcuni sorridono per una ritrovata umanità nella generale abbondanza di insignificanza. Sono giorni… o forse sono anni che appesi ad un respiro susseguono incastonati nel tempo ordinario dettato dalla legge. Non credo che di fatto ci sia uno scorrere lineare temporale, ma la fede ci porta ad assegnare nomi e struttura allo spazio, per cui alla fine siamo un po’ quello che ci raccontiamo. In questo tipo di narrazione siamo diventati dei specialisti, al punto che i segni d’inchiostro sulla carta possono decidere della nostra vita o della nostra morte. Giovani sbandati girano per la strada estranei ad i loro corpi, i quali vengono usati come rappresentazioni di una trama teatrale. Infatti dall’epidermide al vestito la sceneggiatura tatuata rappresenta un altro da sé, il quale prendendosi la scena ne diventa padrone creando il legame di dipendenza tra vittima e aguzzino. I folli giorni degli uomini che non riescono a pensare che una semplice blatta ha molto più storia e possesso del mondo di quanto noi possiamo aspirare. Guardo con ammirazione la mia compagna che in un semplice spazio austero ha fatto fiorire dei fiori in un angolo di speranza nel nostro incespicare.

Agosto 2023 (2)

Nella sola giornata in cui una storia si dipana dalle ombre che oscurano le mille altre possibili. Da fuori un vento muove le opinioni che adornano i contorni lasciando rilucere i sentimenti che si spaziano tra le cose. Mi metto al centro della scena come un direttore d’orchestra per dare la nota d’inizio alla danza. Si può prendere qualsiasi punto del racconto e rivoltarlo come un calzino per rendersi conto che la morale non cambia. Alla fine le storie si possono ridurre a poche variazioni, di fatto siamo una specie che non gode di grande fantasia, la specialità più che altro è un fervido rimuginio, difatti per usare una metafora “lo stomaco della mucca ce lo abbiamo in testa”. È il sentiero dei ricordi che ci trae in inganno, all’apparenza sembra tutto lineare ma nella realtà è sconnesso e non segue la linea temporale come pensiamo. Di fatto il tempo è un costrutto che di presente in presente è impastato come la farina per il pane che ogni giorno da un risultato diverso restando sempre pane.

Occasioni perdute che lasciano un sapore amaro al risveglio mentre fuori l’ordine casuale viene rispettato nell’abitudine consueta. Forte è il richiamo della confusione distruttiva in cui non ci si riconosce nell’ ordinario, quindi il spaccare tutto sembra meglio dell’attesa del nulla. Leggo visi da dietro una scrivania e sempre più una patina di vecchia intolleranza copre i confini tra individui, pronti a scansarsi per futilità che in fondo ormai sono meglio dell’inedia riflessiva. Percorrere un tratto a piedi sotto il sole che con forza si fa sentire come un amico esigente in vena di attenzioni. Il sole che da sempre ci plasma nella propria metafora esistenziale, non avremmo un nome senza la sua presenza. Per strada le cose dell’abitudine rendono conciliabili tutte le situazioni anche quelle che non sono affini. Ci si parla con sforzo, il giusto per sostenere la scena teatrale, insomma, quello che serve per continuare ad andare avanti per riconoscere nei gesti altrui i propri. Sottocollina un posto dove andarci per recuperare un po’ di silenzio e brusio della natura che ancora vive al tempo della stagione. Il corpo non ha solo bisogno di discorsi per appartenersi ma serve manipolarlo, accarezzarlo, strizzarlo per avere la concreta certezza del presente. Per cui sogno di andarmene dal mondo delle parole per stare un poco in compagnia delle creature che non hanno bisogno di raccontarsi per definirsi, ma basta la presenza sotto questo cielo che da parecchio tempo ci mostra ciò che non vogliamo capire.

