Saltimbanchi e giocolieri

Trucchi da giocoliere si osservano per strada mentre il sole tramonta. Uno spettacolo gratuito per restare sospesi nella magia dell’impossibile. Un attracco al porto dei sogni in questa giornata che vorrei ridipingere. Il fischio interno è vari altri borbottamenti richiamano attenzioni non gradite. Il riposo è alla fine uno stare chiuso come un carcerato. Una cella a prova di problemi o l’ottusa volontà di far si che le cose divengano altro da sé. Un destino fallimentare quello di sfuggire alla propria natura. Ripiego tra i vicoli nascosti dove i saltimbanchi vengono a riposare. La mia città, è anche la casa delle aspirazioni, e dell’ansia inquieta che il tempo impone. Esiste una possibilità che un passo lasci il segno duraturo? Probabilmente no, ma a volte è intrigante pensarlo. Ogni giorno si scopre questo corpo vivo di mattoni e cemento, il quale respirando muta in varie versioni di sé stesso. Un alveare in cui ognuno trova alla fine il suo posto in una ordinata confusione governata dalla necessità. Un sentimento di riconoscenza dovuto alla storia che ti include nel tempo in cui sei cittadino. Questa città che in alcuni casi è irritante, ma che comunque sempre ti attende.

Con il sorgere del sole il pulisci strade incarna la voce del risveglio. Nel dormiveglia il fragore del motore appare come un mostro alato. Con sbuffi di vapore rovente divora lattine e cocci di vetro. Non so come finire o iniziare una giornata, ciò che mi appare è una sbiadita nebbia che ricopre le cose. La tortura della ripetizione a cui attendere alle consuetudini rende il mio tempo agitato. In qualche modo vorrei uscire e ridipingere il mondo con i colori dell’inizio entusiastico dell’avventura. Un cammino acciottolato non molto faticoso ma non banale. Quindi..guardando in giro, non scelgo, ma lascio andare, come scritto nel buon manuale del mediatore. In fondo credo che emozioni e sentimenti non ci appartengono. Ci passano attraverso dalla terra al cielo animando il mondo. Non ci muoviamo ma siamo mossi. Il destino è tale perché è onnicomprensivo, non appartiene a nessuno se non a se stesso. Quindi…andando verso…una qualsiasi meta: lontana o vicina che sia, lascio che le domande evaporino nella schiuma delle ombre. Proiezione delle cose su le cose nel gioco della luce con la notte. Ci si saluta com brevi cenni, andando oltre fino alla fine del sentiero.

Una cadenza per violino solitaria sì è staccata dall’orchestra per andare oltre quell’insieme cucito dall’autore. Risuona istintivamente in una affermazione dell’individualità per poi sfiorire, nel disordine della realtà che si riprende la scena. Portare lo sguardo un po’ più lontano aiuta a scorgere oltre l’insensatezza del rumore contiguo alla soppressione. L’umiliazione di ogni libera espressione è minacciata non solo da chi gestisce il potere, ma dagli ignoranti che plasmano dal basso le trame discorsive del quotidiano. Giocolieri e saltimbanchi portano dispacci e conoscenze in giro per le vie, tra rulli di tamburi e canti sgraziati dal troppo alcol. La verità s’é fatta in quattro per non scontentare nessuno, così che oggi nessuna direzione è più quella buona. Cosa dire? Se anche il “dire” è ambiguo, facile alla manipolazione ed all’erranza. In quale paesaggio si può trovare quel poco di sicurezza per placarsi? Per fermarsi, ed interrompere il flusso del discorso interno? Il giorno che con la luce porta in evidenza i contrasti ed i contorni non lascia scampo alla ruminazione di senso che le cose portano con sé. La notte più buia non lascia scampo al timore ed al bisogno di rassicurazione. Per cui ci deve essere da qualche parte una terza via per restare senza linguaggio da soli con il mondo.

Tratti scritti a mano

Sono dentro al fumo della sala sperduta, in una città sulle scogliere trattenute dal mare. Non so perché sono qua, nell’evanescente fluire dei discorsi d’attesa. Ma qualcosa mi dice che forse è solo un sogno, ma chi è che parla dentro alla mia mente? Ma…dove esattamente è questa mente? Rigiro tra lenzuola sudate per una estate sempre più bizzarra. Vorrei rispondere alle domande, ma confondo il domandare con il domandato. E…irrequieto, provo agitazione, evaporando insieme al fumo di sigari o vecchie pipe in uso negli anni cinquanta. Ora mi accorgo che tutto è sfumato tra il bianco ed il nero, come vecchie cartoline in riva alla Senna. Che strazio…un vociare infinito trasforma parole in vuoti di plastica buttati. Alla fine, gli uomini e le donne si accapiglieranno brutalmente nell’insignificanza delle ragioni. Ci si può ritirare…in sperduti boschi incolti…ma trovi sempre un bullo, dentro o fuori di te che insorge. Ed allora! Ancora e per sempre la musica ci può salvare. Una sinfonia di note distesa in pianure e valli che tacita la chiacchiera del si dice. Solo, pochi accenni per comprendersi.. ed alla fine, il linguaggio non servirà più.

