Predicato verbale (aprile 3)

A certe condizioni si può restare in bilico tra idee contrastanti in un dialogo interno fatto di sferzanti rimbalzi fino ad implodere in una piazza gremita da rivendicazioni urlate. Questa situazione può capitare al rimuginante professionale che si porta dietro un coro di voci in ogni aspetto della sua realtà anche quando comunica con l’esterno. Se vi trovate davanti ad un rimuginante professionale potete stare certi di non essere ascoltati in quanto Egli è troppo impegnato ad anticipare il vostro discorso e a darsi le risposte per cui l’ascolto nel suo cervello è precluso.

Di certo quando parlo utilizzo il linguaggio è tra il pensare e il dire stiamo già a due, quindi da sempre non siamo una unità ma una molteplicità che si gioca la narrazione del mondo, ogni evento che arriva ad espressione è il frutto di una dinamica dialogica critica tra pensiero e linguaggio. Mi porto dentro più trame che criticandosi riformulano la sintesi che poi si esprime come una eruzione e più è complica la questione più i soggetti si uniscono al coro fino alla moltitudine a cui ogni povero Cristo ha a che fare quando per decidere deve pensare con il linguaggio.

Il raccontare è il consolidamento dell’appartenenza ad un aggregato di idee che si consolida attorno ad altri attori con similitudini comportamentali. Le storie legano i sentimenti ad un luogo che da quel momento diventa casa. C’è tristezza nel cuore del mio vicino che ogni giorno combatte per non bere, e trasforma la propria casa nel bello che dentro di sé non trova. Con muso lungo e infagottato alla bell’e meglio come un orco cerca di mantenere la distanza per sfuggire al riconoscimento altrui. È una storia nei fatti che si fa epica nella parola che attraversando il quartiere diventa romanzo.

Torno sempre a lucidare quel triangolo di mondo che sta tra il pollice e l’indice, come un tic solitario mentre gli altri se ne vanno lungo il corso radendo il muro che divide il dentro dal fuori. Ho ascoltato i salmi mentre passavo per caso dal monastero lasciato incautamente incustodito a dei ladroni che si portavano via il succo della fede. Per un attimo ho bestemmiato in buona fede senza nominare Dio invano, ma poi il tutto mi è scivolato di mano mandando in malora il mio salmo preferito senza più voltarmi a guardare la faccia di un credente.

Tornando alle parole che saltano in bocca come pop-corn salati dal mare disteso nel suo letto, mi ritrovo a non governare più le pensate di inizio stagione quando l’aria frizzante dona qualche anno d’età in meno. Esauriti come le gomme da masticare i pensieri che mi vengono incontro appaino insignificanti e appiccicosi senza il verbo che struttura l’azione, solo soggetti che rotolano come pietre lungo la pendenza della riva per inerzia prima di sparire tra ì flutti grigi dell’acqua. Forse sono solo parole ma oggi che i corpi sono diventati un sillabario una cancellatura può mutare in una ferita.

Anche oggi ho tirato le somme dentro la barca dal fondo bucato che immancabilmente non affonda perché agganciata al vento. In solitaria navigo al largo da pensieri complessi i quali a forma di ragnatela cercano una sosta per predare i poveri sprovveduti ignari dei loro predicati verbali. È una scommessa la scena costruita per una storia mitica che racconta di un amore eterno, mentre i mortali passano per la via dell’oblio trasformandosi ogni volta in pietre antiche ad i piedi dei monoliti. Sono i santi quelli che lasciano degli scritti ad indicare il punto che non si vede mai perché appunto indicato dall’indicare.

Si può… (aprile 2)

