Il bavero alzato3

Sottomissione nell’ombra del giorno che viene richiamato dalla paura, assopito nel tempo il volto non era presente nell’oggi. La famiglia ha abdicato sembrando quasi cosa inutile, ma…non solo essa, ma anche le singolarità sembrano oltrepassate. Una fantasia lanciata nel rotolare delle cose per la polvere in discesa, terra straniera per sempre e per tutti, non serve più che tutti gli uomini pensino, ne bastano alcuni che lo facciano per tutti.

Per consumare non serve pensare, basta bruciare le giuste calorie per dar fuoco ad una vita. Nelle sere di luna piena sulla riva del torrente la vita si specchia per la festa, il quartiere si popola del vociare dei richiami d’amore con finalità d’amplesso e voluttà. Sempre meno evidente nei presente ma i ricordi delle feste passate appaino nelle emozioni e sotto la crosta degli edifici dove la storia resiste.

L’uomo con il bavero rialzato sputa nel fazzoletto ciò che gli resta da vivere continuando la passeggiata nel quartiere, sembra ieri che preso casa si è stabilito in quelle vie della città, stabilendo la dominanza dell’incedere intorno a cose e persone. La solitudine richiama a se fantasmi e visioni, personaggi che si parano nella scena all’improvviso per scuotere l’animo in un sussulto prima di ripiombare nell’apatia del biancore lucente delle cose senza forma.

Il vecchio

La favola del vecchio si interrompe sugli scalini della chiesa in cima al quartiere, tra ubriaconi stazionanti con cartoni di vino tra le mani sporche e incrostate dal fare niente per se. Echeggiano i suoni delle sirene essendo in corso una pandemia, ma per alcune categorie umane niente cambia, immuni ad ogni catastrofe i devianti permangono nella bolla di mezzo al mondo della vacuità.

Nella chiesa il cristo in croce figura nel palcoscenico della carità, inginocchiati o prostrati le genti si chiedono quali siano veramente le significanze del culto. La preghiera materia connettiva unificante tra corpi e spirito, o tra l’ignoranza ed il sentirsi sicuri nella tana della fede. La chiesa stessa edificio sicuro di riparo nei secoli per pellegrini e miscredenti.

Il bavero alzato 2

Invecchiare è conservare una memoria di quello che non c’è più ed osservare il ripetersi infinito dei cicli del pensiero, lo scarto è la moltitudine che cresce con ritmo estenuante come uno zunami contro se stessi. Un bambino nerochiaro con scarpe gialle riscuote attenzioni nel parco giocando con le castagne cadute al suolo. In dialogo con l’uomo sulla panchina verderame punto di ritrovo dei canidocili: “ ciao uomo bianco con bavero alzato, sento il tuo odore come quello della paura, o spaesamento nella nebbia dei ricordi”, risponde l’uomo:”si, forse il camminare ormai mi è faticoso ed il pensare pesante, mi siedo nella tua compagnia e già un senso di casa mi induce buonumore, sei un piccolo coraggioso nell’attraversamento del mondo per capovolgere il sopra dal sotto”. Bambino dice:”La mia terra è lontana, ma guardando tra le nubi posso vedere i colori del vento del sud che trasporta speranze e ricordi. Sento il richiamo della nonna che da oltre un campo chiama a raccolta il proprio seme, intorno ad una tavola il rito delle buone maniere della tradizione”. L’uomo parla:” Sono molte notti che il respiro si ferma per poco lasciando il corpo in balia del panico, rumorose inquietudini si affacciano nel tempo della crisi, una mano scorre sulla tavolozza della sera cancellando i segni dello stare nel mondo. Solo il viso dell’unico amore in un sorriso calmo permane nello sfondo, indicandomi il destino”. Il bambino nerochiaro incrociando una palla da calcio si dilegua nel tiro mancino verso il futuro del canestro fatto di spezie orientali.

Il bavero alzato 1

Si percepisce il sospiro di una epoca che tramonta per lasciare spazio ad un nuovo ente incoronato dalla tecnologia fiammante dell’ultima scoperta umana. Ci sono differenze nell’ascolto del tempo, l’uomo insaccando la testa nel colletto rialzato lascia essere il proprio destino, fluendo nel chiacchiericcio quotidiano, altri con baldanza resistono all’attrito esorcizzando la fine come appartenente all’altro. La negritudine o il multicolore si diffonde nella strada aprendo al dissenso, l’uomo dal bavero rialzato non sa quando è cominciata quella sensazione di spaesamento, ma sempre di più il senso di trovarsi a casa svanisce nella paura di trovarsi in terra straniera con una religione asfissiante, con la protesta alle porte per una nuova ondata rivoluzionaria verso lo spargimento di sangue.

