La pausa1

In una giornata come tante in un mattino come tanti la fine del mondo è arrivata, senza scalpore o fragore come preannunciato da Giovanni nell’apocalisse. Probabile che già i segni erano passati inevasi dall’attenzione collettiva. Ma ora cosa resta da fare se non c’è più nulla? Mi rigiro in quel che fu un letto e sogno la sostanza per concretizzare un ente su cui agganciare la percezione, il nulla intorno infinito rende ogni volontà inerte, solo il ricordo richiama costrutti con cui riesco a muovermi. Già la nostalgia mi afferra nelle viscere in questa tela vuota dove nessuno sa scoccare la prima pennellata. Un bar con luci soffuse ora sarebbe apprezzabile, nella sconsideratezza di perdere tutto il tempo del mondo davanti ad un tè verde con aroma piccante.

Senza tetto

Senza tetto, e senza nulla su cui trovare rifugio, un lento camminare periodico l’ungo l’asse:”ne morti ne vivi”. Situazioni umane che si ripetono nei luoghi dove il livello del valore per la vita scende al di sotto di strane credenze per oggetti e quantità di cose possedute. La storia è raccontata in modo bizzarro, non ha una retta sui cui si dipana, ma salta come un elettrone, apparendo solo se lo guardi, e chi guarda fa la differenza sulle priorità emergenti della narrazione. Ci sono ai bordi di alcune strade, poveri seminudi che testimoniano la decadenza del racconto riportando l’umanità nella propria condizione.

Probabilmente i giovani sono diventati categoria a se per via della definizione dei loro consumi, se vogliamo che le persone non siano stigmatizzate dobbiamo cambiare il modello dei consumi. Senza entrare per forza nel discorso critico sul capitalismo, cioè il maggior profitto possibile su i prodotti messi a disposizione. Sicuramente in una politica di salvaguardia della salute dei giovani, che interviene sulla qualità, quantità, e appropriatezza delle merce sul mercato indica il valore culturale che vuole segnare ad una generazione. Non credo che sia illiberale togliere la decisione alle multinazionali di cosa sia di bisogno o meno alle giovani generazioni, considerando anche la contiguità del mercato lecito con quello illecito.

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Dr.Quichi nel leggero frantumarsi della soglia di veglia si avvide strane conformazioni dentro il gretto di un fiume comparso all’incirca una spanna dai piedi. Si rivide contento nel gioco dello spruzzare il più possibile l’intorno, la fiaba della terra cosparsa da schiamazzi giovani e speranzosi. La ragazza accanto ora mostra allegrezza giocando nell’acqua in questo nuovo mondo nudo da sovrastrutture, la membrana tra l’alterità si è affievolita riducendo il senso in un unico paniere in cui vecchi e giovani hanno vitalità ludica. I sonnellini di Dr.Quichi sono mietitrebbia della realtà il trinciato prodotto è sparpagliato oltre le soglie della ragione condensando gocce di umidità rinfrescante nella chiusura dei suoi incontri estemporanei.

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Riprende a dire:”in tutto questo vedo la continua ripetizione, come se i tossici fossero malati di memoria, per loro non c’è storia al risveglio riprendono d’accapo dallo stesso desiderio con cui si sono assopiti. È un meccanismo di un giocattolo difettoso che si inceppa continuamente riprendendo sempre lo stesso movimento. È possibile che sia un modo come il ballo ripetitivo per esorcizzare la sofferenza dell’essere vivi o dell’essere nati. Oppure semplicemente si è difettoso per una realtà che aliena ciò che non si adegua. Difettoso come le mie calze incrinate all’interno di un quadro simmetrico in proporzioni perfette, o l’essere donna giovane in una selva di sguardi sbavati dall’idea delle forme confezionate per il desiderio”. Nel parco le voci giungono sorde come lo scrocchio del tasto sul feltro, una strana mielanza soporifera che insinua un leggero abbiocco perforando la trama del momento.

