L’estate del marinaio

L’insolita questione dell’ansia: o angoscia, o terrore, o qualsiasi emozione che blocca il respiro; in cui il vivere diventa pena e sottomissione ad altro non ben delineato ma incombente. Sul treno sociale sfrecciano tutti negli scompartimenti designati dall’occulta mano del senza nome e senza niente. Cerco di sbrigarmi perché in mezzo al crocevia rischio di rimanerci in eterno sospinto da varie correnti contrarie e oblique. Quindi il tema è l’angoscia che è anche ansia ed il tutto ha a che fare con l’identità che si squaglia nella continua rincorsa alla prestazione.

Siamo perennemente immersi nella liquidità delle relazioni conflittuali. Questo perché è nel conflitto che si basa tutta la costruzione del sistema sociale. Un flusso di scontri verso il mare illusorio del premio che permane a equidistanza dalla corsa tra nascita e morte. Generazioni di sbandati verso una concezione del tempo che incastra in una finitezza causale senza scampo. “Un mondo di ansia respira attraverso il cielo terso della sera, un mondo d’angoscia respira tra gli sguardi sospettosi che non lasciano passare la compassione”. Alla fine le strutture del vivere hanno modellato un costrutto invivibile che difficilmente è modificabile dall’inerzia dei molti.

Le vie da seguire in apparenza sono molte, ma poi nella pratica è una soltanto. Un cammino già scritto, ma cancellato in cui il segno si incunea nel vecchio tratteggio. Forti nell’essere giovani non si fa caso al ripetersi del gioco, il rinascere fa sembrare le cose come novità assolute, quando invece stavano già lì da prima. Poi quando la stanchezza cade d’improvviso le cose diventano indifferenti e piano si muore senza portarsi alcun ché oltre il respiro. Mi descrivo in queste cento parole ogni giorno senza mai incontrarmi veramente, mi devo accontentare di essere incontrato ed attraverso lo sguardo altrui vedermi.

Ho di fronte il mare, su cui non posso camminare come vorrei fare per ascoltare dalle profondità la vertigine dell’assoluto. Non ci posso camminare perché ho paura e basterebbe non averne per rendere tutto possibile o quasi. Ancora prima di esplorare siamo già naufraghi dal toglimeto dell’oscurità che sovrasta ciò che appare. Come cechi ci si addentra lungo il filo che mantiene la lucidità dell’esistere e la compostezza di essere qualcosa piuttosto che niente. L’estate ha colori intensi anche con il cattivo tempo, tutto appare più esposto in evidenza alla sorgente della compressione fino quasi all’ubriacatura.

Salire e scendere le scale, percorrere corridoi, aprire e chiudere porte, ed alla fine riposare sulla ringhiera buttando lo sguardo oltre il limite. In tutto questo sembra che ci sia una sconnessione tra chi fa le cose e chi è portato a farle. Un pensare che è prima del fare ma che già è un evento coinvolgente. Fermo sulla balaustra ho la sensazione che tutto sia vapore che lentamente se ne va, non lasciando nulla dietro di sé. Una poesia decantata, frammentata e poi dimentica nelle pagine chiuse di un abbandono. Finisco per riaprire e chiudere una porta ascoltando i mie passi che si allontanano dal pensiero di me.

L’eco della politica si propaga dai soliti canali d’informazione come un racconto del passato inerte e già morto. Un sentimento di buone intenzioni dentro alla dualità delle cattive intenzioni, sempre in bilico tra ammirazione e schifo, tra giustizia e ingiustizia. Ci sono solchi profondi tra persone che vivono ed il racconto che si fa di esse nell’astratto delle idee. La carne viva senza le parole può ancora creare la meraviglia dell’arte in qualsiasi momento, ma è condannata al silenzio delle spiegazioni che ormai hanno preso il sopravvento sugli eventi. “Al di fuori della parola il mondo continua ad esistere senza uomini e donne”.

Costellazioni

Il ritorno atteso, mentre giro l’angolo venendoti incontro, nel giorno qualunque, tra i molti che si sono succeduti. Un amore continuo che ha cambiato la sinfonia della solitudine, in una aria barocca sullo sfondo austero dell’ essenziale. Sono i nostri momenti, quelli che si lasciano toccare dal filamento invisibile dell’infinito. Non tutto per forza è esposto come verità sotto gli occhi di tutti, anzi il nascosto racconta storie diverse della verità e dell’amore che è cura benevola dell’altro. Ad uno schiocco di dita il cane rizza le orecchie ed in quel momento la sintonia è perfetta, uno spazio nullo ci divide nella terra di tutti.

