Danzano le luci intorno agli occhi come falene bianche attratte dalle muse rincorrenti, questo verso suadente dall’intricata storia in cui il morire è una liberazione. Affermai nel discorso abbandonato tra le vecchie cose gettate nello scantinato una volontà di presenza, che ora mi sfugge colando via dalla crosta ispessita dal tempo. Dove volevo andare in quei momenti del “tutto è possibile?” Per stranezze che siano state, ora rimandano ad aspirazioni annacquate nel volgere della sera. Allo specchio lo sguardo si guarda nel frammento tra andare e venire per poi disconoscersi in un impulso di malvagità verso ciò che la rappresentazione vuole affermare come cosa certa. Seguo le notizie su i blog e scorre la trama degli accadimenti, un partito si rinnova, una nazione rivuole il proprio posto in Europa, ed il mediterraneo ormai è una tomba dove morire con le ultime speranze appese a dei barconi indecenti. E poi sotto casa nonostante il gelo improvviso le piccole abitudini quotidiane si ripetono come un metronomo prima dell’attacco della sinfonia. Il bene ed il male per strade intrecciate confondono il pensiero analogico, il quale non può farcela ad essere nello stesso istante duale come nella teoria, ma a tutti i costi, istante per istante deve volere una delle due parti. È ancora prematuro il pensiero binario o addirittura a più dimensioni contemporaneamente, ma certamente il cambio culturale passa attraverso ad una nuova modalità di pensare e percepire la realtà. I ricordi sono sfondi della realtà dove le emozioni dipingono le cupole del sacro ravvivando la fiamma che scalda il cuore, mentre chiusi o chini sul proprio invecchiare ci si aggira per le stanze con gli occhi calati sulle ombre ed i risalti di luce dalle mattonelle. Ci si chiama tra una stanza e l’altra seguendo i suoni ed i rimandi come segnali di soccorso lanciati da scialuppe sperse nel mare nero della burrasca. Nella profondità le anime si guardano sgomente per la perdita della superficie e del cielo che riempie i polmoni d’ossigeno, così che tra le creature marine permarranno fino a quando dimentichi di se stessi si arrenderanno all’acqua e alla sua schiuma come frontiera. Con semplicità si cerca di trovare il modo di essere gentili, discorsi fatti senza alzare la voce con la lentezza per lasciare che fluiscano comprensione e altre linee discorsive, un modo per cambiare le carte in tavola ad una platea di urlatori non più interessati alla ragione. Tra le scene del presente torna la saggezza nei volti degli ultimi, testimoni della sofferenza che se ascoltata è salvezza per gli ubriachi della volontà di potenza. Un volto nuovo al canto che all’imbrunire risuona nelle osterie del limitare periferico, dove ancora si sorseggia un gusto per il piacere che non stordisce ma lascia che la lucidità della realtà sia una presenza piena. Attorno ad un fuoco che scalda si possono dire tutte le cose che passano per la mente, senza per questo essere giudicati o sentirsi sbagliati. Si, un volto nuovo sorridente si intravede da lontano, che avanza tra i campi dimenticati solcando la terra che riprende con forza il significare del cibo e della sopravvivenza. Un volto che è anche il mio mentre me ne torno nell’’umile discorso della precarietà e della poesia che senza regole sgorga dove gli capita, senza chiedere permesso, ma…con rispetto. Frammenti che scivolano sulla carta a strappo, come messaggi o dispacci lasciati lungo un cammino che per il filosofo è “l’eterno ritorno”in cui da sempre siamo presenti nel divenire in cui la mano che lascia è la stessa mano che prende. Insieme verso la riva a pregare per i nostri morti mentre il sole cala all’orizzonte.
