Qualche spicciolo prestato senza tanti ripensamenti, scivolo via nel paesaggio lunare di questa e molte altre notti a venire. Scalpitio dei passi che rincorrendosi creano un’eco come i suoni di una fuga a più voci che si eleva oltre il senso dell’oscurità. Ricordiamoci i momenti che dimenticati segnano il destino, oppure il punto di svolta, senza pregi sfarzosi, che come pietre grezze ritornano mai visti nel dolore delle cose rimpiante. Continuando a scrivere segno la nota che in rugiada riveste le mura del mio abitare, perdendoti ti ritrovo nel riflesso che da sempre riverbera lo spazio dove cammino. Da sotto, il piano concavo raccoglie ciò che volevo, ma che non riesco a dire, allora smuovo la coltre della rabbia che con poco si solleva impetuosa, causando frustrazione ed ulteriore incomprensione, imparerò un giorno la gentilezza verso chi amo, sperando che non sia troppo tardi. Oggi la cappa della melanconia è pesante nonostante il sole che rischiara ha sterminato le nuvole grigie, i sogni come cozze rimangono avvinghiati nella sfera della vista, rendendo confuso il solito percorso dell’abitudine. I segni delle unghie riportano allo sfregio nel tentativo di fuggire dai personaggi che incombono senza esistere, scorro le pagine della narrazione per spostarmi in un altro luogo e in un altro autore. C’è desolazione in questa aria pungente che viene incontro con caparbia arroganza, sono le voci della discordia che oggi per strada lanciano vernice sull’inviolabile, è una vecchia storia raccontata dalle madri che sentono il cambiamento e la perdita di un posto sicuro fino a qualche tempo addietro. I figli non sanno dove andare perché le case sono macerie e i colori sono diventati bruni…pochi scorgono il disegno completo della mutazione della carne in grida, forse alcuni poeti distinguono ancora le ossa ricoperte dal succo identitario della terra in zolla coltivata. Questa mattina il gelo mi è entrato dentro con una zampata fulminea, non mollando più la presa, mentre aspettavo il cambio gomme, mi ha incuriosito vedere occhi stranieri nei bar guardare oltre il vetro verso una città, che un po’ spaventa…ho sentito il dovere di pensare alle sorti delle persone sperse, quelle che a furia di girare hanno smarrito il senno della direzione, quelle che a furia di guardare ciò che non trovano, hanno occhi veramente grandi e vacui. Non serve con loro spiegare alcunché ma solo vicinanza e compagnia, qualche parola gentile, un sorriso e la voglia di camminare imitando il passo. Il potere è presente in ogni forma nella relazione ed è la cupidigia volontà di volere che qualcosa d’altro sia diverso da sé, il buon senso ci porta ad essere sempre in moto contrario dal potere, in parte per il fatto che è inutile stare dalla parte di una potenza già in atto, ciò si configura come codardia ed accondiscendenza. Dal potere la ragione ha il dovere di prendere la parte opposta in quanto misura dell’ umanizzazione dell’agire, il potere per il potere è solo una espressione della tirannia di chi vuole sopraffare la complessità della dialettica nella relazione. Il mondo si agita sul filo del funambolo in una giostra di composizione e scomposizione della dialettica in cui riconoscere il proprio status nella realtà dei fatti concreti. La solitudine delle voci del dissenso si spingono lungo i deserti lasciati vuoti dai religiosi che hanno occupato le città con le varie forme delle loro croci e impiccato la diversità. Sono moltitudine a spostarsi da un regno all’altro increspando la superficie dei continenti in variazioni sul tema della razza e della forma del corpo, come prigionieri di un sogno si evade continuamente da ciò che è presente in un afflato a mezz’aria.
