Agosto 2023 (2)

Nella sola giornata in cui una storia si dipana dalle ombre che oscurano le mille altre possibili. Da fuori un vento muove le opinioni che adornano i contorni lasciando rilucere i sentimenti che si spaziano tra le cose. Mi metto al centro della scena come un direttore d’orchestra per dare la nota d’inizio alla danza. Si può prendere qualsiasi punto del racconto e rivoltarlo come un calzino per rendersi conto che la morale non cambia. Alla fine le storie si possono ridurre a poche variazioni, di fatto siamo una specie che non gode di grande fantasia, la specialità più che altro è un fervido rimuginio, difatti per usare una metafora “lo stomaco della mucca ce lo abbiamo in testa”. È il sentiero dei ricordi che ci trae in inganno, all’apparenza sembra tutto lineare ma nella realtà è sconnesso e non segue la linea temporale come pensiamo. Di fatto il tempo è un costrutto che di presente in presente è impastato come la farina per il pane che ogni giorno da un risultato diverso restando sempre pane.

Occasioni perdute che lasciano un sapore amaro al risveglio mentre fuori l’ordine casuale viene rispettato nell’abitudine consueta. Forte è il richiamo della confusione distruttiva in cui non ci si riconosce nell’ ordinario, quindi il spaccare tutto sembra meglio dell’attesa del nulla. Leggo visi da dietro una scrivania e sempre più una patina di vecchia intolleranza copre i confini tra individui, pronti a scansarsi per futilità che in fondo ormai sono meglio dell’inedia riflessiva. Percorrere un tratto a piedi sotto il sole che con forza si fa sentire come un amico esigente in vena di attenzioni. Il sole che da sempre ci plasma nella propria metafora esistenziale, non avremmo un nome senza la sua presenza. Per strada le cose dell’abitudine rendono conciliabili tutte le situazioni anche quelle che non sono affini. Ci si parla con sforzo, il giusto per sostenere la scena teatrale, insomma, quello che serve per continuare ad andare avanti per riconoscere nei gesti altrui i propri. Sottocollina un posto dove andarci per recuperare un po’ di silenzio e brusio della natura che ancora vive al tempo della stagione. Il corpo non ha solo bisogno di discorsi per appartenersi ma serve manipolarlo, accarezzarlo, strizzarlo per avere la concreta certezza del presente. Per cui sogno di andarmene dal mondo delle parole per stare un poco in compagnia delle creature che non hanno bisogno di raccontarsi per definirsi, ma basta la presenza sotto questo cielo che da parecchio tempo ci mostra ciò che non vogliamo capire.

Perturbazione in cima al colle discendente verso valle dove affaccendati si ritrovano minuscoli ominidi. Popolazione in perenne crescita nel contrasto con il colore verde che ancora fa contorno a tutto il resto. Mi risveglio di soprassalto indugiando nel sogno catastrofico che alla fine appare quasi migliore della realtà. Solita routine dietro le quinte di una vita in bilico tra pensiero e follia in quella che per molti è solo perdita di tempo, ma per altri è fascino dell’Intermezzo tra gli spazi vuoti tra le parole e le proposizioni. Mi inquieta la polvere in sospensione filtrata dai raggi del sole, distorce lo spazio rendendo il tempo sospeso al quasi nulla. Cammino avanti indietro nell’angusto tracciato che m’appartiene da quando da solo ricongiungo le linee tra gli universi che si suppone esistano. Mancano minuti alla nuova scena pronta prima che l’annunciazione fosse prodotta, è un mistero dell’ accadere quando un futuro avviene prima del passato, ma succede molto spesso di quel che l’attenzione distratta coglie. Per gentilezza saluto i condomini che non sembrano convinti, ma ostili, le vicinanze umane ormai sono mal tollerate, meglio saluti lontani, evanescenti nella propria irrealtà. L’aggressività è il nuovo collante delle relazioni e dei programmi educativi in una terra arsa dalla sconfitta del pensiero sulla verità dell’essere.

Agosto 2023

Senza ritegno le persone vomitano ogni genere di cattiveria quando la dignità ha ormai abbandonato il senso della sensibilità verso l’altro. La stanchezza e la noia hanno invaso il quadrato del possibile essere nulla, e come nullità molti si spendono nelle strade svuotate dal significato per riempirsi di aggeggi sostitutivi dei corpi. Mostrarsi senza fantasia agli occhi di una finzione dettata da un social come se la rappresentazione di sé sia sempre altrove. Scendo a svuotare la macchina in bermuda di prima mattina e per un attimo mi godo la città in déshabillé. Sento l’aria ancora fresca gelare la pelle sopra al sudore residuo della notte che rimanda ad immagini spezzate dei sogni.

Sono i suoni che sfiorano l’udito ad avviare il racconto di una giornata che appare isolata dalle altre, questo giorno contiene le gesta particolari di due amanti che indifferenti al resto del mondo si guardano isolando l’esterno in un eterno presente. Niente di eccezionale è solo amore, ma ciò basta per una intera vita che si apre nella vastità dei sensi. Mi ricordo da bambino la domenica mattina il rintocco della campana e poi a seguire il parlare acuto soprattutto di donne che camminando svelte andavano verso la chiesa. Già lì il confuso senso di realtà sovrastava la concretezza delle cose e spesso me ne andavo per altri mondi senza mai più ritrovare esattamente la porta di casa, ed è così che il disallineamento ha resto costante il mio modo di percepire la realtà. Le nuvole che sorvolano sempre innanzi staccano arabeschi e favole mentre si cammina incerti sulla terra bagnata. È così che una volta gettati si cresce inesorabilmente verso una qualsiasi fine. Milioni di domande che sembrano sempre nuove ma già trovano milioni di solchi ad accoglierle in un terreno già da sempre arato.

Sono piccoli gesti quotidiani ripetuti e assimilati che quotidianamente formano il senso d’appartenenza ad un corpo. Il quale invecchiando inizia a rompere il patto dì fedeltà causando mille acciacchi, finché la rottura diventa insanabile. Quindi in fondo l’identità non è altro che l’abitudine, e basta una folata di vento per disperderne la boria della volontà d’esserci, mentre il sole che rischiara l’ombrosità dei tuoi lineamenti sale dal sud una coltre calda dal colore della sabbia. Immagini che scorrono davanti insistenti per confermare una visione degli oggetti per dare sostanza ad una realtà che sembra sempre scivolare via da sotto i piedi. Il lavorare la materia con la volontà di trasformarla in altro per poi rimpiangere ciò che era sembra un gioco del rimpianto. La creazione della nostalgia come sentimento struggente per sentirsi parte della vita come divenire.