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Sbirciatine (febbraio 4)
La pedagogia è una palla magica degli anni sessanta imprevedibile nei rimbalzi, per cui la capacità del lanciatore per riprenderla è di balzare con senso di anticipazione. ‘Questa pratica di presa si chiama educazione.’ Mi dico: “chissà perché mi viene alla mente questa figura di fantasia!” Come il senso delle scoperte di nuove strategie possibili nell’insegnamento ad adulti, che vale la pena smontare e rimontare come un motore di un cinquantino, in cui poi il rumore e la velocità non sono mai uguali a prima. Le cose passate e future si mischiano nell’ evocarle in modo da possederle per un momento, ed in questo possedere che la macchina del consenso non funziona, il volere alla fine è una nullità perché nel continuo flusso della trasformazione niente è mai uguale sull’asse del tempo. Certo per il Dr. Monchi la riflessione è fondamentale mentre rimette insieme i pezzi del destino, ma non il destino qualunque…ma il destino del destino, cioè l’immutabile approdo, ma da capo se è un approdo in qualche modo deve essere un approdo a qualche cosa. Il ragazzo disteso sulle braci nel chiostro di fronte al Dr. Monchi disse: “un giorno dopo l’altro ripeto il mea culpa di non fare quello che poi farò inesorabilmente, una smania che sale lungo le vie della connessione che annebbiano il proposito e dilagano nel senso di mandare tutto a ramengo. Il mondo si inclina nella morsa in cui si scivola sulla barra inclinata del perdersi, ed in cui l’unico rimedio è l’ottundimento dalle sostanze psicoattive, non importa se eccitanti o narcotizzanti, l’importante è correre via dalla coscienza o appartenenza al proprio corpo”. Quante volte il Dr. Monchi ha ascoltato questa sicumera cristallizzata in un eterno presente che inchioda ad un processo di invecchiamento senza consapevolezza. Cosa rispondere? Dr. Monchi: “Non ci sono parole…oppure: ci sono alcune parole che ancora hanno il senso evocativo del muovere le montagne; ma…il chiacchiericcio dell’Occidente e ormai anche del resto del mondo sovrasta implacabile ogni buon senso della misura, per cui le parole evocative sono preistoria e non restano che mani nude per spalare i rifiuti”. Oggi è più freddo del solito, e…per via della scarsa pioggia si respira aria inquinata che annebbia le immagini riportando il paesaggio in una veste da bianco e nero come in un lento corteo funebre. La lentezza nel riordinare le idee rende il Dr. Monchi uno stupido balbettante mentre dall’esterno le interferenze assumono i contorni da cani latranti, ed è da quando il peso dei discorsi non trova più una sua collocazione che la nebbia ha invaso le vie neurali. Saltare tra le rive dei fossi in questa apparente solitudine provocata dalla demenza, in qualche modo rischiara il mondo dei ranocchi che gonfiandosi mostrano una strana baldanza, per entrare nell’ora notturna dove cala il sipario su questa storia venuta sbieca e silenziosa per la buonanotte. La febbre non passa per i mocciosi spersi tra le onde del mare, l’incubo dei fondali minacciosi si spalanca ad inghiottire quella poco fiducia ancora rimesta per l’innocenza. Il Dr. Monchi ha un rigurgito per come le carestie si manifestano a chiazze intorno ad isole di benessere. All’interno di queste frontiere ognuno difende il proprio primato con tanto di documentazione scritta e vidimata da togati vidimati dalle sfere della metafisica. La roccia presa dallo sguardo è solo sasso nel giardino di casa, i contorni sono materia dei discorsi lasciati lì nel tempo ad inzuppare di senso una sbirciata di un vecchio triste.
Dr. Monchi (febbraio 3)
I libri posati per terra formano una piramide nello spazio in cui un tempo c’era solo desolazione, un cane si aggira, annusa, e trova una sistemazione per dare suono al dormire. Le ore scorrono fendendo il freddo che scivola da sotto la porta, ed un corpo abbandonato si lascia cullare dall’avanzata della tristezza; sono sensazioni che messe in fila stringono un po’ l’entusiasmo per il nuovo giorno che si presenta. Come ogni mattina è quasi impossibile essere reattivo, lentamente il corpo si piega al vivere, e quando ci riesce, il pensiero tracima e innonda anche le periferie, muovendo e facendo sferragliare su i binari l’evento della quotidianità. Da dentro il calvario del suo mestiere il Dr. Monchi sente il “finale di partita”, spesso non sa spiegare il proprio lavoro e soprattutto non sa rendere conto della poca efficacia apparente che l’accompagna. Una sola cosa ha capito bene nella relazione con persone con problemi di dipendenza, di essere significativo per ognuno di loro che ha conosciuto fino nell’intimità, così che egli è importante sostanzialmente per ogni singolo individuo ed al massimo per le loro famiglie con nome e cognome. Nei grandi calcoli della statistica la propria passione sparisce e non rimane che la litania di un eco dalla messa de Requiem e la scomunica della grande scienza. Il Dr. Monchi ha imparato a tirare dritto e si ritiene fortunato che nella propria memoria siano così presenti le vere storie degli uomini e non solo apparati da aggiustare. In sostanza il Dr. Monchi sa che per l’algoritmo il suo lavoro non incide nel diminuire il consumo delle droghe, ma per la propria coscienza i nomi propri degli utenti sono scolpiti nella narrazione emozionale dei cambiamenti della vita. A volte vorrebbe gridare: ok…ti droghi una volta, può essere per curiosa sperimentazione adolescenziale. Ok…la seconda può essere perché la compagnia ad una certa