Il suono inaudito

Posso ancora pensare nella prigione di tristezza in cui chiusi i cancelli il giorno si è levato di torno. Individui con pantaloncini corti girano a gruppi agitando le braccia per rendere i racconti più indigesti di quel che realmente sono. È il cortile dell’aria dove sopra un lastricato in cemento sgretolato si gira in tondo fino all’alba. La fauna è formata da uomini mutanti con arti e pensieri atrofizzati tipo la “Brachidattilia”, si muovono in tondo oscillando un po’ come gli scimpanzé. In cima alla torre ci sta il guardiano che nessuno ha mai visto per cui può essere che non ci sia nessuno, ma per l’ominide carcerato è importante per la propria identità essere sorvegliato da un aguzzino, anche se immaginario.

Fecondità e povertà sembrano andare d’accordo in un devasto di carestia e terra arsa, il sole minaccioso essicca ogni fronda che si pone a riparo e governa lo spirito di cruda fatalità del destino. Sembra un deserto il pensare curvo nel chiuso di una stanza mentre da lontano echi si smorzano prima che tocchino l’ intimità di un corpo quasi vecchio. Attendere è un piano escogitato per lasciare che frotte di frottole passino oltre lasciando il piano sgombro per l’ennesimo tentativo di rianimare la metafisica. L’oltre invisibile che cela ogni inspiegabile in quel tratto della vista cieca. Un complotto dietro l’altro sembra divertire il mondo nelle grandi manovre per il dominio della ricchezza.

Si ripetono le gesta che da sempre sono scritte nei miti, basta aggiungere un po’ di tecnologia e la scena è apparecchiata di nuovo. Trovo nel mio stare fermo una vertigine di folle velocità che senza volerlo attraversa eoni di coscienze nella piazza del mercato. Strilloni che agitano le braccia per attirare l’attenzione nell’arte antica della fregatura, mentre a tempo di danza ci si divide di volta in volta in furbi e gonzi. Il raccontare nelle calende interminabili della nebbia che in questo fine mese copre la pianura e tiene stretto il polso della futura carestia.

Un tuo sguardo ed è come se il tempo non fosse mai passato, l’intesa che ci lascia intatti dal tempo che invecchia. Mi dilungo ad ascoltare nel mattino il muoversi attraverso le piccole cose quotidiane e mi rende felice quell’ordinato incedere tra le stanze. Lo sbatacchio degli oggetti è tratto di un vivere che si protrae nel profumo dell’esistere ed è traccia per una storia. Nei margini accessi dalle forti emozioni si levano preghiere al Dio di tutti senza quelle inutili differenze che per la povertà non significano nulla. Spogliati da tutto si può intravedere la verità che da sempre rimane davanti celata dalla troppa vista.

Nei confini estremi dove la volontà non arriva si può ancora sperare di parlare con l’invisibile ed il nulla che sono la culla dei desideri appagati. La semplicità con cui gli incontri avvengono e svaniscono senza lasciare un ricordo è il segno di una malattia che si insinua distorcendo il senso della realtà. Sembra che tutto sia concreto e saldo nelle relazioni, ma in realtà un velo dí smemoratezza fa sì che le azioni si ripetono come se non fossero mai successe, così che il mondo sociale regredisce ad uno stato involutivo di decadenza del corpo. La forza che comprime ogni possibilità di evoluzione è la storia reazionaria di restaurazione dell’ordine come panacea risolutiva di tutti i mali. In realtà è nel disordine e nel mischiamento che sorgono le strategie evolutive per nuovi scenari della realtà.

Si ripetono alcune frequenze nella tonalità della consonanza per ricordarci l’unione dei suoni nelle melodie, ma è nelle dissonanze che il tessuto del sapere si dilata a comprendere l’inaudito.