Si può udire da dentro il sibilo che ci riporta al risveglio nella mattinata di oggi che come ieri si presenta alla coscienza. Con una certa testardaggine insito nel voler strutture un progetto o storia, ma da subito nel pensarlo mi ritrovo a perderne la consistenza, i pensieri si sciolgono e colano dalle estremità del mio spazio vitale e si perdono. In qualche modo cerco di fermare l’emorragia ma è buio oltre quella soglia. Fermo immagine su ambienti abbandonati, meglio se vecchi opifici in radure incolte, ingrandimento e zumate verso particolari particolarmente incrostati da ruggine e resti dalla lavorazione…poi personaggi sbiaditi in bianco e nero che tremolanti appaiono e svaniscono. Ancora non del tutto sveglio si materializza nella memoria la carrellata di volti visti il giorno prima, esse sono sfumature emozionali che riproducono le sembianze in rughe significative dal dolore. La fenomenologia insegna a guardare ciò che sta alla vista senza la carica significativa che l’intenzionalità insita del nostro osservare già investe l’oggetto prima dello sguardo. In questo modo i volti in rassegna appaiono nudi dalla mia intenzione e sono ciò che sono, cioè bizzarre conformazioni dell’espressione umana che si riflettono in me per il loro stesso giudizio, ed in questo piangono la propria pena. Sono giorni complicati dentro alla storicità del racconto dei molti esuli di un mondo in sbandamento, la paura che si trasforma in rabbia è la costante linea scavata dai profili della gente. In disparte si accumulano i rinunciatari sempre più evidenti nell’ inerzia di un pensiero che non sa più affrontare la povertà e la miseria. Semplicemente si ignora gli avanzi e lo scarto che infettando le sorgenti prima o poi farà crollare il feudo civile…mi scosto un poco per vedere meglio…oltre la nebbia che incrocia il sottosuolo, e cioè che vedo è terrorizzante. Rinnovamento è un ordine del risveglio pensato da milioni di persone che a sezioni nel mondo si alzano e guardano la realtà in modo diverso. Dove prima c’era il silenzio ora le voci si fanno concitate per l’urgenza di esprimersi e finalmente:“lapilli e lava” l’eruzione travolge vecchie incrostazioni. Aggirandomi nella calma piatta dei sentimentalisti per tessere un filo di concatenazioni alle quali va aggiunto un cappello per chiudere la storia. Sono in affanno nel corpo che oggi disteso senza volontà nel torpore del tempo che non vorrei che passasse. Cerco un riconoscimento che mi colloca sulla scena di questo crimine che è il perdersi nel divenire, che per i buddhisti è continua trasformazione degli aggregati. Per la logica è l’eterno che si mostra nel proprio stare per ciò che è. Per i nichilisti il divenire è la prova inconfutabile che si va nel nulla, l’annichilamento dell’essere, e con esso Dio. Ancora sovrasta su i cieli da Babilonia in poi la volontà che le cose siano altro da sé e prevale l’umanità malvagia che non si arrende alla bontà. Guardando le file dei libri riposti senza un ordine particolare sulla libreria, la mia ricerca ha sbalzi miopi individuaando testi possibili per essere mutati, attraverso un lavoro di spoliazione delle parole dal loro senso, per essere ricollocate sopra ad una diversa trama che man mano porte con sé il paesaggio del mondo sotto la lente d’ingrandimento. Il rimescolare è l’arte del funambolo che appeso ad una sottile trave, muove i birilli con estrema cura verso nuovi orizzonti della Gravità sfidando la sorte nell’acrobatismo della sospensione. Archiviata la Pasqua con il casino che si è portata dietro, nelle strade riprende il moto perpetuo della folla che si orienta rispetto al proprio “da fare” e nell’ansia si corre verso la meta che rimanda ad altri non luoghi del vivere.

Ricomporre i cocci (aprile 1)

Riprendo una lenta meditazione interrotta dal sopraggiungere delle tensioni che sfilano sulla linea dei nervi e si fanno coscienza, diventando poi pensieri volatili che una volta liberi si chiamano “cultura.” Il divenire non lascia tregua mano a mano che si invecchia, è una speciosa creatura che si insinua per fare si che crollasse ogni certezza o momento di stasi. Dal nulla al qualcosa come un battito di ciglia sulla fronte della terra che appare divisa dalle altre costellazioni del cielo. Più che meditativo mi ritrovo incupito dentro ad una gabbia che risale alla storia degli antenati, quando hanno deciso di essere qualcosa piuttosto che niente. Ritornare indietro per Eoni scordando luoghi e definizioni per ritrovarsi in ogni spazio, un cappuccino al tavolino sull’incrociarsi di due traiettorie mentre una lieve pioggia smussa gli angoli della tristezza. Mi sento un po’ così come un viandante che non va da nessuna parte, in una incerta decisione che mai si decide a maturare, e, quindi, si rimane seduti sorseggiando l’eterno cappuccino mentre da fuori il tempo scorre come ha sempre fatto. Partecipo ad una riunione e tutta quella agitazione mi irrita lo stomaco. A stento arrivo alla fine, esausto e vuoto come dopo una condanna capitale in cui tutto si annebbia nella gravità dell’ irrefutabile. C’è in queste situazioni una istanza di redenzione, dove i convenuti si ritrovano ad interpretare un rito che assolva la coscienza dal peccato o dal senso di colpa nel sentirsi inadeguati verso un Dio che ormai è velato dalla modernità. Riunioni come messe celebrative in cui le persone trovano riscontro di esserci ancora nella considerazione altrui, oppure riunioni in cui guerreggiare per imporsi e per attenuare una identità debole. Questa danza quotidiana del lavoro si ripete nella mia mente come un disco ad una sola canzone, irriverente verso i nervi sfilacciati dall’uso e… invecchiati dal tempo. Cado in un dirupo mentre da fuori tutto rimane immobile, scivolo dentro un baratro che graffiando toglie la “pelle di dosso”, non vorrei essere qui ma niente riesce a tramutare il sogno in acqua, per cui continuo la corsa o meglio la scivolata. La realtà appare sbiadita passandoci accanto in caduta libera, con le cose inanimate che si animano e sorridono come fiori maturi che da sempre ci guardano dall’altra prospettiva che noi chiamiamo inconscio. Cerco appigli per frenare l’accelerazione ma le mani sono trasformate a vele e catturano il vento in modo da spiccare il salto, quindi mi arrendo e lascio fare alla natura dell’essere quel che vuole in fondo è solo un altro giorno. Per me che già faccio altro scrivere tutti i giorni è una necessità, senza una finalità precisa perché scrivere non è solo un mestiere, ma è disciplina tra logica e arte. La pratica è mettere insieme il caos creativo con la austera metodica di dovere infilare una parola con un’altra di senso compiuto. Nello stesso tempo ascoltare il proprio respiro e fare in modo che l’aria che entra calmi lo spirito e l’aria che esce guarisca il corpo. Nello scrivere a volte subisco un conflitto interno che mi disturba, infatti non so scrivere per raccontare qualcosa in particolare, quando ci provo perché mi viene il dubbio di doverlo fare il risultato è deludente. Mi sono accorto che amo le parole nella loro singolarità e spesso le accosto in una dissonanza come nella musica dodecafonica in cui a risultare emergente non è la melodia ma lo spazio armonico interno o sotto la melodia. In sostanza io scrivo per ricomporre i cocci delle cose rotte in me o in altri non importa, ciò che conta è respirare dentro le cose aggiustate fin che tengono.