età conta più della propria individualità. Ma…cazzo la terza volta sei un coglione, diventa una dichiarazione d’amore…da lì in poi sei saldato in modo nefasto a significare ogni evento in compagnia di essa. Non ci sono cazzi…una volta saldato l’effetto della sostanza tossica con la percezione di se e dell’esterno a se…si è fottuti…la libertà del pensiero nelle scelte è compromessa. Per cui il resto del tempo sarà occupato a pensare a come ‘farsi’ o a come non ‘farsi’. Va beh! Meglio non esagerare, un po’ chino e a passo veloce, il Dr. Monchi traccia la traiettoria verso il quotidiano, anch’esso non messo molto bene. Oggi che domina la paura come modalità di controllo, il pensare con tutto il proprio corpo è diventata l’unica scelta di libertà…certo non è una cosa di oggi, basta leggere la storia, ma oggi recuperare la padronanza della propria modalità di sentire significa liberarsi dalla costrizione identitaria di uomo come cosa o prodotto di consumo. La furia del divenire ha spazzato via ogni verità immutabile, lasciando sul selciato un umano smarrito in preda alla tecnica come salvezza dalla fragilità e dall’annullamento. Per Dr. Monchi la droga è certamente una tecnica del mondo moderno per rimandare ad infinitum l’angoscia della finitezza del mortale, con le possibili domande di senso che i giovani possano porgere a questo mondo di vecchi(vecchi non di età ma di spirito). Quindi per molti la trappola del consumo è la gabbia del pensiero in cui restare inchiodati fino alla fine, ed essere per questa società solo marginalità silente e a tratti fastidiosa. Anche oggi per il Dr. Monchi è giornata di lavoro, quindi con fatica sale sulla giostra portandosi la ‘schiscetta’ da casa perché oltre alle narrazioni dei pazienti non può più soffrire la chiacchiera al di là della porta verso il fuori.
Un’ombra di vino (febbraio 2)
Sono solo un piccolo scricciolo, nel fiume grande dei pensatori, schivo: resto nascosto al giudizio, che come una tela del ragno, ha la velleità di coprire ogni cosa. Sono diventate battaglie gli scambi che un tempo erano incontri tra pari con una “ombra” di vino al bar, ridendo; così che oggi anche la più stupida delle questioni viene innalzata a conflitto. Quando la fame e la sete diventeranno realtà, spazzeranno di colpo ogni civile creanza per entrare nella terra nuova, quella senza pietà e cultura, fatta da monosillabi e grugniti all’interno delle vecchie chiese in rovina, dove resiste dopotutto, e…come sempre un angolo della pace. È bizzarra la voglia sfrenata di molti di risolvere i conflitti con conflitti, anche se i racconti recenti ne fanno emergere l’inefficacia, c’è una litigiosità innata nel modo di stare delle persone che da sempre qualifica il racconto della vita. Rimango come al solito rintanato in un silenzio pesante, fatto di anni in cui ho gridato e anche cantato i sogni scolpiti dalle generazioni a seguire. Ma, ora è difficile il solo dire qualcosa di buon senso, che dal cielo immaginario dove sta il giudicante, arriva lo strale della scomunica, in cui il tutto va in “caciara” e amen. Gloriose sfingi disseminate nei sentieri campestri dove scavando nel sentimento le coppiette amoreggiano riscrivendo ogni volta il romanzo del poeta. Vedo la mia casa in groppa al vento che si disperde…vorrei rincorrerla ma le gambe diventano colonne di cemento e mi perdo nello spirito dell’epoca che non mi rappresenta. Le faccende del lavoro sono diventate fatiche immani da quando la passione ha lasciato attonito lo sguardo curioso della scoperta, ho un ripensamento rispetto alle molte cose dette in funzione del bene Aristotelico. Il diventare vecchio si incrocia con il diventare giovane dell’altro generalizzato con le problematiche che si ripetono, ed i flussi discorsivi che stagnano come pozzanghere abbandonate nell’antichità dell’incuria. L’Europa si prepara a diventare fortezza di se stessa nella difesa dei cambiamenti e soprattutto a difesa dei poveri cristi che attratti come falene cercano di entrare nella arcaica alcova della civiltà. I poveri delimitati sempre più in ghetti rischiano di trasformarsi in predatori dell’anello debole della società, cioè quelli che non sono ancora così abbietti. Mi riprendo dell’ennesima visita medica in cui al solito ti ricordano che: “si, hai una malattia cronica” ma che: “si, sei anche sulla via dell’invecchiamento per cui…pace…”; ma da quando invecchiare è diventata una malattia? Credevo ingenuamente che il tempo donasse un po’ di saggezza in più, e forse sarebbe stato opportuno sfruttare lo sguardo meno roboante ma più pacato sul mondo. Sono chiaramente confuso o confusa sulla questione, per cui al solito mi ritiro nel carapace ascoltando il fruscio del vento che risale verso il pianoro. Quante volte si ripetono le azioni? E quante volte ci si dimentica? Un “girinare” inquieto in preda al dejavu mentre i cani abbaiano al solito rito: “io ti vedo, tu mi vedi”. L’inquietudine a piccoli morsi si fa strada, dentro alle interlocuzioni minime che appaino insignificanti fino al momento della tracimazione, così che parlando con te mi ritrovo come in uno specchio concavo spezzato nel centro. Il punto cieco da dove tutto è in vista da sempre per la filosofia greca, o dualità in unità per la filosofia orientale, in sostanza un po’ la stessa cosa, cioè: “ciò che è da capire non lo puoi capire fattene una ragione”. Un saluto dato per strada cambia inevitabilmente il corso del mio umore è la tua vicinanza si rinsalda in un gioco di sguardi che parlando si fondono per amore.
