Ottobre 2023 (1)

Sono rimasto nella casa che invecchia in compagnia del narratore. Condividendo le stanze che nel tempo si raccontano da sé ciò che accolgono e che a volte lasciano scivolare fuori dalle finestre aperte. La spiritualità è una dimensione di infinita possibilità, e non va confusa con le credenze o la fede di un Dio piuttosto che un’altro, ma sia appunto una dimensione del possibile da lasciare nella completa libertà d’essere. Spiritualità come rimedio alla povertà della specificazione dell’ente che una volta definito diviene inciampo e motivo di conflitto perché la natura umana non è dotata di un sistema di rilevazione della realtà univoca e uguale per tutti. Da dentro le stanze si scorge il mare dei profughi che diventa speranza una volta trovato il coraggio di solcarlo, come un tempo gli antenati spinti sempre verso l’altrove da una indomabile forza della possibilità, navigando i mari e valicando terre. Si muove in ognuno di noi un Daimon che spinge la creatività oltre il limite per assaporare il gusto della brezza del mattino. Accarezzo le corde di un Liuto, oppure ascolto la vertigine del tramonto in cui il vento spinge il canto delle sirene verso terra. Ancora si parlano le voci mentre gli attori sono già andati oltre quella soglia che separa la stanza da altro non specificato verso il frinire del mondo.

Lo vedo mentre cerca da solo una propria possibilità di donarsi al racconto come un divo degli anni cinquanta in compagnia del disegno in neretto della Magnani. Una sorta di evocazione epica delle gesta eroica che hanno contribuito a rendere un popolo coeso in una intesa con la propria terra. Così lo vedo aggirarsi e sento l’esistere che si fa strada nel fermo immagine di questa metafora che come tutte le altre costruisce ogni mattino il mondo. Il narratore penso che sia un mio amico ma non è che dimostra segni d’affetto è più una costante vicinanza senza sfioramenti o afflati emotivi. Dentro a questo filo del racconto seguo anch’io da una certa distanza la giovane donna che per quel che gli è dato cerca una propria dimensione ed in un susseguirsi di sguardi in sequenza trovandoci nella casa a guardarci costituendo il ponte che va tra le generazioni costruiamo la storia. Una mano sfiora una mano che si dilata in una sensazione che riduce un divario…un russare canino riporta ad integrità una immagine sfarfallata degli oggetti nella stanza…in questo momento per tutti si pone la dura realtà. I copioni pronti per essere letti sono adagiati nei punti di presenza formando la scena che fra poco dipanerà il mistero. La magia delle luci fioche rendono i colori neutri e retrò in un gioco presente del passato. Il fulcro della storia è l’assenza in cui i personaggi non sanno capire essendo loro stessi assenti alla propria definizione di sé. Gli spazi sono vuoti fino in fondo, non c’è la possibilità di toccare una solidità, così che ogni movimento si traduce da qui ad infinito. L’occhio di bue incornicia il sentimento mentre una canzone risuona in tutti i tempi coperti dalla temporalità e lascia una scia di speranza nel vasto mondo della vacuità, fino alla fine della prova dove ognuno sarà ancora sé stesso. Questa scena interna girata dalla mente del narratore è una scappatoia al risveglio brusco degli strilloni che agitano le strade con notizie catastrofiche. Il vezzo ormai consolidato di usare la paura come monito del tutto, come un manga virtuale che radicandosi nel cervello rettiliano di tutti incattivisce e bolla le strade come un sentiero di guerra. Così che resta una disillusione trovare un posto franco per starsene in pace in una città che erutta veleno tra rumori e smog. Girando intorno alle mie certezze che scopro essere molto poche, volatizzate dal maglio percussore della chiacchiera che sempre più imperversa nella superficie dei natanti di ultima generazione. Osservo con sbigottita malinconia che la leggerezza dei discorsi o la superficialità delle frasi del dialogo fanno il paio alla violenza agita e indiscriminata con sentenze mortali inappellabili. Questo avviene sia che si tratta di una unghia incarnita sia che si tratta della sopravvivenza di un popolo intero. La stagione della vecchiaia tra me ed il narratore non ci impedisce di vedere la giovinezza e di capire il tempo presente che nel sotto suolo mostra la carne viva della verità inconfutabile in cui l’essere abita nella spensieratezza dell’eterno ritorno. In questo momento la casualità fa si che siano altri i popoli in fuga, mentre altri guardano da una certa distanza, ma la ruota del karma presenta sempre un conto a tutti indistintamente.

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