Bambini (marzo 5)

I bambini si toccano per riconoscersi e girato l’angolo si dimenticano il passato non avendolo ancora inventato. Anche i nomi delle cose per loro sono variabili ed anche le cose stesse a volte sono altro da sé, o per dirla tutta: sono gli enti degli adulti che non corrispondono alle esigenze dei bambini. Incamminati per mano verso il cielo, quasi arancione, con un’aria ancora fredda… che spinge contro, complici nella passeggiate tra timide primizie di primavera. Siamo soli, come piccoli naufraghi in una deriva avara di versi poetici, abbandonati e sparsi lungo le rovine dei barconi, io ti guardo mentre la luce si diverte a rallegrare le gote in un rossore che mi gonfia il cuore. Tornando ad i bimbi che fummo in un presente antico fatto di pane e mortadella o pane burro e zucchero, incamminati tra le balle di fieno sparse a rettangolo nella vastità del campo come un’opera artistica. Incespicando con i sandali negli spuntoni duri del trinciato secco, ci diamo la mano per correre sfidando dolore ed equilibrio. La natura d’innanzi è tutto ciò che serve al nostro girovagare, uno spettacolo senza fine per le continue sorprese e l’assenza dell’ansia degli adulti che se incontrati riverberano una presenza di sogni estinti. Sulle rive dei ruscelli si apre uno spettacolo appena sotto la fronda verde, dove movimenti furtivi creano al nostro occhio un fermento fantasioso. Da piccoli, il rapporto con il cielo e ciò che lo abita è vivo attraverso un linguaggio del sentire che poi è destinato a sopperire, le cose della terra e le cose dell’aria sono animate nella rappresentazione dei tanti possibili mondi che da bambini possiamo creare. Questa linea apparente del tempo mi riporta ad un oggi che mi sembra stanchezza dovuta ad un peso del pensiero, e quindi l’assopimento riapre il gioco ed il richiamo dei vecchi amici. Oggi leggendo i giornali mi sembra che prevalga l’idea che la guerra in corso non sia tra popoli, ma tra generi ed in primo luogo tra uomini e donne. I vari fascismi prendono il vento in poppa sulla incapacità della coscienza critica di riuscire a governare la complessità delle divergenze che sono sempre state il fulcro delle nuove visioni del vivere. In questa realtà i bambini ritornano a contare niente, ritornano alla invisibilità perché usati dai regimi per finalità di propaganda. Il mondo possibile dell’infanzia popolato da eroi, fate, e abitatori del cielo e della terra bizzarri tornano nel sottosuolo del pensiero, scacciati dalla logica adulta che sforna servitori e odia le diversità. La magia è bandita dalla sponda destra, dal viottolo in evidenza, nella città degli scuri personaggi che si adoperano a costruttori di cubi, con cemento e ferro, impilati in più forme come cattedrali gotiche senza fronzoli, formate da parole secche e taglienti ad inquadrare ogni fatto in una specifica posizione: ‘senza fallo alcuno.’ Questa è un po’ la prigionia che ci aspetta lungo la via del prosciugamento delle risorse del pianeta che scaldandosi si avvia a generare maggiore energia per altre fonti o genere di aggregazione. Placido assenso nel torpore per il ripiegamento sul proprio asse di rotazione verso le viscere, un respirare dentro che si incrocia con la scossa della vulnerabilità. Mentre questo accade fuori piove ed è una pioggia insensata quasi priva d’acqua alle cui basi riporta il peso di una terra arida, riottosa al dominio della lama che vuole penetrare in un atto volgare senza curarsi della cultura delle zolle preesistente all’aratro. Come sempre i bambini si prendono per mano camminando nel gioco dell’esplorazione in cui davanti a loro si stende lo spazio della prossimità con le cose che ‘forse’ non esistono.