Un nastro colora i tuoi capelli di un rosso vivo, ricorda l’evidenza di una ferita inconscia. Risuona come un ricordo negli schiamazzi di quelli che hanno dimenticato la comprensione.Tutto lo sfondo del mondo mi appare offuscato, solo il segno vivido tra i capelli scuote il torpore di una vita che non si è accorta di vivere. Tra i salici camminando si rievoca ciò che non si può più toccare. E…una sensazione di solitudine si posa a fianco, accompagnando quel passo lento, legato al respiro. È un viale acciottolato e polveroso per la siccità, che congiunge l’inizio ad un dove. Una forma del ricordo che invecchiando si fonde alla realtà. Il destino ha legato l’esistenza in un unico percorso d’amanti. Questa condizione modifica lo spazio rendendo la realtà un insieme d’interpretazioni intersecanti. Si può dire che il senso di sé è condiviso senza perdere la sensazione di essere unici. “Sembra difficile dire cose semplici”! Nello stesso tempo non inciampare nella banalità. Guardare per comprendere è una attività faticosa:- si guarda prima ciò che appare, poi si comincia ad intravedere i contorni da dove emerge ciò che appare, poi le ombre e lo spessore su cui emerge l’apparire, e…poi se si ha il coraggio si può entrare nell’infinitamente nascosto, senza il quale nulla appare.

La scollatura dei verbi incespicati nelle facce paonazze di rabbia, risuonano nel vento come un ululato venuto male. Sono in tanti a gridare, ma poi rimangono in pochi nel silenzio della possibilità di non partecipare al banchetto delle cose.

Tra le varie scenografie c’è la possibilità della rinuncia…senza essere eroi, si può essere brave persone. Tutto ciò che non serve può non essere preso…tutto ciò che non serve può non essere mangiato. Alla chiacchiera, soprattutto quella offensiva si può rinunciare…per lunghi periodi si può vivere senza condividere il mondo dei mortali. Basta diventare artisti per se stessi…creatori e abitatori del proprio mondo…nel rispetto e venerazione di chi amiamo. Un ritorno a “sulla strada” della beat generation …ma questa volta senza le strade “dell’uomo bianco”.

Un po’ di confusione e incertezza non può che giovare al meditare. Le sicurezze fanno parte di categorie che alla fine si trasformano in prigione. Nel contesto della banalità si può abitare indisturbati, in fondo le verità sono così semplici che non sono mai viste. Passano inosservate nei millenni come la pioggia che solo in apparenza scorre per essere altro da sé.

Una nuova giornata

Uno scuro presagio calato nel primo mattino, tra le serrande abbassate e l’intimità raccolta. Una pioggia fine spegne il richiamo dei colombi cittadini. È una nuova giornata che inizia tra lo spopolamento estivo ed il calo delle attività. Solita rassegna di articoli giornalistici con sguardo guidato su fatti del mondo, una idea che si srotola e si ricompone a seconda delle influenze. Ciò che mi rimane da fare è leggere al contrario per cambiare il senso e dipingere i fatti con colori diversi. Al di fuori dell’usuale c’è un modo di manipolare gli oggetti fantasioso che apre la porta al racconto. Non sento la necessità di mischiarmi alla folla che in modo indecente punta al rovescio della medaglia. Un suono tiene unita l’atmosfera ad un pianeta che spinge per espandersi oltre le proprie possibilità. Sembra che l’universo sia il nuovo orizzonte della natura che per arrivarci dovrà deflagrare. Un sogno ad occhi aperti per un secondo ha attraversato il campo visivo. Mi è sembrato reale il suono che ha invaso l’attenzione, così che per un attimo ho visto il mondo in pezzi espandersi nello spazio. È il respiro che ci tiene incollati all’aria che ci contiene, in una dipendenza estrema di cui non vogliamo darne atto.

Quando termina un percorso, di solito inizia un nuovo sentiero. “Sentiero da sentire”, perché è così che il mondo si percepisce nella sua vitalità. A volte, il “percepire acuto” può essere sofferto, ma riempie d’emozione l’esistenza. Così, ogni cambiamento porta a una svolta nel guardare, udire, sentire e toccare le cose quotidiane. È come quando un quaderno finisce e ne inizia uno intonso. Si ha quasi timore di solcare la pagina con il primo segno, ma è così che vanno le faccende della vita: si va avanti, migliorando se possibile. Oggi festeggiamo una fine in cambio di un inizio, con il sorriso con cui ci siamo sempre incontrati.

