Sono solo un piccolo scricciolo, nel fiume grande dei pensatori, schivo: resto nascosto al giudizio, che come una tela del ragno, ha la velleità di coprire ogni cosa. Sono diventate battaglie gli scambi che un tempo erano incontri tra pari con una “ombra” di vino al bar, ridendo; così che oggi anche la più stupida delle questioni viene innalzata a conflitto. Quando la fame e la sete diventeranno realtà, spazzeranno di colpo ogni civile creanza per entrare nella terra nuova, quella senza pietà e cultura, fatta da monosillabi e grugniti all’interno delle vecchie chiese in rovina, dove resiste dopotutto, e…come sempre un angolo della pace. È bizzarra la voglia sfrenata di molti di risolvere i conflitti con conflitti, anche se i racconti recenti ne fanno emergere l’inefficacia, c’è una litigiosità innata nel modo di stare delle persone che da sempre qualifica il racconto della vita. Rimango come al solito rintanato in un silenzio pesante, fatto di anni in cui ho gridato e anche cantato i sogni scolpiti dalle generazioni a seguire. Ma, ora è difficile il solo dire qualcosa di buon senso, che dal cielo immaginario dove sta il giudicante, arriva lo strale della scomunica, in cui il tutto va in “caciara” e amen. Gloriose sfingi disseminate nei sentieri campestri dove scavando nel sentimento le coppiette amoreggiano riscrivendo ogni volta il romanzo del poeta. Vedo la mia casa in groppa al vento che si disperde…vorrei rincorrerla ma le gambe diventano colonne di cemento e mi perdo nello spirito dell’epoca che non mi rappresenta. Le faccende del lavoro sono diventate fatiche immani da quando la passione ha lasciato attonito lo sguardo curioso della scoperta, ho un ripensamento rispetto alle molte cose dette in funzione del bene Aristotelico. Il diventare vecchio si incrocia con il diventare giovane dell’altro generalizzato con le problematiche che si ripetono, ed i flussi discorsivi che stagnano come pozzanghere abbandonate nell’antichità dell’incuria. L’Europa si prepara a diventare fortezza di se stessa nella difesa dei cambiamenti e soprattutto a difesa dei poveri cristi che attratti come falene cercano di entrare nella arcaica alcova della civiltà. I poveri delimitati sempre più in ghetti rischiano di trasformarsi in predatori dell’anello debole della società, cioè quelli che non sono ancora così abbietti. Mi riprendo dell’ennesima visita medica in cui al solito ti ricordano che: “si, hai una malattia cronica” ma che: “si, sei anche sulla via dell’invecchiamento per cui…pace…”; ma da quando invecchiare è diventata una malattia? Credevo ingenuamente che il tempo donasse un po’ di saggezza in più, e forse sarebbe stato opportuno sfruttare lo sguardo meno roboante ma più pacato sul mondo. Sono chiaramente confuso o confusa sulla questione, per cui al solito mi ritiro nel carapace ascoltando il fruscio del vento che risale verso il pianoro. Quante volte si ripetono le azioni? E quante volte ci si dimentica? Un “girinare” inquieto in preda al dejavu mentre i cani abbaiano al solito rito: “io ti vedo, tu mi vedi”. L’inquietudine a piccoli morsi si fa strada, dentro alle interlocuzioni minime che appaino insignificanti fino al momento della tracimazione, così che parlando con te mi ritrovo come in uno specchio concavo spezzato nel centro. Il punto cieco da dove tutto è in vista da sempre per la filosofia greca, o dualità in unità per la filosofia orientale, in sostanza un po’ la stessa cosa, cioè: “ciò che è da capire non lo puoi capire fattene una ragione”. Un saluto dato per strada cambia inevitabilmente il corso del mio umore è la tua vicinanza si rinsalda in un gioco di sguardi che parlando si fondono per amore.
