Accanto a me dorme il cane sognante. Il deserto in cui ci siamo spinti sta per lasciarci tagliati fuori dal mondo. La penombra regala visioni fantasiose e gli occhi gonfi fanno il resto nel camuffamento. Ascolto le lodi immaginarie di una messa cristiana, ed in effetti mi corrispondono. Anche senza religione, si è religiosi per nascita: “è un destino segnato dalla scrittura”. Ai piedi dei monumenti rocciosi, dove l’umido segna il suo dominio con il muschio, annuso l’odore tribale delle epoche trascorse sia nel passato che nel futuro. È tra la natura che è ancora possibile leggere la vera letteratura dell’umanità. Si contano le ore nei rintocchi dello scalpitio dei passi; se fossimo soli, non servirebbero più. Solo lo spazio resterebbe come culla del vivere e del morire. Sono susseguite idee che, di volta in volta, hanno dato sfumature diverse ai paesaggi. Non sempre geniali, anzi spesso mortifere. Ma siamo ancora qui, con tutto che ruota intorno alle parole, dette o scritte, non importa. Restano i significati prima dei primati, come pioli di una scala a cui non possiamo prescindere. Il velo della stanchezza malaticcia si posa mentre scrivo. Un piccolo tremore comincia a delinearsi tra il vedere e ciò che vedo. La salute mentale è un modo di dire; forse la mente può fare a meno dei suoi piedi? Anche nelle amputazioni possibili, la mancanza è uno stato esistenziale. Ormai siamo esseri confusi; nella frenesia del capire la vastità, ci siamo persi nell’infinità. Nel cercare di dare un nome a tutte le parti, ci siamo persi nell’infinità microscopica. In ogni caso, l’agonia dell’incompletezza ci segue come un’ombra, o forse è proprio essa stessa l’ombra. Come gli specchi, che riflettono più realtà di quelle che noi possiamo cogliere. Un caffè al bar può dare tregua al rimuginio in attesa dell’atteso.
Da dentro il corpo si muove una ribellione, intossicando il gesto, l’udito e la sicurezza di potercela fare a competere con l’esterno. La malattia che aliena e spaventa percorre il complesso delle relazioni. La caducità comincia a tingere le stanze dei suoi colori. L’orizzonte si piega, chiudendosi all’impossibile. Ancora una volta, guardando indietro, non trovo uno straccio di risposta ai dubbi. Alleno le membra a muoversi contro la volontà. Sprono la coscienza oltre il solipsismo. Forse è giunto il momento per un altro progetto, qualcosa che più delle altre mi assomigli, in questa dimensione crepuscolare. Il cambiamento, incarnato nel lavoro per gli altri, mi sta sfuggendo. È più di una semplice sensazione la necessità di rivedere aspettative e situazioni consolidate. Intorno si muovono sistemi in cui le esistenze si danno significato. Per coincidenza, mi trovo ai limiti estremi di più sistemi. Sento il peso della forza di gravità che spinge verso una meta iniziale. Come al solito, attratto dall’imperscrutabile, cerco l’orizzonte autentico, come una spiaggia in cui posare il tempo per una diversa possibilità. Le parole, che si intrecciano nell’inventiva, non si soffermano sul non senso; puntano dritte come chiodi sulla struttura stessa della semantica, senza scalfirla.
I flussi del pensare si confondono con le storie che si rivelano nello spazio. Accanto a ciascuno di noi, un grumo di presagio si muove prima dell’intenzione. Un po’ animali e in parte marionette, edifichiamo le nostre cattedrali, che incutono certezza e fondatezza. Siamo storia e dimenticanza, zigzagando nelle dune temporali che cambiano direzione a seconda della tempesta. Rifletto nell’oscurità, che preserva rispetto alla luce che spande e inquieta. Nel buio si possono ricostruire a piacimento i contorni delle cose, in un gioco infantile in cui ritrovarsi senza le rughe degli anni. Risuona una ninna nanna tra i tetti spazzati dagli uccelli cittadini. Ancora sento un me stesso che attinge nella tinozza dei predicati. Un fiume che scorre mentre un’emicrania spezza ogni resistenza alla realtà. Vorrei trovare la formula della guarigione perpetua. Con le proprie mani, scavare nel fondo del corpo per trovare le corde che suonano in armonia con la natura. Ma la natura si dilegua; perciò, resta la tecnica. A questo punto, un misto di carne e macchina può diventare la fonte naturale delle persone, una nuova identificazione che cambia le regole tra atomi e cellule, ridisegnando la mappa dei cromosomi.