Cerco di uscire dal parcheggio ed il casino è sovrano quando si tratta di umani al volante delle proprie ferraglie con la potenza di sterminare intere tribù, ma di fatto c’è ne stiamo tutti in fila ad una velocità da calesse, dentro alla fantasia di razzi stellari. Anche questa è pedagogia, dimostra come sia possibile ad un umano fargli fare quel cazzo che si vuole, e per me è espressione da stress da coda quotidiana per andare al lavoro dove sarò una cornice per le prossime otto ore. Mi chiedo dove vanno a finire tutte le immagini che scorrono tra i neuroni per poi inabissarsi in qualche luogo, nel sogno o anche nel quotidiano spuntano costruzioni che non hanno niente a che fare con il contesto, da dove vengono quelle costellazioni di luci e ombre? Guido al solito contando le respirazioni, aria dentro, aria fuori, sorrido o per lo meno cerco la conformazione del sorriso sulle lebbra, questo per me resta l’esercizio più difficile in assoluto, io ed il sorriso siamo due estranei e probabilmente pensando alla mia storia credo di sapere anche il perché. Ma come tutte le sfide si cerca di meditare sulla cosa più difficile così da confermare la regola di essere una testa di cazzo nel fare uno sforzo dove nessuno te lo chiede.
Ricambio il saluto
Ricambio il saluto con altri in attesa di mescolare storie e affanni nello spazio di una ora, con le spalle rivolte a ciò che mi è recluso. Nello stare nella postazione di lavoro gli acufeni si diradano per lasciare che le parole degli altri si espandano in suoni e immagini per definire il contorno di una storia, la mia funzione è stare fermo per contenere come una cornice. Spesso è difficile capire come il significato di una proposizione abbia quel legame forte che tiene insieme le parole nel senso voluto. Mentre salgo in auto penso ad i libri letti o studiati, a tutta la pedagogia che si sforza di entrare in formule democratiche, ma che di fatto è la forma di potenza più incisiva sul pianeta, educare praticamente è far credere o sussurrare democraticamente una fede comportamentale come una verità. Certo ogni buon pedagogista compreso me stesso crede di essere in buona fede, ma appunto la fede non c’entra nulla con la verità.
I ricordi si aggrumano
I ricordi sì aggrumano attorno ad un pensiero fisso rendendo difficoltoso uscire per la strada di giorno nella fretta degli altri. Quindi tirando il tempo negli angoli bui si attarda l’evento restando immobili come nel gioco a “nascondino”. Per la strada cerco di non avere attacchi di panico mentre raggiungo la meta di tutti i giorni, inspiro e espiro cercando di eludere le parole che si formano non volute, sono i significati che colano attraverso l’immagine a darmi il tormento. Ossa rotte, cranio spappolato, condensa di sangue in qualche punto nascosto, in ogni caso sempre presagi di morte mi si inchiodano come spilli in una bacheca. In questo casino respiro, medito e cammino evocando il sorriso benevolo; non voglio soffrire ma trovare una mediazione con questa quotidianità verso l’incombenza della fine.
Dentro e fuori
Dentro e fuori le circostanze indicano una tragedia inguardabile nella fucina del pensiero che reclama la potenza di cambiare le cose. Nuovi annientamenti all’orizzonte del tempo in cui scade un modo di concepire la socialità, uno scarto nella visione umana verso se stessa rendendo possibile ciò che prima era l’impossible. La frattura parte sempre da lontano non percepita nell’immediato ma niente può arrestare il corso della faglia lungo le generazioni che si succedono senza capirsi e senza memoria, per cui la tragicità dell’evento accade come improvviso. Lasciare gli uomini al loro destino è volontà già tramandata dagli Dei nel loro dichiararsi ad i poeti antichi, in cui solo alcuni eroi spiccano per ridare dignità ad un essere che si dilania nella sua stessa brama.
Torva
Torva è uno dei tanti abitatori della valle, che saldo nel proprio incedere si rotola nel fango della piccola palude che si forma sulla riva del fiume, per purificarsi dalle fatiche del giorno e per un ristoro tra le alghe benefiche del territorio. Torva si scuote quel senso di inquietudine che il tramonto trasporta da oltre la curva dell’orizzonte e lascia che il senso di appartenenza alla terra radica il corpo a tutto l’intorno fatto di solidità, suoni, luci e ombre come in un affresco in cui il tutto è già presente così come è. Tutto è nell’immediatezza per cui il giorno si dilegua in una infinita azione dai colori del vento che riempie la valle, i rumori del mercato risvegliano l’interesse per una comunanza rinnovata tra simili nel cerchio del riconoscimento. Gli abitatori dell’immediato si incrociano nelle vie del villaggio salutando con sguardi e mostrano referenza per chi ha vissuto più allungo, è come essere dentro un unico discorso che si dipana nello spazio dal chiarore all’imbrunire. Si amano in forma radicale penetrando ogni intimità sino all’orlo estremo in cui l’oscillazione ritorna a se stessa. I figli sono di tutti senza che nessuno reclami un primatus o preferenza.