Perturbazione in cima al colle discendente verso valle dove affaccendati si ritrovano minuscoli ominidi. Popolazione in perenne crescita nel contrasto con il colore verde che ancora fa contorno a tutto il resto. Mi risveglio di soprassalto indugiando nel sogno catastrofico che alla fine appare quasi migliore della realtà. Solita routine dietro le quinte di una vita in bilico tra pensiero e follia in quella che per molti è solo perdita di tempo, ma per altri è fascino dell’Intermezzo tra gli spazi vuoti tra le parole e le proposizioni. Mi inquieta la polvere in sospensione filtrata dai raggi del sole, distorce lo spazio rendendo il tempo sospeso al quasi nulla. Cammino avanti indietro nell’angusto tracciato che m’appartiene da quando da solo ricongiungo le linee tra gli universi che si suppone esistano. Mancano minuti alla nuova scena pronta prima che l’annunciazione fosse prodotta, è un mistero dell’ accadere quando un futuro avviene prima del passato, ma succede molto spesso di quel che l’attenzione distratta coglie. Per gentilezza saluto i condomini che non sembrano convinti, ma ostili, le vicinanze umane ormai sono mal tollerate, meglio saluti lontani, evanescenti nella propria irrealtà. L’aggressività è il nuovo collante delle relazioni e dei programmi educativi in una terra arsa dalla sconfitta del pensiero sulla verità dell’essere.

Agosto 2023

Senza ritegno le persone vomitano ogni genere di cattiveria quando la dignità ha ormai abbandonato il senso della sensibilità verso l’altro. La stanchezza e la noia hanno invaso il quadrato del possibile essere nulla, e come nullità molti si spendono nelle strade svuotate dal significato per riempirsi di aggeggi sostitutivi dei corpi. Mostrarsi senza fantasia agli occhi di una finzione dettata da un social come se la rappresentazione di sé sia sempre altrove. Scendo a svuotare la macchina in bermuda di prima mattina e per un attimo mi godo la città in déshabillé. Sento l’aria ancora fresca gelare la pelle sopra al sudore residuo della notte che rimanda ad immagini spezzate dei sogni.

Sono i suoni che sfiorano l’udito ad avviare il racconto di una giornata che appare isolata dalle altre, questo giorno contiene le gesta particolari di due amanti che indifferenti al resto del mondo si guardano isolando l’esterno in un eterno presente. Niente di eccezionale è solo amore, ma ciò basta per una intera vita che si apre nella vastità dei sensi. Mi ricordo da bambino la domenica mattina il rintocco della campana e poi a seguire il parlare acuto soprattutto di donne che camminando svelte andavano verso la chiesa. Già lì il confuso senso di realtà sovrastava la concretezza delle cose e spesso me ne andavo per altri mondi senza mai più ritrovare esattamente la porta di casa, ed è così che il disallineamento ha resto costante il mio modo di percepire la realtà. Le nuvole che sorvolano sempre innanzi staccano arabeschi e favole mentre si cammina incerti sulla terra bagnata. È così che una volta gettati si cresce inesorabilmente verso una qualsiasi fine. Milioni di domande che sembrano sempre nuove ma già trovano milioni di solchi ad accoglierle in un terreno già da sempre arato.

Sono piccoli gesti quotidiani ripetuti e assimilati che quotidianamente formano il senso d’appartenenza ad un corpo. Il quale invecchiando inizia a rompere il patto dì fedeltà causando mille acciacchi, finché la rottura diventa insanabile. Quindi in fondo l’identità non è altro che l’abitudine, e basta una folata di vento per disperderne la boria della volontà d’esserci, mentre il sole che rischiara l’ombrosità dei tuoi lineamenti sale dal sud una coltre calda dal colore della sabbia. Immagini che scorrono davanti insistenti per confermare una visione degli oggetti per dare sostanza ad una realtà che sembra sempre scivolare via da sotto i piedi. Il lavorare la materia con la volontà di trasformarla in altro per poi rimpiangere ciò che era sembra un gioco del rimpianto. La creazione della nostalgia come sentimento struggente per sentirsi parte della vita come divenire.

“Ogni dieci anni una svolta”, questo mi dicevo e mi dico tutt’oggi, ma in questo presente mi sono arenato…quasi spiaggiato in un arenile solitario, dove i suoni delle parole si sono fatte afone. Si continua a lavorare come se una mutazione è alle porte, ma in realtà il furore della volontà di potenza si è ancorato al passaggio della nebbia, di cui ora sento nostalgia per le tante notti passate in giro per le strade protetto da questa coltre magica e romantica. La pianura padana è il regno della nebbia e dell’ orizzontalità piatta a cui i corpi aderiscono in forme caratteriali sovente malinconiche e schive per l’eccessiva esposizione dalla assenza di estese verticalità. Quindi dall’autunno, verso sera, il muro invisibile cala a protezione dell’ intimità e del pensare grigio della gente di campagna.

