CAP.7

Nel tempo l’affresco dell’estate abbagliante ha nutrito i sogni ad occhi aperti, l’odore di paglia essiccata dal sole ha depositato un senso di felicità per la festa del sabato sera. Amici intorno che sparano battute per rompere il cordone della timidezza, l’altro sesso ancora sconosciuto se non per sommi capi raccontato da ragazzi più grandi.

Uno dei giochi più temerari è farsi il rettilineo principale appeso ad i carri trainati dai trattori seguendo le scie delle rondini. Oppure infilarsi nei depositi di paglia e correre finché non si viene inghiottiti nei punti vuoti, sprofondando come nella neve senza il fastidio del freddo, ma con il prurito della polvere da fieno.

CAP.6

Il paesaggio nel ricordo si schiude in una direzione esistenziale, una sola strada unisce il crescere e il diventare adulti, la casa ed il suo espandersi verso la via principale interrotta da una curva. Ogni tratto della via è segnato da un grado emozionale, nel crescere i sentimenti della scoperta e paura si sono stratificati, abbozzando l’uomo emergente.

Stampato nel solco di un affresco le vicissitudini della vita sono statiche immagini nel profondo del cuore. Per il mio esserci ogni sussurro riporta nella via maestra con la curva a destra verso il rettilineo oltre lo spazio della mia fantasia.

CAP.5

Da qualche parte oltre il mio confine, si incorniciano le terre in razze, l’estraneo diventa tale solo per l’inopportunità di trovarsi da una parte piuttosto che un’altra. Una parola in malinconia si tramuta in luce e poesia mutando l’estraneità in legami verso quel percorso evocato dal segno fuori dal calcolo. La scienza è piccola cosa di fronte al coraggio impetuoso della rima senza regole nel vortice del vento in questo inverno carcerato dalla cupidigia stolta di non volersi togliere il solito colore della pelle razziale.

CAP.4

Non sembra vero come da ogni recondita zona del corpo compaia un segnale da essere attenzionato da pensieri acciaccosi. Risuona la banda delle notizie: incidenti, omicidi, sparizioni, furti, tutto viene dato in modo indistinto al suo accadere come il caffè al mattino, non c’è un dopo perché sarebbe già noia. Per rompere la routine bisogna stare sulle cose con lentezza, senza la fretta che si deteriorano, anzi aspettando pazientemente che si faccia innanzi il senso autentico dell’essere.

Nella cucina il colore della crema al mascarpone prende il sopravvento riportando nel magico mondo della festa i presenti. Frasi lanciate in corsa nel sostenersi l’un l’altro in quel sistema della fratellanza che ci rende umani. Il cuore può diventare pietra se continuamente minacciato nell’ostinazione della performance adeguata sempre per qualcosa d’altro. Nell’intimità la confidenza e la crema per il pandoro fanno la differenza tra la solitudine e essere amati, giorno speciale quando il nido si chiude a protezione ed ognuno si sente dove deve stare.

CAP.3

Il mondo delle idee nel sovra mondo immutabile raggiunto solo dai lamenti dei penitenti nelle processioni natalizie. Nel Medio evo solcato dal fango con calzature di cuoio grezzo, dalla infame sporcizia dei molti, alle vette in forma di cattedrali gotiche per pochi con accesso agli scritti degli amanuensi. Sparare a caso teorie è come cercare di fare un collage con i ritagli dei sogni mentre svaniscono nel sopraggiungere del mattino, è un gioco divertente per sopravvivere alla propria serietà, disincanto della vecchiaia quando solo la paura dei dolori è un assillo costante.

CAP.2

Qualche volta ncontro mio padre morto ormai da tempo, discreto nel suo apparire, come forse non è mai riuscito in vita, e in quell’attimo sento tutto il sentimento rimasto celato nell’armatura dell’esistenza. In questi frangenti notturni anche i rumori interni risultano in sintonia col mondo di mezzo o i mondi di mezzo, è difficile stabilire se l’uno in realtà non celi la moltitudine. Le cellule di notte danzano una danza antica che spiazza la comprensione entrando in scenari oltre le mura, nella vertigine possibile. Seguo il respirare per calmare le acque dell’agitazione perché nell’apertura all’ignoto si presenta contigua la morte.

CAP.1

Un sole leggermente pallido appare nell’angolo alto della finestra socchiusa, oggi i pensieri ristagnano come sostanza collosa nell’aria tra gli spostamenti pigri di un non sapere cosa fare. Forse uscire lungo la via può avviare il processo della vita, rispecchiando nelle vetrine il senso dell’esistere nel proprio aspetto umano, richiamando nel ricordo la forma dei pensieri nella loro cronologia così la costruzione del mondo addiziona la sua coerenza. Ascoltando i frammenti dei discorsi si partecipa all’eccitazione dei fatti nella cronaca nera della città, persone scomparse presenti nelle menti comuni il tempo di un caffè per poi dileguarsi nel successivo richiamo. Quante persone per ogni fatto restano avvinghiate alla vicenda mentre tutto intorno scorre come una apparente insignificanza, ragazzi che giocano con parole forti gridate per sovrastare il vuoto dove eternamente si cade senza assoluzione da parte di un Dio mutacico il quale lascia che l’umano sia un divoratore di se stesso. La cronaca nera cattura i momenti dandoli senza la catena dei sentimenti delle persone collegate che per lungo tempo saranno avvinghiate nella vicenda senza via d’uscita. Evocazioni per immagini della possibilità in cui una storia si mostri nell’inconscio collettivo.

Cortesia

A volte sono solo piccole cortesie lasciate con delicatezza senza una malizia particolare o un fine qualunque, un modo di stare nella vicinanza con garbo e rispetto per la presenza. In questo fiume dalla voce grossa in cui il nostro lavoro è sempre costeggiato, un po’ di cortesia lascia il dolce sapore di essere importante per un momento fugace nel ciclo degli eventi. Oggi piango tutti quelli che stanno soffrendo per un cambiamento che non sopraggiunge e restano intrappolati nella rete delle attribuzioni che li rende invisibili al mondo e con il tempo a se stessi.

Volatili

Trovare le parole per dire una frase che accarezza e rasserena chi sta di fronte è una azione di sradicamento dalla carne al sentimento, un dono con cui si nutre l’atro con una parte di se. È un giorno buono per non essere tristi quando l’animazione del mondo è rivolta altrove e non bada alle tue cose, te ne poi stare tranquillo gustandoti il te, pensando alla piacevolezza di stare dimenticato in un angolo guardando oltre la finestra i volatili che si spingono su i rami del tuo paesaggio.

Mi ritrovo in una stretta via camminando con affanno verso un qualsiasi posto da cui mi sfugge il nome, forse un luogo divertente, ma dall’oscurità del percorso non sopraggiunge nessuna sensazione piacevole. I bordi delle via sono oscurati dalla nebbia grigia e umida del mattino ancora senza sole, dal fondo emerge attutito un vociare confuso di suoni articolati come una base ritmica. Vorrei continuare a camminare ma lentamente sprofondo nell’asfalto forse fresco del giorno prima, in sostanza tutto si sta complicando e muoversi è quasi doloroso. Ostinatamente una voce chiede spiegazioni al perché le cose devono essere sempre così angoscianti ma istantaneamente il risveglio si palesa con una lenta ricognizione sul chi o cosa si è.