Tra le panche per anziani nel ristretto giro di una sosta sotto i pochi alberi rimasti. Girano alcune battute posate lì, con non curanza, lasciando che le parole tornino ad essere importanti. Suoni densi che depositandosi riempiono vuoti. Con ancora il tempo che alita sul collo, cerco di darmi una calmata. Vorrei ascoltare nella lentezza e lasciare che i significati appaiono insieme ad i loro contrari. Uno sguardo che domina l’essenza nell’ insieme delle esistenze. Come quando da bambino in preda a crisi non bene identificate, il senso cadeva in un indistinto essere senza nulla.

Controllo sempre tra le pieghe del discorso le sensazioni all’interno dello spazio silenzioso. La maggior parte delle decisioni nascono da oltre il bordo del dialogo, come se il parlare fosse solo un atto dovuto. Sarebbe interessante che tutti i consessi formali siano tenuti nel linguaggio delle mani adottato dai sordomuti. Stringere sulla responsabilità dei significati delle parole può essere un buon inizio per comprendersi. I volti che vedo passano oltre intrecciandosi con i ricordi. Mi capita che semplicemente alcune fisionomie svaniscano, alcuni luoghi calano nella nebbia evaporando con essa. Resta un frammento di casa, che si sovrappone alle case che sono state. Lungo questa asse del comprendere si trovano mediatori formidabili. Che nella storia hanno seminato segnali e diademi da cogliere. Ora che le gambe non corrono, ma si accontentano dei brevi tratti del consueto. Mi trovo a meditare quelle parole soprattutto nella parte che non dicono, come quando guardo la foglia sull’albero che è già caduta da un pezzo. Saluto chi non vedo, e passo oltre dalle pietre d’inciampo. Non vorrei soffrire per altri, ma il destino ti concede una sola natura, e la mia è senza pelle. Quindi silenzio e camminare come se non ci fosse un domani.

Appesa al gancio la narrazione

Vettovaglie sparse nel campo inumidito dalla pioggia. Le orme degli scarponi penetrano in profondità, una traccia nel terreno che segna il passaggio. I guerrieri moderni non hanno nulla di diverso dai loro antenati. Terra e sangue mischiata con il sudore della paura, più per il dolore che per la morte, in quanto quest’ultima diventa mito nella battaglia. Non c’è modo di togliere la violenza come condizione del comunicare. È inanellata saldamente nel senso della sintassi di ogni lingua parlata. Ed il linguaggio permette solo forme di addomesticamento al proprio limite. Intorno cadono le anime che ho incrociato fin dall’infanzia. Il lutto che da giovani appare distante si fa sempre più frequente nelle visite invecchiando. Cerco di elaborare l’intorno senza che mi appaia come minaccia. Ma: devo dire, che resta difficile lasciarsi andare nel firmamento dei significati. I vari mondi della conoscenza possono viaggiare anche senza incrociarsi. E, tutto rimane in piedi, perché ciò che permette l’esistere viene ancora prima dell’esistenza. L’odore del prato bagnato sale fino alle mie finestre. Deponendo una immagine esterna nel chiuso del riserbo, rompendo quel confine tra fuori e dentro che spesso si difende con fervore.

L’ora segnata dall’orologio appeso al gancio della narrazione è fioca come vapore nell’essenza della storia. Lo spazio si dilata, inghiottendo l’attenzione in una bolla di fantasia. I giorni che scorrono sono come corridori nel circuito dello stadio: sembra di poterli afferrare, ma in realtà passano inesorabilmente, e lo sguardo si abitua al passato, negandosi la presenza dei momenti vissuti. Chino tra le cose che nascono e il tetto che chiude il cielo, riposo come un soldato tradito da una guerra ingiusta. Passano le ere nel solco del ricordo, mentre la roccia lentamente racchiude ogni cosa.

Una voce sussurra: “Cammina verso il buio, all’angolo estremo dell’altro mondo”, in quella atmosfera rarefatta che divide la vita dalla morte. Al di fuori, schiamazzi e confusione sorgono dall’incedere della volontà di dare un nome alle forme. Una preghiera galleggia in questo mare, sospinta da una continua celebrazione della compassione. Ti cerco con lo sguardo; mi è difficile non averti sott’occhio. Il mondo potrebbe spezzarsi senza la complicità di una vita. Il lavoro, sempre troppo presente, è ormai diventato qualcos’altro. Questa sera, tra le persone, ho ritrovato un indizio: il mondo reale è tutt’altro da quello virtuale.