Ricucire gli strappi
La corsa verso un traguardo, è cominciata mentre me ne stavo a colazione e per effetto domino poi, non ho più visto un traguardo venirmi incontro, perché stavo sempre da un’altra parte. Ricucire gli strappi mi viene meglio così a bordo pista mi accontento di guardare chi corre, carezze e baci scuotono il torpore del primo mattino, mentre da fuori arriva l’aria gelida che preannuncia una nuova stagione del freddo. Mi aspettano come ogni giorno i volti che passeranno delusi per le risposte non ricevute, ma d’altronde come è possibile gareggiare con gli stupefacenti che già nel nome sembrano dire “ma dove cazzo vuoi andare’. Chi consuma droghe per un motivo od un altro è per contrastare un dolore che è profondamente legato “al starsi sulle palle” per cui cosa gli racconti? “Sopportati un po’ di più?” Va beh…niente…un po’ di cazzate al vento, a volte vorrei parlare seriamente di questo problema, ma non mi viene, è come se fossi travolto dalle mille narrazioni incarnate che come un treno sfrecciano imprendibili, lungo quell’asse inclinato del mio modo di guardare il mondo che mi lascia sempre fuori in un non luogo ad attendere l’inatteso. Il vapore del giorno si alza oscurando i vetri e nella luce soffusa del sole pallido gli interni sembrano umide caverne, sono saluti radi che ogni tanto si odono da oltre la recinzione, sembra che la gente abbia smesso di guardarsi e una nebbia di continua diffidenza avvolge i vari percorsi umani. È stancante guardarsi perennemente le spalle mentre la bellezza si nasconde nell’ opacità degli sguardi, smarriti dentro la bolla della perdita per le continue ondate di annichilamento dell’eterno, il Dio che oggi viene paventato è privo del fascino della resurrezione, un oggetto nelle mani oggettuali di esseri privi della visione della vastità che sta innanzi. Sono tutto orecchi mentre mi sbraccio cercando di farmi notare nella folla pelosa che varca i cancelli della fabbrica, come muli avanzano verso un destino di produzione, senza capire dove vanno a finire le idee man mano che il lavoro avanza. A volte dalla catena si eleva un sermone che non c’entra nulla sul momento, ma poi ripensandoci si inverte la rotta e qualcosa si capisce di tutto quel baccano tra montare e accatastare. Andavo in motorino alla mattina presto sulla strada dissestata dove le fabbrichette si stendevano uguali, posto abitato solo al suono della sirena del mattino e della sera poi solo i guardiani abbruttiti da caffè e alcol. Ci rimanevo in quel luogo con la morte nel cuore, facendo mansioni ripetitive e stranianti per quel che era il mio modo di pensare. Ora che l’immaginario ha preso il sopravvento attraverso lo schermo nulla è mutato per il corpo che rimane in appalto ad i monopoli del capitale produttivo, mentre le menti vengono munte dal suono della libertà immateriale. Prima domenica di dicembre con la pioggia che si fa sentire dalle tegole di un tetto vecchio e di solito abitato da piccioni stanziali, leggo il giornale che mi dice o suggerisce una mappa per il mondo, onda anomala nell’artico, un vulcano spara a quindici kilometri d’altezza un rutto gigantesco, di conseguenza i giapponesi temono uno tsunami, e via via altro che si condensa nel mio neurone interpretativo. Mi rivolgo al cielo che vedo di rado, per via della forza di gravità, che ha reso il capo pesante, con tendenza a formare una gobba verso i piedi, ormai credo che riconosco le persone non dagli occhi ma dalle scarpe, è così che il tempo scorre rimpicciolendo il mondo in funzione dei sensi che si restringono intorno agli organi vitali.
Domande e risposte…ma…preferisco il silenzio.
Da dentro le bare semichiuse la ricerca degli indizi continua nel riverbero dell’oscurità che improvvisamente riversata da ogni luogo si impone nello scenario dei fatti, dagli sguardi amichevoli di vecchia data le persone raccolte sembrano riconoscersi e si scrutano le scarpe per non invadere gli spazi altrui. Forse un delitto si impone con la veemenza dell’interrogativo che cerca supplichevole una risposta ad i convenuti, i quali silenziosi attendono il trascorrere il tempo della creanza prima di lasciare muta la scena e tornarsene a casa. Parlare di ciò che si conosce, ma mi viene difficile solo pensare a questo conoscere cosa sia, le rotule vanno in pezzi, come le mani che un po’ alla volta si chiudono su se stesse. Domande e risposte è il mio mestiere, ma preferisco il silenzio, così che di solito non lavoro ma ascolto e guardo, i corpi che mutano in rigagnoli di sobria ruggine che si dilegua, ma si sa che la ruggine ha il brutto vizio di tornare. Si ricomincia ogni volta, ed è raro assistere allo spettacolo della svolta, ma quando succede si vive contenti per un po’. Nei rumori c’è la musica disarticolata, basta saperci un po’ fare con l’orecchio per trovare il riscontro sinfonico della bellezza, quando tiravo con l’arco sulle corde dello strumento ero attratto dal rumore del prima e del dopo della nota ben intonata, e oggi credo proprio che questa abitudine mi abbia fuorviato dal diventare un buon esecutore. Sono cose passate da tanto tempo, ma ogni tanto mi ritrovo a pensarci e credo che nel mio mestiere del domandare e rispondere mi sia rimasta quella smania del