Un viaggio lungo la linea che dal cristallino, passa in diagonale verso la terra calpestata. È solito pensare un passo dietro l’altro chi non ha futuro e viaggia tra le bombe, frastornato dalle parole di rassicurazione, che da lontano vengono lanciate un po’ a caso sul campo di battaglia. Nel cielo, le stelle si guardano, mentre proseguono la peregrinazione nel vuoto delle tante illusioni, lasciate decantare nel firmamento. Anche oggi, la riflessione improvvisata è più un lamento, che una pacata sequela di parole immaginative. Dentro al guscio si muovono le ombre, che sono solite spaventare il risveglio dell’alba.

Gesti quotidiani si profilano lungo l’androne della scala evocando in tutto il condominio scene immaginative. La quotidianità piana martella la coscienza in un regime di normalità, per mantenere la ripetizione delle routine. Dentro e fuori casa il brulichio delle identità si confondono con una unica volontà. Nascosto al mondo, invecchiando, si diventa giovani, e fanno un po’ ridere le manifestazioni di forza adolescenziali. Oggi il cielo si è scurato, in un piombo accogliente, che restringe il campo della vista in una intima inversione verso l’interno. Da lontano sento i saluti, che piovono non voluti, sulle stanze che vorrei tenere chiuse.

Le strade si animano perché i colori vogliono fiorire quando per lungo tempo l’oscurità ristagna sulle cose. Un movimento oscillatorio di protesta per riportare in vita pensieri sopiti o sbadigli annoiati. Qualche slogan nell’eco della quotidianità proveniente dal passato disegna speranze nel corteo del centro. Giovani e vecchi che incontrandosi scoprono di non essere così diversi. Sono le riserve in cemento che eludendo la realtà separano i pensieri uguali in diversità. Un unico modello filosofico sterilizza il circolo delle possibilità ed inchioda il mortale al proprio padrone. La paura è il motore odioso che insabbia la vitalità in una palude fangosa.

La deformazione della linea retta si propaga oltre i corpi celesti in una rettitudine divina. Scogliere sospese nello spazio gelido in una fioritura di cristalli che per un occhio inquieto appare come una cascata di luce abbagliante. Uno sguardo che coglie il firmamento mentre il resto del pensiero si chiude su se stesso. Vorrei andarmene un po’ a zonzo, con la testa tra le nuvole, lasciando in disparte la discorsività e la preoccupazione della sofferenza. Meditare senza parole, senza immagini, senza odori, senza senso, solo compassione con il vuoto oltre il crinale della vita.

Per poco… ancora disteso a sonnecchiare, in una coltre ovattata dall’ inerzia, verso il movimento che morde: l’ incominciamento. Qua e là battute fanno eco alle stanze che nel tempo hanno perso il colore originario. Una sfida, la giornata che inizia con il caldo dell’estate, ed il chiarore che abbaglia: non solo la vista ma anche le idee. Attardarsi è un’arte, che permette di cogliere la frazione di vita che sta: nella pausa nascosta dell’invecchiamento. Un modo per rivisitare i fatti con giudizi diversi e occhi cambiati. Camminando avanti e in dietro, dentro la metafora di: una pellicola da cinema che può scorrere in entrambe le direzioni.

I sorrisi sono baci

Niente di nuovo significa che tutto è cambiato nell’orizzonte di una occhiata. Si ripetono le ritualità per ormeggiare in una deriva nota ma è solo un palliativo per uomini e donne persi. I pensieri sono una miscellanea tra segni grammaticali, immagini, essenze tattili e odorifere, in una varianza che lascia alla fine ardua una collocazione di senso. Mi aspetto sempre qualcosa di più che morda la tranquillità e impedisca di stare per stare e basta. Vado nella terra che conosco per sentire un po’ di fratellanza e sorellanza, ma mi perdo nella landa insieme ad altri animali maltrattati nel contesto della perdita.

Il filo che unisce la filosofia al mortale è il senso del presente nella mancanza del passato e dalla assenza dal futuro. In questo gioco si sostanzia la nullità del nulla in cui si crede di cadere quando si smette di pensare. La natura ci offre i propri doni se colti per il significato che la natura dà a se stessa e non per altro. I confini che i discorsi ripetuti e moltiplicati nelle menti costruiscono le guerre che interrottamente ci affliggono senza uno scopo di apparente giustizia. Forse che la verità enunciata non è mai la verità della verità.

Finalizzare un racconto all’interno dell’ intenzionalità è una impresa ardua per chi non è nemmeno dentro alla propria narrazione personale. Lo scorrere delle scene sono bizzarre e a volte mischiate ad i sogni. Raccontare una storia per citarle tutte in questa tavolozza che è anche la scena davanti agli occhi, orecchie, naso, pelle. Un evento ribolle per poi evaporare sopra ogni altro schiudendo ad uno nuovo. Così che intere generazioni scorrono o evaporano nel mare calmo delle illusioni. La guarigione dalla realtà è una lenta consapevolezza che le cose alla fine non sono e sono concrete come il ricordare ed il dimenticare mentre si passeggia nel parco.