Sfocata è l’immagine del vero che sembra danzare davanti agli occhi. Ma la vista ormai è obnubilata dallo schermo che filtra il senso di ogni descrizione. “Ripigliati e non ascoltare più nessuno; solo il silenzio può restituirti al tuo corpo”. È un grido che già molti seguono nel sottosuolo della ribalta. Di fatto, il mondo che appare è una finzione per tutti coloro che sono di troppo, non essendoci posto per tutti nell’inconscio collettivo. Lo sterrato segnala con il suo fruscio il passo, tra un apice e il suo declivio, nella natura senza vincoli. È un’avventura esplorare tra le colline, assaporando gli odori e la possibilità di perdersi. Ramingo, giro in tondo, perdendo pezzi e racconti, visi e fisionomie che si dileguano come il fumo di un sigaro. Questo è il mio cercare un’unità in una storia che non può averne, con l’infanzia sullo sfondo mentre un uomo è già vecchio e poi perso in miraggi e illusioni. La tristezza di questo momento in cui si insiste tanto sulla brutalità passa in secondo piano rispetto alla gentilezza di un gesto, a un saluto non cercato, alla comprensione delle parole per come vengono pronunciate. C’è uno spazio per il “bene”, poco riconosciuto, ma esiste anche la possibilità di estromettere la bontà dai nostri cuori.

Un salto di lato verso l’ignoto

Se torno verso l’eco delle voci a ritroso sul sentiero di campagna, mi aspetto di ridiventare piccolo, con l’erba che mi sovrasta, in un mondo che si configura agli occhi infantili. Rivedo tra questi pensieri le immagini degli animali che amavo osservare, in particolare i movimenti incuranti degli insetti. La sensazione di non contare nulla per loro era piacevole; e anche per me, il non contare nulla era piacevole. Lascio andare la barriera del tempo in alcune circostanze, perché il presente è doloroso. La natura è un buon medicamento, annidata nei ricordi delle cellule.

Sono ancora lì: campagnolo e affamato di solitudine, perso nella distesa piatta tra campi e alberi. Solo da soli si può ascoltare il rumore del silenzio, il suono della Terra che si evolve in tempi differenti da quelli umani. Tempi inconciliabili, che alla fine porteranno a effetti disattesi per tutti. Il fiume, o i fiumi che scorrono, costituiscono la base sonora su cui le melodie si mettono in evidenza. Scavando con le mani, l’aroma del terreno si spande, ed i lombrichi si attorcigliano tra le dita. Il respiro si accorda con l’oscillazione delle foglie, da cui rimbalzano scintillanti linee di luce.

Un salto di lato verso l’ignoto, accompagnato dai miei antenati, lungo la stessa strada delle creature che di notte si trasformano. Penso che si possa uscire dal regno del pensato attraverso un esercizio di annullamento dei significati. Come ogni volta che ci si inoltra nella selva semantica, si rischia di rimanere incagliati in qualche risacca. Siamo come gli immensi banchi di plastica nel mare: pattume umano che rivela la cifra del nostro dire e del nostro fare.

La forma dell’esistenza crea una resistenza che non si accorda a un certo grado di armonia nelle stagioni della vita. È come se un impedimento velasse l’ovvietà dell’essere. In questi momenti di incomprensione, ci si appella a un disegno più ampio, a noi incomprensibile, oppure si accetta che le cose debbano essere così, senza cercare significati altrove.

In ogni caso, il rimuginio costruisce case, palazzi, strade, nazioni e fedi, creando un variopinto paesaggio in cui l’apparire e il scomparire sono il movimento dell’esistere. Torno a casa, “se casa è il luogo del senso”, fino a quando il ricordo me lo permette. E poi? Nebbia e rumori di fondo in quella strana collisione con l’aria. Resto chino, a guardare in fondo a un me che si è già dimenticato di.

Un grido afono increspa la sera tra la luce scura e il rosso crepuscolare. È un richiamo al risveglio o all’attenzione verso lo scorrere degli atti davanti agli occhi. Indugiando nella cecità, come se nulla accadesse, si attenua l’ansia. Ma, come al solito, si viene sospinti, malgrado tutto, a guardare per fare. Attività che negli anni si accumulano, perdendo un po’ il loro senso; riguardandole, sembrano gesta sconosciute.

Sorpreso dal grido, il torpore si dilegua e per un attimo penso di cambiare. Ma poi, con la sera che avanza, resto fermo nel ciglio dell’orizzonte che mi ospita da tempo.