prima e del dopo, così che ascolto sempre una narrazione più lunga di ciò che è. Oggi sul quotidiano locale hanno condito uccisione di un trentenne da parte della compagna cinquantenne, con fendente fatale, una storia che si porta in giro commenti e per un po’ terrà occupati i baristi e frequentatori della chiacchiera, solo così si può tirare avanti nella provincia in cui le giornate si possono appendere come il bucato per essere rimesse un giorno dopo l’altro. Una cattiva notizia è sempre una festa per chi non la subisce, può spettegolare ed essere contento che non gli è capitata, un frullatore lo stomaco della gente, digerisce di tutto. Incombe sorniona la notte per riprendersi le strade e lasciare a pochi il privilegio di sguazzare nella foschia del pensiero attenuato, una forma indiretta di meditazione per lasciare che il mondo o la sua costruzione scivoli via per le zolle che vincono con il cemento un braccio di ferro quotidiano. Il giornale del mattino apre con una frana e la solita codazza di narrazioni abbastanza uguali a se stesse nel tempo di altre frane, una possibilità reale di una guerra nucleare in Europa con la particolarità di una via senza ritorno. Fuori è l’ora dell’inverno a nubi basse ci si rintana in un cuore caldo, fatto di anime sperse in un delirio della paura che segna il punto sulla frugalità e la spensieratezza della gioventù sia dei giovani che dei vecchi. Sono le prime ore queste, che ancora non del tutto mattino, mi fanno dire, cose un po’ a casaccio, per riprendere il comando, ricompattando i ricordi intorno all’azione di un intento verso la sopravvivenza, mi avvicino al punto in cui di solito lascio perdere il discorso e senza preavviso me ne vado ad acchiappare il cane che aspetta l’osso. Ho dei ricordi che non ho mai vissuto, appunto… se non nel ricordo, quindi che stranezza può essere la vita, se vissuta senza materialità. Di certo il dubbio viene rispetto a ciò che veramente conosciamo o crediamo di conoscere, in quanti siamo nella stessa storia biografica? Quante diramazioni si aprono nello spiazzo della memoria? Ora che sento la canzone della fine, melanconica e nello stesso tempo felice, posso osare, ed entrare nel solco di mezzo che già da bambino mi fece paura, ma ora sento vicinanza per le mutazioni spaventevoli, ora sento la diversità come identità. Cento parole al giorno sembrano un progetto ridicolo, come una fantasia, un vezzo, ma per me è restare attento a quell’esserci filosofico che è più una forma di azione meditativa che mero esercizio semantico. Intorno i rumori del quotidiano risveglio nel prepararsi ad andare nel proprio dovere, portandosi dietro la stanchezza che nel tempo sfibra il senso della libertà. I compagni di questo viaggio a poco per volta si sfilano nel ristretto spazio di un saluto, perdendo per sempre l’entusiasmo di “voler cambiare le cose”, già altri sono sull’uscio di casa pronti ad occupare gli spazi del tempo.
Un muro di genere sullo sfondo dell’apocalisse
Il sonno si para davanti, quando il fuoco brucia i contorni delle case come vecchie cartoline dal contorno seghettato, in un soffio chiude la tragedia nell’oscurità e lascia che il corpo accusi il colpo. La difesa è l’ultimo baluardo degli umani colpiti dall’incontrastabile venire incontro degli eventi, per cui sparire come fantasmi è la beffa per il predatore, che guadandosi in giro scopre la solitudine dell’ insignificanza non avendo vittime sotto tiro. La trama si ripete in un circolo tra alto e basso rispetto ad un avere ragione su un’altra tesi alquanto ragionevole, sono le vicende che snocciolate dai quotidiani si impastano in una crosta di pane dura da digerire ma servita tutti i giorni forma la consuetudine del pensare senza confini ma con frontiere d’immaginazione. Mi rigiro fra le dita le parole che non dico, per poi lanciarle vie lungo il viale coperto dalle foglie morte, risuona lo scalpitio che s’allontana lasciando che il tramonto si riveli nel colore rosato di un momento di pace. Leggendo il giornale del mattino mi accorgo che il mondo sta alzando un muro tra maschi e femmine con una interpretazione religiosa nelle giustificazioni che appare quanto mai fuori posto, il pensiero scientifico che ormai è il discorso da cui tutti dipendono per i frutti della tecnica che offre non ha nulla in sé della distinzione di genere. Per cui mi chiedo da dove viene questo terrore degli uomini per le donne, è forse un presagio per il futuro in cui la tecnica renderà sempre meno importante il ruolo maschile? Mi chiedo come sarà per i maschi quando comanderanno le donne? A novembre c’è un sole settembrino che rischiara e da lontano si vedono le cime orobiche bianche, la povertà è vicina nella sua manifestazione sempre più cruda mentre i ricchi o gli arricchiti diventano sempre più arroganti nel manifestare la volontà di sopraffazione o forse è il fatto che tutto è più scoperto, la discrezione ha lasciato il passo ad una continua esternalizzazione della sofferenza su cui nessuno bada se non coinvolto direttamente. Se da ragazzo giocavo a guerra tra bande con finzione sia nelle armi che nelle intenzioni, ora la guerra è vera anche se chi la fa ha la testa di un bambino. Non si gioca più per imparare ma il gioco è già