La significanza è una spessa coltre con cui si riveste le cose che vengono alla mano tutti i giorni. Una vecchia abitudine che spalmata di mastice copre le possibili perdite di una gomma da bicicletta antica. Sono giorni intonati al rosso del cielo in alternanza al blu scuro del temporale. Sbuffi solenni da oltre il cortile a cui lo sguardò può solo immaginare l’accadere. In questo modo la realtà diventa fantasia e racconta la radura da riempire con sogni e varietà acrobatiche. La magia dei suoni pensati segnano il pentagramma nella melodia del racconto.

La contemplazione lenta dei lineamenti o dei bordi che distanziano le nominazioni è una forma meditativa sulla realtà. Un addestramento ad allargare il campo di oscillazione del significato fino a perderlo nell’ insignificanza. In noi vige un costruttore rigido che per muoversi nell’incertezza rende sicuro ogni terreno anche se non è così. Per cui nel dialogo interno si apre la contraddizione tra lo spavaldo ed il pauroso che rende il camminare umano incerto e frammentario. A sera la fatica si inchina alle stelle ed ad i sogni lasciando andare il dominio sulle descrizioni. Poi la notte incontra il proprio doppio nel riflesso dello specchio.

Incerto cerco di intravedere tra le storte curve della vecchiaia un’ombra scura in cui riconosco l’antico nemico. Ormai il cercare a tutti i costi il cambiamento negli altri mi ha stancato fino al punto di dissolvermi nell’ inconsistenza. Rimangono alcune frasi piantate come arpioni a mantenere stabilità nel passo. Alcune vite resteranno più impresse di altre per poi scivolare nell’incoerenza dell’esistere veramente. Saluto con un sorriso chiunque mi passa davanti compreso gli animali e a volte le nuvole, perché mi sono da sempre sembrate creature vive. A volte vorrei vedermi come sono visto per sorridere pure a me.

Pattinando nel sogno

Le notti oscillano tra il filo discreto dell’ombra proiettata sul soffitto come una porta aperta verso l’oltre mondo. In solitudine fisso lo sguardo con gli occhi chiusi sullo sfondo aperto della memoria in un esercizio del respirare con cadenza misurata tra il fuori ed il dentro. Le parole immagini si formano sullo sfondo di un orlo inenarrabile rincuorando il senso di una identità che ancora vive agganciata alla realtà. Rimango lì ramingo come una pagliuzza in balia dell’oscurità ovattata in una notte come tante, respirando con lentezza nell’ immobilità dei significati. Da lontano mi attende il sonno che senza preavviso coglie all’improvviso.

È la luce che mi porto dentro mentre cammino sulla neve estiva che guarda negli occhi il prossimo. Un giudizio che sorge dal movimento e dal contrasto con gli oggetti sulla scena del giorno. Poche battute sul tappeto uniscono estranei nella lotta contro il vento mortifero delle idee marcite. Non solo la carne si fa putrida e stantia ma anche lo spirito si decompone a idea del nulla come piacere d’annientamento. Nel mondo le trame dell’equilibrio fluttuano sulle narrazioni in correnti incontrastate nel largo intreccio delle riflessioni. Ciò che manca o è insufficiente sono: i vecchi o giovani saggi che sanno decodificare i flussi del sentire.

Dentro ad i mille discorsi si può sguazzare come in un acquitrino nel parco cittadino mentre il flusso del camminare va avanti interrottamente. Alcune bombe rischiano di cadere nel mezzo del racconto…ma ormai c’è un po’ di abitudine nell’aspettarsi la tragedia di questi tempi. Non che altri tempi possano dirsi diversi…le bombe sono il paradigma del Sapiens…un modo vendicativo di evacuazione e occupazione di ciò che non è ancora posseduto. Non tutti condividono per fortuna le gesta predatorie…ma, i miti sono timidi nell’esprimersi; e come i bradipi vengono annientati ancora prima della mossa.

La scena di una cattedrale in rovina domina il secolo come un battere di ciglia. Le rughe marmoree spinte in basso dalla gravità nascondono il guizzo giovanile del pensiero che fu. Alcuni massi in lontananza testimoniano la contraddizione di altre idee che hanno scavato solchi nell’architrave originaria. Sono i nostri resti disseminati un po’ ovunque, lasciati a testimoniare ciò che di volta in volta ci vogliamo raccontare. Un borbottare che ribolle oltre il bordo ricadendo nello spazio intorno spegnendosi. Sono scaramucce d’opinioni sotto il cielo aperto di una storia personale di un mortale che senza volerlo calpesta millenni di detti.