Vanno e vengono le ombre, sussurrando raccomandazioni in questo posto che è più loro che mio. Ospite per un tratto di vita che si disperderà come ogni cosa che ha un nome. Ascolto senza rispondere, perché non serve parlare, nella mensa dei buoni propositi. Tra i saluti che si affievoliscono, i parenti prendono strade divergenti, perdendosi nella folla.

Alla fine, rimasti soli e adagiati allo stupore, ci si culla nell’oscurità. Spengo la TV e il silenzio in città non arriva; come la luce, il rumore permane in continuazione.

Invecchiando, alla fine, bisogna lasciare le città se si vuole rincontrare il cielo e le stelle.

A volte la noia arriva improvvisa

Il canto del drogato è rauco e risuona nei confini bassi della coscienza. Una metropoli vale l’altra quando il velo dello stordimento avvolge lo sguardo. Non si tengono i conti e nemmeno si ricordano gli incontri; accade ciò che avviene in un presente sempre un po’ evanescente. Ascolto tra le macerie i lamenti e i richiami degli esclusi dal giorno della rinascita. Non tutti possono partecipare alla mondità; anzi, vengono costruiti margini appositi, come contenitori senza via di fuga. Quando si appartiene a una categoria, difficilmente si esce dal confine predisposto. Il drogato è un “talpone” che la buca se la costruisce da sé.

Luoghi infrattati nel sottobosco umano, dove in solitudine si consuma un divorzio dal proprio essere. Non tutti accettano di vivere l’esistenza e la sua perenne domanda enigmatica: il ricorsivo interrogativo della presenza in quanto tale, per poi sparire per sempre. Domande e risposte si rincorrono in un’eterna oscillazione che sembra priva di contenimento. Tra le varie scene di un avanspettacolo, la più propizia somiglia a un bianco e nero degli anni cinquanta. Tornare indietro per andare avanti sembra essere il richiamo dell’arte, una forma di riflessione sul passato “presentizzato” nel linguaggio che ci è proprio. Avanti e indietro del discorso che scivola tra generazioni fino a produrre distillati da collezione.

Le curve dell’odio sono inclinazioni ottuse per coloro che desiderano le cose degli altri, “altri” intesi in senso generale e non bene identificati. Si tratta di un sentimento che brucia nella rabbia del disadattato, in un mondo che di solito non lascia scampo a una vita grama. Piegarsi al desiderio è la condizione che porta a perdersi: l’identità viene strappata dall’essere per consegnarsi agli oggetti del desiderio, in una perpetua dissolvenza e incongruenza con se stessi. Si sta male nelle relazioni perché gli altri diventano sempre competitori; si sta male con se stessi perché si diventa estranei alla propria coscienza. In questa situazione, la consolazione e il medicamento rimangono l’amarezza e la cattiveria.

Inforcata la bicicletta, lo scenario scorre e l’aria rasserena la tristezza. Con un po’ di impeto, è possibile spezzare quel senso di disfatta in cui si cade, corrosi dal conflitto quotidiano. La leggerezza diventa un antidoto al tumulto delle onde minacciose. Atomi che si infrangono nell’alternanza perpetua di apparire o sparire nelle possibilità dello spazio. Anche noi, quotidianamente, siamo e non siamo, in forza di come pensiamo e, di conseguenza, abitiamo il linguaggio. Senza di esso, potremmo liberarci di questo mondo per tornare nella fluttuazione della possibilità.

C’è un tempo per guardarsi intorno e non vedere nulla, come se un velo fosse calato sulla comprensione. Innumerevoli tentativi di connessione si scontrano con un rifiuto alla realtà; mentre cammino, schivo le buche che si fanno sempre più profonde e minacciose. La mia inconsolabile stanchezza affonda nella passione per una professione che ora non mi serve più. A volte, la noia arriva improvvisa e il suono del cembalo diventa afono; la musica resta forzata, imprigionata al di sotto dell’udibilità. Così, cerco il suono della tua voce, e come una Euridice, seguo la via d’uscita.

I toni dell’umore si configurano come un balsamo nella frivolezza di una stanza disadorna. Ora mi accingo a muovermi nella contea dell’inconsistenza, in compagnia di maghi e fate, sotto il cielo stellato del mattino, in un fugace cambio con l’azzurro umido del risveglio. Sento la forzatura della tirannide nelle consuetudini che obbligano a movimenti e pensieri. Ma non posso farci niente: all’orizzonte, solo un’altra ripetizione del già visto. Racconto storie all’ombra della casa o lungo le vie che si dipanano dai miei ricordi, mescolandosi nella confusa frastagliatura del tempo in cui i vari centri storici si aggrovigliano a spirale.