parte della sopravvivenza per cui gli adulti di domani avranno fisionomie diverse dal presente, forse il momento storico del passato che più si avvicina è l’uscita dalla prima guerra mondiale dove i giovani sono stati travolti ed il dopo ci è noto. Ci saranno o ci sono già nuovi mutanti, alla fine il corpo troverà una nuova modalità di aggregazione con alleanze molecolari a noi ancora ignote, più il cambiamento diverrà radicale più il vecchio essere umano sarà spinto nella marginalità dell’estinzione. Un riverbero stilizzato sulla plastica nel perenne galleggiamento tra le onde del mare, forse nel cielo più soli e lune in un quadro di raffinata visione noir tramandata oralmente in corpi di unica parola. Rileggo questo fondo di bottiglia abbandonato e risuona il messaggio ormai antico di chi nel mediterraneo si è perso, ora che potrebbe essere attraversato a piedi non essendoci più l’acqua. Già da tempo in questo nuovo scenario della mutazione non è l’uomo l’attore principale, ma ospite incorporeo nella landa sterminata dove le grandi presenze dialogano tra di loro, oltre il pianeta verso le masse di aggregazione che si spandono in quello che l’uomo chiamava universo. Mi sono schiarito la gola cercando di parlare ma non è uscito che vento e ci sono rimasto male, le solite parole che se dette ti tornato come un cappio, il silenzio segue la battigia fino al calare della notte e poi ti lascia libero di volare via con le falene verso le stelle.
Intorno al senso delle cose
Intorno al senso delle cose che germogliano, fioriscono, decadano nella dimenticanza, come anche un incontro, un bacio, un addio. Intorno allo stare qua, in un luogo non ben definito perché tutto si muove in una continua evoluzione senza una via di risoluzione. Ascolto o leggo gli accadimenti quotidiani e il profilo di una cultura del mondo si delinea, e nello stesso tempo si collega al sentimento dando al divenire il significato che in questo momento diventa il mio significare. Intorno a tutto questo rimango stupito di come si possa continuamente reinventare la storia in mille e mille modi senza mai che ci sia l’unica versione. Anche oggi ci si sveglia di buon mattino con i venti di guerra che spirano sempre più vicini, ormai la strada dello spavento generalizzato sembra la più efficace a contenere l’irrequietezza dei popoli. L’industria del carbone intende dare una ultima azzannata alla terra prima di lasciare il campo alle nuove tecnologie che avanzano in un incerto tentativo di salvataggio, il quale si mostra arduo perché con sé si porta via questo tipo di umanità che ancora non molla la presa sulle proprie divinità. Cielo incerto oggi, da vicino nuvole grigie, e all’orizzonte l’azzurro di una schiarita, è come un afflato di una coda poetica che giunge quasi silenziata alla coscienza, un sussurro nel campo oscuro, una gioia inattesa mentre divampa la solita coda per la sopravvivenza. La poesia è poco rappresentata nei summit che decidono le sorti del mondo, sarebbe una buona abitudine invitare i poeti a raccontare le proprie parole, prima che la politica del potere comincia la propria di danza. La parola incarnata nella profondità custodisce i semi della verità ed è solo la poesia ha saperli cogliere, a confronto il linguaggio scientifico è di una sciattezza disarmante, per cui anche dove oggi tuonano i cannoni la parola profonda può essere il perno per riappacificare le polarizzazioni umorali della potenza del volere. I bagliori che compaiono davanti al campo visivo ed i suoni invisibili che ronzano nella testa rispecchiano un avanzare della caducità, che verso l’inverno si intona con la colorazione della natura e del clima melanconico. Nell’ascoltare le notizie in televisione si può fare l’esperienza di una miscellanea tra tragedia e banalità in un corto circuìto di pura assenza dalla realtà, per riprendere il dopo come se nulla fosse successo, una modalità che sempre più ci estranea dal sentire le sofferenze di chi come noi vive ogni giorno la fatica di starci nella quotidianità. Guardare fissi davanti a sé è fuorviante della visione dell’ intorno e rispecchia le cecità di cui poco alla volta sopprime il senso critico delle vicende, come muli ci spingiamo nel sostenere idee che per la loro vacuità intrinseca sfioriscono ma in noi rimangono attaccate come vesti marcite e con il tempo avariamo con esse. Lo spirito inteso come libertà di espansione del comprendere in qualche modo ha bisogno di essere salvaguardato, perché è la bussola che al momento dell’oscurità conduce fuori dalla tempesta. Sono simulazioni susseguenti che intrecciano le sensazioni e si assomigliano nella sostanza dell’azione, ed è la dimenticanza che introduce il tema della novità dando l’impulso alla costruzione delle storie. Camminando mi sono perso nelle vie e piazze cittadine, non riconosco la consuetudine e giro attorno come un sognante guarda il mutevole contorno del sogno, seguo il richiamo della civetta che da sempre riporta verso casa i viandanti dall’uscita dell’osteria al tempo di oggi. Vorrei risentire il sapore dello scantinato ricolmo degli attrezzi del pittore, e naufragare nell’insolita malinconia che il passato trascina dentro ad i gusti di una tela ancora incompiuta ma già antica.