Dimenticanza (febbraio 1)
Per un facile riordino dei suppellettili, si procede ad una dimenticanza del quadro visivo, così che; niente più; è presenza imbarazzante o molesta. La signora in grigio, nelle giornate un po’ sghembe, adotta questo sistema per restare calma nel caos della realtà, quando gli oggetti diventano estranei alla propria usualitá, fino ad essere quasi minacciosi. Le giornate si portano dietro delle altre, senza una grande differenza…tenendo le imposte chiuse, così che la luce non sollecita più di tanto il cambiamento…è da parecchio che va avanti così, nella solitudine, ma a tutto ci si fa l’abitudine e oggi come ieri è giorno. Rimestare, spostare, girare, capovolgere cose inanimate, prive della luce che permette di vedere lo spirito muoversi. La signora in grigio nel girovagare per casa tasta suppellettili con animosità per riportare in auge i ricordi, uno sforzo quotidiano di ricapitolazione dopo lo scompiglio notturno dei sogni. Da fuori le mura i suoni arrivano accovacciati, alcune voci sono ricorrenti, quasi amichevoli si accostano a ricostruire il quadro dei colori affini, così che a metà mattina comincia a girare la consapevolezza dell’esserci e gli oggetti si ricompongono nel loro significato statico, dopo la danza fuori porta della fantasia, quando i pensieri scappano via dal corpo. È un tempo di violenza, che si insinua nelle parole prima che nel pugno, uno strazio lungo tutto il viale che porta al centro, nella vecchia città resistente ad i cambiamenti. Ma nuvole minacciose striminzite dalla siccità incombono sopra i tetti impolverati e scoloriti dal lento declino, è una città che si prepara al peggio mentre nel vestito nuovo pavoneggia modesta rinascita. La vecchia signora in grigio ascolta ancora la radio come una volta facevano i suoi genitori: lo schermo resta buio nella stanza; infatti mentre nel sottofondo le voci si rincorrono la vecchia signora in grigio può andare e venire nelle proprie immagini che si compongono innanzi mentre s’aggira dimentica di se. Pensando: “che malattia sia un termine sbagliato per lo stato di dimenticanza, ma sia più opportuno; Mutazione: verso una identità trasparente, che lascia passare come i fantasmi le baruffe del tempo, senza una direzione precisa tra passato e futuro, un relativo senso della concretezza che si ripete nei giorni uguale a se stessa”. Non sempre le cose vanno lisce, in certi momenti il corpo si ribella, e come un puledro imbizzarrito cerca con nervosismo di rimettere le cose come prima, ma senza trovare la porta d’accesso. In quei frangenti la vecchia signora in grigio rischia veramente di farsi male, la fragilità è una componente che la rabbia non tiene conto ed è per quello che rompersi può avvenire in un attimo. Ma…se poi tutto va bene…ritorna la calma, ed il fluire delle cose che si presentano innanzi sempre rinnovate…portano alla dimensione dello stupore che dá un po’ di stordimento soporifero in cui lasciarsi andare al navigare tra sogno e realtà. La temperatura in questo febbraio è bizzarra oscillando in modo ampio tra gelo e caldo, torcendo il corpo in una danza d’adattamento, fuori…nelle strade i ragazzi si inseguono senza rispetto, cercando nel fondo dello smartphone un dato di apprezzamento, uno sfondo su cui dipingere la propria identità, in un contesto di dura repressione dell’ intelligenza e della conoscenza. I vecchi al potere hanno paura del buon senso, così che alle nuove generazioni viene regalata in abbondanza la sicumera dell’idiota. La vecchia signora in grigio anche se smemorata non ha dimenticato la gentilezza, accarezza il gatto e gli parla con il tono in falsetto, dandogli forse per l’ennesima volta la pappa, è una relazione di sguardi in cui le parole non servono, bastano solo i sorrisi.