Danza sul filo di vento

Nella stanza, un alveare si confronta con la curiosità; differenti, ma uguali, si scrutano nella penombra. Da sempre le visioni dei vari animali si intrecciano e coesistono. Gli abitatori del linguaggio “descrivono”, mentre gli abitanti dell’atto “sono”. Al termine di questo giorno, probabilmente, le parole cesseranno. Un mondo privo di descrizione ridiventerà polvere, come nel Vecchio Testamento. I rumori che filtrano dalle finestre aperte sono insopportabili; il rullo di questa vita è asintotico rispetto a ogni tentativo di trasformazione.

Nelle vicinanze, l’alba si fa strada nel buio della stanza, mentre i naufraghi si ritrovano tra le mura domestiche. La memoria scivola via, e gli oggetti circostanti si tingono di estraneità. Ci si abbandona al silenzio che finalmente soppianta il rumore di fondo, segnalando il destino. La mia consuetudine di scrivere intrappola parole e fantasmi tra incertezza e fantasia. Una solitudine cala su di me come una bevanda sgradevole, impotente a cambiarne il sapore. C’è qualcosa intorno che non si percepisce con gli occhi, ma che troneggia nei punti ciechi della visione: una forma di inquietudine che increspa la vita in una spirale funesta.

La casa delle parole è alla periferia di tutte le strade possibili. Nel complesso abitativo dell’inumano prima che si trasformi in detto. La cifra dell’ingenuità è il ricorso alle continue costruzioni di cattedrali che poi serve abbattere. Nella incessante discontinuità si trova la forma amicale della sosta. In qualche bettola ad i margini del grande flusso. Si può fare battute di spirito nella calma di quando ci si ferma. E…tutto l’assurdo a cui si rincorre appare vano e inutile. Le idee possono essere espresse e contraddette senza che vi sia allarme. Nella casa delle parole abita l’essere che ancora non è. Restando in attesa che l’umano ne capisca l’essenza.

Spaventato e ansioso mi rimetto ad un senso d’attesa, gli oggetti quotidiani mi sembrano estranei. Non sempre il senso del controllo aiuta, anzi è proprio ciò che fa perdere la sicurezza. La magia della sospensione inconsapevole a volte non riesce e resto nel vano della cruda realtà. Il sole già alto ribolle tra le stanze e il corpo inizia una lenta insofferenza. Mi racconto la storia di questa città che da alcuni anni è diventata lo scenario di crimini un tempo solo letti. Una città che crescendo fatica a trovare una sua identità.

Una quadro descrive colori, odori e suoni fantasma nell’impressione immediata; solo in seguito, le forme prendono il sopravvento. Se l’attimo iniziale potesse durare, forse potremmo incontrare l’anima dell’artista. Mi sorprende lo smalto dei muri e le incrostazioni degli edifici abbandonati, in cui emergono da sempre forme che rappresentano la mia anima. L’insofferenza risale la china per le grida e le parole buttate via, mangiate, ingurgitate intere e sputate come nulla. Ormai si possono vedere ovunque carcasse di linguaggio lasciate in strada come liquami. Sento il mutismo avvolgermi e tramontare con esso nella radura dei silenti.

Giostrando di metafora in metafora, si può alla fine del giorno incontrare la notte. Nel buio, la quiete toglie gli oggetti da torno. Solo i suoni emergono come miasmi improvvisi. Finisce un mese dentro un anno che, per il mio corpo, appare incerto. È come una fermata ferroviaria sperduta nella campagna, in un momento in cui la stazione deserta rappresenta solo se stessa. Condizionato dall’essere solo, il dialogo interno si fa urgente. Alla fine, però, anche le cose dette tacciono e resta una sosta nel ventre della terra. La polvere si alza per il caldo e danza sul filo di vento fino a sparire.

Una sola goccia

Qualcosa si muove dallo sfondo, riflesso nell’occhio indagatore. Una curiosità che spinge a conoscere, anche se non ce n’è l’estremo bisogno. Una qualità o maledizione che ci contraddistingue è il continuo interrogarci sul “perché”. Alla fine, il cammino della vita è una catena che si sussegue in una risoluzione di problemi. Cosa saremmo se restassimo orfani di problematiche? Forse diventeremmo depressi, privi di uno scopo, oppure potremmo riconciliarci con il mondo seguendo il moto naturale dell’essere.

Nella routine, tutto sembra dover avvenire come accade, ma ascoltando meglio, qualcosa sussurra che non è proprio così. In qualche modo, siamo costretti ad una scissione dal dialogo interno, rendendoci inesorabilmente incompleti. Ognuno è diviso, senza via d’uscita; il linguaggio ti inchioda a salire sul proprio carro di competenza e, da quel momento, le espressioni linguistiche ci rendono dei multipli di sé.

