Il piazzale della stazione si riempie nell’ora in cui si apre il giorno.

Nel cortile, le galline girano in tondo ammiccando le une alle altre in un linguaggio che non conosco. Ci sono anche altri abitatori in questo spazio ristretto, ma sembra che tutti vadano d’accordo, senza turbarsi a vicenda. Dalla campagna proviene, trasportato dal vento, un profumo di erba tagliata, e la distesa dei campi pare palesarsi davanti agli occhi. È un mattino che ha già assaporato una colazione condivisa con gli animali della corte, e il cielo, ingrigito dal freddo, sembra un rigido soffitto.

Contare le cose che si hanno attorno e si possono toccare fa sì che il resto tenda a svanire come una nuvola di fumo sbuffata da un impenitente fumatore. I passi che separano la casa dall’inizio di un prato diventano il palcoscenico di una trama d’avventura. Ancora prima che si alzi il sipario, già le costellazioni muovono i segni del destino, entrando nella magia dei sogni ad occhi aperti. Richiami e chiacchiere si intrecciano tra incerti navigatori, intenti nella recita di un copione che a volte si ripete, ma che altre volte pare nuovo. Come oggi, risvegliandomi in un albergo anonimo, ho rivisto la grinta di una vita passata senza meta.

Le fobie si insinuano dagli occhi verso il profondo intestino, percorrendo vie antiche. Come segnali, ricordano la vacuità della vita che tende inesorabilmente alla trasformazione. Il senso identitario tende a scemare nella paura, in un tentativo di sopravvivenza alle calamità. Non so perché pensieri oscuri si insinuino in un giorno articolato che si intravede al di fuori della mia casa. Resto fermo, indeciso sulle azioni da intraprendere, mentre tutto il resto scorre e si allontana. Ci sono giorni così che pesano più di altri, come se il cielo si stringesse attorno a me, non in un senso amichevole. Pare che le parole si siano mutate in un ringhio non più accomodante.

Il rombo di una moto penetra tra i mattoni, strattonando l’udito per vie non volute. Quante cose si devono fare senza intenzione, anzi, contrariamente a ciò che si desidererebbe. Forzati da un sistema semantico che, alla fine, non è altro che la legittimazione di se stesso. Rimango fermo, appostato al mirino della mia attenzione, seguendo le prede che sonnecchiano ignare nello stagno riflesso dalla luce notturna. Lascio vagare l’idea che si possa trascorrere un tempo indefinito a guardare uno spazio ristretto, mentre sagome vanno e vengono dal quadro osservato. Come se giorno e notte, in fondo, si eguagliassero nella stessa via.

L’indagine permette di inquadrare una situazione sfuggevole all’interno di una cornice più ampia. In termini tecnici, si tratta di un falso che imita una possibile versione della verità. Tra verità e menzogna, non è facile districarsi, perché le emozioni giocano un ruolo imprevisto nell’interpretazione. Mi sento a disagio con qualsiasi definizione; non appena viene avanzata, perdo subito la sicurezza del significato. È un bagno di sangue o solo sudore e lacrime? Questo continuo oscillare senza una ragione stabile mi confonde. Ti guardo, sperando di rubare un po’ della tua sicurezza per trovare un attimo di pace.

Dentro alle frustrazioni dei racconti che, giorno dopo giorno, si insinuano nella mia memoria, mi sento ancora ancorato a un mondo di incertezze. Resto lì, inerme e vulnerabile, esposto al vento dell’invecchiamento che scava rughe e modifica la mia fisionomia. Il lavoro quotidiano, ormai radicato fino alle viscere, sembra impossibile da estirpare. Nessun cambiamento appare plausibile senza morire simbolicamente in questa fitta trama di consuetudini che, silenziosamente, guidano la mia esistenza in un ciclo automatico, dal giorno alla notte. A volte, mi sorprende il ricordo di un sogno, e mi accorgo dell’esistenza parallela che il mio corpo vive, diversamente da me.

Un trafiletto leggero sul giornale servito come carta da pacchetto per frutta e verdura. Parole con inchiostro scolorito che balzano all’attenzione proprio in virtù dell’uso improprio. Una fantasia sul tema principale che ti sorprende inaspettata mentre il tempo scorre nella spirale tra dimenticanza e ricordo. Il punto è proprio davanti agli occhi, la conoscenza che conosce se stessa mentre impara a conoscersi. Un gioco dei ragazzi per strada che cercano monete per appesantire le tasche e tintinnare il passo.

Il freddo rimane oltre l’ora

Guardarsi intorno nella stretta via, in cerca di un segnale per proseguire oltre, nel presagio che qualcun altro sia presente. Da lontano, il traffico arriva attutito nel centro della città vecchia. I segni della storia sono presenti ovunque, lasciando che la fantasia inganni il tempo, e per un attimo si possono ancora sentire gli zoccoli dei cavalli e i sgangherati carretti porta merce. Il dialetto volgare, impastato con il latino, sembra un mugugno intercalato da bestemmie; più che parole, sono sguardi e gesti a dominare gli incontri. Superato l’angolo, una muraglia di cemento color ghiaccio cancella ogni residuo della fantasticheria, sostituita da un motto sgarbato scritto con bombolette spray.