Il bavero alzato

L’uomo con il bavero rialzato: “è solito passeggiare lungo un percorso preordinato senza scarti o sorprese, una leggera agitazione si propaga nello spirito quando un ostacolo si stanzia all’orizzonte. La casa del ritorno è un anonimo appartamento inserito in tanti altri nello sfondo della città, adombrata da perenne fuliggine sospesa nel vento silente che nessuno coglie nella sua presenza.

La città è il Lugo dove il movimento delle persone ha la forma della scacchiera nel gioco dello spostamento in tralice del cavallo. L’uomo con il bavero rialzato e la tristezza nell’animo sospinto nel camminare quotidiano, saluta nel quartiere i visi ricorrenti nei percorsi cittadini. C’è una aria di decadenza nelle facciate scrostate delle case, lungo gli angoli pisciati dai cani.

Nulla

Gettati nell’azione non possiamo fare altro che muoverci in direzione dritta verso quel tratto di visuale che ancora non nitido si va via schiarendo. L’annuncio risuona metallico indicando il binario verso cui dirigersi ed è quasi una consolazione il fatto che si venga comandati, nel freddo dei giorni della merla il corpo si rintana in se stesso apparendo più piccolo e lo sforzo del pensare è gravoso nell’atrio invaso dagli spifferi gelati. Nel quotidiano abitudinario percorso verso il lavoro ormai negli anni diventato monolite del senso identitaria della esistenzialità, da cui vorrei sottrarmi in questo scorcio di vita per rinunciare a tutto vagando in quel nulla di cui la filosofia si è spesa a catturare come se fosse un qualcosa.

Banalità

Cerco di stare un po’ in disparte mentre attorno il giorno comincia a montare nel rombo di motori e scalpiccio, in una traversa in cui l’ombra ha formato una fenditura dove il tempo scorre a strappi lenti. Intorno le luci si irradiano seguendo il gesticolare delle persone mostrando in chiaro le espressioni rivolte a altri in attesa di essere riconosciuti come parte del popolo di appartenenza. Convenevoli mentre si tira dritto arraffando il più possibile dai banchetti che in ordine sparso offrono la possibilità di possedere manipolare e gettare via con non curanza nel mucchio invisibile che inghiotte la vita. La modernità si esprime nelle locuzioni spinte nei vagoni dei treni strapieni mentre il mondo gira intorno a quattro notizie ripetute alla nausea, riducendo la complessità nella banalità di una battuta.

Frontiera

È difficile descrivere le gesta altrui mentre all’interno della storicità degli eventi descritti la maggior parte del senso significativo dello sfondo rimane fuori dalla coscienza. Il racconto è pur sempre una visione miope dettata dalla sensazione di essere dentro un flusso di atti che si compongono secondo l’attenzione. I giovani mordono il freno sentendo che il tempo posa lentamente il maglio della gravità rendendo sempre più difficile l’esuberanza, ma dove lasciare correre i flussi dell’esagerazione? In uno stato di fatto già congestionato da prefigurazioni del capitalismo come ideologia unica e condizionante, quale spazio può essere una terra di nessuno come un tempo la frontiera dove la libertà era il non ancora tratteggiato confine.

Boia e Silente

Nel sole d’inverno tra sbadigli e vapore dalla cucina semi buia si consuma una azione delittuosa, senza pietà viene dilaniata carne e arterie in un crescendo di crudeltà di cui l’uomo è il responsabile. L’atto criminale; meditato nell’ombra, in giornate mistificate da sorrisi, mentre nella penombra del retroscena semi conscio, il costrutto del male si compie. Sono piccoli fatti quotidiani imperlati con pazienza sul filo dell’odio, banalità in cui lo sguardo verso la donna scade a cosa tra le cose. La violenza espressa è una costruzione interna nel divario dell’incomprensione emotiva in cui da semplici umani si diventa vittime e carnefici.

Parla il boia:”vivo sorridendo con rumore dall’età in cui ho capito che potevo essere ferito da uno sguardo sbieco da donna, da quando in disparte ho potuto assistere a discorsi spezzettati, non rivolti a me, l’escluso. Camminando lesto per strada ho imparato l’andatura del chi sa dove andare, lo sguardo dell’indaffarato con impegni cadenzati. Ho imparato l’arte del vedere nelle finestre altrui sostituendomi ad i personaggi nella scena. Così ho appreso il possesso, qualsiasi cosa che viene alla mia portata di mano è mia e solo mia”. Risponde la donna Silente:”il sogno di una stabilità con l’uomo per la vita, nella casa sicura in cui crescere i figli. Il sogno d’essere donna riconosciuta come tale dagli uomini, questo assillo fin da piccola in cui per le femmine l’essere donna passa dall’occhio maschile, e non ci sono cazzi per aggirare lo scoglio, inadeguata se non guardata come donna, e tutto il lavoro e lo sbattimento che gli va dietro nell’apparire Tale”.