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Dimenticanza (febbraio 1)
Per un facile riordino dei suppellettili, si procede ad una dimenticanza del quadro visivo, così che; niente più; è presenza imbarazzante o molesta. La signora in grigio, nelle giornate un po’ sghembe, adotta questo sistema per restare calma nel caos della realtà, quando gli oggetti diventano estranei alla propria usualitá, fino ad essere quasi minacciosi. Le giornate si portano dietro delle altre, senza una grande differenza…tenendo le imposte chiuse, così che la luce non sollecita più di tanto il cambiamento…è da parecchio che va avanti così, nella solitudine, ma a tutto ci si fa l’abitudine e oggi come ieri è giorno. Rimestare, spostare, girare, capovolgere cose inanimate, prive della luce che permette di vedere lo spirito muoversi. La signora in grigio nel girovagare per casa tasta suppellettili con animosità per riportare in auge i ricordi, uno sforzo quotidiano di ricapitolazione dopo lo scompiglio notturno dei sogni. Da fuori le mura i suoni arrivano accovacciati, alcune voci sono ricorrenti, quasi amichevoli si accostano a ricostruire il quadro dei colori affini, così che a metà mattina comincia a girare la consapevolezza dell’esserci e gli oggetti si ricompongono nel loro significato statico, dopo la danza fuori porta della fantasia, quando i pensieri scappano via dal corpo. È un tempo di violenza, che si insinua nelle parole prima che nel pugno, uno strazio lungo tutto il viale che porta al centro, nella vecchia città resistente ad i cambiamenti. Ma nuvole minacciose striminzite dalla siccità incombono sopra i tetti impolverati e scoloriti dal lento declino, è una città che si prepara al peggio mentre nel vestito nuovo pavoneggia modesta rinascita. La vecchia signora in grigio ascolta ancora la radio come una volta facevano i suoi genitori: lo schermo resta buio nella stanza; infatti mentre nel sottofondo le voci si rincorrono la vecchia signora in grigio può andare e venire nelle proprie immagini che si compongono innanzi mentre s’aggira dimentica di se. Pensando: “che malattia sia un termine sbagliato per lo stato di dimenticanza, ma sia più opportuno; Mutazione: verso una identità trasparente, che lascia passare come i fantasmi le baruffe del tempo, senza una direzione precisa tra passato e futuro, un relativo senso della concretezza che si ripete nei giorni uguale a se stessa”. Non sempre le cose vanno lisce, in certi momenti il corpo si ribella, e come un puledro imbizzarrito cerca con nervosismo di rimettere le cose come prima, ma senza trovare la porta d’accesso. In quei frangenti la vecchia signora in grigio rischia veramente di farsi male, la fragilità è una componente che la rabbia non tiene conto ed è per quello che rompersi può avvenire in un attimo. Ma…se poi tutto va bene…ritorna la calma, ed il fluire delle cose che si presentano innanzi sempre rinnovate…portano alla dimensione dello stupore che dá un po’ di stordimento soporifero in cui lasciarsi andare al navigare tra sogno e realtà. La temperatura in questo febbraio è bizzarra oscillando in modo ampio tra gelo e caldo, torcendo il corpo in una danza d’adattamento, fuori…nelle strade i ragazzi si inseguono senza rispetto, cercando nel fondo dello smartphone un dato di apprezzamento, uno sfondo su cui dipingere la propria identità, in un contesto di dura repressione dell’ intelligenza e della conoscenza. I vecchi al potere hanno paura del buon senso, così che alle nuove generazioni viene regalata in abbondanza la sicumera dell’idiota. La vecchia signora in grigio anche se smemorata non ha dimenticato la gentilezza, accarezza il gatto e gli parla con il tono in falsetto, dandogli forse per l’ennesima volta la pappa, è una relazione di sguardi in cui le parole non servono, bastano solo i sorrisi.
Il camminatore (gennaio 4)
C’è solitudine negli occhi del giovane camminatore, soffre di una forma di diffidenza cronica per tutte le parole che gli sono cadute addosso, in una forma di affermazioni del come bisogna essere ma non si è mai. Quindi sfreccia veloce in tutti i paesaggi possibili senza soffermarsi troppo negli assembramenti, lasciando che le mente rimanga vuota, priva della componente che permette l’impasto del giudizio con le immagini. È un modo di fiancheggiare la vita senza immischiarsi troppo, trovando nella trasparenza una soluzione al dolore intenso, dallo scontro tra i corpi. Una vibrazione dietro la nuca spinge l’accelerazione del passo sulle colline rotonde, quasi verdi per una cronica mancanza d’acqua, si possono cogliere i movimenti dei piccoli animali che vanno via veloci lungo le loro trame in una osmosi indistinguibile tra vegetazione e carne. Se il camminatore coglie tutto questo nell’attimo di sospensione tra un passo e l’altro, a sua volta è colto dal terreno dove impatta il piede nel rilancio al divenire verso lo spazio. Il solo camminare, apre una vastità, nel rimuginare dei pensieri, che aperti al respiro a volte si perdono dietro all’ espirazione, come il fumo per la locomotiva a vapore. Rimbombo dei sampietrini attraversando il centro, mentre la ricostruzione storica si accende tra le mura come i segni del tempo si stampano nelle rughe del volto, per il camminatore è una lenta veglia incuneata tra un presente rappresentato dal riverbero dei passi, ed un altrove ricostruito dalla sapienza dell’immaginazione in cui gli avvenimenti antichi sono il frutto di narrazioni cucite in una veste “d’Arlecchino impenitente” ed un po’ “sarcastico”. Da un leggero autismo è formato il soprabito del nostro viaggiatore che funge da armatura sia da