La casa dai mattoni rossi
Un edificio basso di mattoni rossi, affiancato da colonne che sostengono il colore del cielo, dentro ad un giardino incolto nel senso che si aggiusta da solo. Da fuori una sensazione di extraterritorialità dalla mortalità in assenza di creature divine inventate senza esserci, uccelli di varie specie si annidano e rispettosamente ornano la casa come un santuario naturale. Un piccolo sentiero di ghiaia grigio chiaro porta all’entrata in modo che lo scalpitio annuncia già il visitatore in anticipo, così che si possa essere sempre pronti ad una buona accoglienza nel profumo dell’infuso di fiori e erbe salutari. Sono anni che intorno al luogo i rumori si attenuano e i più vecchi del vicinato passeggiano godendosi l’oasi del quasi silenzio, il camminare per camminare in città è rimasta cosa per anziani il quali non vengono più recepiti dagli altri indaffarati a seguire mete e scopi, invisibili portano nascoste le saggezze che andranno disperse per ignoranza collettiva. Lungo il confine della casa quindi si dipana il sentiero degli sguardi e saluti formatosi da ricordi che via via vengono seminati nel tempo, humus per la vegetazione che crescendo nutre il cielo di buone intenzioni. Suoni musicali emergono attutiti dalle mura in un affresco che colora di vivacità la deriva autunnale delle foglie sparse intorno a ricoprire l’umidità dell’erba, una via traversa verso la sera che incombe lasciando silenziosi gli uccelli abitatori quasi invisibili all’occhio. Aspettando che si accendano le luci dalle finestre per illuminare zone e ombre del giardino dove ci si ritrova a guardare il mutare dei contorni in funzione della fantasia che si rincorre nelle ore più melanconiche. Difficile immaginare chi abita la casa rossa se non si è inclini a sfidare il rigore razionale delle definizioni e le convenzioni che si ripetono appunto per continuamente confermarsi. La presenza abita indisturbata le stanze che si delineano dal color porpora al rosa pastello immerso nel legno intarsiato lucido per la presenza della cera d’api che diffonde un profumo di restaurazione o semplicemente lo stare per ciò che si è da sempre. La Signora con passi discreti abita il corpo come gli spazi e attende il forestiero come un segno di buona fortuna, nell’incontro la parole decorano lo spazio e le storie si amalgamano ad altre in un guizzo barocco che si attenua quando la luce viene spenta per il riposo ed il silenzio può essere liberato. La signora custodisce un segreto che negli angoli abbelliti da suppellettili in varie forme e sostanza si definisce nell’ arredamento curato con amabile cortesia:”non esiste bene e male” non c’è mai stato un qualcosa ed un qualcosa altro dall’altra parte, c’è sempre stata e ci sarà sempre una unica cosa sola per tutte le cose. In fondo pensa la Signora: è una banalità, ma se fosse creduta tutto il mondo cambierebbe in un soffio o battito di ciglia. Si dice che errare è più eccitante, quindi la costruzione dei santi e demoni è una rappresentazione, o una storia da raccontare per rompere l’eterno che dilegua uguale per sempre in ogni dove. Il tè è servito dal vassoio alla mano e poi nella delizia di un momento d’intimità, guardando fuori nel giardino d’autunno quasi imbronciato dall’inverno, impaziente per le feste a venire. I segreti sono scritti sempre in maiuscolo per non essere notati, e passano via come niente anche se illuminati come le insegne dei locali, è così che la vita si lascia sedurre dall’inconoscibile nell’ ebrezza di un salto nel vuoto. La Signora nei propri pensieri si asciuga le labbra ad ogni sorso della bevanda calda prendendosi tutto il tempo del mondo per il proprio piacere.