Dispute guerreggiate. (Marzo 4)

Sono tornato per la solita strada che dal fondo rischiara di blu il tono del passo, e che negli anni si è fatto un po’ incerto…ma saggio. Cammino solitario anche se qualcuno mi parla, in quanto la dimensione dell’aria a volte crea interferenza riducendo la solidità dei corpi in vento. Allora con pazienza la forma dei gesti prende il sopravvento e indica la direzione nella comprensione come ad una rappresentazione teatrale muta. Alcune vie, parcheggi, vetrine, aiuole, alberi, scorci dal parabrezza; sono diventate mie nell’ abitudine che segna con lacrime la lenta incomprensione del tempo. L’imbarazzo verso quel tale o quell’altro in un rossore alle gote sconveniente, mi sorprende quando capita e cerco il nascondimeto. E, se, questo esser timido un po’ mi rattrista, di fatto: fuori all’aperto la battaglia ci ingaggia nel possedere la volontà di resistere, alla volontà di altri desideranti nella sottomissione altrui. La pace è un concetto ortografico di una pausa… a volte una virgola, e a volte con più fortuna un punto, ma le incursioni dialogiche detonano nella piazza dello scontro diventando carne che si rompe. Ho ricordi degli slogan gridati nei cortei, i quali ora mi sembrano suoni ritmici privi del significato lessicale, e per questa trasformazione in musica la battaglia diventa un gioco. È stata la condizione della gioventù a rendermi un battagliero fante nella strada tra anarchici d’altri tempi, dal sapore d’osteria e tabacco misto a rivoluzione. Idee incerte per noi ragazzi che a malapena ne afferravamo una porzione del senso intero. Ma sufficiente per sognare relazioni e mondi ancora inesplorati nella radura opprimente della sottomissione. Dopo notti ramingo in giro tra chiacchiere e canzoni, me ne tornavo sempre a casa con la speranza di un abbraccio che non c’è mai stato, i cambiamenti allargano la faglia tra generazioni anche se non volute, ed è un attimo trovarsi tra sconosciuti. La descrizione della vita in periferia è un lento lamento in cui la gara si contende in primavera con il ronzio delle mosche ed altri insetti, un piatto volgere degli eventi che si stratifica nello spazio tra pranzo e cena. È in questo clima che da piccolo sognavo la rivoluzione mettendo insieme pezzi di lettura e scorci dei discorsi in un mélange colorato e vivace. Poi tra filari di alberi e siepi filavo in bici sulle vie di campagna sconnesse, con il fango proiettato sulla schiena mentre l’aria scorreva come un sogno tra i capelli e i suoni arrivavano in porzioni strutturate in armoniche melodie. Del resto solo un bambino può permettersi di guardare il mondo senza il discorso sul mondo, osservare linee curve dove il dritto è un impedimento allo sprofondare nelle zolle acerbe della pubertà. Capricci impastati con il lievito per il pane nella notte dove i panettieri reggono il regno degli assonnati alle prime luci dell’alba, e cani con i gatti passano a riscuotere il tributo della loro fedeltà. Bambini spersi nei guai degli adulti trovandosi tra di loro inventano frasi in dialetto per non essere capiti e per sfuggire al morso della raziocinio. Ritornano le fiamme per le strade d’Europa in una convulsa agitazione che scuote nelle fondamenta la certezza del progresso uscito anch’esso dall’ultima guerra. In qualche modo sempre guerra e contesa sono in prima linea per demarcare i nuovi orizzonti, e che alla fine con pause più o meno lunghe saranno prodromi per nuove dispute guerreggiate. Quando in bici sfrecciavo nei campi ancora pieni di rondini a picchiata sul loro mare verde, non sapevo nulla di tutto ciò, ma mi bastava il segreto dello stelo d’erba piegato dal peso della coccinella per sorridere.