“Ogni dieci anni una svolta”, questo mi dicevo e mi dico tutt’oggi, ma in questo presente mi sono arenato…quasi spiaggiato in un arenile solitario, dove i suoni delle parole si sono fatte afone. Si continua a lavorare come se una mutazione è alle porte, ma in realtà il furore della volontà di potenza si è ancorato al passaggio della nebbia, di cui ora sento nostalgia per le tante notti passate in giro per le strade protetto da questa coltre magica e romantica. La pianura padana è il regno della nebbia e dell’ orizzontalità piatta a cui i corpi aderiscono in forme caratteriali sovente malinconiche e schive per l’eccessiva esposizione dalla assenza di estese verticalità. Quindi dall’autunno, verso sera, il muro invisibile cala a protezione dell’ intimità e del pensare grigio della gente di campagna.

Per trent’anni ho cercato di capire cosa la zolla arata di fresco portasse via in consenso al mare, ma l’intenzione persa per strada è svanita nelle peripezie che una vita porta con sé. Ancora sogno un mare vicino che circonda e accoglie lo sguardo e l’orecchio con lo sciabordio continuo. Una ninna nanna perpetua durante la riflessione sul nulla o il tutto che sta da sempre davanti agli occhi non visto.

Luglio 2023 (2)

Da lontano la vedo arrivare con il solito passo che segna un modo di opporsi alla gravità dell’aria, tagliando per la via più corta il muro invisibile che tutti i giorni ci impedisce di volare. Leggera sembra sfiorare il terreno senza alzare la polvere, l’oscillazione della testa asseconda il passo spiando ad i lati la misura da tenere nell’ andare. Lei, che in un giorno qualunque ha stravolto la mia solitudine infilando la propria musica nel mio letto, lasciandomi poi senza più possibilità se non l’attesa dell’incontro.

“Dentro e fuori l’aria riempie le rientranze con una certa cura a non lasciare niente nel vuoto, ed i colori non mostrano questi movimenti quotidiani tra gli elementi visibili e invisibili. Molte delle cose che esistono passano per intere ere senza essere notate ma nonostante ciò sono fondamentali per far sì che le persone siano proprio quelle persone”. Per Lei che camminando leggera è colta da questa riflessione in punta di lingua balenata nell’istante in cui non ha più udito i tacchi sollecitare l’asfalto e per un attimo passato presente e futuro sono scomparsi per lasciare una chiazza uniforme del tempo mummificato in strati concentrici.

Come consuetudine ci si trova all’angolo dove il traffico morde in modo minore i padiglioni uditivi. Un cenno di saluto per riprendere il discorso da dove è stato interrotto. Così vanno le cose alla fine del mondo vicino all’inizio del mare profondo. Per un caso si è deciso di stare sulla terra e la casualità ci ripoterà in altri elementi per sopravvivere. In fondo l’unico scopo evidente in tutto questo incontrarsi e lasciare la possibilità che altri rimangano vivi. Dal cortile rumori, forse hanno deciso di avviare i lavori per la manutenzione, è sempre una sorpresa quando avviene un qualcosa che ormai non si attende più. È incredibile come le macchine con il loro rumore abbiano ormai invaso ogni angolo della città, non è più possibile avere un orizzonte su un parco, una chiesa, un monumento, un pezzo di antichità senza la presenza di un’auto. L’abitudine alla follia è un aspetto del vivere che ci viene facile facile come bere un bicchiere d’acqua pagandola cara. Guardandomi un po’ in giro sento la puzza del cambiamento maligno, il cambiamento che vuole riportare le idee al passato completamente inventato ma su misura della legge del più forte, cioè chi ha più soldi.

Oggi intravedo salire sotto lo sguardo vigile del bulldog la mia anima da sotto la cantina immersa nell’odore acre ma buono della muffa. Un’anima emaciata dalle continue lusinghe delle parole che chiudono le idee in caserme fatte di cemento e silicone. Provo ad intonare un verso da una vecchia ballata dell’Appennino tosco emiliano quando la libertà era cosa chiara e si difendeva con il fucile. Non mi esce niente dalla voce per cui mi accontento di cantarla nella testa come partecipando ad un banchetto di nozze. La mia anima uscendo dalla cantina ha portato con se i ricordi di un vecchio partigiano, ed ora mi ritrovo con un gusto da patriota e la rabbia di un ribelle. Sono solo luci e ombre della storia che nell’infinito apparire degli eterni sollecitano le terminazioni nervose dei corpi muovendole come marionette. Il sole dell’ avvenire ha già compiuto innumerevoli cicli anche in solitaria non essendoci nessuno ad ascoltare il richiamo del cambiamento.

Ha bussato per l’ennesima volta alla porta che resta celata nell’abbandono della casa vuota. Perché continuare ad insistere nell’entrare in un posto dove non c’è nessuno? Eppure ad intervalli regolari il bussare si ripete come un rintocco della storia in cui un fuori ed un dentro si sfidano a duello. Io che osservo dico che: “non c’entro niente con questa storia”, non sono nemmeno presente sulla scena, ma vedo e sento il bussare da dentro la curvatura del mio asse quando nel dormiveglia le cose sfuggono di mano. Ora vorrei svegliarmi perché i rintocchi rintronano in modo doloroso ed il Lugo si fa angosciante in questa mattina in cui il giorno non si vuole accendere.

Luglio 2023

In questo sole del mattino, sta dentro una luce abbagliante, che squarcia il velo sul confine della sopravvivenza ed i pensieri colano oleosi dalla pelle sudata dei passanti. C’è un misto di repulsione e attrazione tra i corpi che vacillano nel calore e appaiono sfocati lungo la linea dell’orizzonte. Cerco di parlare ma i suoni si sbucciano sul feltro ed appaiono strani tonfi senza armoniche ed il tentativo del richiamo ritorna in gola e si frantuma nello stomaco come un pianto. Ed è in questo momento che mi rendo conto che sto dormendo in un bagno di sudore mentre il risveglio aspetta all’angolo della strada da cui ha svoltato un latrare del cane nel suo giro quotidiano. Nel dormiveglia i giochi della creazione si fanno bizzarri mischiando l’onirico al fattuale in combinazioni di immagini e suoni fantasiose prima che l’ordinarietà prenda il sopravvento e le coscienze si instradano nel consueto ordine delle consuetudini. Ci sono ricordi che sopravvivono spiaggiati come grassi trichechi lungo la costa della mia identità ed in qualche modo hanno ancorato anche piedi e mani a quella sabbia dal colore della cenere. Vorrei liberarmi per indossare altri panni e sorseggiare paesaggi inesplorati e perdere l’identità come un qualcosa di troppo.