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Questo amore cieco si incarna nei corpi nelle forme di una parlata ampia quando si è sotto effetto, è ristretta quando manca. L’oscillazione tra essere fatti e non fatti scava un solco nell’identità spaccandola in pezzi difficilmente ricomponibili, Per la cosa il desiderio diventa una costante di vita a cui si è disposti a qualsiasi compromesso umiliante e degradante diventando inconfessabile. Chiara stese le gambe quasi al limitare del passaggio, guarda stupita verso il sole dietro ad i rami dell’albero più grande nel parco, giocando alla creazione di folletti di luce tra raggi spioventi e ciglia semichiuse, come da bambina per inoltrarsi in storie fantastiche.

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Davanti a noi, nel passaggio cementato tra le due ali del prato verde stazionano gruppetti di persone venditori di sostanze non legali, perfettamente riconoscibili dall’atteggiamento come se formati ad una scuola esclusiva riportano una comunanza comportamentale, invece non è così infatti vengono da paesi e stati diversi. La vendita ed il consumo di stupefacenti é un mondo nel mondo con caratteristiche omologanti, gesti di richiamo, codici verbali, lineamenti del volto, caratteristiche che rendono evidente l’area occupata da questi personaggi, i quali a volte aprono dei teatrini a volte divertenti a volte aggressivi con il mondo che li guarda. La dipendenza ad una cosa è forse la forma di alienazione più evidente, è l’amore perduto descritto nei drammi verso l’oggetto in assoluto non corrispondente.

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Se la sofferenza è la necessità prima della vita, lo sforzo nel movimento è il senso a cui è possibile dare significato sia positivo che negativo. Cara mia in te la giovinezza ha donato l’arte della trasformazione usala per colorare di bello le cose attorno, non costa nulla ed è nel tuo potere “. La ragazza presa in contropiede girando su se tessa come nella mossa di scacciare un’ape riprese a dire:”perché non posso macerare il malcontento dentro la bruma della rabbia? Il mio corpo mi sembra stazione per altri viaggiatori, la forma che sboccia mi costa attenzioni, ed è un continuo stare in guardia, un esser preda nella falsa società della comprensione e parità. Ho lascito che i capelli crescessero per onorare la madre, ho lasciato che la voce diventasse di miele per onorare il padre, ma cosa mi è rimasto di mio? Se non la rabbia di sputare per terra come un carrettiere, e mandare a fanculo il buonismo viscido della sottomissione”.

Dr.Quichi

Dr.Quichi frequenta i piccoli giardini del quartiere con pochi alberi rimasti a indicare come poteva essere un tempo, gli capita di trovare da conversare essendo un soggetto inoffensivo e senza catalogazione per cui dai più giovani ad i più vecchi Dr.Quichi è il compagno ideale per le confessioni. Un poco più in là sulla panchina Chiara dice che:”la vita è una merda! Niente è facile, ogni cosa bisogna guadagnarla anche se non si ha voglia di sbattimento. Gli adulti pretendono cose senza chiedere se sei d’accordo o meno, vorrei sparire e non essere mai stata”. Risponde Dr.Quichi:”la violenza del nascere già impone una presenza sulla scena, perturbando l’aria vicina verso il lontano, una serie di reazioni a catena contribuiscono ad introdurre continua incertezza nel sistema, per cui sono i significati che possiamo dare alle perturbazioni che possono cambiarci la vita.

Dr.Quichi

Quest’uomo senza tante cose che lo definiscono è stimato per la sapienza, infatti nel quartiere o nei quartieri dove di volta in volta compare, amabilmente conversa con tutti con toni pacifici lasciando alle persone un buon retrogusto nel aver imparato qualcosa dall’interazione. Lo si può definire un uomo specchio, riflette in ognuno ciò di cui ha bisogno come quelle fonti di acqua termale sempre disponibile a curare i corpi, un personaggio che attraversa la via planando tra i ruderi degli scarti umani lasciati abbandonati al destino della sofferenza per toccare la coscienza dormiente dell’inquilino del mondo.