I partigiani rivivono negli sguardi di un popolo che, preso alla sprovvista, non ha più un senso da dare alla propria nazione. Situazioni che in apparenza avvengono improvvise lasciano sul selciato pozzanghere senza riflesso. Il corso di innumerevoli storie si interroga sul dove e sul come, mentre il sole va e viene con la luna. Oggi è tempo di canzoni che lasciano nell’aria un’armonia da raccogliere e tramandare. Un fischiettare leggero può diventare un rombo se condiviso, una marea che sale fino a raggiungere i cuori che per troppo tempo sono stati aridi.

Mi ricordo delle feste in cui, tra il vapore dell’acqua bollente e lo sfrigolio della griglia, risuonavano canzoni popolari e di anarchia. Un clima di fraternità e comunanza sorse attorno a un’idea condivisa del mondo, un “mondo” così soggetto a variazioni che, nella moltitudine delle visioni, svanisce nell’ombra scura del nulla. Tra i richiami a serrare i ranghi e la lunga attesa di una equità mai vista, i capelli ingrigiti e i lineamenti ingobbiti hanno segnato il passaggio di pagina. Altre parole, o forse le stesse, hanno assunto significati mutati, e non resta che passeggiare tra gli avanzi di spavaldi sparvieri che presto, nel riciclo, tramonteranno.

Una sorda coscienza non vuole arrendersi agli opposti che oscillano, riducendo la certezza di esserci. È come trovarsi in mezzo al mare e fare finta che il fluttuare della massa verde sia boscaglia. Mi rendo conto che ogni individuo, nel momento che vive, ha uno sguardo circostanziato dal presente. Una forma di miopia funzionale a non essere sopraffatti dalla complessità. Ora che il freddo fa incursioni nell’illusione di un anticipo di primavera, anche fisicamente ci si ritrae, cercando una tana che scaldi e sciolga il grumo della tristezza.

Da fuori si possono osservare figure che, muovendosi, alterano il colore delle stanze. L’intimità si rivela come una sfumatura dello spazio, che, inclinandosi, dà vita a una conca riservata. Mi trovo alle prese con un pensiero colloso che, espandendosi ai margini, non concede tregua all’uscita. Questo provoca un dolore alla testa e il cuore si increspa; un moto di rabbia minaccia di rovinare la giornata. Cerco di ricominciare evocando personaggi storici che, in successione, sembrano giungere fino al cortile di casa. Mi aspetta una colazione verso il porto, mentre lo sguardo viene catturato dal mare e si distacca dalla coscienza. Vorrei non tornare sulla terraferma, dove, inevitabilmente, si inciampa di nuovo sulla libertà.

Nel dileguarmi tra sorrisi e schiamazzi, dimentico una parte della mia personalità, appoggiata allo stipite. Mi rendo conto di poter sopravvivere anche senza nome e attribuzioni. È una novità, questo stato di trasparenza, in cui, né visti né sentiti, si passa semplicemente attraverso. Come il lago Aral, scomparso in un deserto tossico, che lascia la sua anima vagare insoddisfatta nei ricordi dei tempi passati. Devastazione è la volontà che le cose siano altro da sé; rovina è altresì il non volere affatto nulla. Il mortale, in quanto tale, non ha alternativa se non quella di far prosperare la propria rovina.

Il resto della vita

La storia comincia in qualche angolo remoto dell’immensità a cui possiamo pensare, in un paesino collinare attraversato da un fiume importante. Nei racconti, il paesaggio si anima di quella virtù che, scoperta da bambini, poi ti stringe il cuore per il resto della vita. C’è stato un tempo in cui vivere in un luogo significava appartenervi, anche se andavi lontano. I prati, le colline, il fiume, gli animali e il dialetto restano scolpiti nelle pieghe del corpo e della coscienza, nutrendo il senso di identità nelle circostanze difficili, quando la volontà vacilla. Chino su questa fotografia che dal passato mi chiama, avverto struggimento e il pianto per qualcosa che non c’è più.

Gli amici, anche se lontani, si sentono senza incontrarsi, intrappolati in una caotica routine che consuma il tempo come una caramella liquorosa. Deve avvenire necessariamente un cambiamento nel passo, in funzione di un corpo che non risponde più alla fretta. Immagino di allacciarmi le scarpe con fatica e vedo come sarebbe il film del mondo al rallentatore. È la possibilità di guardare più a fondo nella solita occhiata, dove le cose sono affastellate in modo approssimativo. E nel paradosso del declino dei sensi, ritrovarsi a essere un sensitivo del disvelamento.