Per strada di notte una coppia litiga in modo da essere ascoltata da tutto il quartiere, i sentimenti buttati oltre il confine dell’intimità in modo da essere raccolti e forse posseduti per il tempo di una riflessione. Mi inquietano quei corpi urlanti che scavando da dentro evocano la precarietà della sofferenza immotivata in quanto nessun pericolo è all’orizzonte, solo futilità di un essere presenti per forza nell’insignificanza del proprio stare. Vorrei quasi dire qualcosa ma anche ciò che mi ripara è anche ciò che mi ingabbia, quindi resto muto come tutti gli altri a sorbirmi una pessima recita della decadenza dell’amor proprio.

Le giornate scivolano sull’asfalto reso incandescente dai colpi di calore intermittenti come se il sole ingolfato carbura scoppiettante. Dalla mia parte vedo visi imbronciati che non riescono più a decodificare il mondo, per questo motivo la maggioranza gira in tondo e parla a vanvera senza mai arrivare ad un dunque. Una nuova addetta risponde al telefono intonando la sicurezza di chi è a conoscenza del contenuto ma passato il contratto svanisce il contenuto con tutte le parole nell’oblio della disoccupazione. Se all’inizio si era sommersi dalle possibilità ora che siamo nella stagione del tramonto il molteplice ha lasciato il posto all’unico mondo possibile. Un colore, un sentimento, un bacio e poco altro per un essere morente diluito tra le cose. Camminando tra le felci risuona l’erba essiccata in una ninna nanna che accompagna il lento rimestare pensieroso delle avventure passate, in un clima festivo che come una calura si appropria del corpo abbracciandolo.

Clelia e Raffaele (seconda parte)

Verso casa Clelia ritrova il cielo che ha lasciato un attimo prima dell’avventura ed entra nella casa cristallizzata nell’epoca chiudendo dietro di se il coperchio. I suoni e le voci sono consuetudini che si radicano nel proprio senso comune del descrivere le cose. Salendo le scale è un inverso scendere nell’utero ovattato dove tutti i pensieri sono immagini contemporaneamente presenti. Avvolgenti e protettivi gli istanti vissuti trattengono le lacrime di Clelia che ancora una volta si sente orfana da un mondo esterno che non riesce a codificare. “Ciao madre”, un cenno dall’altra parte sancisce o riprende l’intima comunicazione nella casa. Dice la madre: “oggi ho lasciato scorrere tra le pieghe delle persiane il racconto di come sono arrivata a concludere il patto con l’animosità dei doveri inculcatomi dalle generazioni di donne. Ho finito di pagare il dazio ad uomini che hanno modellato il tempo sul loro bisogno”. Clelia: “ci sono al di fuori di qui occasioni che possono rivoluzionare il racconto, ma per oggi ho esitato, e sono rimasta a guardare, che una storia passasse oltre, come le ultime sculture di Michelangelo…complete ed incomplete allo stesso tempo…non scolpite per l’eternità…ma per il presente dell’artista”. Due donne in una area domestica mentre al di fuori il rullare dei tamburi della guerra sono un eco del primo movimento della sinfonia di Šostakovič n.7, il passato ritorna nelle sembianze dei nuovi patriottismi che sono simili ad i vecchi. Madre: “il ricatto è l’arma in tempo di pace, basta spaventare per poi proporsi come protettore per comandare. Il nostro tempo intimo è l’unico luogo che permette di esprimere l’identità”. Intorno al tavolo in cucina una serie di gesti sincronizzati e una pentola annerita sul fuco, si spande il sapore della piadina tagliata e riempita con la rucola mista a pomodoro fresco. Un pasto condiviso nella semplice complicità tra chiacchiere e nostalgia nella rievocazione delle fasi della crescita. Tra Clelia e la madre è la magia l’argomento che le accomuna, entrambe da sempre vedono o sentono le cose fisiche in modo obliquo, cioè: per descrivere qualcosa che non si può descrivere; sentono le cose sussurrare la propria verità ed appiano per ciò che sono per la qualità. Per Clelia c’è voluto tempo per abituarsi, infatti da bambina soffriva nel riconoscere le vere intenzioni nei volti, soffriva al punto di avere crisi epilettiche che sparivano quando stava un tempo sufficiente da sola. Non sapendo bene cosa gli succedeva gridava alla madre: “leoni…leoni…leoni!” In quel periodo i leoni rappresentavano per Clelia la cosa più terrificante che potesse incontrare. Alla fine crescendo ha imparato ad addomesticare le emozioni e con esse l’onda dell’angoscia quando il male traspare tra i sorrisi della gente.

Raffaele tornato nel bunker di casa dei genitori si acquatta tra le proprie cose in silenzio ed immobile per prendere la posizione del possesso degli oggetti mentre scorre libero il pensiero. Ancora sovreccitato delle lunghe discussioni sul senso delle parole che affastellano la mente come un acqua che si spande ma non attecchisce da nessuna parte. Riprende il filo dello sguardo con la ragazza all’angolo, e sogna un camminare insieme in quelle vie che al momento giusto si fanno trovare vuote e silenziose. Una vicinanza austera senza intrighi non detti, ma semplice stare nei passi cadenzati e nelle parole cristalline evocate dalla gentilezza con cui due estranei si rispettano. Il proprio mondo appare fin troppo perfetto quando se ne sta rintanato nel bunker, in realtà fuori dal quel sepolcro è nervi tesi e rabbia. A volta una rabbia cieca come quando con un paio di amici ha distrutto o dissacrato una chiesa. Cresciuto con una nonna psicopatica con la fissazione della religione Raffaele ha subito l’umiliazione di dover praticare a forza una cosa non capita, vivendo nella paura che il pensiero peccaminoso fosse scoperto da Dio in persona e per questo sbugiardato davanti a tutti. La rabbia cieca si è sprigionata all’interno della chiesa tirando addosso alle statue sacre tutto il contenuto del bar dell’oratorio fino a quando il devasto è stato raggiunto e la vendetta compiuta. Da quel momento Raffaele si è distaccato dalle pratiche religiose e con l’aiuto del nonno ha iniziato a leggere i testi di filosofia anarchica su cui in parte ha formato una propria idea di mondo, ma non solo. Nella visione di se Raffaele ha scoperto la tendenza verso il male, non come dicevano i latini “assenza di bene”. Ma come ente a se stante, per cui con le basi empiriche della presenza, Raffaele affascinato da questa idea ha iniziato ad isolare le forme concrete del male, fino ad avere la necessità di ‘fare del male”.

