Il Dr.Quichi si palesa al mondo così come è, un personaggio che senza età, senza genere, perennemente uguale in ogni circostanza, abita lo stesso mondo degli altri. Altri che invece sono trasformati dal tumulto del divenire, affannati nel perseguire le performance quotidiane. Il Dr.Quichi si interessa di molte cose, soprattutto del pensiero che pensa il pensare, in particolare il suo pensare, anche perché non gli riesce di pensare come qualcun’altra, ci ha provato in alcune occasioni con un metodo piuttosto empirico. Di soppiatto si avvicina ad altri seguendoli nel passeggio per poi forzare la mente a clonare ogni aspetto esteriore dell’altro, con scarso risultato e ricavandone solo una impressione di profanazione illegittima.

I ricordi sì aggrumano attorno ad un pensiero fisso quando è difficoltoso uscire per la strada di giorno nella fretta degli altri. Quindi tirando il tempo negli angoli bui si attarda l’evento restando immobili come nel gioco del “nascondino”. Forse una forma di lavoro attende di essere svolta, oltre quella soglia persone aspettano di essere ascoltate, ma è veramente realtà la rappresentazione quotidiana? Che attende ogni giorno e ogni giorno è già passata. Mi dileguo lungo il mio solito sentiero verso il dovere che dipinge mano a mano che scorre la mia identità fino ad essere riconosciuto con un saluto.

Ci sono giorni in cui leggere della quotidianità è un recupero delle azioni umane peggiori che si possono fare, in ogni caso nei media prevale la piega negativa dalle narrativa del mondo. Per fortuna in molte case sono presenti gli animali e con loro ogni giorno si rilevano situazioni attraverso i social di contro cultura positiva, sono loro infatti i protagonisti del sorriso e della rivelazione del bene nella quotidianità umana. In molte famiglie al risveglio l’attenzione è rivolta al proprio animale richiedente attenzioni senza infingimenti, questo determina un atteggiamento amorevole che le persone non sanno più trasformare verso i propri simili.

Dal sottotetto dove la luce filtra ovattata dalla polvere, la quale si deposita come una coltre dalla forma dei sogni. Al riparo da ogni richiamo i fotoni possono giocare la magia dell’apparire nella cornice del destino, senza sottostare alla legge evidente del divenire. È così che il pensare rende la necessità dell’accadere, un motivo esistenziale per uno scopo nella forma del gioco. Nascosto nella pelle di un bambino mentre aspetta la sorpresa di essere scoperto. Quante volte la meraviglia dei posti abbandonati è stata la bussola verso la visione degli oggetti senza nome, privi di esistenzialità senza tempo.

I colori di novembre sovrastano ogni concezione di bellezza, l’incanto per i momenti di cielo limpido, in cui la vista può correre come una saetta, restando senza fiato. Nella consuetudine dei percorsi tracciati nella memoria mi trovo a sorprendermi per la novità degli sfondi, e le inquadrature zumano su particolari da memorizzare per i tempi bui. Non è solo visione l’emozione evocata ma è un sentire compassionevole di appartenenza alla Terra, che da sempre è presente per essere colta, come un cieco trovo il risveglio sopra alla linea dell’orizzonte e piango per le creature trascurate.

Il fermento delle piazze, ha il sapore di un gregge, lasciato in balia da una assenza logica, nel codificare le mappe della disperazione. Si coglie l’imminenza del dramma ma il nemico resta invisibile, senza nome, quindi con qualsiasi epiteto può essere evocato. La banalità del male si ripresenta nei volti comuni delle persone che non sanno nulla del gioco del potere spicciolo, ma reagiscano a slogan semplificati dalla rabbia di non essere nulla dentro questo mondo dominato da impianti tecnici. Gridare per gridare, protestare per protestare, distoglie lo sguardo verse se stessi e la paura dell’invisibilità sociale.

Come aiutarsi senza per forza costruire vincoli? Ho sentito dire:”mi tocca restituire un favore per non sentirmi ingrato, ma sento il disagio del doverlo fare”. Così si costituisce la catena che poi lungo il tempo si trasforma in nodi e doveri. Io dico che:”è meglio essere gentili e scivolare via come nulla nella dimenticanza di doversi girare in dietro e senza pretendere niente nel guardare avanti”. Respirando secondo natura e contando inspirazione e espirazione cammino lento a tempo del silenzio. La voce del padrone riecheggia lontana faticando a sfondare la linea della meditazione restando un brusio perso tra le foglie al vento.

Annusando l’aria come un cane si percepisce la pesantezza e l’eccesso di malignità che ristagna a mezza aria come un fungo velenoso. La paura ha iniziato ad albergare stabilmente nei cuori delle persone, con la conseguenza nella mancanza delle piccole gentilezze che un tempo erano date a buon mercato, senza troppa fatica. La Terra con la sua natura si sta riprendendo la propria bellezza, spogliando gli umani dal dono del sentire il mondo attorno. La tecnica con le sue macchine nutre i corpi, sempre più dipendenti dalle cose trasformate dalla volontà del dominio nella speranza di vincere sulla caducità e la fine della coscienziosità.

Ritorno indietro al momento in cui ancora non ero assillato da questo corpo e dalle debolezze che ogni giorno presenta rendendo il fare uno sforzo ed il pensare sbiadito. Mondeggiare nel tempo in una unica direzione è uno svantaggio, non si ha mai una visione completa della narrazione. Svincolarsi dalla velatura in cui siamo etichettati è come strapparsi la carne di dosso ma forse ne vale la pena, liberare le molecole per assaggiare altre combinazioni o aggregazioni. Di fatto è un l’amento da vecchio che accusa il colpo di una corsa che non può più fare, ma da fermi i sentimenti sono liberi di esprimersi se lasciti liberi dalla nostalgia.