E…così sia (marzo 3)

Ronzano nuvole di pulviscolo nel sottosuolo portandosi il discorso dei diseredati nelle parti più oscure delle case per bene. I topi accompagnano lo scorrere delle frasi che diventando slogan ingrossando il corso della protesta. I tempi maturano ciclicamente tra una maiuscola ed il punto per poi diradarsi nell’ortografia confusa delle indecisioni o nell’architettura incompleta. Oltre la Siberia i popoli fanno il giro rischiarando il cielo che sovrasta tutti in modo egualitario e chiudendo così la possibilità di una via d’uscita da una interminabile frase pronunciata dal padre eterno-occasionalmente ispirato-. A tratti brevi intervallati da lunghi come un codice morse, cerco di comprendere il cammino spirituale che in qualche modo suggerisca una via di fuga. Un allargamento alla stretta materica che comprime sempre più il suo significare sulla carne, ferendola e assoggettandola al dolore. Respirare oltre il finito dei propri polmoni per sentire tutto il resto, che nascosto è reietto alla conoscenza, conquistando un po’ d’aria verso lo spazio non piegato alle spiegazioni, ma libero come una prateria dove correre senza fiato e scopo. Questi sogni di primo mattino stimolano una colazione con aroma del caffè e miele per addentrarsi in pieghe non ancora stirate dal giorno nuovo. E…mentre la gastrite va giù duro sulle mucose sconvolgendo il sistema nervoso già incline al panico, mi trovo in quel ritaglio del tempo che ti fa sembrare abbandonato, e inutile oggetto ad i margini di un mondo in pieno avviamento e velocità. Ora che la realtà ha imparato a reggersi sulle tragedie ne è diventata ghiotta, e sempre più è a caccia di sensazionalismi eclatanti. La distruzione sguaiata è la nuova moneta del consenso, una trasposizione dal cinema alla realtà costruita nel tempo in modo impeccabile. Non ci resta che subire un’onda di rabbia rancorosa che non ci appartiene, ma che presto arriverà cruda e reale anche nelle case del primo mondo, ed in quel momento ci chiederemo dove ancora è possibile andare per sfuggire al calice amaro del rinnovo del benessere. Sento un peso nello stomaco che non mi lascia possibilità di accogliere altre storie, le quali si accumulano all’entrata della mia attenzione. Sfuggire non è possibile per cui non resta che morire lentamente senza veramente ascoltare e lasciare naufragare le parole sulle sponde del mare in cui è racchiuso il mio mondo. Profugo dalla volontà mi impongo il respiro che cela l’illusione della calma, mentre ascolto un altro evento che stamani spezza la speranza che un amico ce la possa fare. Sono tanti i “tossici” abbandonati per via di una mancata possibilità, il pensiero ha serrato le fila in questa realtà ed in molti sono caduti o rimasti fuori in modo irrimediabile. Restare fuori dai canoni sociali drogandosi non è l’unico modo per rinunciare ad un certo tipo di performance, ma al momento attuale il mercato ha reso tale pratica facile ed accessibile, con una possibilità di adesione di una larga platea di giovani, meno giovani e vecchi. Vestire di significato le cose del mondo con i colori degli effetti delle sostanze abbaglia il senso della realtà di sopravvivenza del corpo con la natura, portandolo inesorabilmente ad un decadimento e ad una morte più veloce. L’assetto di guerra che il mondo sta adottando impone un restringimento della prossimità verso gli esuli sulla frontiera della cultura, per cui l’approccio alla cura per i consumatori di sostanze stupefacenti probabilmente virerà verso la medicalizzazione ed il contenimento coatto. Siamo nella stagione dove le definizioni ristrutturano i ghetti i quali non abbandonano l’uomo ma semplicemente a volte si assopiscano, per poi rispuntare nel gorgo della rabbia e così sia.

Il mio meglio (marzo 2)