Io sono sobbalzato nell’arena delle oscillazioni immateriale e mi ritrovo minuscolo materico intruso di storie scivolate per caso nell’ attenzione. Tendo l’ascolto agli incontri umani che come rette si intrecciano per poi annodarsi in sentimenti. Il flusso che regna il visibile è solo una parte della faccenda eterna, il resto è l’ombra a cui vogliamo dare forma per risaltare le cose a cui poi aderiamo con coscienza e cultura. Non essendo posso starmene acquattato nella penombra mentre i nostri protagonisti decidono tra bene o male. Le memorie dei tanti che compongono uno strato sottile della gravitazione tenendo ancorati al terreno altri racconti non ancora consolidati. Così che come un telaio incessantemente avviato tesse il colore degli spazi anch’io m’accingo a rilanciare un incontro non ancora avvenuto. Essere il testimone può portare con se una responsabilità in quanto non è ancora chiaro se osservare è già un intervenire oppure esiste la possibilità della neutralità. Per quel che si sa finora non c’è una possibilità dei neutralità ogni cosa è collegata da un vischio o collante che tiene insieme una struttura di coscienza. Per cui tornando al sodo della questione io posso in qualche modo a me sconosciuto, avere a che fare con questa storia qui raccontata.

Il nonno di Raffaele sente da tempo il disagio del nipote che asserragliato nel suo bunker disegna le mappe del proprio inconscio con il sangue del conflitto in atto nell’ umanità con se stessa. È la stessa sensazione che vede nei corpi giovani con cui lavora che con caparbia insistenza cercano di eliminarsi e sparire dentro un sogno fatto da uno stereotipo in cui l’effetto della droga è un fattore secondario. Il male è colpire il propio corpo nella profondità dell’essere se, per dilaniare l’identità in rivoli infiniti non più ricomponibili, in questo modo ogni azione è possibile perché insignificante nell’assenza dell’essere se. Il nonno ed il proprio senso dell’educare che con timidezza cerca di portare avanti come una missione senza seguaci ne credenti. Una opera di ricucitura dei filamenti dell’anima dei giovani che non sono più unibili, ma accostabili per frammenti nel tempo di una oasi breve di coscienza di se. Questo continuo e incessante unire il disunito è l’educare a stare senza morire nella frammentazione e nella paura suprema del nulla. I ricordi frammentati del nonno viaggiano attraverso il tempo senza più ormeggi solidi, nella fluidità che l’età matura dona alla memoria quando si tratta di cristallizzare un evento. Nella penombra di una riflessione il nonno distingue nuove possibilità nell’indicare gli oggetti del mondo che ormai hanno preso il dominio rispetto all’originario indicatore. Richiamato al lavoro dal pesante rullo della responsabilità che innesca forti sensi di colpa se semplicemente si vuole stare in una ignavia senza pensieri. Il nonno corre sotto i riflettori della massa giudicante e come ogni giorno dà inizio alle danze, delineando nei solchi scavati del viso le incongruità tra la parola ed il segno. Alcune condizioni di base della consapevolezza di sé sono semplicemente ignorate dai più e per lo più è causa di mancanza gestione di se. Respirare, come e cosa si pensa, ascoltare i segnali del proprio corpo, tutto ciò è semplicemente ignorato in funzione ad una adesione di una descrizione esterna di come debba essere il vivere.

Per Clelia il giorno e la notte non hanno confini precisi come una nuotatrice sospesa tra sopra e sotto il pelo dell’acqua ed è in questa esistenza nell’alternanza che gli oggetti non hanno mai forme definite. Clelia sopravvive grazie alle sfumature l’asciate dalle oscillazioni tra poli opposti in quella che è da sempre il limite del ragionamento umano. Spostandosi tra i mobili e tappeti vari sfiora con la punta delle dita la polvere in sospensione tra cielo e terra e nel mentre salmodiando il canto che richiama: “la luna lassù, un mare nel cielo aramaico, intorno l’ignoto ulula insieme alle fiere in amore, un bambino dorme sospeso, la madre con occhi dorati, sorride al vento del sud”. È forse ora di stendersi nel vano ricavato dall’angolo protetto della casa, dove figure eteree passanti non lasciano traccia nel loro girovagare. Per Clelia cala un sonno oltre la misura del tempo mentre si ricongiunge con la volontà delle striature del muro che da sempre testimoniano l’andare ed il venire dei viandanti.

Clelia e Raffaele (prima parte)

Appoggiata in sospensione magica alla sporgenza in cui le strade si incrociano formando una svolta repentina. Lei attende sotto il nascere del sole del mattino che porta con sé ancora un po’ d’aria fresca; un segnale per dare inizio al movimento che dell’incontro segna la buona o cattiva sorte. Ha i capelli neri lisci lungo la linea del collo magro reso morbido dalla cura femminile per i particolari, con occhi grandi aperti verso il fondo dell’apparenza del camminare avanti e indietro dei passanti che sfilanti in una passerella non scevra da giudizi affollano il pensiero dell’attesa.

Lei è Clelia una giovane sognante ed eterea ragazza dai gusti semplici ma che interroga il mondo sulle questioni fondamentali. Oggi in attesa del primo incontro con un gruppo di anarchici dediti a smontare le ragioni organizzative del sistema sociale. Clelia dal suo punto di vista dopo aver seguito le vicende dei ragazzi che aspetta sente un certo timore è inadeguatezza per il suo modo impacciato di inoltrarsi nelle conoscenze, non è di certo impavida nell’ infrangere le regole e non è affatto sicura che sia il modo adeguato di affrontare le questioni. Sospesa in quel limbo dell’attesa appoggiata allo scoglio cittadino non fa più caso al brulicare della gente mentre l’ora rintocca un altro scarto del girovagare della Terra intorno al suo universo. L’attesa è un viaggio nel rimescolamento delle immagini passate con le emozioni che sollecitano l’intensità del ricordo. In apparenza sembra che nel rimembrare ci sia una linea del tempo da “qua verso il la”, ma niente è come sembra, perché lo sfondo su cui si rispecchia la nostra storia è uno specchio che riflette il già da sempre riflesso, ed il gioco della luce nella dissolvenza dell’ombra è il pensare come storia gli eventi. Clelia in fondo sta muovendo i primi passi verso un altrove un po’ meno sicuro della casa dove tiene tutto ciò che ha di caro. Un antro dentro il quale muovere in libertà un corpo da sempre poco accettato, non ci sono grandi spiegazioni alla dualità…ma avviene che ad un certo punto il fisico e le sue funzioni si staccano dal pensato in una forma di linguaggio contraddittorio. Inizia la schizofrenia con sé stessi e l’armadio come luogo in cui non c’è mai il vestito giusto e gli oggetti che si animano per diventare fonte di irritazione ed i familiari che non ne dicono una giusta.