Colgo dei fiori mentre cammino lungo i lati delle strade, che al momento non sono battute dai turisti della domenica. Cerco un posto solitario dove depositare ossa e sangue, mentre spengo il pensiero. Tra i richiami degli animali, mi sembra di sentire gli alberi sussurrare; è una sensazione fugace, come se la natura vivesse al di fuori di me. Mentre scrivo, gli oggetti si dispongono nell’ordine della descrizione, come se prima non fossero stati. Anche la luce compare nel primo mattino, cambiando il clima emotivo in qualcosa di più esposto. Questi sono solo alcuni degli avvenimenti che accadono tra un silenzio di coscienza e una ripresa.

Dirada sempre di più la voce che comanda, in una flebile risonanza tra il canneto e l’acqua di palude. Nascosto nella tranquilla e dimenticata regione della noia, mi accingo a non fare nulla. Sospeso nel paesaggio lagunare, affondo nel forte odore dell’acqua marcita, cullato dal sogno che niente possa turbare il sonno. I mondi, così confinanti e vicini, a volte fanno incursioni l’uno nell’altro in modo inaspettato, sconvolgendo la coscienza che si increspa come una burrasca per poi arenarsi sull’ente sicuro di un essere consuetudinario. Quando, così d’improvviso, ci turba il discorso mai espresso, guardiamo davanti a noi come in una profondità senza fondo.

Ritornando sui passi che riecheggiano dal passato, mi trovo in una forma sfiorita del presente. Torno a casa per chiudere la corsa dei pensieri che per tutto il giorno hanno riempito lo spazio attorno a me. Cercando una pausa dal rumore del vivere, mi avvolgo in un silenzio che continua a generare conformazioni di senso. Tra la cucina e la finestra, il panorama della strada invade l’intimità dei miei momenti. Ancora una volta, la storia si ripete, lasciandosi leggere come una notizia del giorno. Zoccoli dimenticati lungo il percorso segnano il cammino che, da svegli, porta verso un sonno privo di sogni.

La lanterna appoggiata lungo il corridoio è il segnavia verso il sogno. Nella luce della sera, l’immaginario si risveglia con l’aiuto della Luna, che attrae i corpi. Gli opposti si compongono in sintonia nella bizzarra armonia della fantasia. Posso gridare a squarciagola espressioni folli e contrastanti, riuscendo comunque a trovare un senso compiuto nell’ombra della notte. Sento, senza volerlo, il velo della paura che potrebbe ripresentarsi all’alba. Tuttavia, non voglio che entri nell’alloggio del fantastico mentre siamo indifesi nella culla primigenia. Così, nell’oscurità, riparo le mie idee più nobili.

Il seme della ribellione

La giostra gira intrecciando luci colorate nella sera fredda e scura. Pochi bambini imbottiti nei piumini ridono al gioco ed al suono della canzone. Si cammina avanti ed indietro nella via con i negozi che tra poco spegneranno le proprie insegne. Chiudo ad ogni spiffero per rintanarmi nell’ombra interna dove il pensiero si fa lento. Ancora pochi passi poi tra uno starnuto ed uno schiocco di mani mi avvio verso casa. Una serata che si conclude nella periferia di una città che sopravvive arroccata alla propria storia. Capita a volte nell’attimo di distrazione notare figure degli antenati che ancora girano l’angolo per dileguarsi.

I presagi mostrano ciò che le emozioni superficiali vogliono indicare nella ressa per la sopravvivenza. Nel susseguirsi delle generazioni il tempo si azzera per lasciare spazio alle nuove per ripetere la lezione. Ribattendo sulla stratificazione della conoscenza come se la pagina fosse ancora bianca. C’è un limite nella visione che impedisce di cogliere l’insieme ed il particolare, permanendo in un pressappoco che alla fine tutti noi ci facciamo bastare. Non è difficile trovare persone che quotidianamente ripassano gli stessi posti con gli stessi gesti senza che notino le forme ed i suoni al di fuori della loro traiettoria.

La pioggia oggi ha preso la scena e risuona come un carillon nella sfuggente mattinata. Ho molti dubbi sul come le consuetudini si sono mobilitate per rendere il tutto inesorabile e scontato. Cerco da dentro il seme della ribellione per disincagliarmi dal porto non più sicuro dell’illusione. Le forme della scrittura si incartano nel tentativo di formare nuovi fonemi così che con i segni nascosti l’inconscio vuole mostrarsi. Non so se alla fine posso reggere la novità dal momento che il corpo continua a lamentarsi come lo stereotipo di un vecchio brontolone. La rivoluzione è sempre stata cosa da giovani ma pensata dai vecchi.

A volte penso a questa necessità dello scrivere senza meta o orizzonte costruttivo, ma come a una spinta naturale all’espressione di idee o quadri figurativi grammaticali. “Un tempo ormai remoto aprivo il pianoforte e lasciavo che le dita andassero dove volevano sulla tastiera”. Ora, tra il respiro e la quiete, scrivo nello stesso modo della musica, facendomi trascinare dalle assonanze armoniche che da sempre orientano il senso del mondo. L’armonia aggrega e ordina i gruppi sonori in base alla risonanza dettata dalla Terra, in cui la visione è una costellazione matematica.