Fine partita
Ricomincia una storia nel velluto del cielo chiaro, ma freddo, per il vento che viene da nord; ruote, tacchi, risuonano allontanandosi, nel senso contrario a dove la percezione mi consente di stare. Irritato per il pianto dei fiori e dell’aria che soffocando non riesce a fondersi con chi ha sempre amato, lasciando una natura boccheggiante, senza nutrimento e sentimento; contesa dalle sensazioni umane di odio ed indifferenza per ciò che non capisce e lascia morire in vista, priva della tutela e del riserbo dovuto alla sofferenza. Questo è il selciato calpestato che impone un percorso di crudeltà nel freddo della stagione che avanza ed i doni della fantasia ancora non si vedono all’orizzonte, come scalare monti con la persuasione e scalciare la neve senza membra, in un orizzonte di sogni fluttuanti davanti ad occhi privi di palpebre. Reggo fin che posso il gioco dell’essere al riparo, anche se nessuna sicurezza è stata posta sul percorso, tutto è mutevole e repentino nel cambiamento, in questa via decentrata dove alcuni passanti si dileguano prima ancora di toccare la fattualitá dell’innesco con la realtà. Tutto intorno le cerimonie si concludono rimandando ad un altro tempo le preghiere per placare le anime perse, in quest’oggi la pietà non ha trovato casa, e vaga desolata in terra d’autunno tra i colori che gli sono propri. Le piazze si sono colorate della moltitudine che accarezzano le speranze ed abbordano la diversità con curiosità, testimoniando un pensiero che vive nelle vie ed in luoghi abitati, abiurando i prodotti nelle serre della telecomunicazione dove si costruiscono i subumani rispondenti ad i toni della violenza e della proprietà. Senza età il pensiero ha leggerezza e sostanza con potenzialità di cambiamento, le idee funzionali alla vita di tutti hanno senso di esprimersi alla luce del giorno ed è il momento in cui oggi presidiano l’avanzare delle pretese mortifere dei ricchi feudatari. La narcosi degli oggetti è terminata da quando gli scarti hanno cominciato a rubare ossigeno e l’acqua si è trasformata in pantano, consiglio di ricominciare a imparare a viaggiare leggeri con solo quel che basta, in ogni momento può essere necessario cominciare a correre. Dentro al limite sicuro che sembrava largo, ora non più, già alla pelle si erge il confine altrui, si ascolta ciò che non si vuole sentire, e non c’è modo di estraniarsi perché nel frattempo il mondo si è rimpicciolito in un umano a gomito a gomito. L’altrove è fuori dalla terra isolata, ma la metafisica si è fisicata dentro la tela dell’informazione e dell’immagine in pixel, dove navigando a vista si finisce nelle risacche del non senso. Oppure guardando lontano si scorge una scarnificazione della parte solida dei corpi per inoltrarsi nella pura informazione, lasciando il mortale nella narrazione della storia antica, il nuovo è solo azione che si propaga in un infinito. Ma oggi ancora ancorati nella lentezza viviamo misurati dalla sofferenza per l’attrito che da sempre viene contro urtando oppure accarezzando, dipende da come gestiamo la volontà di trasformare le cose in altro da sé. Aspetto il turno assopito con un poco del senso d’abbandono che ti prende quando l’autostima scema nella deriva della dimenticanza, a raso della mega sala dove sembra che tutti abbiano un posto e vanno via spediti oltre il luogo d’attesa. Gli sguardi non si toccano per via che siamo in troppi ed il senso di asfissia logora il tempo e l’aria che lo contiene, è una sensazione da fine stagione o l’inverno che anticipa le sue carte provando a spiazzare i giocatori. In ogni caso la constatazione che il paesaggio in poco tempo è sbiadito come le vecchie foto analogiche rimane il segno di una fine partita.