Il gruppetto di ragazzi a passo veloce passa tra la gente senza smettere di chiacchiere in un gioco di rimandi che non sempre hanno un significato, ma anzi sembrano suoni in libertà; infatti, per loro l’importante è mantenere la tensione che li unisce il resto è sacrificabile. Raffaele sembra un po’ il leader anche se nessuno ha mai posto la questione, ma tra ragazzi così avviene, basta un paio d’ingredienti: un pizzico di carisma e bellezza e si è a capo della squadra. Raffaele ha proposto l’incontro con una nuova compagna raccattata nei social, questo per allargare le file e per avere intuito che Clelia di anarchia ne sa più di lui. Non che non ci credesse nell’utopia: “né servi né padroni”, ma per la complessità degli scritti di Malatesta, Bakunin o Stirner non riesce a coglierne il senso profondo, per cui spesso si ferma agli slogan o all’imprecazione verso i poteri forti, così che, quando è in difficoltà la butta in ‘caciara’. Raffaele agli argomenti libertari ci è arrivato per il nonno che, quando era in ‘sagoma’ raccontava che nelle osterie oltre al vino si parlava di libertà tra uomini e donne e si malediva la religione perché usata dai padroni per tenere buona la gente. Ma ciò che a Raffaele arrivava non era il contenuto ma quella sensazione di gioia e di vita che il nonno riusciva a far vibrare nell’aria. Non serviva capire il discorso per sapere di essere davanti alla verità di come le persone possano essere buone come intendeva Aristotele studiato da Raffaele a scuola. Ora che Raffaele ha qualcosa in cui credere, sente la sensazione di occupare uno spazio nel mondo e di non appartenere al nulla qualunque che investe la massa. Nelle infinite discussioni tra compagni alla fine il succo della situazione è il sentirsi parte di una considerazione tra pari.

Il nonno di Raffaele non è ancora proprio vecchio ma neanche giovane, ha attraversato gli anni Settanta e ottanta del secolo scorso in bilico o sul filo tra il legale ed il non proprio legale, rimanendo indenne sotto il profilo penale. Ma per la sua epoca le questioni di giustizia politica erano più importanti dei progressi legislativi, per cui forzare la mano era considerata una azione partigiana. Non c’è voluto molto nel capire che dopo la guerra la maggior parte di chi comandava sotto il fascismo è rimasto a comandare sotto la Repubblica. Per cui il nonno già a quattordici anni cantava l’internazionale nelle manifestazioni e fondava con altri quattro ‘scappati di casa” la prima in assoluto sezione anarchia della sua città. Il nonno spesso di notte andava ad attaccare i manifesti in modo illegale giocando al gatto ed il topo con le forze dell’ordine: -li fregava sempre- solo una notte quasi ci lasciò lo zampino, facendosi sparare dietro mentre se la dava a gambe. Era una strana atmosfera tra il comico ed il tragico perché poi si andava tutti alla stessa pizzeria e si sapeva benissimo cosa si faceva gli uni e gli altri.

Il nonno racconta: “quando la buriana ha cominciato a scemare negli anni Ottanta con una mattanza di giovani da parte del nuovo killer l’eroina che trovando una diffusione di massa nei ragazzi li ha assoggettati, concludendo di fatto le contestazioni giovanili. Gli anarchici hanno deciso di entrare nelle istituzioni, soprattutto nel sindacato per riformulare l’azione politica da una nuova posizione interna ad i palazzi del potere. Da quel momento l’ibridazione e l’avanzare dell’età hanno reso i discorsi addomesticati e negli anni successivi è tornato di moda andare allo stadio dove le persone hanno ritrovato l’arena su cui sbranarsi”. Il nonno è diventato educatore degli adulti che persi nella droga sono rimasti orfani dei propri padri.

Clelia in attesa, con lo sguardo orientato verso un due passi più avanti appeso al limitare tra l’ombra del marciapiede sull’asfalto, particolarmente scuro nonostante il rischiarare del sole. Ha imparato qualche mese prima a meditare come antidoto contro l’ansia, per cui quando si ricorda lascia lo sguardo appeso un po’ più in là senza guardare nulla in realtà e inizia a contare i respiri seguendo il circolo dell’aria che entra ed esce dal corpo, nella mente solo il numero e aria fino a calmare il sistema nervoso che dalla base della testa sprofonda nelle viscere. Il padre ha cercato di insegnargli a respirare con la pancia in modo da contrastare il fatto di trattenere il respiro tutte le volte che si presentano situazioni stressanti. Per Clelia meditare è un antidoto al continuo rimuginare dei pensieri che costruiscono, decostruiscono, giudizi, prefigurazioni ed ogni tipo di anticipazione dell’evento. Meditando interrompe per alcuni minuti la catena delle concatenazioni razionali e riposa nel non pensare o per lo meno a diminuire il rimuginare. Vede i ragazzi del gruppo anarchico venire verso di lei, non ha dubbi che siano loro anche se non si sono mai incontrati, ed uno di loro in particolare attrae la sua attenzione, provocandogli un aumento delle pulsazioni con un leggero pizzicore nello stomaco. Clelia nascosta dall’angolo cieco dall’intersezione delle due vie lascia che i ragazzi una volta che hanno guardato in giro per trovarla si allontanano con già lo sguardo su altre mete della giornata nel suo iniziale stato del nascere.