dentro che da fuori, e che con il passare degli anni ha preso il posto della pelle in una perfetta mimetizzazione. Le armature sono funzionali nella guerra ma quando dalla lotta si passa all’amore sono d’intralcio ed è impossibile sgusciare fuori da un qualcosa che si è dimenticati d’avere addosso. Camminare su i sentieri e dirupi è il modo per dimenticare e lasciare andare l’apparato difensivo inutile nell’accoglienza del mondo, così che un filo d’erba ci possa raccontare la storia della rugiada del mattino che viene per stringere un patto d’amore e per poi sciogliersi al sole, e per poi ripetersi l’incanto ogni mattino su questa terra. La falcata si attenua verso l’età che viene contro, con novità e scenari rimodulati sul ritmo delle cellule, che sentono il bisogno di disgregarsi, per tornare alla fonte di un nuovo giro di giostra. Si apre nel viaggio l’epoca dei saluti commossi, quando senza armature si affronta la mortalità del Mortale, sono forse i momenti più sinceri, perché il perdersi non è più pauroso…anzi a tratti è quasi una consolazione..uno sballo senza sostanze dentro al virtuale ricomponimento di allucinazioni, mentre si prende il te nella pausa dell’andare. In questo scrivere i personaggi sono veline inconsistenti come il protagonista stesso, solo una spruzzata di acquarello sul fondo del paesaggio semi vuoto in cui risalta il senso negativo della storia…il mal celato che dall’ombra di un cipresso, si stende in un abbraccio verso le linee sonore dei parlanti. Non è che il camminatore sia cieco e sordo alle istanze sociali, le quali tutto intorno si dispiegano come un esercito in parata, ed il lamento segue lo stridio del progresso che non è altro che ritinteggiare il vecchio…ma il camminare via…è restare leggeri…per sopravvivere…in una forma meditativa del corpo che permette di resistere alle amenità della corruzione.
Il colloquio (gennaio 3)
Lo scolo dai pensieri perduti si affaccia fuori paese in riva ad un mare placido e oleoso…è l’arcipelago delle isole rocciose distanziate dalle intenzioni di rimarcare diversità e visioni diverse. C’è un solo modo di cogliere l’intenzione ed è comunicando…cioè uscire fuori dal guscio per spingersi nell’ignoto altro, e ritorno, questa strada invisibile è percorsa migliaia di volte da tutti senza che questo regno sia individuato, rimanendo nel giogo del mistero e della creazione fantastica. I pellegrini si spingono oltre i propri confini per vedere a frotte ciò che non è possibile dire per cui diventa fatica e sudore l’ispirazione al divino. Fatica e sudore è il cammino verso l’ignoto che rimane celato nella finitezza del linguaggio, nella fila lungo il sentiero che da sempre è uguale per tutte le generazioni che si susseguono. Un sussurro per il presente, ma che per il destino è una eternità sempre ferma, già completa in tutte le dimensioni del possibile essere. Le abbazie vuote dagli uomini sono la testimonianza delle idee, che senza carne continuano a riempire il vento che gira intorno alla Terra, fino a che la natura inghiottirà ogni segno delle costruzioni per poi riprendere da capo un nuovo libro del creato. Sportelli anonimi tengono distanziate le intenzioni dalla necessità di avere qualcosa che assomigli ad un consenso o ad un briciolo d’attenzione nella città disseminata di mine e animosità di vendetta. Nel centro le auto la fanno da padrone, non curandosi di chi ha cura delle cose e per cui vale ancora la pena soffermarsi a pensare; solo la lentezza può permettere di cogliere l’integrità degli oggetti, che non sono mai posati a caso, ma sono snodo del racconto di vite che si passano accanto, a volte senza accorgersene, ed a volte invece con una lieve percezione si toccano. È l’esempio del pensiero fisso, quando per inestricabile situazione una persona vede un campo ristretto davanti o dietro di se, una percezione del significato a cono. Non c’è verso che cambi valutazione, anche se corre incontro al disfacimento, infatti continuerà a farlo nonostante un coro di ragioni gli canti il destino avverso ed il modo per evitarlo. Sono incidenti annunciati, lenti suicidi della storia…solo una tromba divina piazzata dentro il cervello può smuovere un ossessivo ansioso dalla determinazione di ripetere la sua esegesi del peccato e della penitenza. Mi ritrovo a volte incastrato in quel spiegare che il buon senso mi induce a fare, ma come immondizia è rimpallato nel cesto delle parole perse…mentre la mia esuberanza si ritrova per l’ennesima volta nella tana delle preghiere morte. Infinite classificazioni che si susseguono nei manuali via via sempre più voluminosi della salute mentale, sintomo di decadimento della mente stessa che affetta da demenza si scrive ogni cosa ripetendola per tutte le volte che le ha dimenticate. Alla fine si cerca sempre di usare il buon senso, che non è facile mantenere nel marasma della sofferenza che non ha soluzioni facili, anzi a volte non ha proprio vie d’uscita. Si convive con una certa fatica tra i discorsi di rivalsa e le parole di morte che sputate da una parte della scrivania all’altra si condensano nell’aria come la scia della cometa dell’ annunciazione. Alla fine i miei ricordi si sbriciolano come essiccati al sole perché sospinti sull’orlo dell’estinzione a furia di mischiarsi con biografie altrui. Al centro di tutto una costruzione o strutturazione delle cose con funzioni in se stesse in permanente dimenticanza con il proprio altro in un vortice di scaramucce che alla fine decadono nella valle dove tutto s’accumula in un perenne accatastarsi in stratificazioni mitologiche che sopravvivono solo nelle musiche popolari.