Il sole frange a cascata le ossa ridotte a polvere, nell’intervallo di tempo che vede distrutto un altare. Il rumore della guerra è vicino, e l’alito dei morti comincia a farsi sentire nell’aria. Resto paralizzato al pensiero dello squartamento di uomini, animali, piante e molluschi. Ripeto senza voce alcune strofe poetiche come una preghiera, cercando invano di far attecchire un sentimento d’amore in queste strade deserte.

Una sola goccia d’acqua contiene un sapere che noi non vediamo. Siamo miopi osservatori della parvenza, a cui diamo nomi scrupolosi quanto inutili. Da tempo si è perso l’istinto che unisce ogni essente in quanto tale. Oggi il bivacco è preparato tra le rime di una canzone e il ricordo del secolo scorso. Questo avviene per quelli della mia generazione, poiché il riferimento nel mondo è un “secolo scorso”. Le mani portano i calli degli strumenti analogici, e nella memoria la natura digitale è un ospite a volte mal sopportato.

Frequentando lunghe disquisizioni sul nulla, a volte sogno le avventure della frontiera. Dalle cime dei rami più alti si scruta un altrove, che trova sedimento nella fantasia incarnata dell’avventura. La memoria ha la possibilità di ripercorrere i momenti d’audacia e di ricostruirli nel teatro casalingo. Le mani, sprofondate nella terra tra i campi irrigati, cercano la vita sottostante, incuranti dei pericoli che, solo ipotizzati, non si sono mai verificati.

Già di mattina presto, il rombo del trattore inizia un avanti e indietro sopra i campi. Ci si diverte a salire sul suo fianco, osservando l’impronta che lascia nel terreno; un segno che, una volta arso dal sole, permane nel tempo.

Le bombe sfiorano ogni illusione di rinascita. Il tempo in cui guardare oltre la staccionata è terminato. La volontà di potenza si ripercuote sulla bontà. L’effetto del mondo in guerra è che ogni individuo è in lotta con sé e gli altri. Vengono sepolti i buoni propositi per lasciare che scorrano parole con poco senso. Una gita in periferia tra i resti delle case abbandonate e vecchie fabbriche dismesse. Un tuffo in diverse posizioni del tempo tra oscillazioni di quello che è stato e ciò che ancora non c’è. Dentro a questo camminare per uscire dalla routine della incertezza del tragico. Cerco la commozione negli occhi di chi amo per sciogliere quel grumo che ritrovo al risveglio. Una sconfitta che permane nel ricordo fino a farne un continuo rimprovero. Il dolore o sofferenza come chiave di volta del senso della vita. Il Buddha ha colto questo come metodo per aprire il sentiero. Cerco solo dí capirmi e andare avanti e indietro in questo scenario. Poche formule sono adatte a ricomporre la serenità. Il cane che dorme, uno sguardo stucchevole di complicità, una vita insieme senza rimpianti. Una casa che invecchia e dà preoccupazioni, ma è la propria casa con chi ci deve stare.

Amici d’avventura

La condensa appanna i vetri, velando gli occhi di tristezza. Il sapore della cottura riempie la cucina, mentre strane immagini si proiettano sugli oggetti. Niente è ciò che sembra: un romanzo giallo racchiuso in un pensiero. Non vorrei girare le spalle a questo scenario, ma… incombe la preveggenza di dover lasciare andare qualcosa che potrebbe ferire. Scorticato dal mio stesso volere, che non so se sia davvero mio, volgo le spalle al nulla e m’incammino nella nebbia di un paesaggio ancora da tracciare. Alla fine, sono solo riflessioni; il reale è qualcosa che attende sempre un poco più in là.

Nell’immediato, sento il respiro e il segno dell’assenza diventa insostenibile senza ossigeno. Qualcosa già pensa per me e ha calcolato le possibilità. Con spirito magnanimo, lascia che abbia fiducia nella scelta. Nel voltarmi di scatto, sento l’impulso di cogliere sul fatto il suggeritore. Ma la mia è una lentezza umana, perennemente mancante. Oggi, smetto con le gare e attendo la conclusione di una giornata col sapore della sera. Da altre parti si intona un canto, e in altre ancora si lasciano tracce. È la volontà di essere notati dalla stessa volontà d’esistere, in una radura di non senso.

Tra le rive dei fossati, la vegetazione è più verde e rigogliosa, e si possono incontrare i visitatori provenienti dalla terra di sotto. Giocare tra le acque basse dei piccoli canali d’irrigazione è il massimo divertimento per i bambini del paese. Nei pomeriggi assolati, gli schiamazzi nella campagna diventano il centro del mondo. Con poco, il divertimento è assicurato e la fantasia corre libera tra la distesa vegetale.

