Dentro alla prigione si scuote il senso della permanenza in un angusto spazio personale minato dalle continue incursioni, una strettoia si apre verso l’esplosione del cielo a tratti nascosto dall’imponente struttura tecnica, pensata per soffocare la nascita di un modo diverso di concepire la violenza. Sbarre proiettate come ombre sul muro in cemento ricordano un bosco visto in contro luce mentre il silenzio spettrale cala da dietro la paura, i mondi si sfiorano nella fantasia creatrice di nuovi suoni che prima da lontano poi iniziano da vicino a risuonare nell’orecchio. La sinfonia fantastica inizia il corso della mutazione della materia, spazzando le solidità in forme armoniose che morbide accolgono i pensieri cullando il senso della libertà. Imprigionati ci si salva con voli senza carburante nell’immobilità del viaggio, arruffando contorni dei sogni spersi nei tetri corridoi, in sospensione per effetto del rallentamento del vivere quotidiano. Vorrei voltarmi per sorridere alla luce che evapora ma il meccanismo mi tiene a dritta in una unica direzione nell’antologia del divenire per essere per l’essere nonostante ciò. Nessun divertimento è permesso perché la prigionia è espiazione anche se si è innocenti per lo più, dinanzi agli dei affievoliti dalla tecnica scientifica, da cui dipende ormai l’etica del potere.
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Da soli
Da soli o per mano attraversando il passaggio pedonale tra un prima sotto gli alberi dell’alba ed un poi tra il cemento che oscura il tramonto, passeggio nei discorsi sospesi tra una bocca ed un’altra cercando di stare là dove lo spazio vuoto resta impenetrabile al senso del comune dire. Di certo il vociare oscura le trame del giorno rendendo incomprensibile il destino che sbarra innanzi inequivocabile nella sua semplicità e forse per questo non visto. Esprimo un sorriso al corriere che porta messaggi anche se infausti per una peculiare forma di cortesia che è doverosa se si vuole perseguire una forma di bene, tolti gli occhiali si giunge nel posto dove la nebbia avvolge i contorni e si insinua il sapore della poesia in versi trascinati nelle vocali e sdrucciolati sulle consonanti. Finalmente un po’ di riposo nella saggezza inconsapevole dei poeti ridanciani per il tempo loro proprio fatto di disgrazie e drammi popolari, mi sento dire da dietro: dove vai così conciato senza nessuna remora per i passanti, sei scandalo nella cocciutaggine di credere al destino, rispondo che all’eterno non vanno prese le misure ma solo un sorriso lieve come una piuma che cade o vola a secondo delle prospettiva.
Dove sono le parole
Tu che dici dove sono le parole per indicare la strada di mezzo quella che non si riesce a guardare da dritta ma che inclinando l’asse del cielo là si può intraprendere. Dici in continuazione quanto è grande lo stupore per le malefatte delle persone povere, quelle che prive di senso si spingono a urlare in faccia a tutti il disprezzo della privazione sulle ali della violenza. Dici anche che la guerra pulisce le strade rigenerando dall’umiliazione della sconfitta il sapore buono del pane condiviso tra nemici passati, ed intono alle macerie già un brusio si alza con il vento nell’intento laborioso di aggiustare le cose. Ma dentro di me sento un dolore atroce che non passa, una fitta continua lungo le immagini della sopraffazione nella costante divisione del mondo in ricchi e poveri che non cambia mai nello schema del prima o del dopo guerra. Il debito nella forma morale è l’arma che sottomette singoli e popoli in una tenaglia mortale di schiavitù, e tu dici che le catene sono denaro che in fondo come la carta potrebbero bruciare per tornare ad essere nulla, come la cenere nel suo cominciare ad essere qualcosa d’altro.
Povertà
Al di sotto del basamento stradale una vita pulsa nascosta nell’abitudine dell’essere ignorati, sono concatenazioni di storie intrecciate a volte con la realtà ma che di solito rimangono nell’ombra. La possibilità della visione è molto limitata per cui oltre quell’attenzione si aprono altri mondi fatto di avanzi e scatoloni trascinati come gusci per rintanarsi, bambini già avvezzi a reggere l’urto della violenza ed a restituirla a tradimento. Gli oggetti della ricchezza si sposano con i costumi del sottosuolo diventando opachi e perdendo quella caratteristica che richiama alla modernità, unghie trafilate di nero con dita giallognole da nicotina si intrufolano nelle cose degli altri senza distinzioni. La privazione estrema rende lecito la rapacità verso le prede ignare della loro debolezza perché ricolme dei doni della pianificazione borghese in estinzione.
Beviamoci sopra
Torno perennemente a guardare dentro alla buriana dei pensieri contorti gridando un fanculo spiovente alle sagome tristi delle persone protese verso il macello dello spirito. È una gabbia l’ideologia immanente del materiale come pragmatica assoluta dell’esistere, scacciati dal mondo i sogni e le aperture fantastiche sulle cose invisibili che oltre i nostri occhi permangono nel silenzio abbellendo i mondi possibili senza il mortale. Le ragazze dicono che dentro al muro si sentono voci lamentose che accennano ad olocausti antichi; sorridono non pensando alla verità ma sorridendo tra loro riprendono il raccontarsi dell’oggi. Si dice scoprendo le carte, ho vinto con la fortuna del principiante, mentre da fuori lo stupore si riprende un momento di falsa ammirazione per una partita truccata. È così che le verità si lascia dietro sterminati deserti di incomprensione per parole che di fondo comune hanno solo suono e niente più. L’invidia cieca di chi perde sorridendo per poi meditare la vendetta per le generazioni a venire, gridando fintamente: è solo un gioco si vince e si perde beviamoci sopra.