Camminata lenta

Un guasto nella sequenza dei fatti e tutto si inceppa, macchiando la liscia coltre bianca del divenire. Ascolto con pazienza le parole che nell’aria si esprimono, ma: “continuo a sentire che il silenzio sarebbe meglio”. È una giornata con il sole ed il chiarore è straboccante per gli occhi che ostinatamente desiderano la cupezza dell’ombra o la tristezza di una nicchia scura. Incerto vago da dentro a fuori lungo le nervature che separano il corpo dall’aria, seguendo il richiamo degli animali estinti, che inabissati nell’oblio aspettano di ricomparire nella scena della storia. Nella “bassa”: così viene chiamata la pianura avvolta nella nebbia, che rischiara là dove lame di luce brecciano il muro che custodisce il solitario. In attesa dei suoni che evocano le forme tra i campi bianchi di brina. La sinfonia del giorno si chiude nel mesto ritorno a casa. Riacchiappo la lamina di luce che mi sveglia nel mattino per serbarla in dono durante il giorno. É sempre più complicato comprendere le parole che vengono esposte come tavole sulle pareti dei vicoli. Incrocio gli sguardi mantenendo un contegno dignitoso ma non capisco nulla di ciò che sta da una altra parte. Mi perdo dietro agli omicidi quotidiani che da sempre vengono raccontati con dovizia di particolari, ma appunto per questo appaiono sconosciuti e restano anonimi sulle coscienze altrui. “Va bene il racconto esasperato ma fino ad un certo punto”. Ma poi l’aria attorno diventa asfittica dipingendo il mondo nell’oscurità grigia della catastrofe imminente. Ci vuole una piccola sveglia alle coscienze pigre in modo da ridestarsi dal giogo del facile slogan o del permanere in vita sulle battute ripetute giorno dopo giorno. Scivolare via senza mai immergersi in sentimenti troppo profondi alla lunga stanca e fa invecchiare in modo brutale e stupido. Il conteggio delle cose perse si sfuma nel percorso della superficialità in riva al mare indurito dagli scarti che ormai sovrastano il ricordo di come dovrebbe essere. Il nostro giorno scorre anonimo tra i tanti in parallelo formando quell’apparire che evidenzia il costume culturale delle relazioni. Vari travestimenti dipingono le strade affermando identità e credenze, oppure rimarcando schiavitù. I giorni della “merla”si avvicinano ma ancora siamo lontani dal freddo dell’infanzia in cui era possibile pattinare nell’acqua stagnante sulle suole delle scarpe. Nella terra di nessuno la discussione si accende per riscaldare il fiato e tratteggiare alla grossa il senso del dove andare. Il mito del grande timoniere che guida da qualche parte è una rassicurante modo per interpretare i fatti, ma se non ci fosse un comando? E se tutto girasse nella casualità imperante, cosa resterebbe della nostra fonte di sicurezza? Defunte le speranze non resta che il divino. Ora dalla finestra appare il richiamo della città che non può fermarsi a disquisire se la fine è vicina o lontana. La città macina calore e energia senza sosta adempiendo al proprio dovere. Si parlano mentre camminano andando incontro alle incombenze della giornata, una luce riscalda le facciate che di volta in volta prendono forma mentre le si guarda. Biciclette nel traffico frammentano la velocità in una andatura lenta e forse più riflessiva. Se per un attimo tutto rallentasse lo sfondo d’abitudine cambierebbe e con esso muterebbero i nostri sentimenti, smussando le spigolosità degli sguardi che probabilmente diventerebbero profondi e ospitali. La divisione che con la proliferazione dei nomi ha riempito le memorie ha lasciato sul terreno della sconfitta l’atto che in sé ci racchiude tutti in una fratellanza di similitudini. Il camminare piano respirando le immagini che appaiono appena oltre il nostro incedere fa sì che non appaia la divisione tra un interno ed un esterno, permanendo nel respiro uguale al respirato.