Il camminatore (gennaio 4)
C’è solitudine negli occhi del giovane camminatore, soffre di una forma di diffidenza cronica per tutte le parole che gli sono cadute addosso, in una forma di affermazioni del come bisogna essere ma non si è mai. Quindi sfreccia veloce in tutti i paesaggi possibili senza soffermarsi troppo negli assembramenti, lasciando che le mente rimanga vuota, priva della componente che permette l’impasto del giudizio con le immagini. È un modo di fiancheggiare la vita senza immischiarsi troppo, trovando nella trasparenza una soluzione al dolore intenso, dallo scontro tra i corpi. Una vibrazione dietro la nuca spinge l’accelerazione del passo sulle colline rotonde, quasi verdi per una cronica mancanza d’acqua, si possono cogliere i movimenti dei piccoli animali che vanno via veloci lungo le loro trame in una osmosi indistinguibile tra vegetazione e carne. Se il camminatore coglie tutto questo nell’attimo di sospensione tra un passo e l’altro, a sua volta è colto dal terreno dove impatta il piede nel rilancio al divenire verso lo spazio. Il solo camminare, apre una vastità, nel rimuginare dei pensieri, che aperti al respiro a volte si perdono dietro all’ espirazione, come il fumo per la locomotiva a vapore. Rimbombo dei sampietrini attraversando il centro, mentre la ricostruzione storica si accende tra le mura come i segni del tempo si stampano nelle rughe del volto, per il camminatore è una lenta veglia incuneata tra un presente rappresentato dal riverbero dei passi, ed un altrove ricostruito dalla sapienza dell’immaginazione in cui gli avvenimenti antichi sono il frutto di narrazioni cucite in una veste “d’Arlecchino impenitente” ed un po’ “sarcastico”. Da un leggero autismo è formato il soprabito del nostro viaggiatore che funge da armatura sia da dentro che da fuori, e che con il passare degli anni ha preso il posto della pelle in una perfetta mimetizzazione. Le armature sono funzionali nella guerra ma quando dalla lotta si passa all’amore sono d’intralcio ed è impossibile sgusciare fuori da un qualcosa che si è dimenticati d’avere addosso. Camminare su i sentieri e dirupi è il modo per dimenticare e lasciare andare l’apparato difensivo inutile nell’accoglienza del mondo, così che un filo d’erba ci possa raccontare la storia della rugiada del mattino che viene per stringere un patto d’amore e per poi sciogliersi al sole, e per poi ripetersi l’incanto ogni mattino su questa terra. La falcata si attenua verso l’età che viene contro, con novità e scenari rimodulati sul ritmo delle cellule, che sentono il bisogno di disgregarsi, per tornare alla fonte di un nuovo giro di giostra. Si apre nel viaggio l’epoca dei saluti commossi, quando senza armature si affronta la mortalità del Mortale, sono forse i momenti più sinceri, perché il perdersi non è più pauroso…anzi a tratti è quasi una consolazione..uno sballo senza sostanze dentro al virtuale ricomponimento di allucinazioni, mentre si prende il te nella pausa dell’andare. In questo scrivere i personaggi sono veline inconsistenti come il protagonista stesso, solo una spruzzata di acquarello sul fondo del paesaggio semi vuoto in cui risalta il senso negativo della storia…il mal celato che dall’ombra di un cipresso, si stende in un abbraccio verso le linee sonore dei parlanti. Non è che il camminatore sia cieco e sordo alle istanze sociali, le quali tutto intorno si dispiegano come un esercito in parata, ed il lamento segue lo stridio del progresso che non è altro che ritinteggiare il vecchio…ma il camminare via…è restare leggeri…per sopravvivere…in una forma meditativa del corpo che permette di resistere alle amenità della corruzione.