Il mio meglio è un ritornello che gira nella testa come una stretta a tenaglia tra un bisogno ed il suo contrario. Già pigro nel tendere verso l’ignoto l’acume delle sortite filosofiche sono ora in disaccordo con il corpo che invecchiando non vuol correre tra i prati rimasti incolti ed ancora vergini. Questo tempo un po’ mi spaventa nelle sue sbavature si intravedono le foibe profonde in cui si potrebbe sparire inascoltati. La dialettica al momento è una contrapposizione in cui le tesi per forza si devono scontrare, senza un campo comune il fronte nemico non può che incarnarsi in ogni altro più o meno vicino. La parte destra é zoppicante nel lento camminare verso la parte collinare oltre la città, la quale densa dal brusio della folla che non trova mai una forma composita e stabile nelle sfaccettature dell’ insoddisfazione. Oggi sono in molti i volti delle donne esposte ad un richiamo per un mondo da modificare nel modo discorsivo da intendere il potere. La voce femminile ormai sembra l’unica accreditabile nel mare vasto della contraddizione. Sento il sincopato dei miei passi rimbalzare sulle tettoie spioventi e vecchie del quartiere antico, sono alla ricerca dei libri impolverati che nessuno legge, perché contengono da sempre il pezzo di verità che si spartisce con l’altro mondo oltre la morte. La verità per forza di cose è incontrovertibile altrimenti è una opinione, ed il nostro mondo non è fatto per l’incontrovertibile, per cui si persegue il discorso ipotetico deduttivo lasciando sotto la sabbia la scrittura della verità. La paura è che la verità renda il pensiero immobile, in realtà la verità libera lo spazio per andare oltre il limite del già conosciuto perché è sulle spalle dell’ incontrovertibile che si può sgusciare oltre la cruna del nuovo mondo. Mi aggiro pauroso tra le vibrazioni della notte, dove la realtà muta in qualcosa d’altro ed il battito del cuore viene preso in prestito dai fantasmagorici riflessi dei sogni, immobile nel solito letto scomodo viaggio intorno ad i frammenti del pensiero che sparsi come nebulosa rocciosa si espandono nell’universo. Vorrei essere realista ma non mi riesce, più cerco la storia piantata nel terreno, più mi ritrovo a sciamare via dietro ad abbozzi e colori o frammenti di melodia, la realtà che mi passa sopra come un rullo compressore non si consolida nella carne. Ancora notte e piango la perdita di ciò che sento inesorabilmente perso, una emorragia che non si può fermare. Piango per la paura di sparire nel nulla che questo mondo ha reso l’evidenza estrema del significato dell’esistere. Piango per il mio lignaggio evaporato in una nuvola sopra le pendici dell’Appennino e disseminato senza memoria nei solchi di una terra aspra da coltivare. I miei dai monti sono arrivati alla pianura sopra un carretto tirato ancora da animali ed io sento la lontananza di quel mondo povero ma glorioso e piango per tutti quelli che ora se ne vanno ammassati in cataste di bare anonime con il numero di fila per l’inceneritore. Mi disgusta il sorriso di chi pensando al breve tornaconto di oggi lascia che la memoria si sgretoli in una battuta di spirito. Vedo i vari volti che si susseguono nella carrellata dei quadri scorrenti come finestrini del treno lungo una traiettoria che porta verso la speranza. Vedo una battaglia che i poveri non possono non combattere per sopravvivere alla dittatura mercantile che obbliga a mangiare il pasto di qualcun’altro in un scostamento del possesso che inganna ed induce la violenza tra eguali. Tra le tante cose rimaste sull’Appennino ci sono famiglie che rimescolano la polenta nel solco della tradizione rifuggendo il marciapiede cittadino.

Danzano le luci (marzo 1)