Nel dialogo interno, le molteplici voci che ci abitano si parlano per necessità, poiché senza di esse non ci sarebbe produzione. La multi-personalità diventa quindi una necessità nella costruzione della realtà per ogni individuo. La problematica risiede nel riconoscimento delle parti all’interno dell’unità fisiologica del corpo. Questo andare e venire nella riflessione—tra una fonte e la risposta in uno spazio intimo—si trasforma talvolta in ruminazione, conducendo a un blocco interiore. In questo stato, è facile perdersi, e mancando un’uscita, l’esterno si affievolisce progressivamente, privandosi del significato emotivo. Ora che l’ora è suonata, spengo la luce che non si era mai accesa.

Il mare saluta la propria sponda a volte con affetto, a volte con vigore. Mentre da lontano occhi indiscreti rimangono meravigliati a guardare la danza ed il suono del vento. Un paesaggio che riempie ogni senso di un corpo vivo e non lascia vuoti nell’ incedere del tempo. Nella memoria ripasso il momento in cui acqua, cielo, terra si incontrano con lo sguardo. Per un attimo resto esterrefatto dallo stordimento e fatico a tornare nel fluido del contingente. Spettacoli offerti per la grazia di essere vivi in una narrazione che celebra i propri morti seppellendoli nel nulla.

Luci della ribalta

Da dentro l’intimità, superando le migliaia di cellule, tessuti, vene, organi e i suoni prodotti dalla meccanica organica, mi trovo all’interno di uno spazio solo immaginato, in cui un unico individuo si riflette per se stesso. Per un attimo prefiguro questa possibilità in cui una sola voce sussurra alla vita, senza l’intermediario di un’identità costruita: in, e, con gli altri. Nessuna eco semantica, ma un atto sciolto dai legami, per sperimentare il mondo com’è: nudo e crudo. Nella vertigine di questo pensiero, trastullo il tempo domenicale, verso il pomeriggio, quando il sole molla per aprire la strada a un imbrunire che avanza. Mentre do l’ultima occhiata agli uccelli posati sull’albero oltre la finestra.

All’interno del covo celato dalla sfera di cristallo, il futuro si mescola con gli altri tempi. Mentre osservo i riflessi, cerco di indovinare cosa mai potessero vedere i credenti ermetici. In questa allucinata situazione in cui da sempre lo sguardo desidera cogliere ciò che non c’è, colgo l’espressione spaesata del mio tempo, che, da un lato, mostra un atteggiamento saccente e, dall’altro, si crogiola nell’ignoranza più bieca, quella arrogante e invadente. Penso che ci sia bisogno di occhi che sentano, di orecchie che vedano, di nasi che scrutano l’area, per ormeggiare il pensiero in porti liberi dagli oggetti del mondo.

Un agire drammaturgico mi spinge a esibirmi su un palco che, nel corso degli anni, si è definito nel ritaglio di realtà a me dedicato. Uno spettacolo di marionette cristallizzato dalla ripetizione di percorsi, in cui la libertà si trasforma in fili di rame che muovono la scena e i personaggi. Così si è ridotto il libero arbitrio, relegato a un pensiero che si dissolve nello sfondo di un copione oliato dall’abitudine. Dalle radici da cui proviene la mia genesi, desidererei riformare le gesta e i contenuti della storia; ma gli sguardi opachi e tristi dello sconforto, attorno a me, mi indicano una partitura già impostata.

Luci della ribalta si attenuano nella risacca di un freddo gennaio, che sembra giocare le proprie carte identitarie. Alzo il bavero e ficco le mani in tasca, affrontando un destino quotidiano fatto di persone che non sanno che farsene della realtà, gettando le loro vite in pasto al nulla. Credo che alla fine ognuno di noi prenda una decisione per sé, e trovo ingiusto imporre condizioni anche se con l’intento di far del bene. Ogni individuo vive i propri traumi, e la loro intensità è proporzionale alla capacità di affrontarli. Così, alla fine, quasi tutti noi abbiamo una possibilità di cambiamento.

Nelle ore scandite dalla riflessione, per un attimo si sospende il ticchettio delle lancette. All’interno della riservatezza dell’ombrosità si può percepire il tesoro che di solito rimane nascosto. A volte passo un pomeriggio alla deriva, immerso nelle parole mai dette o in paesaggi senza nome. Tuttavia, il consueto chiacchiericcio finisce col prevalere sull’estraneità, riportando le dimensioni della realtà a portata di mano. Un velo di tristezza mi pervade al pensiero dell’enorme macchina che macina il tempo in un’unica direzione per noi. Così, disillusi e docili, ci lasciamo frangere sotto il cielo di sempre.