Il colloquio (gennaio 3)
Lo scolo dai pensieri perduti si affaccia fuori paese in riva ad un mare placido e oleoso…è l’arcipelago delle isole rocciose distanziate dalle intenzioni di rimarcare diversità e visioni diverse. C’è un solo modo di cogliere l’intenzione ed è comunicando…cioè uscire fuori dal guscio per spingersi nell’ignoto altro, e ritorno, questa strada invisibile è percorsa migliaia di volte da tutti senza che questo regno sia individuato, rimanendo nel giogo del mistero e della creazione fantastica. I pellegrini si spingono oltre i propri confini per vedere a frotte ciò che non è possibile dire per cui diventa fatica e sudore l’ispirazione al divino. Fatica e sudore è il cammino verso l’ignoto che rimane celato nella finitezza del linguaggio, nella fila lungo il sentiero che da sempre è uguale per tutte le generazioni che si susseguono. Un sussurro per il presente, ma che per il destino è una eternità sempre ferma, già completa in tutte le dimensioni del possibile essere. Le abbazie vuote dagli uomini sono la testimonianza delle idee, che senza carne continuano a riempire il vento che gira intorno alla Terra, fino a che la natura inghiottirà ogni segno delle costruzioni per poi riprendere da capo un nuovo libro del creato. Sportelli anonimi tengono distanziate le intenzioni dalla necessità di avere qualcosa che assomigli ad un consenso o ad un briciolo d’attenzione nella città disseminata di mine e animosità di vendetta. Nel centro le auto la fanno da padrone, non curandosi di chi ha cura delle cose e per cui vale ancora la pena soffermarsi a pensare; solo la lentezza può permettere di cogliere l’integrità degli oggetti, che non sono mai posati a caso, ma sono snodo del racconto di vite che si passano accanto, a volte senza accorgersene, ed a volte invece con una lieve percezione si toccano. È l’esempio del pensiero fisso, quando per inestricabile situazione una persona vede un campo ristretto davanti o dietro di se, una percezione del significato a cono. Non c’è verso che cambi valutazione, anche se corre incontro al disfacimento, infatti continuerà a farlo nonostante un coro di ragioni gli canti il destino avverso ed il modo per evitarlo. Sono incidenti annunciati, lenti suicidi della storia…solo una tromba divina piazzata dentro il cervello può smuovere un ossessivo ansioso dalla determinazione di ripetere la sua esegesi del peccato e della penitenza. Mi ritrovo a volte incastrato in quel spiegare che il buon senso mi induce a fare, ma come immondizia è rimpallato nel cesto delle parole perse…mentre la mia esuberanza si ritrova per l’ennesima volta nella tana delle preghiere morte. Infinite classificazioni che si susseguono nei manuali via via sempre più voluminosi della salute mentale, sintomo di decadimento della mente stessa che affetta da demenza si scrive ogni cosa ripetendola per tutte le volte che le ha dimenticate. Alla fine si cerca sempre di usare il buon senso, che non è facile mantenere nel marasma della sofferenza che non ha soluzioni facili, anzi a volte non ha proprio vie d’uscita. Si convive con una certa fatica tra i discorsi di rivalsa e le parole di morte che sputate da una parte della scrivania all’altra si condensano nell’aria come la scia della cometa dell’ annunciazione. Alla fine i miei ricordi si sbriciolano come essiccati al sole perché sospinti sull’orlo dell’estinzione a furia di mischiarsi con biografie altrui. Al centro di tutto una costruzione o strutturazione delle cose con funzioni in se stesse in permanente dimenticanza con il proprio altro in un vortice di scaramucce che alla fine decadono nella valle dove tutto s’accumula in un perenne accatastarsi in stratificazioni mitologiche che sopravvivono solo nelle musiche popolari.