Segni per una storia

Il sogno continua nelle strade strette del paese che perdendosi oltre il limite dello sguardo sgrana una premonizione su altri mondi. Da fermo, in un letto che è dimora e viaggio nello stesso tempo, assopisco il tentativo di velocizzare il trascorrere che imbizzarrito morde il freno. I miei pensieri che sono anche i pensieri di altri si intrecciano con la vita delle cose animate ed inanimate dilagando per la radura apparendo dal fondo che permane nascosto per sempre. Oggi ricomincio a danzare con gli arti di qualcun’altro ed a cantare con la voce di chissà chi, ma nel contempo rimango fedele a quel nome che fin dalla nascita è appeso alla mia faccia. Dal fuoco e dal maglio della forza si sprigionano forme create per mutare la realtà monotona che si presenta ad un Dio. La trasformazione é l’arte principale in cui una vita si spende dall’inizio alla fine, ci si incontra sfiorando il senso del conoscere per poi sfrecciare nella propria diagonale. Prigionieri nelle case di proprietà si spende il tempo in posti noiosi per rendere conto al debito contratto. La libertà del cielo è rimasta per i pochi che con la pelle resistente come una pelliccia, sposano la Terra come compagna d’avventura. Il suolo che scalda può diventare dannato e congelare lo spirito avventuriero nel cammino intorno al nucleo dell’essere senza enti. Una spugna ricolma abbandonata aspetta solo di strizzare l’assenso al camminatore distratto dai propri pensieri. Alla fine nella metafora della macchina siamo rimasti prigionieri illudendoci di andare in contro alla libertà, persi nel bailamme del ferro che macina calore illudendoci che non c’è limite alla trasformazione. Ora che vorrei fermarmi nel bel mezzo del ciclone rischio di essere annientato dalla calca disumana che preme senza consapevolezza verso il baratro del portello senza uscita. Un esercizio doloroso il saper stare nella propria radura che l’orda consumistica cerca di divorare come divora ogni cosa che abbia un nome. Come nel mito: solo se si diventa “Nessuno” ci si salva dal ciclope, mischiato alle pecore che vanno incontro alla morte belando. Traffico mattutino con conseguente gas di scarico che si insinua dalle finestre, insieme ad i suoni attutiti che da dentro le vetture stordiscono umani incolonnati. Da qualche parte dovrò iniziare a smontare la sovrastruttura che negli anni ha appesantito il movimento e rallentato il pensiero. Alcune zone del sentire sono completamente apatiche in funzione del predominio della paura per i segnali dello spegnimento della vita. Sfilano i corpi accompagnati dalle parole un po’ sbilenche, una passerella che rende gli spazi vuoti riempiti dalle emozioni mai riconosciute. Le sostanze stupefacenti sono un nemico insormontabile per noi operatori, non c’è paragone tra l’efficenza della droga rispetto a qualsiasi cosa che possiamo raccontare per dissuadere al consumo. Il servizio ambulatoriale come snodo o attraversamento di umani, che costretti a guardarsi a volte si parlano… si incontrano… si scontrano. Una stazione in cui le narrazioni si intrecciano e…confondendosi ampliano lo sfondo del paesaggio e della comprensione. Il suono del campanello, lo sbattere della porta, sono annunciazioni di entrata in scena con conseguente occupazione di uno spazio. Uno dei viaggiatori ha “le urine pulite”ed è come se avesse vinto un premio. Verso sera una telefonata di chi vuole farsi fuori: “allertati i servizi di soccorso”. A volte un pensiero sorge sul limite a cui attenersi rispetto alla volontà dell’altro nel volersi far del male. I rintocchi vibrano dentro a queste stanze assembrate nel tempo “alla bell’e meglio”. L’utopia di trasformare il male in bene è comunque una volontà di potenza, è comunque una imposizione di una idea rispetto a un’altra, non sembra esserci via d’uscita a questa situazione.