Poi ci sono io, nel mondo di mezzo o ristretto tra le virgole ed i punti. La storia è che non ci stavamo tutti nel mondo nella forma materica; infatti, non è che l’universo possa espandersi in continuazione senza danni allo spazio-tempo. Per cui per molti di noi la scelta è stata l’annichilamento per fare posto al divenire delle cose. Ognuno di noi vive a sé, in una vasta probabilità di apparire e scomparire nelle storie altrui, in apparenza senza lasciare traccia: “ma di questo non sono molto sicuro”. Annichilirsi è una forma di speranza per diminuire il caos prodotto da un sistema chiuso, per cui raffreddare e rallentare i movimenti riporta l’oscillazione verso lo stato di bontà, il calore viceversa accelera l’oscillazione verso uno stato distruttivo. Rimbalzo impavido tra il testo bianco e la forma scritta nell’istante stesso che l’azione si forma nella struttura dell’esserci ed il fondo da cui risalta l’apparire si colora meravigliosamente dalle emozioni che compongono la tavolozza del sentire. Sono di casa in molte tele dipinte e come me molti di noi che non esistiamo più nel senso della presenza, siamo viandanti sospesi eternamente in rimbalzi umorali con la possibilità di un tocco verso il macrocosmo della carne per ricordare ad i frettolosi di rallentare, perché il segreto della vita sta nell’ andare piano in modo da avere il tempo di guardare effettivamente il mondo per portarselo con sé. Io un refuso scordato nell’ ingranaggio della struttura logica che si impone come una macchina da guerra ben oliata sulla attenzione delle molteplici visioni rendendole coerenti. Ovviamente io so che non lo sono, ma è proprio in questa tenue incertezza che si presenta come un fremito in cui io soggiorno dal giorno in cui ho lascito il mio spazio per fare crescere altre consonanti nel gioco narrativo. Ora che sento simpatia per questi personaggi cerco il modo di unire i fili della realtà che alla vista si presenta meno complessa di quel che è.

Raffaele aggancia lo sguardo della ragazza seminascosta e capisce che è lei che devono incontrare…ma intuisce che non è ancora il momento e per un attimo restano sintonizzati visivamente in una danza della percezione che introduce nell’intimità del sentirsi…ed è così che si conoscono profondamente. Passato oltre il punto dell’incontro Raffaele ha la visione chiara che la propria vita non è più quella dell’attimo trascorso, un oceano tra un prima ed un dopo è sorto dal nulla ed ora sente il peso e la responsabilità dei propri passi al rintocco sul selciato, guarda i visi dei compagni e finalmente vede il sentimento che lì lega. Le parole: “ne servi ne padroni” prendono un peso nella realtà di Raffaele e negli occhi scorrono le immagini del ricordo delle tante volte che sbadatamente ha visto un gruppo di barboni, zingari, extracomunitari, drogati, o disperati a zonzo per la strada e la sofferenza di quel mondo marginale gli è sempre scivolata addosso, ma ora dopo lo sguardo d’intesa con la ragazza, la sofferenza arriva come un pugno diretto allo stomaco ed è difficile ignorare l’afflizione del vivere umano. Un ricordo del nonno gli sovviene tra il frastuono del traffico ed il pulsare del cuore, mentre gli spiega le tre nobili verità: – la vita è sofferenza, prenderne consapevolezza dell’ineluttabilità di questa verità, perseguire la via per uscire dalla sofferenza, perché ciò è possibile. Raffaele si ripromise di ricontattare la ragazza conosciuta sui social per riprendere il filo dell’intimità che un rapporto in esclusiva consente. Arriva sempre un momento che le cose ordinarie di tutti i giorni esplodono di nuovi significati e l’usuale diventa inusuale. Chiacchierare tra amici o ascoltare insieme della musica è un evento straordinario perché porta con sé il senso della vita. Per il gruppetto di compagni a volte succede che guardandosi l’un l’altro si rimane basiti per la magica emozione della condivisione.

Lacrime

Tirando per le lunghe il discorso del mattino mentre fuori il gelo copre intere sezioni dello spazio, penso a quando il grigiore della melanconia assale all’improvviso la carne rendendola cenere. Tasto gli oggetti più volte per scaramanzia cercando di stare nel mezzo della precarietà umorale. Intercettando gli sguardi un attimo prima di schivarli, per arrivare alla colazione ogni santo giorno nella lotta per il disarmo depressivo, sempre in agguato nel crinale delle sensazioni, percepite nei cristalli dell’aria ristagnanti per la chiusura notturna.

Eco di voci arrivano da distanze siderali per poi scaldarsi nella vicinanza riconosciuta, trovando un solco nella guancia accaldata e solcata dalle pieghe del cuscino. La polvere inquinante domina le vie della città insinuandosi nei pensieri tristi di un popolo con il futuro nel passato. Un popolo dominato del fato della rassegnazione che scolpisce le sagome umane le quali variopinte solcano le strade.

Leggendo le fluttuazioni sentimentali appaiono come avanspettacoli del tempo remoto, perso in un sogno nella nebbia Lombarda dominata da talenti autoritari. Ancora oggi le vacche dominano il campo della pianura in modo innaturale ristrette in serragli e prigioniere senza dignità come i loro custodi, asfaltati da ogni parte dalle costruzioni destinate al fallimento e all’abbandono.

Solo un evento catastrofico ha potuto evidenziare la follia del saccheggio continuo della natura necessaria a questa modalità del mondo. Solo il terrore ha portato qualche lume all’attenzione delle parole ferme negli sguardi in cerca di comprensione, ma poco ancora si accende per permanere nel giudizio. Infatti girato l’angolo mi assale la rapina del mio spazio nell’inferno dei passi affrettati verso i mille doveri inutili.

Parlo con la cassiera del mini market per dare senso comune al pensiero, mi racconta del cane che non vuole capire le direzioni quando fa il giretto mattutino, scegliendo sempre la direzione contraria tirando il guinzaglio. Annuisco pensando che forse quel cane ha capito il mondo o forse il suo mondo, non so, ma mi è sempre più difficile restare in equilibrio, un giramento e la strada scompare, la cassiera diventa una busta della spesa rotta che parla, le insegne non indicano più nulla perdute nell’oblio pandemico.

Riprendo il punto scansando le macchine che incuranti sfrecciano, anonime come killer in agguato, attraverso la strada verso il parco per restare disorientato per il miscuglio di razze umane raccolte in poco spazio, da cui io sono inesorabilmente escluso. Per un attimo un fugace pensiero mi angoscia non riuscendo a trovare un luogo dove sono incluso, penso a casa, ma vale la casa dove si abita per essere inclusi in qualche cosa nel dispiegamento umano? Ma…un triste presagio cala dalle spalle ad i piedi; senso di solitudine incolmabile, come un giocattolo rotto che nessuno più guarda.