In molti si drogano (gennaio 2)
Motorini rumorosi dentro lo sciabordio della pioggia, lasciano scie che si spengono alle porte delle case, in parte ancora chiuse nel sonno dell’alba. I tumulti oltre oceano hanno segnato le informazioni di oggi, mentre altre restano non dette quindi esistenti solo per i protagonisti. L’epilogo delle disgrazie è sempre uguale ma alcune sono supportate dal pathos pubblico, mentre altre restano nell’anonimato, il mondo si bilancia sull’equilibrio del sentimento e l’informazione è lo strumento che lo muove. Un caffè con latte di soia mentre gli oggetti si ricompongono nel significato usuale, per riprendere il filo del discorsivo dismesso dal tonfo del sogno. Odori consueti si riverberano dal basso verso l’alto cercando nella confusione di porre una forma democratica delle sensazioni umane, ed al solito le discussioni del giorno prima accumulano agitazione nei sogni, così che già il giorno si sveglia sofferente e senza un rimedio. Vorrei chiudere la porta al brusio esterno che grava attraverso i muri e le finestre chiuse, ma le vie della connessione planetaria non ha limite, per cui inevitabilmente si finisce sulla graticola a rosolare a fuoco lento, divenendo un eguale come le patatine del McDonald’s. Molti si drogano di qualsiasi sostanza che capita a tiro, nel cerchio finito della propria comprensione del mondo…si raccontano dell’impossibilità di agire in modo diverso…nella realtà sono nella morsa di una vera e propria relazione d’amore e odio. Per un consumatore di droga non ci sono spazi di possibilità di interpretare la realtà se non significata dalla sostanza stessa, per cui il mondo si riduce a scelte a senso unico e l’altro da sé al di fuori dal consumo diventa solo oggetto funzionale a rimarcare il proprio cerchio finito di significanti. Uscire dal consumo è uno strappo doloroso che può essere compiuto solo lasciandosi andare al diverso da sé che impone una riscrittura del senso delle azioni in una visione alternativa nel sentire le sensazioni. C’è un bivacco oltre il terminal della stazione dove la notte ricopre di ombre i vagoni abbandonati, nel buio si muovono i coloni che hanno abbandonato la speranza per permanere nella giornata che si ripete uguale a se stessa fino allo sfinimento. La violenza si mostra senza inganno ed inferisce su corpi già debilitati dall’indifferenza mentre poco lontano l’alba ed il tramonto per altri continua nella routine di una apparente ordine di pace. Così che dove l’erba incrosta i muri abbandonati, si popola di corpi in abbandono, feriti dalla povertà e trascuratezza…e a volte litigiosi si spingono a farsi un ulteriore oltraggio. Vado un po’ ramingo in questi luoghi dove ancora caldo risulta il giaciglio appena lasciato, e nelle crepe di vecchia data cerco un senso di verità o una testimonianza che dica quale mondo è questo e che umanità è questa che con una certa smemoratezza passa con cecità sulla morte sua è quella altrui. Sono solo venature di tristezza che ad una certa età si fanno più insistenti, ed i luoghi sono testimonianze che permangono come un eco del tempo, utili per meditare sullo sfondo negativo di ciò che non appare. Il tragitto breve che ci porta dentro alla cruna della luna sembra lo spazio tra un sorriso e un minuetto, un sogno ad occhi aperti mentre torno dal lavoro e penso alle cose non dette, lasciate appese nel fondo timoroso della riservatezza. Sfrecciando con il Panda baldanzoso saluto le fronde che nell’oscurità mi vengono incontro come ogni sera, saluto e passo oltre con rispetto, la strada si apre scivolando via sotto le ruote e ripenso alla direzione del tempo che spinge verso una conclusione o una frenata.
Si riparte (gennaio 1)
Si riparte, dentro una cappa di notizie, giunte filtrate dal senso comune, il quale si mantiene in equilibrio tra la gente, nell’oscillazione emotiva polarizzata. Ritorno allo spazio intimo prima di iniziare ogni cosa, cercando di calmare la mente da i propri fantasmi prodotti dalla paura dell’ annientamento, un brusio ricorsivo dalla parte dell’orecchio destro. Manca solo la Befana nella sequenza delle feste per poi formalizzare la scrittura del nuovo anno, parola dopo parola in punta di piedi percorrendo la direzione temporale che data per scontata è il perno dell’esistenza e della fede dell’essere che nasce e muore in questo mondo fatto di cose. La scrittura avviene un po’ per caso, aspettando che una parola affiora ed in risonanza comincia a carambolare verso un’altra…credo che sia più una questione di suoni che di contenuti, è musica che si dipana su una linea melodica che equivale alla temporalità…dopodiché la verticalità armonica riporta il respiro verso l’infinità. La cura con cui ogni cosa ha un nome è il segno di quanto la parola sia determinate nella costruzione di una vita, ed è nella cura che dobbiamo insegnare le parole giuste per parlare a noi stessi…ed è nell’ avere cura dell’altro che dobbiamo usare parole che interrompono il rimuginio dannoso, altrimenti non saremmo nemmeno