Trovo strano
Trovo strano il vociare continuo come fosse una cantilena per indicare presenze o spazi occupati, l’udito rimane inciampato in una attenzione che governa il corpo verso vie di fuga difficilmente scovate nell’urbanizzazione senza fantasia da contabili del cemento. A stento mi rianimo nell’ombra scolpita tra le mura perimetrali in cui si possono aprire dei varchi con la forza dell’intenzione, un passare oltre dove finalmente il silenzio si posa sulle cose antiche rimaste intatte perché non viste. Un ricordare calmo mentre il passo si fa lieve verso la ricapitolazione della storia che si presenta uguale ad una acqua che scorre indifferente all’affanno di chi ostinatamente non capisce il verso, rubando un bacio all’unico viso amato resto oltre il limite che si chiude nella via.
Imprigionati
Si rimane imprigionati nella bolla dell’informazione paurosa con pochi spazi di aria per respirare, la tragedia ha vestito le case ed i paesi con la cenere del pianto. L’umanità in scacco con i pochi mezzi a disposizione per interpretare la verità, la sudditanza verso la continua polarizzazione dei sentimenti ci rende animali ostili anche a noi stessi rendendo deboli i sistemi immunitari. Il giorno appare come già minaccia di qualcosa e la luce si imbrunisce sotto i colpi della persuasione pessimistica, è un gioco da ricchi tenere una popolazione assoggettata ad una sensazione piuttosto che lasciare che la libertà si esprima nelle esistenzialità. Anche questo mese si apre un po’ cupo e nei ricordi vado cercando quei soli d’aprile che hanno abbagliato le cose in modi stupendi per restare un momento nel non tempo di questo tempo ingarbugliato dalla voglia di annientare le diversità. Ci sono nelle feste domenicali i segni e gli odori delle dolci risonanze dal gusto dello zucchero a velo o della crosta del fritto caramellato mentre da dentro l’animo il giogo rianima il gusto del vivere nella pace.
La storia di una nazione
La storia di una nazione si racchiude nelle narrazioni che incrociandosi si stratificano in una sensazione che difficilmente è quella sbagliata, se l’oppressione è il tema principale e il peso della burocrazia statale schiaccia gli individui siamo di fronte al sopruso di una casta di pochi su i molti. Il racconto poi si ramifica nella foce dei costrutti in questo presente in cui coinvolti nel linguaggio della guerra cerchiamo una via d’uscita dall’angoscia. La poca pioggia ha già lasciato il campo al sole rischiarando lo spazio che si era fatto intimità nella nuvolosità, così esposti le sensazioni ritornano ad occupare i bassi fondi dell’ inconscio perturbante. I saluti timidi ci riportano a pensare ad un uomo nuovo che per rompere la propria toponomastica deve in qualche modo nell’ individualità allargare il confine della finitezza oppure al contrario restringerlo per riformulare una fisionomica che rompa lo schema della consuetudine.
Per caso
Ebbene ora ci ritroviamo per caso in quella stretta via che da sempre ripara dal sole e profuma di muffa nell’ombra appartata. Ancora una volta stretti nell’indecisione che alla fine il guerreggiare, l’annientare sia la soluzione a questo strano modo di vivere il mondo, il mondo come estraneità, noi al di fuori nella metafora dello spettatore. Quante volte facciamo la stessa strada senza capire che siamo la strada, e siamo anche tutto ciò di cui non ci accorgiamo, sarebbe semplice decidere di avere attenzione in modo da lasciare che le cose siano. La pioggia ha riportato il suono della variabilità con un sciabordio nella strada sotto alla mia finestra, l’oscurità che l’accompagna si è riempita dell’odore del ristagno che non vuole lasciare la presa. Una siccità solo rimandata mentre poco più in là uomini sordi si massacrano per una libertà, conflitto di inganni lasciati nascosti sotto la coltre degli speaker di facciata. Torno a rintanarmi in quell’angolo dello spazio in cui le storie mi vengono incontro per essere cambiate o aggiustate nel lessico più congeniale alla speranza di vita di un mortale.
La guerra
La guerra ha trovato il suo posto stabile nel resoconto quotidiano introducendo lessico e emozioni nella narrazione ad immagini Lungo il piano delle memorie altrui. Con circostanza lenta ma inflessibile l’impossibile si palesa nella possibilità degli eventi per trasformare le consuetudini in opinioni per riportare la bellicosità degli uomini a portata di strade e vie conosciute. L’inconscio della malvagità si palesa vestito da buon samaritano con cucito sopra la veste le stigmate delle buone intenzioni, un sorriso sfalda le ultime resistenze per piazzarsi nel salotto di casa con l’intenzione di permanerci come ospite inquietante per i prossimi decenni.