Il sole che spacca nel paesaggio archeologico porta a sudorazione un rigurgito di noia mentre il libro dei racconti si snoda nell’aria. Tutto in torno il richiamo di ciò che non è più ma presente ed influente in quel si ascolta ora mentre si è ancora vivi. Guardo la destra e poi a sinistra ma non vedo altro che piana dritta verso l’orizzonte nero del pensiero. Forse sono smarrito nell’offuscamento dei sensi rapiti dall’antico ritualizzato nell’oggi come altre cose insensate che favoriscono un castigo divino. Penombre tra i sassi piegati dall’intemperie e dal frastuono dei discorsi scellerati dei padroni della fede.

Un diluvio copre i contorni netti dei ciottoli calpestati da sempre senza riguardo, le pozzanghere si allargano nel crepuscolo mentre ci si rintana nella casa. Un vento d’espiazione ristagna tra i quartieri cittadini, richiamando le persone ad un sobrio stile di rinuncia. L’evocazione dei disastri imminenti non sembra frenare la frenesia esteriore delle giornate, forse il tormento è tutto interiore vissuto nell’intimo della dimora. Da soli sciamiamo verso la conclusione del tempo dato senza che si possa sbirciare al di fuori, o fuggire in altre scie temporali come un pattinatore impertinente a cavallo della poesia eterna.

La luce negli occhi

Ci si porta dietro l’infanzia… infagottata alla rinfusa ed insaccata in fondo alle tasche. In alcuni momenti si affonda le mani nelle tasche per ritrovare il gusto di essere stati giocosi. La schiena si china nel ricordare, e questo gesto ha il sapore dell’invecchiare. Dicotomia tra mondi reali e sogni, tra giovinezza e maturità presenti nello stesso tempo come un paradosso di Zenone. Parlando a voce alta ci si ascolta con più attenzione cogliendo la vibrazione che nell’aria coglie il movimento. E allo stesso tempo si afferma la propria presenza che non è scontata nell’epoca in cui tutto si smarrisce.

Oggi rintocca la fanfara del gradasso “corto” di idee e con soldi da spendere, egli solo rompendo la quiete degli altri può trovare soddisfazione. L’ignoranza è un atteggiamento o meglio una postura per tagliare la realtà in quadrati netti e assimilabili a poche battute. Questa modalità produce parecchio scarto nel significato complesso degli Enti, ma facilita la violenza nel troncare ogni sfumatura poetica della diversità. Quando i campi da gioco delle idee si restringono la fanfara del gradasso si espande fino a bruciare la terra dove il contadino semina, fino ad infiammare l’aria dove i bambini giocano.

Guardo perplesso il canto che spira lungo la colonna di veicoli in attesa di un segnale, racchiusi nei gusci degli esseri senzienti maledicono un creatore mai conosciuto. Al solito i pensieri si presentano disordinati come folate di vento che smuovono la polvere per poi lasciarla distesa senza meta. Oggi il passaggio tra sonno e veglia ha richiesto un tempo che sfugge al calcolo e non vorrei che le incombenze iniziano a premere conquistando il potere sul corpo. La lentezza è concepita come un danno dagli ignoranti della prestazione, invece è proprio andando come la tartaruga che si semina l’Achille.

Torno con frequenza nel luogo dove dirada la luce della sera verso un buio nascosto oltre la volontà dello sguardo. Intrattengo una sorta di dialogo con l’oscurità che tende una mano per farsi sentire, ed in quel momento scorgo gli occhi opachi che stanno fermi dentro al mio cuore. Vorrei sospendere il tempo ma non ne sono capace, come non so nulla del mondo oltre ad esso…ma sento una presenza che non è nelle solite cose consuetudinarie. Un oltre che permane inesorabile nell’oltre all’infinito come questa vita che si ripercorre mille volte e poi ancora per mille.

Il corpo ormai si rifiuta nel quotidiano di seguire i movimenti dovuti, si ribella dopo anni di costrizione ma fare ciò che non desidera. Una lenta rivoluzione che capovolge i significati delle parole comunemente usate. Una lenta riflessione su ciò che davvero conta in questo intermezzo tra vivere e morire, tra amare e odiare. Perfino il cielo ha cambiato colore e gli uccelli cantano di notte perché l’alba ormai è in appalto agli urlatori del consumismo. Il cuore batte difettoso nella piena del tempo belligerante in cui saldamente rimangono in testa solo gli slogan maschilisti su cui soccombe il regno dell’égalité.

Riprovo a ripercorrere le tracce lasciate dagli antenati sparse nel vuoto dell’ incoscienza. Un tentativo di uscire dal pensato per trovare la nudità di ciò che sta innanzi. Non è certo una novità questo ricercare ma serve a volte per ridefinire le priorità in una vita costretta alla schizofrenia. Restare appesi allo sguardo agganciato alla tela di un quadro che rappresenta la burrasca di un mare che inghiotte una nave. Soggiornare nel paesaggio rappresentato fino a diventare l’incarnazione della stessa burrasca e affondare nella vastità del mare per ritrovare la voce dei molti passati.