Danzano le luci intorno agli occhi come falene bianche attratte dalle muse rincorrenti, questo verso suadente dall’intricata storia in cui il morire è una liberazione. Affermai nel discorso abbandonato tra le vecchie cose gettate nello scantinato una volontà di presenza, che ora mi sfugge colando via dalla crosta ispessita dal tempo. Dove volevo andare in quei momenti del “tutto è possibile?” Per stranezze che siano state, ora rimandano ad aspirazioni annacquate nel volgere della sera. Allo specchio lo sguardo si guarda nel frammento tra andare e venire per poi disconoscersi in un impulso di malvagità verso ciò che la rappresentazione vuole affermare come cosa certa. Seguo le notizie su i blog e scorre la trama degli accadimenti, un partito si rinnova, una nazione rivuole il proprio posto in Europa, ed il mediterraneo ormai è una tomba dove morire con le ultime speranze appese a dei barconi indecenti. E poi sotto casa nonostante il gelo improvviso le piccole abitudini quotidiane si ripetono come un metronomo prima dell’attacco della sinfonia. Il bene ed il male per strade intrecciate confondono il pensiero analogico, il quale non può farcela ad essere nello stesso istante duale come nella teoria, ma a tutti i costi, istante per istante deve volere una delle due parti. È ancora prematuro il pensiero binario o addirittura a più dimensioni contemporaneamente, ma certamente il cambio culturale passa attraverso ad una nuova modalità di pensare e percepire la realtà. I ricordi sono sfondi della realtà dove le emozioni dipingono le cupole del sacro ravvivando la fiamma che scalda il cuore, mentre chiusi o chini sul proprio invecchiare ci si aggira per le stanze con gli occhi calati sulle ombre ed i risalti di luce dalle mattonelle. Ci si chiama tra una stanza e l’altra seguendo i suoni ed i rimandi come segnali di soccorso lanciati da scialuppe sperse nel mare nero della burrasca. Nella profondità le anime si guardano sgomente per la perdita della superficie e del cielo che riempie i polmoni d’ossigeno, così che tra le creature marine permarranno fino a quando dimentichi di se stessi si arrenderanno all’acqua e alla sua schiuma come frontiera. Con semplicità si cerca di trovare il modo di essere gentili, discorsi fatti senza alzare la voce con la lentezza per lasciare che fluiscano comprensione e altre linee discorsive, un modo per cambiare le carte in tavola ad una platea di urlatori non più interessati alla ragione. Tra le scene del presente torna la saggezza nei volti degli ultimi, testimoni della sofferenza che se ascoltata è salvezza per gli ubriachi della volontà di potenza. Un volto nuovo al canto che all’imbrunire risuona nelle osterie del limitare periferico, dove ancora si sorseggia un gusto per il piacere che non stordisce ma lascia che la lucidità della realtà sia una presenza piena. Attorno ad un fuoco che scalda si possono dire tutte le cose che passano per la mente, senza per questo essere giudicati o sentirsi sbagliati. Si, un volto nuovo sorridente si intravede da lontano, che avanza tra i campi dimenticati solcando la terra che riprende con forza il significare del cibo e della sopravvivenza. Un volto che è anche il mio mentre me ne torno nell’’umile discorso della precarietà e della poesia che senza regole sgorga dove gli capita, senza chiedere permesso, ma…con rispetto. Frammenti che scivolano sulla carta a strappo, come messaggi o dispacci lasciati lungo un cammino che per il filosofo è “l’eterno ritorno”in cui da sempre siamo presenti nel divenire in cui la mano che lascia è la stessa mano che prende. Insieme verso la riva a pregare per i nostri morti mentre il sole cala all’orizzonte.

Sbirciatine (febbraio 4)

La pedagogia è una palla magica degli anni sessanta imprevedibile nei rimbalzi, per cui la capacità del lanciatore per riprenderla è di balzare con senso di anticipazione. ‘Questa pratica di presa si chiama educazione.’ Mi dico: “chissà perché mi viene alla mente questa figura di fantasia!” Come il senso delle scoperte di nuove strategie possibili nell’insegnamento ad adulti, che vale la pena smontare e rimontare come un motore di un cinquantino, in cui poi il rumore e la velocità non sono mai uguali a prima. Le cose passate e future si mischiano nell’ evocarle in modo da possederle per un momento, ed in questo possedere che la macchina del consenso non funziona, il volere alla fine è una nullità perché nel continuo flusso della trasformazione niente è mai uguale sull’asse del tempo. Certo per il Dr. Monchi la riflessione è fondamentale mentre rimette insieme i pezzi del destino, ma non il destino qualunque…ma il destino del destino, cioè l’immutabile approdo, ma da capo se è un approdo in qualche modo deve essere un approdo a qualche cosa. Il ragazzo disteso sulle braci nel chiostro di fronte al Dr. Monchi disse: “un giorno dopo l’altro ripeto il mea culpa di non fare quello che poi farò inesorabilmente, una smania che sale lungo le vie della connessione che annebbiano il proposito e dilagano nel senso di mandare tutto a ramengo. Il mondo si inclina nella morsa in cui si scivola sulla barra inclinata del perdersi, ed in cui l’unico rimedio è l’ottundimento dalle sostanze psicoattive, non importa se eccitanti o narcotizzanti, l’importante è correre via dalla coscienza o appartenenza al proprio corpo”. Quante volte il Dr. Monchi ha ascoltato questa sicumera cristallizzata in un eterno presente che inchioda ad un processo di invecchiamento senza consapevolezza. Cosa rispondere? Dr. Monchi: “Non ci sono parole…oppure: ci sono alcune parole che ancora hanno il senso evocativo del muovere le montagne; ma…il chiacchiericcio dell’Occidente e ormai anche del resto del mondo sovrasta implacabile ogni buon senso della misura, per cui le parole evocative sono preistoria e non restano che mani nude per spalare i rifiuti”. Oggi è più freddo del solito, e…per via della scarsa pioggia si respira aria inquinata che annebbia le immagini riportando il paesaggio in una veste da bianco e nero come in un lento corteo funebre. La lentezza nel riordinare le idee rende il Dr. Monchi uno stupido balbettante mentre dall’esterno le interferenze assumono i contorni da cani latranti, ed è da quando il peso dei discorsi non trova più una sua collocazione che la nebbia ha invaso le vie neurali. Saltare tra le rive dei fossi in questa apparente solitudine provocata dalla demenza, in qualche modo rischiara il mondo dei ranocchi che gonfiandosi mostrano una strana baldanza, per entrare nell’ora notturna dove cala il sipario su questa storia venuta sbieca e silenziosa per la buonanotte. La febbre non passa per i mocciosi spersi tra le onde del mare, l’incubo dei fondali minacciosi si spalanca ad inghiottire quella poco fiducia ancora rimesta per l’innocenza. Il Dr. Monchi ha un rigurgito per come le carestie si manifestano a chiazze intorno ad isole di benessere. All’interno di queste frontiere ognuno difende il proprio primato con tanto di documentazione scritta e vidimata da togati vidimati dalle sfere della metafisica. La roccia presa dallo sguardo è solo sasso nel giardino di casa, i contorni sono materia dei discorsi lasciati lì nel tempo ad inzuppare di senso una sbirciata di un vecchio triste.