In molti si drogano (gennaio 2)
Motorini rumorosi dentro lo sciabordio della pioggia, lasciano scie che si spengono alle porte delle case, in parte ancora chiuse nel sonno dell’alba. I tumulti oltre oceano hanno segnato le informazioni di oggi, mentre altre restano non dette quindi esistenti solo per i protagonisti. L’epilogo delle disgrazie è sempre uguale ma alcune sono supportate dal pathos pubblico, mentre altre restano nell’anonimato, il mondo si bilancia sull’equilibrio del sentimento e l’informazione è lo strumento che lo muove. Un caffè con latte di soia mentre gli oggetti si ricompongono nel significato usuale, per riprendere il filo del discorsivo dismesso dal tonfo del sogno. Odori consueti si riverberano dal basso verso l’alto cercando nella confusione di porre una forma democratica delle sensazioni umane, ed al solito le discussioni del giorno prima accumulano agitazione nei sogni, così che già il giorno si sveglia sofferente e senza un rimedio. Vorrei chiudere la porta al brusio esterno che grava attraverso i muri e le finestre chiuse, ma le vie della connessione planetaria non ha limite, per cui inevitabilmente si finisce sulla graticola a rosolare a fuoco lento, divenendo un eguale come le patatine del McDonald’s. Molti si drogano di qualsiasi sostanza che capita a tiro, nel cerchio finito della propria comprensione del mondo…si raccontano dell’impossibilità di agire in modo diverso…nella realtà sono nella morsa di una vera e propria relazione d’amore e odio. Per un consumatore di droga non ci sono spazi di possibilità di interpretare la realtà se non significata dalla sostanza stessa, per cui il mondo si riduce a scelte a senso unico e l’altro da sé al di fuori dal consumo diventa solo oggetto funzionale a rimarcare il proprio cerchio finito di significanti. Uscire dal consumo è uno strappo doloroso che può essere compiuto solo lasciandosi andare al diverso da sé che impone una riscrittura del senso delle azioni in una visione alternativa nel sentire le sensazioni. C’è un bivacco oltre il terminal della stazione dove la notte ricopre di ombre i vagoni abbandonati, nel buio si muovono i coloni che hanno abbandonato la speranza per permanere nella giornata che si ripete uguale a se stessa fino allo sfinimento. La violenza si mostra senza inganno ed inferisce su corpi già debilitati dall’indifferenza mentre poco lontano l’alba ed il tramonto per altri continua nella routine di una apparente ordine di pace. Così che dove l’erba incrosta i muri abbandonati, si popola di corpi in abbandono, feriti dalla povertà e trascuratezza…e a volte litigiosi si spingono a farsi un ulteriore oltraggio. Vado un po’ ramingo in questi luoghi dove ancora caldo risulta il giaciglio appena lasciato, e nelle crepe di vecchia data cerco un senso di verità o una testimonianza che dica quale mondo è questo e che umanità è questa che con una certa smemoratezza passa con cecità sulla morte sua è quella altrui. Sono solo venature di tristezza che ad una certa età si fanno più insistenti, ed i luoghi sono testimonianze che permangono come un eco del tempo, utili per meditare sullo sfondo negativo di ciò che non appare. Il tragitto breve che ci porta dentro alla cruna della luna sembra lo spazio tra un sorriso e un minuetto, un sogno ad occhi aperti mentre torno dal lavoro e penso alle cose non dette, lasciate appese nel fondo timoroso della riservatezza. Sfrecciando con il Panda baldanzoso saluto le fronde che nell’oscurità mi vengono incontro come ogni sera, saluto e passo oltre con rispetto, la strada si apre scivolando via sotto le ruote e ripenso alla direzione del tempo che spinge verso una conclusione o una frenata.