Brutale ignoranza

Le circostanze inquiete con cui la bizzarra nomea del posto ha reso il mio umore così melanconico da intimidire ogni mia parola. La foschia bruna avvolge il cascinale e oltre si stende a perdita d’occhio i pennacchi del grano ormai alti sciabordando all’uniscono nel vento. Nel sogno sono paralizzato nel fango davanti casa e costretto a seguire la danza del grano che si fa minacciosa. Quali sentimenti strappa a forza il sognare? Una forza inaudita capace da sola di leggere veramente il cuore che durante il giorno se ne sta nascosto nel chiacchiericcio.

Le fronde sono tutte presenti nell’arco dell’ ombra ed hanno il volto degli sfruttati che l’ambiscono il lato estremo dell’ umanizzazione delle cose. In corsa per il consenso la strada diventa solo oscurità e possibile inciampo nel tempo glorioso della schiavitù. Rimango sempre un po’ attardato sulla soglia, inattesa forse che tutto sparisca in un lampo dalla memoria. Smemorato così entro nel aldilà dove nulla è l’attesa e nulli sono gli attenditori. Oltre quelle mura l’incenso e salmodia nel canto che unisce in una sola anima la moltitudine nella manifestazione di una festa che è tristezza.

Da soli ci si spinge ad i confini della comprensione ingaggiando una sfida con il racconto dell’altrove che mai si può palesare. Dentro a questo confine della fisicità passeggio per una città che può assomigliare ad un luogo del futuro come ad un luogo del passato, dipende dall’umore e dall’agitazione delle cose che si muovono all’interno. Il giardino posto al confine a cui ci si può arrivare con le sole forze delle gambe, esso attende il riposo e quella quieta riflessione verso tutto ciò che si agita intorno. È un modo per partecipare stando in disparte con equidistanza dalla sofferenza che se passa può dilaniare ogni nascita del pensare. Il ritorno è un cupo presagio per un trascorso che prima o poi si dimentica.

A giorni chini sull’asfalto attorcigliati su se stessi in una auto proclamazione dell’essere. In un filo di storia che unisce le generazioni nelle varie costellazioni del possibile. Saluto con mano tesa la luce che dalla strada fende verso la cornice oscurata dai tetti. I rumori sono piombati al suolo come una guarnizione che non viene più via, ossidata nella storia dei passi che da sempre vanno verso la lontananza. In qualche modo cerco di dire la mia che come sempre scivola via verso altri detti o già ripetuti. Sono rappreso ad un gancio che nella parola ha il proprio perno.

I sogni non diradano nella veglia ma si appostano nelle rimembranze per poi emergere nelle varie ore del giorno. Sono un richiamo alla percezione in modo che non sia così scontata la realtà. In parte sembra una navigazione in mare aperto mentre si cammina per la solita via della consuetudine…”una improvvisa vertigine per la vastità dell’ignoto”. Guardo le mani che segnano l’età e ritrovo il gusto del fantasticare mondi in parallelo, con vite che animano intere sezioni del mondo inventato, famiglie che si ritrovano nel centro di una oasi senza Dio.

Un saluto al mare prima di mettersi in cammino verso l’ entroterra dove l’ombra di un ricordo aspetta di essere colta. Mugugni insoliti nel viaggio che separa il vasto orizzonte da brevi spianate dei declivi intorno alle costruzioni decadenti. Sento questa stanchezza che avvolge le fibre non mollando mai la presa sulla pessimistica risoluzione degli eventi. È il disastro che si annuncia fortemente anche se sarebbe facile evitarlo ma nelle bocche degli uomini già c’è il piacere per il gusto del sangue. Si alzano preghiere ancora prima che servano nella piazza affollata dai curiosi che ormai non nascondono più la vergogna per la brutale ignoranza.

Parlo con sassi maturi

Parlo con sassi maturi che viaggiano di notte nascosti nell’ombra. I quali durante il giorno rimangono immobili alla luce assaporando le storie che li attraversano. Nel fluire pacato il susseguirsi dell’ eguale è la meta della coscienza che riposa sulla propria presunzione d’esistere. Cerco come al solito di diramare quelle parole che restano incastrate nella mielinizzazione dei nervi come un trombo. Un singhiozzo inconsulto nella trama placida dei senza tempo i quali lentamente rimangono nello stesso luogo sorridendo della mia sincretica attitudine a mescolare il tutto. Da qualche altra parte avanza una nube scura che rispolvera il vecchio sentimento inclinato dalla modernità che insinua una triste melanconia.