ascoltati, seppur nelle più elementari prescrizioni. La pratica riflessiva è una componente dell’auto pedagogia che nell’intercedere con il Tu risuona come nella biologia oscillano in sintonia gli stati d’energia. Sicuramente davanti alle nostre coscienze sono già rappresentati gli esempi a cui è possibile applicare il giusto mezzo, che rispetta l’essere ed il “buono filosofico” per la convivenza pacifica…ma di fatto si è scelto altro, e permane un mistero la scelta nichilista nella fede della volontà di potenza di trasformare ciò che è altro da sé. I pensieri in libertà rischiano di cadere fuori dal bordo, e per questo motivo risuonano un po’ stonati all’orecchio. Ma con una certa caparbietà si ripete la ritualità dello scrivere come esigenza ontologica, e nei vari piani dell’esperienza ritrovo i volti che mi sussurrano storie, in modo che ad ognuno resti un qualcosa di un qualcun’altro. Il gigante buono del quartiere si scontra con i soliti bulli che anonimi a loro stessi si qualificano per un ghigno beffardo e idiota che si imprime come un tatuaggio su i loro volti, già la carne dice tutto quel che c’è da sapere, il segreto è saperla guardare senza esser vista. Cerco di inoltrarmi nelle strade meno battute per assaporare il suono ancora squillante del nuovo, un vecchio vizio che a volte rende la quotidianità meno scontata. Guardando i particolari mentre si passeggia con il cane, i panorami si tingono di creativa novità, nel fondo dello sguardo appare il racconto della terra con i fili d’erba, le chiazze umide ad i piedi dei colonnati, con l’annusare dell’animale. Un risveglio inquieto per quell’ombra che segue ormai da parecchio, un presagio cupo che rimane nascosto nelle anse della vista o nei tuffi del cuore. A volte vorrei camminare oltre ma è praticamente impossibile lasciare indietro l’ombra di se stessi, nel vicolo cerco l’angolo migliore per lasciare un po’ del respiro che in eccesso scuote i polmoni, e vorrei passare oltre la materia che si ostina a tenermi inchiodato allo stare lì in piedi. Rivedo nel grigiore del giorno una luce fioca che compare a tratti oltre lo sbarramento delle nuvole, come un saluto che va e viene, portando con se un sentimento di rinascita che rimescola le viscere nella quotidiana routine. Ho aspettato il buio prima di riprendere a scrivere, oggi sono terrorizzato dal continuo fluttuare dell’abisso tra un passo a l’atro nel tremolìi dei muscoli contratti.
La strada sicura
Trovare la strada sicura per comunicare è come cercare il terreno solido in una palude di sabbie mobili; questa situazione per un educatore è la normalità, quando si trova nell’ intreccio delle relazioni con i giovani. Ci sono luoghi in cui si racchiude disagio e cura per fare in modo che le cose restino circoscritte, ma come è possibile chiudere la rappresentazione del reale in funzione di una costruzione di ciò che dovrebbe essere la socialità! La tempesta è in arrivo, eppure già scompiglia il senso dei contrari rivoltando le cose, non accorgendoci che il parlare è mutato in un abbigliamento tra i tanti possibili, e per chi insegna non basta più conoscere le parole, ma serve ritrovare le origini dell’ ignoranza, quella brutta, sporca, e cattiva per dare senso ad un fallimento. Si ritorna al mito con una variante nella mutazione genetica: l’assenza di sentimenti e sensazioni polarizzate, ma uguali sia in un verso che dell’atro. Il mito come perenne gioco dove solo la morte:”come assenza”può concludere la partita; certo l’educatore si può sottrarre ma in questo caso verrebbe escluso dal game e quindi niente relazione. La Terra isolata dalla cosmologia si sta mutando in un campo da battaglia ed anche ì pensatori più nobili trasformano discorsi in fini, mete, processi. Una volontà di cambiare le cose o la fede che avvenga il cambiamento delle cose, così che anche il nobile discorso possieda il seme della guerra. Non si esce facilmente dal game in quanto ben congegnato dalla natura stessa del discorso, si può insegnare ad ignorare gli stimoli obbligati ed affrancarsi a più linguaggi non solo necessariamente quelli sintattici, ma provate a cogliere gli stimoli sensoriali senza nominarli in modo da non separare fonte e ricevente, così che, allargando la dimensione dello stare. L’educare è sempre stato figlio di un modello sociale, o progetto di società. L’invasivitá della comunicazione mediata dai strumenti tecnologici ha di fatto tagliato gli spazi silenziosi: isole deserte in cui costruire fantasiose creazioni individuali ed elaborare la propria libertà di essente. Il continuo frastuono ha addomesticato i popoli più esposti che sono anche i più consumatori di oggetti e energia, per cui i più dipendenti ed esposti al ricatto della perdita. Non basterà rinunciare agli oggetti per riconquistare la libertà, perché la conformazione delle produzioni dei beni hanno modellato il significato delle vecchie e delle nuove parole, per educarsi alla libertà sarà necessario rinunciare al linguaggio stesso ed al corpo che lo rappresenta.