Si riparte (gennaio 1)
Si riparte, dentro una cappa di notizie, giunte filtrate dal senso comune, il quale si mantiene in equilibrio tra la gente, nell’oscillazione emotiva polarizzata. Ritorno allo spazio intimo prima di iniziare ogni cosa, cercando di calmare la mente da i propri fantasmi prodotti dalla paura dell’ annientamento, un brusio ricorsivo dalla parte dell’orecchio destro. Manca solo la Befana nella sequenza delle feste per poi formalizzare la scrittura del nuovo anno, parola dopo parola in punta di piedi percorrendo la direzione temporale che data per scontata è il perno dell’esistenza e della fede dell’essere che nasce e muore in questo mondo fatto di cose. La scrittura avviene un po’ per caso, aspettando che una parola affiora ed in risonanza comincia a carambolare verso un’altra…credo che sia più una questione di suoni che di contenuti, è musica che si dipana su una linea melodica che equivale alla temporalità…dopodiché la verticalità armonica riporta il respiro verso l’infinità. La cura con cui ogni cosa ha un nome è il segno di quanto la parola sia determinate nella costruzione di una vita, ed è nella cura che dobbiamo insegnare le parole giuste per parlare a noi stessi…ed è nell’ avere cura dell’altro che dobbiamo usare parole che interrompono il rimuginio dannoso, altrimenti non saremmo nemmeno ascoltati, seppur nelle più elementari prescrizioni. La pratica riflessiva è una componente dell’auto pedagogia che nell’intercedere con il Tu risuona come nella biologia oscillano in sintonia gli stati d’energia. Sicuramente davanti alle nostre coscienze sono già rappresentati gli esempi a cui è possibile applicare il giusto mezzo, che rispetta l’essere ed il “buono filosofico” per la convivenza pacifica…ma di fatto si è scelto altro, e permane un mistero la scelta nichilista nella fede della volontà di potenza di trasformare ciò che è altro da sé. I pensieri in libertà rischiano di cadere fuori dal bordo, e per questo motivo risuonano un po’ stonati all’orecchio. Ma con una certa caparbietà si ripete la ritualità dello scrivere come esigenza ontologica, e nei vari piani dell’esperienza ritrovo i volti che mi sussurrano storie, in modo che ad ognuno resti un qualcosa di un qualcun’altro. Il gigante buono del quartiere si scontra con i soliti bulli che anonimi a loro stessi si qualificano per un ghigno beffardo e idiota che si imprime come un tatuaggio su i loro volti, già la carne dice tutto quel che c’è da sapere, il segreto è saperla guardare senza esser vista. Cerco di inoltrarmi nelle strade meno battute per assaporare il suono ancora squillante del nuovo, un vecchio vizio che a volte rende la quotidianità meno scontata. Guardando i particolari mentre si passeggia con il cane, i panorami si tingono di creativa novità, nel fondo dello sguardo appare il racconto della terra con i fili d’erba, le chiazze umide ad i piedi dei colonnati, con l’annusare dell’animale. Un risveglio inquieto per quell’ombra che segue ormai da parecchio, un presagio cupo che rimane nascosto nelle anse della vista o nei tuffi del cuore. A volte vorrei camminare oltre ma è praticamente impossibile lasciare indietro l’ombra di se stessi, nel vicolo cerco l’angolo migliore per lasciare un po’ del respiro che in eccesso scuote i polmoni, e vorrei passare oltre la materia che si ostina a tenermi inchiodato allo stare lì in piedi. Rivedo nel grigiore del giorno una luce fioca che compare a tratti oltre lo sbarramento delle nuvole, come un saluto che va e viene, portando con se un sentimento di rinascita che rimescola le viscere nella quotidiana routine. Ho aspettato il buio prima di riprendere a scrivere, oggi sono terrorizzato dal continuo fluttuare dell’abisso tra un passo a l’atro nel tremolìi dei muscoli contratti.