Sotto vento
Sono giunte fino a noi le ombre delle antiche parole delle quali alcune scolpite nella pietra, il suono si è perso e non può essere rintoccato due volte uguale senza una mutazione, per cui stratificazione su stratificazione giungono ad ogni presente con novità da esporre. Non è detto che il pensiero in principio fosse parola ma ora che la narrazione coincide con il mondo, sicuramente sono vocaboli quelli che affollano le menti e si impastano in una ruminazione continua senza via d’uscita. Oggi la risacca ha fermato i barbari come indicato da Baricco, e sul bagnasciuga rispunta il germoglio dell’idea che affonda le proprie radici nella profondità delle terra, innalzando certezze, confini, muraglie, per preservare il radicamento. Fino alla prossima ondata che impetuosa coprirà con uguaglianza la superficie stretta tra cielo e terra, rendendo le cose dette come idee scivolose che surfando vanno in ogni dove e per lo più allo stesso modo. Due visioni che si contendono ciò che resta delle risorse di un pianeta che in apparenza silente aspetta di presentare il conto ad i propri abitatori. C’è solitudine in tutte le contese giuste o sbagliate che siano, lasciando sul campo roditori di imprecazioni e ruminati rancorosi, che avvelenano l’acqua e l’aria che ci scambiamo per sopravvivere. Anche la festa del travestimento finisce in tragedia, giovani morti senza senso in una qualsiasi via del mondo, sorrisi spenti ancora prima che finissero di essere acerbi. Dileguo come un vapore dalle stanze private verso il solco della realtà, ma non capisco cosa anima il senso mortifero dell’idea che aleggia ad occidente di una qualsiasi altra alteritá se non il fatto dì accentuare divisioni. Il freddo bussa con insistenza per entrare da padrone nell’autunno e ricordare a tutti che la circolarità degli eventi ha ancora la presa sulla natura, tra i campi scorre la fatica nei colori dell’imbrunire e della caducità sostenuta dal futuro mosto in novello vino, che fa sorridere e come al solito sperare. Festa per vivi e morti nella tradizione che ci distingue, un saluto per gli antenati, e per tutti quelli che ancora non sono arrivati, per i restanti è un camminare su una via stretta in cui nulla di definitivo è ancora stato detto.
La rivolta
Cambiano i volti, ma la rivolta resta tale, cioè uno sconvolgimento e sconquasso nelle relazioni, animi accaldati che infiammano le parole: a volte gridate, oppure sussurrate, nel nascondiglio dove si prepara l’azione. Si nota una certa disarmonica flessione verso i movimenti della stazione eretta, una disarticolazione, che rende l’umanità una oscillazione isterica collettiva, rimangono poche isolate zone deserte, dove il connubio con la natura, permette una vigilanza corretta, nel flusso del tempo. Una preghiera al mattino apre la strada alla comprensione di ciò che si fa incontro, per quel che si riesce a vedere nel limite eterno, in cui il nascosto convive con ciò che sta. Nella quotidianità è tornato l’intruso, cioè quello che al solito rompe i coglioni a tutti, impavido non ha un pensiero perché vive di rabbia e rancore, così il suo mezzo è fare casino fino alla molestia, piuttosto si fa abbattere come un toro al macello, per non cedere all’usanza del rispetto. Così come nelle micro questioni, così anche nelle macro questioni, i muri dell’inganno si vanno via via consolidando, fino a travolgere quel poco di buon senso che la cultura ha donato, agli ascoltatori del tempo nella dimensione ampia tripartitica. Consuetudini che nel ripetersi si ostinano a volere un’anima per farsi figlio di Dio, in questa arena dove le cose padroneggiano, la ripetizione è come un rave alla ketamina, si vibra fino allo sfinimento dove a vincere è lo sfinire. Piccoli adolescenti mai svezzati, che da vecchi restano imploranti verso tutto e tutti, come se la magia del mondo facesse comparire l’oggetto del bisogno, l’inganno acerbo del desiderio che non può essere domato, come nella storia della giara rotta, con cui gli Anziani già conoscevano le trappole del mortale. La “dottrina dell’anima non discesa” plotiniana, dice che ciascun uomo è caratterizzato da una condizione duplice. Da un lato vi è la nostra quotidianità, che condivide la condizione delle realtà soggette al tempo e al mutamento; dall’altro lato vi è ciò che noi siamo nel senso più proprio, la nostra vera natura che non lascia il mondo intelligibile e si identifica con la parte superiore dell’anima. L’ascesa conoscitiva è così concepita come la rimozione degli elementi sensibili e legati ai corpi nella nostra conoscenza, in modo tale che tutta l’anima prenda coscienza di quell’attività intellettuale superiore che le è sempre propria, anche se non ne è per lo più consapevole. Plotino descrive questa esperienza come un “risveglio di sé a se stessi”. Questo Plotino lo scriveva in tempi di assolutismo nella pratica del potere: infatti siamo nel periodo imperiale romano; quindi il pensiero sotto la schiavitù del corpo pone la libertà in un altro luogo che non è il mondo, una fuga metafisica dall’ incombenza nel prendere atto della sopraffazione delle persone verso se stesse. Da lì a poco dominerà il cristianesimo e l’Islam che porteranno in paradiso i beati perché martoriati dalla cupidigia in vita, e oggi netflix porta la narrazione in una dimensione mista in cui si può essere nel presente ma anche no, si può essere mortali ma anche macchine longeve, si può persino pensare la metafisica in termini di realtà fattuale. Oggi in Europa c’è la guerra e tutte le mattine il traffico sotto casa non cessa di scaricare il gas su cui si combatte, l’allenamento alla finzione ha portato la consapevolezza così lontana dai fatti che solo quando sulla solita coda pioverà piombo e distruzione ci sarà un sussulto di stupore verso la realtà che si presenta. In cammino lungo il sentiero che inesorabilmente porta verso i ricordi e le speranze che seminate dalla storia si ergono come monumenti del rinascimento, è un sentiero solitario che sopraggiunge quando ormai si è già evaporati in una sottile coltre di confine.