Dr. Monchi (febbraio 3)

I libri posati per terra formano una piramide nello spazio in cui un tempo c’era solo desolazione, un cane si aggira, annusa, e trova una sistemazione per dare suono al dormire. Le ore scorrono fendendo il freddo che scivola da sotto la porta, ed un corpo abbandonato si lascia cullare dall’avanzata della tristezza; sono sensazioni che messe in fila stringono un po’ l’entusiasmo per il nuovo giorno che si presenta. Come ogni mattina è quasi impossibile essere reattivo, lentamente il corpo si piega al vivere, e quando ci riesce, il pensiero tracima e innonda anche le periferie, muovendo e facendo sferragliare su i binari l’evento della quotidianità. Da dentro il calvario del suo mestiere il Dr. Monchi sente il “finale di partita”, spesso non sa spiegare il proprio lavoro e soprattutto non sa rendere conto della poca efficacia apparente che l’accompagna. Una sola cosa ha capito bene nella relazione con persone con problemi di dipendenza, di essere significativo per ognuno di loro che ha conosciuto fino nell’intimità, così che egli è importante sostanzialmente per ogni singolo individuo ed al massimo per le loro famiglie con nome e cognome. Nei grandi calcoli della statistica la propria passione sparisce e non rimane che la litania di un eco dalla messa de Requiem e la scomunica della grande scienza. Il Dr. Monchi ha imparato a tirare dritto e si ritiene fortunato che nella propria memoria siano così presenti le vere storie degli uomini e non solo apparati da aggiustare. In sostanza il Dr. Monchi sa che per l’algoritmo il suo lavoro non incide nel diminuire il consumo delle droghe, ma per la propria coscienza i nomi propri degli utenti sono scolpiti nella narrazione emozionale dei cambiamenti della vita. A volte vorrebbe gridare: ok…ti droghi una volta, può essere per curiosa sperimentazione adolescenziale. Ok…la seconda può essere perché la compagnia ad una certa età conta più della propria individualità. Ma…cazzo la terza volta sei un coglione, diventa una dichiarazione d’amore…da lì in poi sei saldato in modo nefasto a significare ogni evento in compagnia di essa. Non ci sono cazzi…una volta saldato l’effetto della sostanza tossica con la percezione di se e dell’esterno a se…si è fottuti…la libertà del pensiero nelle scelte è compromessa. Per cui il resto del tempo sarà occupato a pensare a come ‘farsi’ o a come non ‘farsi’. Va beh! Meglio non esagerare, un po’ chino e a passo veloce, il Dr. Monchi traccia la traiettoria verso il quotidiano, anch’esso non messo molto bene. Oggi che domina la paura come modalità di controllo, il pensare con tutto il proprio corpo è diventata l’unica scelta di libertà…certo non è una cosa di oggi, basta leggere la storia, ma oggi recuperare la padronanza della propria modalità di sentire significa liberarsi dalla costrizione identitaria di uomo come cosa o prodotto di consumo. La furia del divenire ha spazzato via ogni verità immutabile, lasciando sul selciato un umano smarrito in preda alla tecnica come salvezza dalla fragilità e dall’annullamento. Per Dr. Monchi la droga è certamente una tecnica del mondo moderno per rimandare ad infinitum l’angoscia della finitezza del mortale, con le possibili domande di senso che i giovani possano porgere a questo mondo di vecchi(vecchi non di età ma di spirito). Quindi per molti la trappola del consumo è la gabbia del pensiero in cui restare inchiodati fino alla fine, ed essere per questa società solo marginalità silente e a tratti fastidiosa. Anche oggi per il Dr. Monchi è giornata di lavoro, quindi con fatica sale sulla giostra portandosi la ‘schiscetta’ da casa perché oltre alle narrazioni dei pazienti non può più soffrire la chiacchiera al di là della porta verso il fuori.