La strada sicura
Trovare la strada sicura per comunicare è come cercare il terreno solido in una palude di sabbie mobili; questa situazione per un educatore è la normalità, quando si trova nell’ intreccio delle relazioni con i giovani. Ci sono luoghi in cui si racchiude disagio e cura per fare in modo che le cose restino circoscritte, ma come è possibile chiudere la rappresentazione del reale in funzione di una costruzione di ciò che dovrebbe essere la socialità! La tempesta è in arrivo, eppure già scompiglia il senso dei contrari rivoltando le cose, non accorgendoci che il parlare è mutato in un abbigliamento tra i tanti possibili, e per chi insegna non basta più conoscere le parole, ma serve ritrovare le origini dell’ ignoranza, quella brutta, sporca, e cattiva per dare senso ad un fallimento. Si ritorna al mito con una variante nella mutazione genetica: l’assenza di sentimenti e sensazioni polarizzate, ma uguali sia in un verso che dell’atro. Il mito come perenne gioco dove solo la morte:”come assenza”può concludere la partita; certo l’educatore si può sottrarre ma in questo caso verrebbe escluso dal game e quindi niente relazione. La Terra isolata dalla cosmologia si sta mutando in un campo da battaglia ed anche ì pensatori più nobili trasformano discorsi in fini, mete, processi. Una volontà di cambiare le cose o la fede che avvenga il cambiamento delle cose, così che anche il nobile discorso possieda il seme della guerra. Non si esce facilmente dal game in quanto ben congegnato dalla natura stessa del discorso, si può insegnare ad ignorare gli stimoli obbligati ed affrancarsi a più linguaggi non solo necessariamente quelli sintattici, ma provate a cogliere gli stimoli sensoriali senza nominarli in modo da non separare fonte e ricevente, così che, allargando la dimensione dello stare. L’educare è sempre stato figlio di un modello sociale, o progetto di società. L’invasivitá della comunicazione mediata dai strumenti tecnologici ha di fatto tagliato gli spazi silenziosi: isole deserte in cui costruire fantasiose creazioni individuali ed elaborare la propria libertà di essente. Il continuo frastuono ha addomesticato i popoli più esposti che sono anche i più consumatori di oggetti e energia, per cui i più dipendenti ed esposti al ricatto della perdita. Non basterà rinunciare agli oggetti per riconquistare la libertà, perché la conformazione delle produzioni dei beni hanno modellato il significato delle vecchie e delle nuove parole, per educarsi alla libertà sarà necessario rinunciare al linguaggio stesso ed al corpo che lo rappresenta.
Il vecchio
Finalmente il vecchio ha staccato la spina…da tutte le cose che danno un senso del dover fare…dopo una vita di rincorse e rimpianti…per attività che non gli sono mai interessate. Disteso nel proprio angolo preferito tra il calore della fiamma ed il parlare leggero degli abitanti della casa, riavvolge il corso delle parole in una narrazione coerente con il proprio destino. Come quadri alla parete, appende i pensieri, in modo da ricordare il chi ed il che cosa è, in questo inverno particolare, in cui le profezie apocalittiche trovano un nuovo spazio di popolarità nella chiacchiera da strada. Al confine dello specchio d’acqua, oltre il limitare della collina, sta la propria casa, in terra d’ardesia, dove gli uccelli governano la pulizia degli alberi, e sostano un po’ oltre l’orario…per compagnia al vecchio, discorrendo del giro dei venti, e delle acque dei mari che non trovano pace nei vecchi bacini antichi. È solo verso sera che con una vecchia penna nera riproduce il segno su carta, costruendo l’eredità del ricordo, per tutti quelli che abiteranno in un susseguirsi di nascite, la collina dentro lo specchio lacustre. Muovendosi per casa con fare casuale, senza una vera intenzionalità, si rigira tra le mani i concetti che nel tempo hanno fatto perno nelle dichiarazioni; si chiede: ma…effettivamente la verità è qualcosa di saldo, o è un nocchiero bendato che perso nella brughiera si spande in mille direzioni; oppure…quale è la verità su cui le parole hanno saldato le relazioni, e convinto i malati a guarire? Ora nell’ora del crepuscolo tutto sembra così incerto che la verità non sembra più tale. Di certo la verità ha compiuto tanta strada dalla Grecia antica ad oggi, ma…l’incontrovertibile non sembra avere casa nell’umano, anzi è l’incertezza il vero abitatore dei mondi, sia reali che inventati. C’è un tremolio che ad una certa età comincia ad essere presente nel contorno delle cose…sfumando nei bordi, si fa fatica a tenerle salde, così la verità, che non è incontrovertibile comincia ad emergere dalla risonanza della nebbia, per palesarsi via via più salda in un attimo di vera ispirazione. Il vecchio abita la propria casa come un santuario, parlando con gli oggetti e accarezzando le piante che curate dalla moglie crescono rigogliose…medita negli spazi del silenzio, quando da oltre la finestra si tacita la città. A volte sono i suoni della musica, che costruiscono l’arabesco che decora la parete, aprendosi sul margine più evanescente della fantasia, intonando una storia che si ripete nella mente, lasciando un segno tra una respirazione lenta e l’intenzione del lasciare andare, come insegnato dalla scuola Mahayana. Alla fine anche il vecchio conosce il segreto del respiro, non c’è altro oltre ad esso, tutto è riportato nell’aria che entra e esce in consapevole presenza. Aspettando il Bardo le cose diventano significanti per poi ridiventare cosen; si dice che: il passaggio da un