Continuando il cammino verso infinite rotonde dove attraversare è sempre un rompicapo e soprattutto un rischio, certamente d’inciampo al pensare. Le traiettorie imitano gli algoritmi scansando il guizzo dell’andamento improvviso con scarti rispetto alla meta. Leggo con curiosità i manifesti per spettacoli diventati obsoleti per la pandemia, riportano ad un tempo passato in cui ancora il movimento era libero. “Nel mito greco, la Teogonia di Esiodo racconta come tutti gli dèi siano stati generati dal Caos originario. Nella lingua greca matura, per esempio quella di Platone, la parola cháos significa “mescolanza”, “magma”, “disordine”. Il contrapposto di ciò che viene indicato dalla parola cháos, così intesa, è il kósmos (“cosmo”, “mondo”). Kósmos è l’insieme delle cose che è uscito dal disordine del cháos.” Rileggo mentalmente Severino con l’intenzione di arrivare ad un passo fuori dal cerchio della terra finita.

Ma mi aspetta una maledizione lanciata a caso da un stazionario delle discarica umana riverso nei cartoni come letto, che dal basso guarda il mondo prevedendone la totalità senza divenire. Il mistero è racchiuso nelle menti sganciate dalla frenesia del possesso e dalla smania di volere che le cose siano altro da se.

Le vicende accadono (maggio 4)

Le vicende accadono sconnesse ripiegate nell’asse obliquo della configurazione stradale quando cadendo l’asfalto si insinua violentemente nella pelle del viso. Trovarsi a terra è una delle tante situazioni che possono accadere mentre si corre il rischio di camminare, affrettati dal pensiero ossessivo della lista delle incombenze da svolgere. Un pensiero nel sottofondo della fretta si insinua:”siamo tutto qui, liste incombenti e spostamenti d’aria nella fretta del fare le cose”?

Steso sull’asfalto fermo per la prima volta, in completa assenza di movimento ristetti assente a me stesso Il tempo necessario ad inceppare la complessa macchina del divenire, inserendo il dubbio del forse nulla è mai stato. Una bella botta in fronte e via, riemergo dal buio vergognoso per avere mostrato la debolezza e la goffaggine del corpo. Dolorante proseguo nello scavo dei commenti verso la meta oltre il quartiere immerso nella frenesia del sabato pomeriggio.

La politica gridata nelle forme solite della persuasione e dell’inganno rendono le chiacchiere slogan da baratto sotto casa, mentre avvinazzati si contendono la scena nel lustrare il commento più forbito. È un esercizio buttare lo sguardo mentre si percorre le rappresentazioni quotidiane, intuendo il sentimento che sta dietro alla carne di solito celato da anni di cattiva educazione.

Certo una botta in testa non può rivelare la verità, ma per un momento libera il campo da equivoci spazzando la coscienza dall’inutile vana gloria per ristabilire il contatto con la vacuità. Un breve tratto di strada con la rivelazione del Buddha al prezzo di una emicrania passeggera. Per strada l’odore dell’inquinamento fa colare il naso in un fastidioso gioco al risucchio inalando veleno e consapevolezza che niente può cambiare l’ottusità delle abitudini nel farsi del male, come se il piano dell’organizzazione umana sia il ridurre la popolazione stessa per asfissiamento.

La Terra di tutto ciò, credo, ne sia indifferente, ha organismi in se che possono sopravvivere a tutto. La vera verità della verità è un ritornello abusato da chiunque non capisce la verità, ormai è un modo di dire svuotato dal significare di un senso che rimane fermo irremovibile appunto perché verità. Parlare di verità nel senso comune è chiacchiera d’opinioni che cercano di prevalere per imporre procedure. I burocrati parlano di verità perché per prevalere hanno bisogno della menzogna che per essere posta ha bisogno di una condizione di verità. In sostanza mi è difficile cogliere un concetto che se vero rimane indiscusso per l’eternità, ma è l’unico modo di pensare la verità ed al momento il mondo ne è privo in quanto si sostiene sul pensiero scientifico il quale per sua natura vale fino a quando non è superato da un altro all’infinito.

Vedi per strade strani esseri pieni di rabbia, si aggirano fiutando l’aria con il corpo rigido in cerca di prede, il nemico è costruito nella testa, in anni di soprusi subiti, queste persone sono scansate finché un giorno colpiscono nella realtà una vittima a caso. Gesto senza ritorno, in quanto quando la violenza è data si avvia il risentimento e la vendetta. Ci furono anni in cui la violenza giustificata ha determinato delitti con consenso, in una brutalità generalizzata, le persone immerse nell’odio da tifoserie ha sgranato la società da ogni valore duraturo per consegnare la politica alla convenienza. Come è possibile svoltare? Come riuscire a modificare lo sguardo secolarizzato della violenza nelle forme della compassione? I miei ricordi scivolano come l’acqua dalla tavola imbandita, rispecchiando il riverbero della luce nei volti ancora giovani di chi ora vecchio se ne sta raggrinzito aspettando la fine. Le rughe solcano le mani mentre afferrano nell’aria vuota il senso di una frase evocata dal passato, gesti ingenui per non interrompere il filo di una vita lungo il viale che dalla stazione porta nel verde della natura.

Ci sono sentieri (maggio 3)

Ci sono sentieri in cui è bello inoltrarsi senza pensieri o intendimento, ma semplicemente con un passo via l’altro. Nella viscosità dell’aria si attraversa la concretezza del mondo che scorre ad i lati cogliendo vicendevolmente l’indissolubile relazione tra se e l’altro. Così mi ricordo i primi giorni in montagna quando ho lasciato una pianura che in qualche modo mi ha accompagnato nei passi per i primi trent’anni. È una emozione quando alzando lo sguardo puoi lasciare correre la vista come un cane fedele che poi ritorna gioioso con trofei e meraviglie dall’orizzonte delle vette.

Accarezzare quel vento che scende insieme al Brembo mentre intorno il buio comincia a delineare ombre lunghe è ciò che mi resta tra le mani in questa giornata storta. Ora che vedo con occhi disincanti quel continuo agitarsi della folla scontenta me ne rimango in disparte insieme ad i cani che dei litorali di qualunque natura hanno creato una specialità. Ore scandite da rincorse per ogni faccenda per girare intorno ad un contesto che non sussisterebbe senza la problematizzazione di ogni situazione. Fermo quasi immobile cerco di fermare il girare delle cose che spavalde invadono spazi e pensieri mettendo saldi ceppi alla libertà.

