Porto con me le cesoie con cui ho tagliato il vento pazzo dell’imbrunire, un attimo prima di perdere la ragione e lasciare che la sregolatezza si portasse via ogni cosa. Ho confuso la realtà con i sogni, che, venendo innanzi, hanno coperto il mondo. Ora il campo da gioco è cosparso di detriti che, se messi in ordine, raccontano una storia. Non necessariamente la mia storia, ma una narrazione generalizzata di eventi. La non normalità si aggira come un falco nei pregiudizi, pronta a ghermire l’incauto che, troppo spensierato, mostra i propri sentimenti messi al bando dal senso comune.
La salute mentale viene reclamata come un prodotto da comprare dal salumiere in una realtà che non sa più guardarsi in veste di protagonista del presente. Si costruiscono i confini della normalità, ma sono così effimeri da non contenere alcun valore. Lo sfacelo del buon senso è dovuto all’usura del tempo e alla mancanza di manutenzione di quel senso comune di comunanza che mantiene coeso un popolo. La tristezza a tinte grigiastre avvolge le vie del centro, sempre più invase dalla povertà e dall’insolenza dell’ignoranza. Mentre, in alcuni templi della modernità, gli intellettuali rimangono chiusi a rimuginare sulla storia che non c’è più.
Non solo fango nella città alluvionata, ma anche disperazione e sconcerto per la forza che sovrasta tutto, apparendo invincibile. Di fronte al muro, gli sguardi si incrociano e, per un attimo, riemerge l’antico segno della fratellanza. I torti subiti passano in secondo piano, aprendo spazio a un nuovo incontro con le cose sconosciute. Forse è solo paura il cambiamento, ma la coesione può ridare un filo di fiducia alle parole pronunciate e alle promesse fatte. A sera, se si ha la forza di farlo, si può alzare un bicchiere di vino tra discorsi d’amore e arte, nelle vecchie osterie che ancora popolano il mondo sommerso, in riva al vecchio fiume, ora calmo.
Se tutto funzionasse nel modo adeguato del racconto, le chiacchiere troverebbero lo spazio ideale per incastrarsi tra gli umori che si incontrano. Parole che, oscillando nel regno dell’insignificanza, sparano proiettili sulla imperturbabilità del momento. Così, mentre cerco un modo per uscire dal veicolo cieco delle cose dette, ammiro il paesaggio, che cela intorno a sé uno stato d’animo o un momento particolare tra la disputa semantica. Scrivere nel riverbero dell’ombra, mentre la luce naturale svanisce oltre i tetti, rende l’attimo poetico e commovente fino al pianto.
Probabilmente scrivo l’inutile dramma della rievocazione tra presente e ricordi, in una miscelata unione d’umori. Sento il peso della ripetizione, in formule variate continuamente ma con risultati sempre uguali. Ogni giorno incontro il fallimento e la disperazione, che cercano risposte che non vogliono ascoltare. È difficile che qualcuno accetti di cambiare, se non al limite della morte; e anche allora, non sapremmo nulla, perché l’inenarrabile ci sfugge.
Ora, il momento è arrivato: guardo oltre il limite di questa stanza, chiusa come una prigione, sbarrata dall’incantesimo della vecchiaia, che rende l’esterno minaccioso senza ragione. Vedo un volo oltre il limitare, che apra la strada verso le alture della poesia.
Tutti noi siamo in viaggio verso una meta ignota, lungo un fiume che trasforma incessantemente le parole in significati. A tratti, una narrazione prevale sull’altra e i colori variano in funzione dello sfondo. Non c’è nulla che permanga nella fissità della verità; le opinioni sovrastano ogni tentativo di cristallizzare il mondo in un unico assetto. Come al solito, pur essendo sempre un po’ diverso, faccio colazione nell’unico modo che mi accompagna in questi anni. Guardo fuori e mi accorgo che tutto si muove ancora nel flusso ininterrotto della città.