Ti guardo passare e rimango sospeso tra il respiro e un cenno che non arriva. Sullo sfondo, una casa che appare familiare ma al contempo sconosciuta. In un intervallo indefinito, un velo cala sulla luce del mattino, la quale, dal canto suo, cerca di richiamare ai doveri. Da qualche parte, esiste un interruttore che potrebbe avviare questo fermo immagine, capace di soffocarmi. Suoni e canzoni del passato echeggiano per un attimo nella mia sfera cosciente, irrompendo con un’emozione nella stanza che, da un po’, si è trasformata in un universo.

Epifania in jeans

Dall’epifania, si riprendono le fila di un discorso che era rimasto appeso, come un chiodo nel muro, in attesa di trovare il proprio significato. Una mutazione è in atto, sia nel corpo che nel modo di affrancarsi dalla gravità. Cerco di estrarre dai segnali che percepisco intorno a me il senso da attribuire a questo cambiamento. La noia mi assale quando si ripresentano vecchi schemi o parole vuote, pronunciate per convenienza.

Credo che sia in corso una rivoluzione dello stato di vecchiaia, un processo di liberazione da ciò che è superfluo, per poter viaggiare leggeri. La situazione sociale ha subito una trasformazione, frutto di una mescolanza globale, che conferisce alla convivenza una qualità incerta e, soprattutto, imprevedibile. La povertà, sia quella autentica che quella percepita, ha spinto gli individui a far prevalere l’istinto predatorio della natura umana.

In questo contesto, le aspettative nei rapporti sociali appaiono notevolmente ridotte. La distorsione della percezione porta a temere il peggio, alimentando un clima di sfiducia e pessimismo. La sfida diventa quindi quella di trovare in questa mutazione una nuova forma di coesione, di costruire relazioni che possano resistere alla pressione di un mondo instabile e di riscoprire un senso di comunità, pur nella diversità e nell’incertezza. In questa ricerca, potremmo forse intravedere la possibilità di una riscoperta del valore autentico dei legami umani, liberati dagli orpelli e dalle aspettative irrealistiche.

Scrivere per scrivere nella forma e nella sostanza dei ricordi mentre affiorano e poi dissolvono. Senza una tecnica particolare, ma per necessità. Il mondo sotto dettatura riprende la forma di un concreto e si anima del sentimento che, a volte, nella storicizzazione degli eventi, manca. Dalla piccola finestra di provincia, la realtà è velata da pregiudizi, i quali faticano a togliersi dalla luce per incontrare le cose per quel che sono. I popoli parlano lingue diverse, ma i corpi si muovono allo stesso modo.

Cerco di immaginare le relazioni come un film muto in cui l’interpretazione è posta sul movimento e la colonna sonora è composta dai suoni della Terra. Un primo passo per un linguaggio comune in cui il sentimento è il veicolo della comprensione. Come sempre, nelle storture della vita sociale cannibalizzata dal primato della sopraffazione economica, emergono modalità nuove di ritrovarsi, che in realtà sono antiche, ma nel presente dei pensieri delle nuove generazioni sono novità.

La tecnica che domina oggi viene messa da parte per tratti della propria giornata, in modo da riutilizzare i sensi per incontrare le persone. La tecnologia ha la tendenza a fagocitare ogni aspetto del vivere: da mezzo di utilità per raggiungere obiettivi, si trasforma in scopo fine a se stesso. Simbolo di potenza e supremazia, è il giocattolo massificato per una distrazione planetaria, un addomesticamento delle popolazioni medio-povere.

La condizione in cui riporto il mio significare dentro un valore è una condizione faticosa. Basta poco per sentirmi destabilizzato e perso dentro i giudizi altrui. È in questi frangenti che sogno la “frontiera” raccontata da J. London, in solitaria contemplazione della vastità dell’inesplorato. Lascio che lo sguardo fugga via lontano, senza sbarramenti nell’immaginario evocato. Al di qua dei sogni, la terra si fa arida, mentre il gelo cerca di sistemarsi per qualche giorno nelle piazze della città.

Scorrendo i fatti, mi sembra che il trambusto con il freddo sia aumentato. Sarà anche colpa dei tanti cantieri stradali che, a volte, costringono ad aggirare ostacoli; ma, sovente, si incontra gente perennemente arrabbiata. Difficile che capitino incontri gentili, e quando succede ne risulta una sorpresa che, a volte, cambia il clima di una giornata.

Materia più vuoto uguale a zero

Oggi piove dentro al sonno poco prima del risveglio; la sciolina delle auto è inconfondibile sul selciato bagnato. La costruzione della giornata è solo all’inizio, ed il freddo non aiuta ad uscire dal letto. Penso al lavoro che mi attende, il quale in qualche modo risponde a uno scopo. Poi mi viene in mente la conferenza in cui si argomentava che lo spazio tra materia e vuoto è uguale a zero. Quindi, l’universo è sospeso in equilibrio tra la possibilità dell’esserci e il suo contrario, senza una vera predisposizione per l’una o l’altra cosa.