Fluttua la temporalità come un leggero baco da seta nella filigrana del tessuto della luce. Ho una visione sgranata della trama che si snoda davanti e dietro ed in ogni luogo che ancora non percepisco. La descrizione oggettiva ci ha reso oggetti di una semplificazione che ora come una maglia in ferro resiste ad i cambiamenti. Per violare i preconcetti ci vuole un sforzo tale che alla fine si arriva moribondi all’approdo. Rimetto nel panno il senso di colpa per avvolgerlo come reliquia e portarlo a spasso tra le rovine di una città abbandonata che avvolta dalla nebbia si annichilisce sotto il sole del mattino.

I termini per indicare si confondono tra la formalità e la corporalità in continua dicotomia bipolare. La straziante situazione di continua dilaniazione della carne irrompe nella quotidianità alterandone le possibilità di visione. I volti giudicanti esposti nelle bacchette della strada testimoniano la cruda essenza del mortale che cerca un dominio nonostante la debolezza della sua natura. Attraverso il guado mi oriento per continuare il pensiero che sempre più si arriccia su se stesso. Non bastano gli occhiali a darmi una possibilità visiva sull’orizzonte che in apparenza s’allontana ma che in realtà tra poco mi spezzerà le reni annientandomi.

La veste dell’educatore ha i colori tenui dell’acquerello per confondersi con tutte le possibilità espresse dall’altro. Un vincolo per la paziente arte dell’ascoltare lasciando che la corrente scorra senza intoppi. Un mestiere che non porta dote ma una invisibilità verso chi è destinato a fiorire per crescere. Dall’altra c’è anche un addestrare e modellare in cui prevale la figura dell’educatore a scapito di chi dovrebbe crescere. Un truce modellato che risponde all’architettura impostata senza remora al fine di mantenere dogmi del sistema sociale.

Ancora risuona da lontano la campanella della scuola in uno stralcio dal passato all’oggi mentre il mondo appare. Disorientato stringo il pugno artritico e…il presente invade tutto lo spazio possibile. Rifletto con fatica sulle ceneri del fuoco della sera passata, quando anche la nostalgia dell’imprecisato si è sciolta in un leggero sonno con sogni in bianco e nero. Sento la vicinanza dei sentimenti che si avvolgono al corpo come vesti alla moda antica. Riandando ad esplorare le parole che molte volte dette hanno di volta in volta cambiato il significato. Chino ora il capo per il saluto a tutti gli antenati che hanno costruito il volto della compassione.

La sostanza effimera senza volto che si espande nei contorni per colorare il significato delle cose è traditrice per natura non possedendo moralità. Il continuo rinominare lo stesso in un diverso scompiglia il corpo in una continua attesa della minaccia. Sono agitato in questo lasso di tempo in cui avvengono le azioni sconosciute adombrando il senso comune della frugalità. Chiamo da oltre la parete un sentimento che mi possa acquietare o un libro in cui scivolare lungo l’apertura ad altri lidi spazzati dal vento passionale. Il latrato del cane del vicino rinsalda l’appartenenza a questo luogo e mi ricorda una tazza di caffè.

La musica scorre tra le dita

Sotto questa nuova luce dal cielo chiaro dopo la grandinata si propaga il profumo dell’inizio di un ciclo con novità nell’aria. Sono le sensazioni che impadronendosi dei centri ricettivi lanciano messaggi di cambiamento. Sono sempre le speranze che conducono gli umani sulla strada a guardarsi l’un l’altro in un riscontro che ci possa essere qualcosa di migliore dall’attuale. Le voci si rincorrono tra i conflitti in atto un po’ ovunque e nulla sembra più necessario di una voce discordante che rimetta le cose a posto. È un sentiero impervio procedere verso il senso inaudito della costellazione dei significati originari i quali lasciano il mortale nudo nella sua superbia.

Sperduto ed ancora intontito dal sogno che rannicchiato nel fondo dei nervi non vuole mollare la preda al mondo delle cose. Sono sveglio nelle consuetudini ed ascolto da oltre il muro i discorsi frammentati di altri che come me cercano ossigeno per sopravvivere. Aspetto nella penombra che i colori diventano vividi a sufficienza da attirare il significato a loro assegnato. Così mentre ci si sveglia la luna si attarda a comparire nell’altra parte del mondo e con essa i sogni che ogni giorno fanno il giro del globo invecchiando un poco per volta.

La musica scorre tra le dita ed il ruscello balla dalla rupe impavido. Scorcio di un paesaggio nella landa dei pensieri che si sovrastano un po’ dissoluti nel frangente di apparire. Sono queste le ore dei ripensamenti, quando sembra che le cose sono andate tutte storte, ma appunto sono andate. Da lontano un richiamo si apre una breccia per riscuotere l’assenso. Sono come preghiere nell’aria che dipingono il cielo di buone intenzioni, ma appunto sono intenzioni. Si rimane sospesi nell’indecisione del cambiamento che non cambia mai nulla se non l’illusione di un passo di lato. Ora che stando fermo mi accorgo che tutto si muove e la testa gira m’arrendo.