Ritorna il tempo del rimembrare il paesaggio infantile, mentre, rintanato nella cuccia cittadina, mi lascio andare all’inerzia alla scrivania. Di solito, il mattino presto è il momento in cui si sente maggiormente il canto degli uccelli. È il tempo migliore per rinsaldare una consuetudine con i viventi.

La giostra della vita gira un po’ per tutti, anche se non tutti si divertono. Esiste una categoria di persone, dette “osservatori”, che non si mischiano nella mischia, ma rimangono lì, fermi in apparente assenza emotiva. Ed è così che il mondo può sguazzare nella disuguaglianza: molti, sentendosi non direttamente coinvolti, osservano e passano oltre. Certo, questo non è il motivo dei mali del mondo, ma rappresenta un aspetto curioso. La qualità dell’esserci è spesso permeata dalla codardia e da una certa dose di cattiveria verso la propria specie. Riconoscere la bontà nel “baluame” del fare umano è un compito arduo per l’uomo di fede.

La ripetizione è simile al salmodiare nel racconto dell’esistere, un modo per vincere l’erranza, che risulta più forte dell’identità. Nell’insolita cornice della periferia, camminiamo con timore, sovrastati da alti palazzi sonnacchiosi al sole estivo. Temo il morire più della morte, un’ombra che può presentarsi anche nella luce dei colori. Le solite liturgie m’attirano verso luoghi familiari; difficilmente mi appare un paesaggio tinto di novità. Come le mie cento parole, che scorrono via come il sapone sotto la doccia. Una volta andate, diventano altro per sempre.

Un rifugio sicuro è la ripetizione, che inchioda il pensiero a un rallentamento. Sembra che tutto avvenga nella testa, ma in realtà sono i lombi a dolere. Gli stati emotivi si susseguono senza controllo, invadendo corsie opposte. Da dentro non riesco a percepire nulla. Il corpo va a sbattere e, forse solo il giorno dopo, mi accorgo dei lividi. Una melodia del passato si deposita sulle lacrime di oggi. E rivedo una scena antica, quando osservare il cielo notturno non era un problema, ma un privilegio. E ci si voleva bene senza ritegno, fra amici d’avventura.

Tra una roccia ed il mare

L’intonaco scrostato è il segno di una partenza. L’abitare in questa casa ha concluso la propria storia. Un inizio altrove invita a pensare oltre la staccionata. I cambiamenti, sebbene appaiano lenti, sono inesorabili. La macchina della storia gira come una macina, e nulla dell’umano, finora, l’ha contrastata. Ripenso alle albe: intraviste solo di sfuggita tra i tetti e i rumori di una città che si sveglia. Non è possibile lasciare correre lo sguardo verso il limitare, dove cielo e terra si incontrano.

Una stretta di mano suggella il riconoscimento tra i bari dell’osteria. Ingannare la vita mentre si distrae, dando per scontata la servitù. Una mano giocata dopo l’altra verso il sogno di vivere più a lungo. Ci si trova così tra pari, complici di un disegno esistenziale che sfugge alla livella: tra troppo poco o troppo tanto. Un tentativo di rompere il sodalizio con le parole e intraprendere la via della carne e del sangue per comunicare. Le giornate che attendono si schiariscono man mano che la notte si ritira, invitando a uscire per prendersi il proprio pezzo. Un saluto al sole che si riconosce nella nostra pelle.

Una stretta al cuore mentre guardo attraverso una fotografia qualcuno che, con i capelli bianchi, somiglia a me. È un’insolita sensazione di disgiunzione e precarietà identitaria. Mi sento come su un ring, colpito da diretti e rovesci. La realtà che mi circonda è quella che fatica a lasciarsi mollare. Da essa, subisco le continue fluttuazioni delle frustrazioni. Non c’è nulla che riesca a conciliarsi con i buoni sentimenti; è un continuo cannibalismo del linguaggio, nella ricerca di una supremazia che ci ruba l’uno all’altro.

Non fa differenza il colore della pelle, poiché tutti noi onoriamo la crudeltà e riconosciamo nell’altro il seme perpetuo della minaccia. Una cronaca spietata mostra il canale di diffusione delle notizie; sono sempre troppo poche le storie di normalità, che in realtà sono la maggior parte. Il colonialismo del pensiero è una forma di coercizione che non lascia scampo. Quando alla fine cerchiamo di ribellarci, ci scopriamo schizofrenici, con pensieri e opere in contraddizione.

La mia quotidianità si dipana tra una roccia e il mare che non vedo, ma sento come un elemento necessario nella costruzione delle mie immagini mentali. Il fruscio delle onde si propaga nelle stanze illuminate dal sole. Così, mi ritrovo a sognare un’immersione tra un banco di pesci e coralli, mentre mi addormento.