La roccia ha da sempre vinto

Una strana sensazione si sprigiona dalle viscere increspando la visione degli oggetti che assumono connotazioni di senso incerto. Questo lento avvizzire confonde i sensi in una lenta immersione nell’incertezza da cui è difficile sfuggire. I fatti della cronaca sono echi distanti e insapori, non riescono ad imprimersi nell’emozione lasciando uno stato di apatia dietro al racconto. Niente è diverso dalla solita quotidianità (in apparenza) ma sembra che il mondo nella nottata sia stato sostituito da altro da sé. Oggi l’eco delle donne uccise lascia scorrere una fiele nell’ inconscio collettivo senza una via di redenzione si prospetta una guerra totale. Maschi non uomini si giustificano in fedi assurde o in usanze sostenute dai ricchi nella lotta contro i poveri. La terra che nuda si espone allo sguardo ed alla storia antica di chi è passato senza averne contezza della ricchezza calpestata. Nei giorni di ferie penso al tempo come ad un nemico che corrode la speranza di tutte le avventure che ancora non sono realizzate, e immobile aspetto che il giorno si tenda nel compimento dando segno di un qualcosa che non sia un niente. Rifletto sulla perdita da una posizione di incompletezza e mi accorgo che le mancanze sono maggiori delle presenze. Lati in ombra addormentati, e…ripeto sono in ferie, ma non mi sembra, non colgo il significato del staccarsi da cosa o da chi. Guardo fuori ed il sole mi viene incontro ed insieme con tutti gli anni vedo cadere foglie…ed uccellini volare via sulle nuvole rossicce. Caldo anomalo nel freddo dell’inverno che trascorre placido nel corso della sua presenza, un invito ad uscire nel rumore assordante del macchinario umano che si dispiega in tutta la città. Le suonerie si rincorrono come nuovi animali abitatori del selciato, mentre da sopra le teste i piccioni cercano di farsi ascoltare mentre adocchiano una possibile preda. Uomini, animali e vegetali non si ascoltano più in questo lungo inverno di devastazione in cui ognuno cerca di prevalere, in una lotta che già la roccia ha vinto da prima che tutto cominciasse. Non c’è solo la Terra, ma al di fuori di essa c’è l’infinità che gioca il suo ruolo nella metafora del nostro discorso, il fuori é pronto ad ingoiare ogni residuo dell’apparire sbriciolando l’evidenza in un mare di incertezza fino a lasciare la razza muta e insignificante nella vastità delle stelle. Alterno giorni in cui il corpo funziona ad altri che senza un motivo consapevole “mi lascia a piedi”in una situazione di trascinamento degli arti come stracci buttati su una sedia. Raccolgo l’umore da sotto le vetrate della cristianità per guardare oltre il limite imposto, lasciando scorrere le parole scritte tra le varie vite. Il Natale è un fine stagione che in una bolgia confusa racchiude l’essenza del capitalismo. Un brindisi al nulla che è come ieri in cui la ritualità rassicurante appartiene ad un pensiero discorsivo dal passato verso il futuro. Le ombre che intravedo mentre fuori c’è ancora il sole dipingono le immagini racchiuse nella riflessione che colgo come segni della presenza, esse sono una compagnia muta che sospinge i sensi nelle polarizzazioni. Vedo sempre te che mi vieni incontro per ristabilire la quiete in un fortino dove asserragliate stanno le voci nascoste dei diari impolverati. Al solito oggi ci facciamo gli auguri sotto il sole quasi estivo in tempo d’inverno, qualche regalo e tutto si rasserena in una giornata in cui per un attimo la corsa si arresta. La distanza delle cose dette a quelle fatte é un primo bilancio che lasciato cadere sul tavolo rimescola il giorno di festa e accoglie l’ imbrunire.

Dal fondale qualcosa appare

Al solito nel gelo del primo risveglio alcuni incubi permangono sospesi nello spazio ancora rarefatto della realtà. Rimango immobile cercando di ricordare la mia età che mi sfugge in questa mescolanza di immagini e umori provenienti dal sogno. Si comincia con una attenzione al respiro per radicare una permanenza nel presente, poi con calma il corpo prende forma e dolore della propria fragilità. Una meditazione sul meditare, respirando cercando di superare le sincopi e gli strattonanti inciampi del dialogo interno. É la paura dell’ abbandono che costantemente si insinua nelle costruzioni sintattiche rendendomi difficile mantenere quella solidità che a volte mi è utile per lavorare o semplicemente per essere un prodotto sociale. La ricercatezza nella scelta dei colori sullo sfondo immacolato rende l’impresa interessante in quanto ciò che appare è la profondità che sostiene la fondatezza. Macchie di vernice fresca come sangue sparso sulle evidenze di una modalità del mondo incomprensibile, una scacchiera le azioni in cui i corpi si strappano l’un l’altro. Vengo al mondo circospetto guardando a destra e a manca, con la sensazione che già fin dall’inizio il battesimo non è altro che un tentativo di essere sbranato. Non c’è religione che sia scevra da violenza, velata o esplicita la persuasione avviene in modo coercitivo, nessuno sembra voler fare lo sforzo di tramutare il linguaggio in gesta pacifiche. D’altronde come può la pace attecchire sul suolo della proprietà privata? È una contraddizione in termini che non possono coesistere. Nelle vie scorre il fiume delle voci che rincorrendosi formano canoni e fughe in sincronia con il pulsare del traffico. Una immersione nel cemento per riconnettersi alla realtà di questo tempo che non sarà né eterno, né storico. Avverrà per caso un giorno che ci si volterà in una altra direzione e il mortale cesserà la propria esistenza. In fondo cosa conosciamo di tutto ciò che ci circonda? Nulla! Metafore della lingua che ripercorrono costrutti con variazioni infinite. Il gioco dei bambini rimane il principio per la comprensione delle bestialità degli adulti in questa cultura urbana in cui tutti estremamente vicini e nello stesso tempo abissalmente lontani. Il treno sta passando bucando i caseggiati per sbucare lungo i prati coltivati perdendosi in lontananza in linea retta. Con esso anche il mio sguardo si perde nella lontananza in una eterea costruzione di fantasie e suoni. È un momento fugace di una qualsiasi giornata, in cui basta poco per perdersi in altre dimensioni, foriere di suggestioni che in uno stile asciutto e minimale dilatano l’orizzonte della comprensione . Agganciato alla coda dell’ultimo vagone mimo il viaggio che potrebbe essere ma non è, e…nell’istante in cui, richiamato torno al compito, ed il corpo grava nell’aria ferendo l’animo inconsapevole. Uscire alla chetichella é un modo che mi appartiene da sempre, non riesco a sovrastare altre voci, parlo solo se vengo ascoltato. Da ragazzo pensavo e vedevo le cose in modo diverso dagli altri, così con il tempo il restare in disparte è stato spontaneo. Oggi capisco che ci sono molti modi di usare la visione e molti modi di interpretare le sfumature, tra un contorno e l’altro si aprono spazi in cui colare a picco, e vuoti che risucchiano i colori per infrangersi sulle rive di altri limiti sprofondanti. Un tocco di pazzia è sempre nell’aria che sbatacchia le ciglia di un qualsiasi insonne sognatore.