Di fronte l’immagine delle cose che si distendono dentro un quadro più o meno adeguato ed esse si muovono in sincrono con il passo cadenzato del divenire. Afferrare, sbriciolare, manipolare sono piccole deviazioni dal percorso che già da tempo è predisposto in una unica versione del possibile. In alcuni frangenti di scarsa attenzione o di assenza di sé, si può aprire il varco del nulla come vastità di ogni insignificanza. In questi momenti cullati da una deriva verso un porto sconosciuto ci si ritrae quasi ubriachi nella risacca degli istinti sospesi.

I ricordi sono il fulcro del racconto che dimentico di sé si rinnova nella luce che sfrecciando negli abissi stellari crea il creato. A seguire i suoni che moltiplicando le vibrazioni sostengono la narrazione nel sentimento. In questo fluire noi siamo le pedine della sorpresa che ogni volta ci lascia a bocca aperta restando increduli dalla drammatizzazione. Porto solo parole in dono all’amata perché non so fare altro in questo dissesto sociale in cui cerco di ritirarmi. Una fuga lungo la via stretta dell’oblio in cui poco alla volta gli sguardi altrui non ti vedono più. Così non mi resta che annusare fiori lasciati incolti perché tristi come la fila di cani che al guinzaglio ci pisciano sopra.

Da sotto le mura il passeggio nel tempo mischiato tra antico e brezza del presente. La confusione investe una intera generazione che assiste al disfacimento di intere colonie di significato. Dare un nome al presente è difficoltoso perché sfugge il senso di un suicidio annunciato. Sento il bisogno di urlare un fermo immagine per entrare con calma nel particolare della pazzia per rimuovere le incrostazioni infauste. Una forma dell’educare è il silenzio della presenza in cui si sta senza pensieri immersi nella fluidità dell’ora senza limiti.

Inesplorato ed i suoi silenzi

Sento per la centesima volta la campana tubolare che suona nel centro del sogno ricorrente, avviando vibrazioni le quali propagano mutamenti nel campo magnetico. Lo sguardo non può cogliere quel continuo fremito che è l’inconsistenza della materia, ma la sensazione: “si”, può sentire la bipolarità di ogni cosa che si apre sotto i piedi come un crepaccio. Una vastità di inconsistenza è la fattualitá di ogni giorno nella schiavitù delle oscillazioni che se sempre più sollecitate dal calore ci rendono distruttori ed insofferenti di noi stessi.

Lo stile è racchiuso nel gesto delle prime vere giornate di primaverile aspetto. Il tempo è un breve respiro tra emozioni contrastanti nel viaggio panoramico tra il carnevale che si mostra e si fa sentire. Allungo le mani nel vuoto per prendere i tuoi ricordi ed accarezzarli come si fa con un cucciolo di cane. Mi sento portare via dal tempo o dal vento e piano scomparire dalle mappe del giorno, inquieto è il camminare su i sassi che da sempre ricoprono il palpito della propria terra. Ora sono qua nel luogo dove gli umori si miscelano con le nubi oltre l’orizzonte della finestra, guardando fisso ritaglio lo spazio umanizzandolo nelle forme per contenere quella sottile linea tra noi e l’ignoto.

La memoria si inceppa e scorre strattonando le immagini in sfocate sequenze, è una situazione che interrompe a momenti una serenità ambigua data dalla sensazione di sicurezza. La percezione automatica delle sensazioni scolpiscono la forma del corpo che si difende e poi si arrende all’ambiente. All’indomani della storia che si ripete torno nel paese d’origine dove è cominciata l’avventura. In anni lontani la prospettiva si flette al giogo della visione che trasforma le cose in emozioni. Si commemora una guerra lontana nel passato ed i propri eroi vengono usati per dirimere le odierne contestazioni, mentre si prepara la nuova battaglia che ha il sapore del definitivo colpo di mano sulla possibilità dell’evolversi in un essente privo dalla schiavitù dell’ente.

La cura per i passi lasciati dietro allo svincolo della storia quando una faglia ancora sottile ha diviso vivi e morti. Piccole scosse hanno solcato il selciato per decenni senza rompere la visione di una via per il progresso. Ma ora che la crepa si è allargata in modo irreversibile e le ali della percezione si sono essiccate, il mondo precipita nella sua stessa versione dell’infermo. Una forma di nostalgia si impossessa del sentimento che sempre più appartiene al racconto del passato. Nel presente si divorano le sensazioni a fior di pelle scivolando nel pantano della reazione scomposta. Un insegnamento resta racchiuso nel vincolo inespressivo sul fondo di un barattolo chiuso, pochi sono rimasti a riflettere sulla lentezza del pensiero nel cogliere la vivacità delle cose reali.