Boia:”il potere è una questione di strategia, nel mondo le cose sono fatte per essere prese, non c’è spazio per compatire il perdente. Quando da piccolo il margine era la modalità di sopravvivenza dagli spavaldi, l’astuzia e il mimetismo sono diventati la necessità di sopravvivenza”. Silente:”ho sempre creduto che gli altri condividessero le emozioni senza bisogno di annegare nella disperazione per muovere a pietà gli animi altrui, ma la sordità sentimentale è più diffusa di ciò che il comportamento quotidiano dissimula”.

Alla fine la morte ha chiuso il cerchio delle reciproche rivalse sull’esistenza condannando in modo implacabile il senso delle proprie virtù. Resta un ricordo come tentativo di affermazione del sogno tra possesso e posseduto intransigente nel gioco dell’esistenza. La paura accompagna questi momenti di ombra in cui le parole rivelano sventura, nelle vie d’accesso ad i locali si ergono sbarramenti contro ogni possibilità d’incontro. La peste ha velato i cieli nella violenza in cui le cose sono oggetti da tenere a costo della vita. Non sempre le nuvole sono state scure, a volte nei millenni lo sgombro cielo primaverile ha mostrato la compassione; le parole sono diventate poesia e con essa la musica. Gli amanti hanno ingaggiato danze ed il cuore ha pulsato con il ritmo della Terra. All’inizio la vita per la morte è anche morte per la vita nel cerchio ermeneutico dell’eterno, ed i tuoi occhi ora che non ci sei più appiano come sole nella cella del Boia, afflitto e sfinito per essere vinto dalla violenza.

Boia:“Io il boia senza speranza alcuna, chiuso nel destino della crudeltà per non essermi opposto alle passioni nere della gelosia e invidia, sono come un cancro che da dentro tinge ogni evento trasformandolo nel colore dell’odio. Chiuso nella cella in isolamento merito il biasimo degli sguardi quando per mansioni percorro i corridoi cintati, il giudizio è la polvere che scuote la mia colpa ed in fondo anche il piacere, godimento nell’umiliazione per emendare le gesta omicide”.

Nel riassunto di questa storia ci sono gli elementi che compongono la tragedia nel suo manifestarsi, i generi della specie che lottano per emergere nel distacco dalla radice comune, l’indifferenziato marasma in cui tutto si amalgama e permane in pace verso la differenziazione in cui lo smembramento invoca da se la radice violenta del divenire. Eppure nel fermo immagine dei momenti si intravede una felicità: una passeggiata mano nella mano con il suono delle fronde scosse dagli uccelli che intorno si aggirano seguendo il lembo del vento; un chiarore improvviso; un’onda del mare nel riverbero dal sole del mattino, ancora prima che le cose del giorno si chiarificano, restando circondate dall’alone della magia del sogno non ancora svanito del tutto.

Oppure il lento osservare del pulsare della pelle quando sopraffatti dal torpore si cade nel lieve sonno della soddisfazione; è il momento in cui il compagno diventa un tutt’uno incarnato; al di la delle mura che chiudono e proteggono dal proprio pensare si smuove un movimento di arti e intenzionalità. Un ponte attraversa potando nella luce i passi fiduciosi di chi lascia l’incanto della sorpresa per abbracciare il solco dei sensi resuscitando l’ideologia della salvezza, e ancora la piazza si adorna delle proclamazioni gridate nella drammaturgia delle emozioni. Il canto politico risuona sulle mura nell’incrostazione celata in anni di pioggia battente, inno come sirene sparate nel vento per germogliare la rivoluzione dei vinti.

Animali

Mi ritrovo stranito alle partenze inderogabili nel flusso della storia, una successione del divenire che sembra non avere risoluzione. Ci si parla e sente su un terreno friabile che a ritmo continuo poi ti inghiotte, la mortalità forse è tutta in questo svanire all’improvviso lasciando solo una scia che lentamente si spegne. Il barato che si apre è così oscuro che la necessità della fede per chi ancora vive sembra l’unica possibilità per rendere agevole il cammino, allora guardando gli animali mi rivolgo al loro Dio per essere accolto nella loro comunità di cui ignoro il pensiero.