luogo all’altro avviene senza memoria, solo pochi uniscono i punti degli eterni cerchi del destino, restando un continuum ininterrotto sul mare increspato senza tempo. Per quanto a volte vorrebbe piangere, il vecchio non riesce a lasciare che le lacrime irrigano i solchi delle rughe, scavate con sforzo nelle molte volte in cui la comprensione risulta difficile, ed i dinieghi sembrano porte sbattute in faccia. Anche un sorriso si fa ruga, ma dentro è dolce come il miele perché stimola ricordi, momenti in cui gli sguardi si sono intesi, ed il paesaggio si è colorato per un momento nel bel mezzo del grigiore, causato dalla bellicosità degli ingordi. Leggendo Céline nella traduzione in italiano si sgroppa all’inizio con fatica sulle parole, quasi un gioco cromatico descrittivo degli strati dell’animo, quasi un minuetto barocco…per poi addentrarsi in quella fogna scura della volontà di potere, bramato da i più sfigati con più agonia che risultato. È un viaggio in bilico tra accenti, e saltarelli, sulle parole che come grimaldelli scavano budella e fiele, in una panoramica di ciò che possiamo vedere allo specchio, se solo avessimo il coraggio di guardare. Posato il libro il vecchio riprende quel cammino siderale tra poltrona e fornello, per un te preso in piedi, mentre tra le tende guarda chi corre, fuggevole a se stesso, nel teatro dei lavori in corso. In questo fine anno un po’ di sole troneggia, rischierando le umili origini da dove sono partite queste parole..alcuni sentimenti sparsi, alloccati in vari utensili portati dentro alla vita…il suono presente nell’aria che non scolla mai per intensità…abiti appesi come figure d’osservazione ad i quattro angoli…qualcosa poteva andare storto, ma resta presente la sensazione di avere già visto più volte tutto questo…dentro la casa che invecchiando invecchia i gesti ed i passi, trascinati tra qui e là.
Natale…
Ci si incontra ogni giorno, con un piede già in fuga verso il dopo, che è sempre già passato. Non c’è un momento in cui si rimane nell’atto, anzi forse non siamo nemmeno capaci a coglierlo, infatti quando pensiamo di essere presenti lo siamo perché siamo arrivati da un qualche dove mentre nello sfondo c’è il richiamo verso un altro oltre. Insomma tornando all’incontro mi chiedo se effettivamente incrocio un altro essere come me oppure è solo narrativa, che come un vento lento si intreccia per poi biforcarsi ed andare via. Siamo toccati da mani invisibili che muovono i nostri arti come bambole di pezza, nel palcoscenico circolare che chiamiamo casa, alcuni di noi credono di essere più illuminati di altri, ma in genere sono quelli che stanno in equilibrio su i bordi. Tornare al respiro consapevole, mentre attanagliato dall’angoscia, i sogni si mischiano con la realtà, è questo il quadro dai colori scompigliati che mi si para davanti e fluisce denso nelle viscere, trasformando il corpo in un altare diacronico. Il gelo cristallizza le sensazioni restando sul punto in bilico tra prima e dopo, mentre respirando sciolgo il nodo che dal diaframma si è stretto al collo dello stomaco. Freud ipotizzò l’inconscio e ci mise di tutto come si fa con il fondo dell’armadio, quando non si ha voglia di sistemare le cose e nel tempo ci si incasina poi nel ritrovarle. Con coraggio si può anche entrare nell’armadio a sistemare un’altro armadio che avrà poi un fondo per ributtare il tutto per poi un giorno sistemare anche quello. Sembra una catena, ma il mondo delle spiegazioni è costruito in questo modo, una rimanda ad un’altra che via via rimanda all’infinito. Credo sia San Agostino, ma non sono sicuro, che ha detto che: siamo sospesi dalla mano di Dio sull’abisso, con lo sguardo rivolto all’orlo del vuoto, è così che la coscienza evita il terrore della caduta, mentre avviene per l’appunto come dice Freud: inconscia. Si entra nella settimana del Natale con il peso dell’età e della poca tolleranza per gli eventi catastrofici, una vita spesa nel sentire che le soluzioni ad i problemi sono a portata d’angolo, ma ancora l’angolo non s’é visto, praticamente il tutto si risolve come una giostra che gira in tondo, con i vari personaggi del momento che fanno il loro giro di promesse…e, poi il giro finisce per lasciare posto ad altre promesse. Il respiro riprende forma e come un plasma denso si stacca dalla massa, per entrare nelle narici, nel cammino per ricongiungersi alla massa riscuote sensazioni che colorano di calore l’intorno e mantengono in vita la materia. Un ciclo che si ripete inesorabile senza possibilità d’uscita, un soldatino dietro l’altro cade diventando piombo per lasciare che la natura cresca… ed un fiore oggi è sbocciato in sfregio all’inverno per indicare che l’anomalia è il segno della bellezza. I vari personaggi si agitano nell’incedere della burrasca che calando a valle ogni anno si fa sentire come un monito, per il troppo beccheggiare delle comari, che non intendono mollare l’osso della superficialità, fino all’ingresso inesorabile del dolore… per la fine. In fondo una storia vale l’altra per descrivere la realtà che si ripete come un numero periodico nell’anticipazione degli umori umani, per noi cattolici si entra nel fascio sentimentale natalizio, e forse per un attimo alcuni tirano il fiato sognando una terra migliore. Luci traballanti per occhi stanchi nell’ intermittenza dei fasci colorati dei neon, nella nebbia il gioco dell’illusione si fa intrigante e mischiandosi con le lacrime nell’umidità dell’aria il sacro vela la coscienza con il racconto delle proprie storie fatate.