Per trent’anni ho cercato di capire cosa la zolla arata di fresco portasse via in consenso al mare, ma l’intenzione persa per strada è svanita nelle peripezie che una vita porta con sé. Ancora sogno un mare vicino che circonda e accoglie lo sguardo e l’orecchio con lo sciabordio continuo. Una ninna nanna perpetua durante la riflessione sul nulla o il tutto che sta da sempre davanti agli occhi non visto.

Luglio 2023 (2)

Da lontano la vedo arrivare con il solito passo che segna un modo di opporsi alla gravità dell’aria, tagliando per la via più corta il muro invisibile che tutti i giorni ci impedisce di volare. Leggera sembra sfiorare il terreno senza alzare la polvere, l’oscillazione della testa asseconda il passo spiando ad i lati la misura da tenere nell’ andare. Lei, che in un giorno qualunque ha stravolto la mia solitudine infilando la propria musica nel mio letto, lasciandomi poi senza più possibilità se non l’attesa dell’incontro.

“Dentro e fuori l’aria riempie le rientranze con una certa cura a non lasciare niente nel vuoto, ed i colori non mostrano questi movimenti quotidiani tra gli elementi visibili e invisibili. Molte delle cose che esistono passano per intere ere senza essere notate ma nonostante ciò sono fondamentali per far sì che le persone siano proprio quelle persone”. Per Lei che camminando leggera è colta da questa riflessione in punta di lingua balenata nell’istante in cui non ha più udito i tacchi sollecitare l’asfalto e per un attimo passato presente e futuro sono scomparsi per lasciare una chiazza uniforme del tempo mummificato in strati concentrici.

Come consuetudine ci si trova all’angolo dove il traffico morde in modo minore i padiglioni uditivi. Un cenno di saluto per riprendere il discorso da dove è stato interrotto. Così vanno le cose alla fine del mondo vicino all’inizio del mare profondo. Per un caso si è deciso di stare sulla terra e la casualità ci ripoterà in altri elementi per sopravvivere. In fondo l’unico scopo evidente in tutto questo incontrarsi e lasciare la possibilità che altri rimangano vivi. Dal cortile rumori, forse hanno deciso di avviare i lavori per la manutenzione, è sempre una sorpresa quando avviene un qualcosa che ormai non si attende più. È incredibile come le macchine con il loro rumore abbiano ormai invaso ogni angolo della città, non è più possibile avere un orizzonte su un parco, una chiesa, un monumento, un pezzo di antichità senza la presenza di un’auto. L’abitudine alla follia è un aspetto del vivere che ci viene facile facile come bere un bicchiere d’acqua pagandola cara. Guardandomi un po’ in giro sento la puzza del cambiamento maligno, il cambiamento che vuole riportare le idee al passato completamente inventato ma su misura della legge del più forte, cioè chi ha più soldi.

Oggi intravedo salire sotto lo sguardo vigile del bulldog la mia anima da sotto la cantina immersa nell’odore acre ma buono della muffa. Un’anima emaciata dalle continue lusinghe delle parole che chiudono le idee in caserme fatte di cemento e silicone. Provo ad intonare un verso da una vecchia ballata dell’Appennino tosco emiliano quando la libertà era cosa chiara e si difendeva con il fucile. Non mi esce niente dalla voce per cui mi accontento di cantarla nella testa come partecipando ad un banchetto di nozze. La mia anima uscendo dalla cantina ha portato con se i ricordi di un vecchio partigiano, ed ora mi ritrovo con un gusto da patriota e la rabbia di un ribelle. Sono solo luci e ombre della storia che nell’infinito apparire degli eterni sollecitano le terminazioni nervose dei corpi muovendole come marionette. Il sole dell’ avvenire ha già compiuto innumerevoli cicli anche in solitaria non essendoci nessuno ad ascoltare il richiamo del cambiamento.

Ha bussato per l’ennesima volta alla porta che resta celata nell’abbandono della casa vuota. Perché continuare ad insistere nell’entrare in un posto dove non c’è nessuno? Eppure ad intervalli regolari il bussare si ripete come un rintocco della storia in cui un fuori ed un dentro si sfidano a duello. Io che osservo dico che: “non c’entro niente con questa storia”, non sono nemmeno presente sulla scena, ma vedo e sento il bussare da dentro la curvatura del mio asse quando nel dormiveglia le cose sfuggono di mano. Ora vorrei svegliarmi perché i rintocchi rintronano in modo doloroso ed il Lugo si fa angosciante in questa mattina in cui il giorno non si vuole accendere.