A certe condizioni si può restare in bilico tra idee contrastanti in un dialogo interno fatto di sferzanti rimbalzi fino ad implodere in una piazza gremita da rivendicazioni urlate. Questa situazione può capitare al rimuginante professionale che si porta dietro un coro di voci in ogni aspetto della sua realtà anche quando comunica con l’esterno. Se vi trovate davanti ad un rimuginante professionale potete stare certi di non essere ascoltati in quanto Egli è troppo impegnato ad anticipare il vostro discorso e a darsi le risposte per cui l’ascolto nel suo cervello è precluso.
Di certo quando parlo utilizzo il linguaggio è tra il pensare e il dire stiamo già a due, quindi da sempre non siamo una unità ma una molteplicità che si gioca la narrazione del mondo, ogni evento che arriva ad espressione è il frutto di una dinamica dialogica critica tra pensiero e linguaggio. Mi porto dentro più trame che criticandosi riformulano la sintesi che poi si esprime come una eruzione e più è complica la questione più i soggetti si uniscono al coro fino alla moltitudine a cui ogni povero Cristo ha a che fare quando per decidere deve pensare con il linguaggio.
Il raccontare è il consolidamento dell’appartenenza ad un aggregato di idee che si consolida attorno ad altri attori con similitudini comportamentali. Le storie legano i sentimenti ad un luogo che da quel momento diventa casa. C’è tristezza nel cuore del mio vicino che ogni giorno combatte per non bere, e trasforma la propria casa nel bello che dentro di sé non trova. Con muso lungo e infagottato alla bell’e meglio come un orco cerca di mantenere la distanza per sfuggire al riconoscimento altrui. È una storia nei fatti che si fa epica nella parola che attraversando il quartiere diventa romanzo.
Torno sempre a lucidare quel triangolo di mondo che sta tra il pollice e l’indice, come un tic solitario mentre gli altri se ne vanno lungo il corso radendo il muro che divide il dentro dal fuori. Ho ascoltato i salmi mentre passavo per caso dal monastero lasciato incautamente incustodito a dei ladroni che si portavano via il succo della fede. Per un attimo ho bestemmiato in buona fede senza nominare Dio invano, ma poi il tutto mi è scivolato di mano mandando in malora il mio salmo preferito senza più voltarmi a guardare la faccia di un credente.
Tornando alle parole che saltano in bocca come pop-corn salati dal mare disteso nel suo letto, mi ritrovo a non governare più le pensate di inizio stagione quando l’aria frizzante dona qualche anno d’età in meno. Esauriti come le gomme da masticare i pensieri che mi vengono incontro appaino insignificanti e appiccicosi senza il verbo che struttura l’azione, solo soggetti che rotolano come pietre lungo la pendenza della riva per inerzia prima di sparire tra ì flutti grigi dell’acqua. Forse sono solo parole ma oggi che i corpi sono diventati un sillabario una cancellatura può mutare in una ferita.
Anche oggi ho tirato le somme dentro la barca dal fondo bucato che immancabilmente non affonda perché agganciata al vento. In solitaria navigo al largo da pensieri complessi i quali a forma di ragnatela cercano una sosta per predare i poveri sprovveduti ignari dei loro predicati verbali. È una scommessa la scena costruita per una storia mitica che racconta di un amore eterno, mentre i mortali passano per la via dell’oblio trasformandosi ogni volta in pietre antiche ad i piedi dei monoliti. Sono i santi quelli che lasciano degli scritti ad indicare il punto che non si vede mai perché appunto indicato dall’indicare.