Compleanno
Le pause si prolungano nell’ incontinenza dialogica tra superbi nel momento in cui cade la maschera del più riottoso. Inevitabile il guerreggiare con tocchi e affondi in un balletto che ha il sapore dell’antico, come antiche sono le parole della collera che mai svaniscono in un tetro racconto del divenire. In un banco a scuola da bambino attendevo che finisse, perché nulla mi era chiaro di ciò che succedeva lì dentro, basito ascoltavo parole, che il luogo mi rendeva estranee, solo all’aria aperta ricominciavo a capire. L’umiliazione come un’onda arrivava solenne dalla bocca spropositata e dal suono stridulo della maestra, nessuna possibilità d’evitamento se non accumulare la rabbia in scenari di vendetta raccapricciante. Crescere con il rancore nel cuore è stato un ostacolo ad ogni nuovo incontro, la diffidenza e l’aspettarsi il peggio hanno a volte prevalso sul lasciarsi andare alle oscillazioni dei sentimenti o delle sensazioni. È un riflesso che conosco bene quando davanti mi si para la sicumera difensiva dell’incertezza o al contrario dell’aggressività da parte dei corpi violati e in stato perenne di guerra inconsapevole. La prigione della memoria rende l’identità una rigida struttura che si stringe come una gabbia se non si provvede ad ampliare le maglie dell’immaginazione. Si può con una certa perspicacia sgattaiolare da sé ed inoltrarsi nelle fessure giocose della fantasia incontrando le creature impalpabili della natura. Tutto intorno compresi i sassi brulicano di vita, basta ascoltare quel che hanno da dire, senza l’arroganza nel pensare che la forma umana sia la più ambita. Di fatto, sono solo gli umani che affermano certe fesserie; per esempio: il mio cane non mi ha mai detto, che: “vorrei essere un umano”. È nel nostro modo di dire le cose, che sta tutto il dolore della vita, un po’ per volta il pensare con la sintassi ci ha fregato al punto da non poterne più uscire fuori, è come essere entrati in un libro di storia che non abbiamo scritto noi, ma che di fatto ci tiene inchiodati all’interno. Le rose fuori stagione campeggiano su i davanzali interni, un rosso vivo nel paesaggio in bianco e nero attraversato nella routine quotidiana. Ci si spegne un po’ per volta tra urla e maledizioni che iettatori del tempo si prodigano a lasciare traccia nei passaggi altrui. Mentre nuove scoperte ci portano nel paesaggio futuristico; è all’ordine del giorno il macello degli uomini su altri uomini, con le più bizzarre motivazioni. La maggioranza è costretta a correre per sopravvivere per cui non ristagna un pensiero contrario rispetto all’assurdità delle azioni, si permane sommersi in una sostanza stordente invisibile che avviluppa ogni pretesa di conoscenza che non sia indotta. Siamo fantascientifici nel voler dichiararci normali, come degli ospiti per caso nella brulla incoltivata semenza, mentre saltiamo come pagatori raffinati al concerto di Agnelli, riproducendo il sentimento che ha causato l’attaccamento al suono per il resto dei giorni. Un augurio per un nuovo anno è spalmato in vari sorrisi che nella ricorrenza che rintocca inesorabile ogni anno si affaccia all’inverno con un regalo caldo per il riparo quotidiano. Il peso dell’età è una sensazione gravitazionale che spinge verso il suolo in un inarcamento delle ossa che sentono maggiormente il richiamo della terra piuttosto che del cielo. Il tempo risulta sempre fuori sincrono perché le cose sembrano essere là dove non dovrebbero essere, e ci vuole sbattimento supplementare per rimettere in riga le postazioni. Un abbaiare di cani giunge smorzato dalle tende chiuse ed è solo il cane di casa che alza lievemente la testa per poi tornare nella torbiera del sonno invernale, sono piccoli movimenti che testimoniano lo stare dentro ad un discorso che si propaga all’infinito.