Tra le fila dei miei pensieri prima del risveglio vero e proprio, intravedo che il pensare potrebbe essere cambiato. Avrei voluto andare al funerale di un’amica oggi, ma sento la solitudine della fine come una spada già trafitta nella carne da tempo. Come Lei, lavorerò in quella forma di missione che è peculiare di una certa cultura del sacrificio. Ancora mi torna in mente l’idea che il vuoto, alla fine, non è proprio vuoto, ma è qualcosa: ma cosa?

Comincio a immaginare le forme del quotidiano come aggregati che possono e potrebbero essere anche altro. Comincio a pensare che le cose possano mescolarsi e che il mio corpo non sia più soltanto mio, ma anche di qualcuno o qualcos’altro. Penso all’arte astratta e, in questa logica, torna a farmi senso quella tipologia di figure; penso alla musica dodecafonica e inizio a orientarmi nel paesaggio sonoro.

Questi sono i pensieri che mi colgono prima di essere completamente sveglio e di permettermi un primo gesto verso la possibilità di un caffellatte di soia con miele. L’indugiare su termini e definizioni mi affascina in parte, e in parte mi stanca, al punto che perdo il senso, e uno spaesamento cala come un’ombra nel silenzio di questo mattino. Vorrei un tempo per studiare con calma e non essere costretto a inseguire le ore che inesorabilmente mi sfuggono di mano.

Non è ancora ora di alzarsi, e desidererei che le ore si sciogliessero in una presenza aperta ai sogni. Sento, dall’interno, il rumore e lo scricchiolio degli oggetti che soffrono la fissità. Rimango sorpreso dal vento tumultuoso degli eventi che modificano il mondo a piè sospinto, come in preda a danze sciamaniche che, una volta iniziate, non possono essere fermate. Ma, alla fine, resisto; fermo nel respiro, ascolto solo l’oscillazione dell’aria che entra ed esce. Lo sguardo si posa appena un po’ più in là. Si misura sulla pelle della gente l’insensatezza di ripetere azioni che non funzionano: ci deve essere una ragione per le tante azioni stupide e dannose. Resta difficile accettare che non ci sia una spiegazione, ma, dopotutto, anche la ragione è una invenzione filosofica.

I fatti del giorno, spiattellati dai giornali, si intromettono nella mia routine ancor prima di alzarmi dal letto. Vago tra le pagine, oppure mi immergo in qualche sprazzo culturale, che di questi tempi è piuttosto raro. Sembra che i pensatori siano stati esclusi dall’informazione di massa. Il nostro sistema si regge su una confusione ben orchestrata, dove si mescolano paura di guerra, fame e crisi energetiche. Nella maggior parte dei casi, ciò di cui temiamo di perdere è il superfluo, l’inutile.

Questa dinamica tiene insieme una miriade di persone in una modalità di sopravvivenza che favorisce solo un gruppo ristretto. Il racconto quotidiano dei mezzi di comunicazione mantiene la storia su un asse preordinato, dove una ragionevole confusione riesce a preservare l’ordine.

Nel mio percorso quotidiano, dedico tempo alla lettura di testi filosofici, allenando il mio pensiero alla meditazione della sospensione del pensare. Intorno a questa apparente quiete, le stanze della mia abitazione si animano, e le forme del quotidiano si strutturano in voci e intenzioni.

Palombaro muto

Di fronte al lume acceso, la notte si ritrae quel poco che basta per permettermi di guardarti dormire, mentre il tempo non rintocca come nel giorno. Cammino avanti e indietro nello spazio austero degli oggetti in ombra. Dalla casa piove la polvere che, per forza di gravità, non riesce più a restare negli angoli alti. Questo effetto, illuminato dalla fioca luce, appare come una magia in cui la realtà rarefatta si libera della propria descrizione per abbracciare qualcos’altro. Lasciando che la visione trasporti la fantasia oltre queste mura, mi perdo nel mare infinito dell’arte, che è anche l’unico linguaggio del vero.

Aspetto fermo al mio destino, mentre altri avanzano nell’incontro con la bufera che spira in senso contrario; è la guerra che gela il sentimento in un ristagno di incomprensione. Dal bosco, gli animali si mostrano curiosi per le agitazioni umane, mentre gli esseri umani vivono da sempre ignari di essere osservati con consapevolezza. In questa lunga agonia dell’incertezza, i capitalisti vendono sempre più prodotti inutili. Ormai, i bisogni sono costruiti dall’algoritmo intelligente e da servi privi di mondo. Nel racconto, mi sento uguale in ogni momento al personaggio che viene narrato; in questo risiede la finzione del molteplice.

Nulla appare fuori dall’ombra che custodisce il proprio tesoro. I curiosi vengono attratti dalla reticenza di entrare nel cono e sparire in esso. I racconti del mistero diventano supposizioni di chi si tiene a distanza dall’ignoto. Le varie interpretazioni di quel limite oscuro si tramandano di mano in mano, non comprendendo che già si cammina su sentieri oscuri e tragici. Ora che i miei movimenti sono ridotti al minimo, provo la vertigine di perdermi nei pensieri. Sento, dall’interno, il soffio di una voce che, essendo mia, non è allo stesso tempo mia.