Tacchi a spillo
Tacchi a spillo, risuonano, dal fondo verso la superficie, dentro ad un canale d’asfalto, intorno grattacieli, tombini di ghisa, vapore dalle griglia interrate. Fumettistica visione nel quadro momentaneo di una leggerezza, una piuma che sfiora la lampada passando incauta tra la luce, fermo immagine, è tutto si ripiglia a scatti, ma dentro al cuore le cose sono cambiate. Scatole di tranquillanti posati incautamente nella tana del coniglio, una festa in maschera, tanti coriandoli bianchi ed uno solo rosso, scacciando il tuono della guerra, in memoria della nostra guerra civile passata, un monito per gli stolti nostalgici dei ricordi romanzati, ho ascoltato le parole di Liliana Segre e ho visto lo scorcio reale del passato dai colori foschi e di agghiacciante brutalità. Le persone comuni forse cominciano a destarsi dal letargo, e guardandosi in giro scoprono che il mondo che hanno in testa non è il mondo al di fuori del pensiero, quello che si scontra con le spranghe agitate come armi, quelle che bucano la carne con il contatto ridestando il cadavere al potere. Oggi la scossa tellurica scrolla la crosta come un pelo bagnato di un cane, facendosi udire da tutti da nord a sud in egual misura, tacchi a spillo rintoccano calzati da maschi, dal fondo alla superficie sfilando davanti alle baionette spianate, è il giorno del ringraziamento generalizzato, si brinda con acqua da the nell’intimità del rifugio, lasciando che il tuono della guerra se ne stia in disparte, per ora. La nostra illusione di vedere ciò che c’è come se veramente ci fosse qualcosa da vedere, in questo tonfo nell’oscurità ormai avvenuta agli albori della civiltà, effimere come le punte delle fiammelle che si estinguono appena prima di nascere in fumo che dirada, ed è così che si affievolisce la coscienza mentre mi addormento per svegliarmi oltre il bivio. Le stanze sono riempite per dare un senso ad i percorsi che vi si tengono, a volte arredate in armonia a volte dodecafoniche ma sempre coincidenti con gli abitatori, anche se fosse un solo mobile di cartone, perché il fondamento del sopravvivere è il legame profondo che si instaura con l’immediatamete vicino. Per le persone è forse l’unico modo per vincere lo spaesamento ed è per questo che strateghi della guerra tolgono alla gente comune ogni cosa, per vincere sulla loro volontà di essere un popolo con delle appartenenze in cui riconoscersi. È così che giocano i signori del comando per fiaccare la resistenza verso i loro stessi figli resi oggetti tra le cose. Permane il sole in questo ottobre, ritardando l’arrivo dell’inverno e con esso il presagio di una conclusione con tutti i dubbi e le pesantezze che ogni fine capitolo porta con se, distratto, forse assente, guardo nella luce, che rischiara i bordi, rendendoli accumunati, quasi minacciosi e non so che fare di questo tempo che continua a sbraitare contro tutto e tutti abdicando al buon senso. Tornano i rintocchi: tacchi a spillo calpestano veli, simboli mortiferi usati come armi, siamo nel 2022 e la scena è la stessa che si ripete, potremmo essere nel 1922, la storia è una forma a spirale retrograda che sembra un avanzare ma in realtà è un ritornare che poi è un stare fermo. Di ritorno dal muro oltre la siepe scopro che la casa che pensavo mia non c’è più, allora rimango in attesa forse di un tram, oppure di un calesse, qualsiasi mezzo che possa trasportare un sogno verso la veglia. È così che i pensieri si incasinano quando non del tutto svegli ci si attarda nel mondo delle innumerevoli possibilità formate dalla sostanze delle nuvole in questo ottobre primaverile.