Un giugno rovente senza acqua si sta lasciando alle spalle una stagnante oppressione in cui gli uomini e donne ritornano in una guerra aperta, i conflitti nella povertà delle risorse toccano tutti i temi delle disuguaglianze per portali all’estrema oscillazione della violenza agita. Per molti è facile stare nell’estremo per via della semplicità del linguaggio che lo esprime, infatti come tifoserie sportive la scelta non è mai più di due, in questa narrazione bicolore si posizionano le persone inaridendo di fatto tutte le possibili sfumature che sono il succo del sapere. Lo sfasamento della percezione include un pacchetto di insicurezze fin dal mattino quando i contorni che appaiono sembrano sconosciuti, ma oggi il traffico del lunedì impone la realtà della fretta e del darsi da fare anche se in verità non vorrei. Non vorrei nemmeno ascoltare il notiziario della rete che impone significati e direzioni sempre nell’ombra funesta come un sedativo alla ribellione e alla creatività, mano a mano che crescono le parole scritte il mio corpo sta disimparando il gesto del parlare. Già dal mattino il sole tara le cose con lineamenti netti abbaglianti, come un pittore con mano ferma scolpisce nitide pennellate e nel sottosuolo i concetti si ritirano in profondità, per bisogno dell’oscurità e della fredda presenza della roccia antica in cui è deposta la saggezza dell’immobilità. Le richieste del giorno si fanno sentire, cose da fare, da ascoltare, da rispondere in un giro di richiami che alla fine si depositano senza più valore sul selciato strambo del mio percorso quotidiano. Porte che sbattono, il suono metallico del cancello si insinua tra la finestra aperta ed il timpano logorato dalle continue baraonde del vociare e niente sembra al proprio posto come una innumerevole fila di quadri storti. Vorrei tornare un attimo nel dietro le quinte quando ancora l’inizio non è accaduto e respirare con calma da solo nella fessura tra un tempo passato e quel tempo non ancora avvenuto. Si spezza un ramo mentre il cielo si rabbuia ed il presagio vola oltre la corte indietro nel tempo quando gli spazi aperti erano in abbondanza ed con quattro passi te ne stavi già solo in campagna. Un salto tra vecchie foto della città che si sgrana nella coscienza come un lamento abbandonato in questa unica direzione in cui crediamo di andare, è un modo di vedere le cose che possono tornare o scartare di lato, espandendosi in mille direzioni possibili in quel strano concetto che è la memoria. Mi dico che:”La poesia è un atto complessivo in cui franando si abbatte come un maglio sulla certezza di un contenitore e dissolve nella magia la paura dell’esserci, in una costante musica che avvolge restituendo una appartenenza dissolta in tutto quello che sta intorno”. Potrei rispondere che:”i sentimenti squagliandosi nel caldo strano di giugno rimboccano le maniche ad i concetti e si lasciano lanciare nella vibrazione del ventaglio colorato preso alla fiera di primavera quando ancora non serviva a niente, ma ora fa una bella figura mentre scaraventa oltre il limite la parola in un gioco a pin pong”. Provo la parte per la recita, infatti quando si è vecchi, si torna alle cose basiche come giocare al teatro. “io inizio da solo prima che un domani qualche educatore mi imponga di farlo”.