Il racconto degli esseri di luce che visitano la Terra come se fosse un resort è un tema di dialogo per i curiosi. Si tratta di un oltre che si dispone in una descrizione che, allo stesso tempo, è inconoscibile. La strettezza del discorso, o meglio, il sentiero ad infinitum del significato rispetto al significante, che incardina una descrizione, appare non esaustivo per questi curiosi.

Di fatto, l’inclinazione a essere in contraddizione con noi stessi sembra essere la condizione naturale dell’esistere. Il dubbio continuo, o l’oscillazione perpetua tra contrari, sembra rappresentare la nostra caratteristica mentre ci incespichiamo tra le cose del mondo. Parliamo sempre di verità, ma senza che ve ne sia una che rimanga ferma abbastanza da imprimersi nella memoria.

Un sole pallido si intravede tra le case sparse, in un giorno segnato dalla festività. Per un momento, il via vai è attenuato da una leggera foschia, che diventa anche riflesso del sentimento dell’animo. Passeri infreddoliti, finalmente liberati, volano sospesi come palle di neve in cerca degli avanzi di un popolo in diaspora da se stesso. Intravedo cumuli fumanti di legna accatastata nei campi seminati di recente. C’è qualcosa di immobile in questo fermo immagine, che si presta per entrare nei sogni di questa notte. Luci di Natale solitarie illuminano a tratti il leggero sentiero di ghiaia bianca.

Non sempre le parole escono appropriate; anzi, a volte sembrano negare la loro presenza, preferendo rimanere nell’oblio. Con graffi e sputi, rifiutano di evadere, scegliendo il nulla, che non è mai davvero assoluto. Questo ‘essere sempre qualcosa’ – ancor prima di essere – stringe per la gola ogni possibile semantica. Ogni novità originaria nasce nel dubbio che fosse già stata radicata nel sottosuolo del pensiero. A volte, dunque, bisogna turarsi il naso e sprofondare al di sotto delle nominazioni; come un palombaro muto, bisogna attraversare le colonne della ragione. Così, in vista dei fondali, possiamo raccogliere il dono del silenzio per dare cadenza a una nuova poesia.

La notte della Repubblica

La notte della Repubblica risuona nella mia mente come un’epoca rischiosa, in cui, attraverso la nebbia padana, scorgevo i fantasmi dei miei nonni. Nulla è cambiato: il mondo si comporta sempre allo stesso modo e i volti possono sovrapporsi, perdendo contorni distintivi. In questo incedere, il calore della frizione tra i corpi nutre un tempo che può correre sempre più veloce. Di fatto, siamo strumenti nelle mani del destino, il quale, per continuare a scandire le proprie ore, ha bisogno di chi corre. Mi fermo qui a osservare quel poco di verde rimasto in città, chino sul davanzale di un porto.

I miei nonni raccontavano di quando traslocarono con un carretto trainato da un cavallo, un’immagine che risveglia in me ricordi di un’infanzia in cui era comune vedere grandi animali come mucche, tori e cavalli passeggiare per le strade. L’aria di quel tempo era decisamente diversa; ci si poteva immergere nell’azzurro del cielo senza la paura di svanire nel vuoto. Oggi, invece, il continuo trambusto del traffico e l’ansia quotidiana sembrano un po’ falsi, rendendo più difficile la riflessione e l’immersione nei colori del cielo che la modernità offre.

Possiedo ancora una vecchia fotografia dei miei nonni, ma è nei sogni che li ricordo in modo più vivido e nitido, con le emozioni ancora intatte.

Rivive il ricordo delle fitte e cupe trame di un tempo in cui tutto era avvolto nel senso di colpa. Come è possibile crescere in un’ampolla cattolica, dove il dritto e il rovescio si intrecciano simultaneamente? Sotto lo sguardo di Dio, si compiono azioni nefaste, solo per poi essere perdonati. Queste immagini infantili si materializzano davanti a me, prima che una nuvola colorata spazzi via tutta l’immondizia accumulata.

Occorre prestare attenzione a non essere risucchiati dai facili pregiudizi. L’incazzatura, come movimento globale del nostro tempo, non consente a nessuno di riflettere, ma genera un perenne stato di attesa armata. Solo in un bunker ben fornito è possibile permettere al corpo di rilassarsi. In ogni caso, sembra essere una faccenda da privilegiati. Per la massa, rimane l’incertezza tipica dello stato di sopravvivenza.

Il sole irrompe nel freddo con parole quiete, cercando di non attivare la paura o la ritrosia negli sguardi diretti verso la luce. Dalla strada giunge il suono strimpellante di una chitarra, non perfettamente accordata. Sono frammenti di questa giornata che, scorrendo, non potrà più ripetersi se non in brevi spezzoni nella memoria. La voce che percepisco è la mia, muta dentro la mia testa, in dissonanza con quella esterna, rauca e afona.