Tornano le ore a rintoccare alla destra del percorso delineato dalla nascita alla fine. Nei paraggi volti e sguardi incitano l’intenzione di passare oltre questo recinto limitato. Adolescente me ne stavo chino sull’ombra delle scarpe proiettata sul selciato, non c’era niente nell’orizzonte che mi attirava. Solo il suono dentro alla testa che poi si spandeva nella circolazione dei fluidi. Nei boschi oggi come allora si può stare senza il fiato sul collo della responsabilità e dall’ intreccio dei doveri in risposta alla sopravvivenza. Un po’ più a valle il fiume che si porta con se il senso della spossatezza di questo momento.

L’esondare in tutti i sensi rompe gli argini ad una sordità protratta con cupidigia, non si vuole cogliere le altre possibilità di stare in un mondo limitato dalla sua propria natura. Un po’ a turno si è vittime e spettatori del rompersi della terra che con essa si inghiotte le case ed i sogni o l’egoismo di molti. Al di sopra continuano a cantare gli uccelli planando su ciò che resta della disgrazia umana ma anche dell’orgoglio di chi non cede mai alle avversità e rimane dritto alle inutili parole degli avvoltoi che sanno come speculare sulla disgrazia.

Un richiamo notturno al di là della staccionata lasciata incustodita da molti anni da uomini che ora non ci sono più. L’abbandono richiama a se i trapassati in questa desertificazione ed anima nell’oscurità la polvere smossa dal vento. I non luoghi inesistenti sono popolati da pensieri concreti che hanno fame di carne e bevono sangue. Per caso passando si viene risucchiati dall’attrazione per l’antico e rivestiti dagli antenati dal ricordo che: “nulla è divisione per cui ogni aspetto dell’apparire è legato a ciò che è velato in eterna dissolvenza”. Ancora titubante cerco i passi segnati sulla sabbia e ritrovo me stesso che sta tornando su i suoi passi.

Le storie albergano sornione nell’animo mentre sdraiati al sole si lascia passare il tempo inevaso dalla futilità. Una mano si alza oltre l’ombra e giocando con il sole si sporge sul limite del crepaccio pensato come rupe nel solco della fantasia. Sono piccioni mischiati a gabbiani le forme che schizzano sopra all’imbrunire nel momento in cui si sta per chiudere con uno sbadiglio. Ora mi riprendo il vecchio sorriso dalla soffitta in cui i ricordi sono buttati alla rinfusa riempendo gli angoli fino al tetto del cielo mentre sotto il bollitore fischia la marcia del presente.

Sottosopra (maggio 2)

L’insolita questione discussa stando tra la porta d’entrata ed il corridoio con un accanimento verbale da risuonare ben oltre il raggio d’interesse. Così sembra ormai che le cose debbano essere dette, cioè al di fuori della ragionevolezza di chi è interessato, ma sputate oltre sulle facce inconsapevoli dei passanti in modo intimidatorio. Tutti devono sapere che non è più possibile pensare o dire ciò che si vuole, ma da dentro nasce la censura che piega la schiena all’orgoglio del libero. È un velo ciò che viene posto sulla vivacità dei colori della musica e della poesia rendendo opaco il paesaggio teatrale.

Catene calate insieme alla pioggia di primavera nell’attimo in cui la metafisica ha abbandonato il mortale insieme alle figure mitologiche dei sogni. Ora restano balocchi costruiti con farmaci e macchine parlanti nella sfera dell’ elettromagnetismo. Ci si sballa con serie televisive allungate alla bisogna per occupare divani e tempo senza casini in giro per strada. Aguzzini sono i maleducati senza regole che sporcano e lasciano i propri bisogni in bella mostra, a dimostrazione che la strada è un luogo di conquista e battaglia. Sgomitando si arriva ad avere ciò che sarebbe un diritto in una lunga sequela d’abitudini in cui il rovescio é diventato il dritto.

Una sequela di insulti sono le intenzioni della politica nel rendere la cosa pubblica una mera merce da supermercato. Le proteste che vanno in scena emergono dalla demenziale sbornia che negli ultimi trent’anni ha affossato il pensiero. Si cambia registro verso una serie di incognite in cui le polarizzazioni sono il modello del dialogo. Accampati nei centri urbani alcuni pensatori aprono la strada ad un nuovo maestrale al ritmo della musica acustica. Si schifa l’elettronica per tornare al rustico gracchiare del canto nudo e sfibrato ed un po’ stonato dal catarro. In cima alla montagna regna il silenzio perché la valanga ha già lasciato il vuoto verso la valle.

I malinconici non violenti s’interrogano sulla possibilità della violenza in una realtà macinata da una guerra aperta su ogni fronte. Come stare in punta di diritto nel discorso quando i cancelli del fascismo si sono riaperti al senso comune? Amanti della forca altrui zampettano baldanzosi all’aperto in cerca del posto al sole di vecchia memoria, ora che all’orizzonte una moltitudine di uomini di colore scuro stanno per spezzare ogni catena nell’orizzonte nord, sud. Lamenti di donna piangono i figli e le loro lacrime scrosciano come pioggia fine sull’Occidente alla fine.

Sottosopra il velo copre metà del mondo che incuneato nell’ irreversibilità del divenire non si accorge di ciò che non appare. I giorni tristi si affastellano a quelli lieti in quel margine nascosto che è il privato. Riprendo dal punto in cui qualcuno dice ad un’altro: “dove sono tutti quelli che: vissuti, ed ora non più presenti, echeggiano nella memoria dei presenti?” Non ci sono risposte che tornano indietro lasciando la stanza in sospeso nel sottovuoto dell’assenza. Mi sono allontanato solo per un momento e tutto è cambiato lasciandomi nel disordine da cui mai più potrò ritornare senza una rottura od uno spasmo.

Piedi gonfi per la forza di gravità che in modo estenuante non molla mai la presa. Un bivacco in cima alle scale lascia resti in giro con eco di risate e canti. Sembra tutto finito mentre con il fiatone arrivo a destinazione e per un attimo colgo il benessere della spensieratezza. Sono alcuni giorni che il pensiero della violenza mi avvolge e mi stanca al punto da non vedere una via d’uscita. Possibile che la trasformazione delle cose sia così cruenta da non lasciare un margine all’armonia della consonanza?