Tiro dritto lasciando andare il carro del vincitore che si è fatto arrogante nel seggio del potere. Un’anarchica aria di libertà nella solitudine delle parole dette senza ascoltatori, in una cocciuta impostazione dell’intendere come infinita possibilità dell’impossibile. I colori primaverili accarezzano il nervo della creazione trasformando i profumi in suoni nella sinfonia interiore. Un bacio dato di sfuggita come se fosse peccato amare in un teatro che si prepara a celebrare la morte. Questa mattina con il fiato corto ed il cielo scuro penso alle stelle oltre le nubi nel mentre i rumori del lavoro irrompono sempre più nel tentativo di calmare le acque. È sempre così nelle prime ore in cui si ritrova il consueto al suo posto, in attesa dì cominciare a danzare per la strada andando incontro al proprio dovere. Sono sequenze di suoni che si ripetono attraverso i colori lungo le diagonali dei nervi cranici fino a sfiorare l’esterno inesplorato.

Siamo solo cartoline con attribuzioni di senso altrui nel marasma emotivo della gente in passaggio costante da un luogo all’altro.

Tornano le parole che perse nel vuoto per tanto tempo, ora di nuovo a casa, si consumano nelle vecchie credenze dove la polvere si è depositata per sempre. Mi incammino sulla via che al solito non mostra incertezze verso la meta che attende come al solito l’inizio della giornata. È così che appare lo sfondo di ognuno nella propria destinazione per una funzione che sembra avere un senso anche per gli altri. Archiviati i consensi si può continuare a scavare la trincea che ci separa dal mare dei “si dice”e restare orfani dei giudizi altrui. Ho scoperto nella frenesia di nascondermi che di fatto siamo già trasparenti ad i più: “Siamo solo cartoline con attribuzioni di senso altrui nel marasma emotivo della gente in passaggio costante da un luogo all’altro”.

Guardo il giorno come molte altre volte ma non riesco a percepirne la continuità, sembra tutto nuovo come un eterno inizio. Da dentro il corpo si agitano maree che tenute coese dalla tenue membrana della pelle spostano l’umore verso l’estremo possibile. Ti cerco come sempre in modo discreto, a volte mi basta sentirti nei passi leggeri o nel suono di un sorriso per stare in pace. A volte ti seguo e resto dentro alla trama dei gesti fino a quando poi mi ritraggo nel perimetro della melanconia. Come marea è il darsi ed il ritrarsi sulla linea degli eventi, una onda che lentamente accarezza la vita che si dipana nelle consuetudini. Ci sono stelle che brillano più di altre catturando lo sguardo, appeso in alto…in un attimo di assenza dal peso della gravità. Un leggero soffio verso il cielo per un viaggio interstellare nei momenti in cui i sogni si mischiano con le cose. Sono attimi prima di chinarsi e riprendere dal selciato la ruvidità del peso e dello sforzo della rettitudine.

Appare difficile respirare quando la locomotiva sbaraglia spianando nel varco dell’ intimità ed il sole diventa bruno come un grido mal celato del Dio. Sono immagini che stuzzicano il sogno ad occhi aperti mentre non si vuole entrare in contatto con le cose ancorate al destino, dal senso che gli viene dato. Ho perlustrato la zona di combattimento per sanare dalle maldicenze il cortile di casa. Intorno il curioso incedere della mondanità che cerca di appropriarsi dei pensieri altrui in modo da mescolare le idee in una salmodia di suoni cantati nel folklore popolare.

I libri letti e non letti giacciono intorno facendo da cornice ad una realtà che si muove sul piano rigido delle certezze. Il volere che il concreto sia effettivamente qualcosa su cui camminare e saltare è un vezzo indiscreto alla prova della fugacità del sogno. Il disordine sparso nella camera costituisce una attenzione per deviare verso una meta. Come al solito mi rigiro intorno agli oggetti della consuetudine che rispetto al sole proiettano l’ombra dove caparbiamente il mio sguardo resta impigliato. È nell’ombra che vedo le strane creature muoversi e solcare il mare dell’oscurità, come se i segreti siano il vento delle storie sussurrate. Storie di passate e future generazioni che si spingono oltre il caso umano fino alla totalità degli spiriti senza forme specifiche.

Nell’incavo narrativo un qualcosa di vero sembra prendere una forma da appiglio per una corda da arrampicata. Si sale agganciati formando una linea che cristallizza in memoria lasciandosi affascinare dalla bellezza del panorama delle cime. In questo incedere poco per volta il vero si riperde nella vastità e nella stanchezza dell’impresa. Il viaggio che sembrava certo ora nella vecchiaia appare vacuo ed il vero della verità solo un inciampo per la mente. Mi ritrovo con i pochi oggetti importanti rimasti a fare da compagnia ad una storia senza senso.