Il presente si innalza verso il giorno, piegando buone intenzioni in gesti che lentamente si spengono nella fiamma del camino. Oggi desidero che il mondo resti all’esterno di queste mura, scivolando via, inseguito dal fischio del vento che scosta la neve dalle vette. Oltre il cielo intravedo un’altra valle, che si estende per il tempo necessario a un sogno.

Cavalli galoppano, ispirati dal sussurro dell’aria, tra stelle e terra, in una prospettiva futura dove il suolo calpestato non possa mai scomparire.

Rimango sempre un po’ assorto o assente, come chiamato da qualche altra parte rispetto al presente.

Decisamente sbiadito, appaio nei confronti di una vita che invece possiede colori vividi. Seguo la melodia che perennemente risuona tra il fondo del cranio e l’inizio dell’occhio che osserva. L’arte si configura come l’ultima risorsa per cogliere il mondo nella sua totalità. Dietro le quinte si svela ciò che è nascosto ai più, mentre la scena è occupata dal dagherrotipo, che cattura influenze e istanti. Lo schiocco delle mani che applaudono conclude la cerimonia, in cui tutto rimane immutato: inevaso e solo.

Oltre la strada

Si intravede sopra la cresta un leggero vento che solleva l’umore cupo del presente. Sono echi di voci sbiadite e sussurrate, che improvvisamente si fanno spazio nei discorsi già avviati. Un discorso che cerca salvezza e ricomposizione di una fede verso l’animo buono dell’agire, del pensare e dell’incontrarsi. Conto i pochi averi rimasti, come spiccioli per una sopravvivenza incerta. Ormai profughi in tutto il mondo, non è rimasta una casa per la maggior parte. Esuli anche dal proprio corpo, divenuto merce di un mercato miope. Mietitore di anime in attesa del giudizio, quando ancora si abbatterà la catastrofe globale.

I rifiuti si accumulano per strada e nei cortili, simbolo di un tempo caratterizzato da una tempesta di violenza senza senso. La povertà spirituale ha reso gli esseri umani orfani di un rispetto autentico per la vita, conducendoli lungo un sentiero mortifero avvolto nell’oscurità. Questi sono i momenti che preannunciano tempeste destinate a placare il tumulto del vuoto, che spinge il significato del mondo a ridefinirsi in una nuova configurazione.

Osservando il mio contesto ristretto, oltre la strada, i miei occhi si posano su volti che interrogano il nulla. Chiedo, senza pronunciare parola, di essere ascoltato da quei piccioni che, indifferenti, si muovono avanti e indietro in spazi dove io non posso accedere. Desidero un racconto di un paesaggio visto dall’alto, intriso dei colori di un inverno appena iniziato. Stanco di questo continuo osservare, rifletto sulle cose passate, che da qualche parte devono pur essere riposte. Un mare di ricordi irrompe nel presente, cambiando il corso del tempo.

L’infinito si fa protagonista, congelando la direzione del divenire in uno stato di fissità. Per un attimo riesco a immaginare tutto questo, ma poi un raggio di sole filtra, fugace, tra il grigio e la terra, riprendendo il suo viaggio intorno a tutto il resto. Tiro le tende sulla tristezza e sull’incomprensione che scorgo negli sguardi della maggior parte.

Il volo di una mosca nel tempo invernale appare assonnato e a tratti come se si addormentasse per non partire più. Così anche la mia motivazione se ne va a zonzo, un po’ incerta sul da farsi o sul non fare niente. Rispondo alle domande che risuonano nella stanza vuota con parole mute. Il silenzio lascia il sibilo degli spifferi del vento esprimersi in libertà e, come fantasmi, a volte riescono a muovere la realtà. Penso a tratti per scaldarmi e non lasciare che la coltre del gelo mi porti nel suo grembo.

Leggo qualche articolo dal giornale, girovagando per il mondo inquieto e feroce. L’umanità pensa di governare un mondo che non comprende, in cui non è in sintonia. O forse è proprio la narrazione a non essere in empatia con le cose della realtà. Le persone singole vivono da un’altra parte rispetto alla loro rappresentazione. Da qualche parte, una festa allieta delle famiglie che si distraggono da altri eventi in cui altre famiglie sono minacciate. Un’unica storia riempie il reale; ciò che cambia è dove la memoria rimarca gli eventi e dimentica altri, in un’alternanza del caso o del destino, oppure della fede.

La sera è un richiamo per appartarsi alla luce di una lampada, riflettendo sul fiume di pensieri che hanno invaso durante il giorno le forme solide. È una risacca che attenua la presa sul senso e per un momento mi lascia libero di non essere. Una sensazione che sfiora il confine della paura di perdersi, verso sentieri che portano sempre più lontano da casa. Come al solito, un vociare invade il silenzio, spezzando il cordone dell’infinito. Altre parole si riversano nell’ombra tracciata dalla luce artificiale, ricostruendo i suppellettili e riposizionando lo stato di fatto.