La terra dalla parte estrema
La terra dalla parte estrema del nord sfiorata dai venti sibillini fino a oltre il crinale estremo, dove nessuno può restare; uomini e donne si stringono in alleanza senza differenza di genere nella curva protetta dalla foresta che solca il confine con le alterità ancora sconosciute. In questa radura il pensiero è tutt’uno con l’azione non essendoci uno spazio per la riflessione silenziosa. I cieli di notte sono solcati da scie luminose che sfrecciano nelle direzioni più impensabili, per i nativi sono gli occhi della natura che ritorna sul proprio operato per goderne e rigenerare ciò che invecchia. L’immediatezza fa si che la gente si esprima con tutto il corpo verso gli altri e le cose rendendo le forme umane massicce e dotate di callosità, situazione in cui non esiste un pudore se non il limite imposte dal dolore che difficilmente viene raggiunto.
Gli oggetti del mondo
Gli oggetti del mondo restano così come sono appesi ad i rami della comprensione lasciandosi toccare contaminando la volontà di cambiarli, e al di fuori rimane la descrizione di quel che succede fino a quando diventa oggetto di un’altra comprensione. Al solito si gira un po’ in tondo quando si vuole arrivare alla fonte di una qualsiasi questione come se da sempre c’è una strada preclusa e quel paesaggio resta velato per sempre. Il ritornare spesso al suono delle parole è un richiamo alla vita quando assopiti si finge di morire, come oggi mentre chino sulle ginocchia ritrovo il senso del respiro. Sono brevi esercizi che non hanno nulla di performante ma sollecitano le parti a riconoscersi in un corpo che invecchia con le cose intorno a se che mutano nella stagione propria. Febbraio è un capriccio che dispensa voglia di ricominciare mentre per le vie si riempie di formalità e desiderio di restare di più a guardarsi in giro come ad un risveglio.
Ritornare
Ritornare sempre in dietro con fare goffo e cupo nella preposizione annunciata è mai sciolta nell’aria come suono, è questo strano atteggiamento, che a volte mi prende all’improvviso, lasciandomi disarmato di fronte al muoversi tra le cose. Ebete sto fermo a guardare il passaggio degli eventi rallentati dalla flessione del tempo come in una distorsione ottica in cui l’ondulazione intacca la fissità degli oggetti. Balbettio verso l’azione che non viene in soccorso, anzi il rossore del viso accende quel senso di nudità che so lo nei sogni si palesa come immagine cruda di vergogna. Ci sono dei termini che ci distinguono perché il suono della parola si adatta alle espressioni del volto e nel tempo scavano le rughe che per ognuno sono una caratteristica della diversità o individualità. Il discorso che si dipana nel balbettio del pensiero è un tentativo di superare la chiacchiera per giungere al cuore della sensazione che si riverbera nelle congiunzioni infinite con tutto ciò che è natura. I termini del discorso tra le molte componenti dello stesso io, sono a volte conflittuali, con scaramucce che accendono scie di discussioni in un giro ampio che poi torna su se stesso. Camminare contando i respiri permette di tacitare il brusio della pressione sociale sul dover essere qualcosa o dover fare qualcosa. Di traverso al mondo di superficie mi infilo nella cavità sotto il livello dell’attenzione per stare in compagnia di tutti quelli che umani e non stanno fermi baciati dal cielo che irrompe e passa via nella velocità in cui viaggia la Terra. Si rimane oziosi fermi nel silenzio che urla al di sopra delle teste chinate mentre le particelle schizzano via; un mantra leggero si fa eco sulla strada di casa mentre la solitudine si chiude la porta alle spalle.
Stranezze provinciali
Stranezze provinciali si trasmettono oralmente con piccoli accenni nei luoghi d’ingorgo abituali, ritualità che si ripetono nel quotidiano rinsaldando il patto tra umani che nel tempo sembra scivolare in direzione ignota. Forse una guerra o l’ennesima carestia o l’annunciazione della fine dei Tempi, sono echi tragici che tengono la vita nel suo valore a monito per non scordarsi del dono di gustare della natura. Nel vano sotto il filare delle case popolari i gioghi sono cambiati in rabbia espressa con cattiveria, fare del male non è più una opzione distante ma ha preso il posto della riflessione, si misura lo spazio con la capacità dell’occupazione in un crescendo di torti che stratificano il detonatore del male.
Le solite litanie
Le solite litanie nell’esplorazione quotidiana nella media delle chiacchiere che vanno in rete e si ricompongono in un collage che plasma la realtà urbana in un unico soggetto. Dentro ognuno al proprio dire si snoda il percorso quotidiano dello shopping aderendo al costume del dire di molti, esausto cerco riparo in qualche luogo oltre quel fronte che è l’essere riconosciti per stordirmi nel suono di un trombone in una fumosa bettola appartata. I suoni incidono una scala dentro lo stomaco alterando la ristretta percezione della realtà, aprendo il luogo dove il mondo in ombra appare per svelarsi nell’intimità individuale. Ci sono le testimonianze di uomini che chiusi nel guscio della vulnerabilità con matite ripercorrono i sentieri della storia, ricalcando eventi rispetto ad altri, riconsegnando al popolo un canovaccio su cui illudersi del vero mentre la carne si appassisce al bar del proprio quartiere. In quanto alle relazioni si sfumano in questa via tratteggiata di storia in modo che l’importanza è nel trovarsi nel punto giusto del tratteggio rispetto ad altri più sfumati o privi di segno. Sono solo riflessioni nella giornata ventosa con il sole che risulta più abbagliante tra le raffiche e la stranezza del corpo che si smaterializza un poco in giornate come queste apparendo inconsistente nell’ incalzare verso il proprio destino.