Nuove e vecchie schiavitù

Attraversando la notte di corsa alcune idee cadendo e si perdono negli angoli bui della stanza, che…senza confini sembra una piazza. Mi ricordo dei visi del giorno che ora porto nella memoria in versione bianco e nero, adunanze fasciste si formano per pura ignoranza verso un tempo che non possediamo più. I piedi si muovono da soli paralleli ad un selciato solido, o per lo meno con una parvenza stabile per un animo perso in sussulti della pazzia. Chiamo a voce alta: ehi! Voi esposti alle intemperie ed al suono della tromba dell’inverno, in quali mani mettete la vostra vita? Risposta: in nessuno perché le ragioni dell’abbandono sono accurate al punto da essere insormontabili, ed il freddo rallenta ogni velleità di cambiare le cose in altro, meglio un orizzonte sotto il naso che speranze oltre la siepe della lontananza. Rimango accorto verso i segnali che da dentro mi spaventano come di un ticchettio dell’orologio in procinto di fermarsi. È da fuori quella chiacchiera inquieta che prepara alla polarizzazione delle opinioni pronte a diventare cazzotti in faccia nella paludosa sostanza rabbiosa. Capire il vento é un’arte del silenzio in cui esercitarsi, ma serve allontanarsi da tutti e questo è complicato se si è ancorati al lutto e alla speranza. Buio e rumore di pioggia nella sera che si estende oltre il quadrante della percezione, forse qualcuno si agita per la strada tra il freddo ed il fondo bagnato. Nuovi e vecchi poveri si tendono nella rincorsa di un posto caldo nella riserva di caccia dei predatori seriali. É una lotta per sopravvivere ed è meglio stare ignoranti in quanto aiuta ad essere più cattivi; e con meno remore a lasciare indietro qualcun’altro. Il sapere per i corpi schiavizzati è diventato superfluo da quando si sono persi nel dedalo delle immagini sovrapposte alla realtà. Racconto dell’avventura che si può fare solo da giovani, quando il corpo non sente acciacchi, dentro ad una piccola macchina, percorrere centinaia di kilometri solo per il gusto di parlare, mentre i paesaggi cambiano. Le sfumature del cielo scivolano via alla velocità dello sguardo, incantando e ammantando le parole di poesia. Percorrere città come luoghi incantati che si lasciano guardare con passione ed invitano a solcare i luoghi nascosti, le viuzze strette dove solo a piedi é permesso entrare. Un saluto ed è già intimità nei discorsi senza mai velleità di possesso, ma complice vicinanza. Un quartiere di Napoli tra discorsi da un balcone all’altro fino a trovarsi a tavola con persone appena incontrate, nei ricordi tutto è in bianco e nero come in fondo sono stati gli anni settanta del novecento. Nella povertà in quei tempi si trova la più raffinata cultura sulla conoscenza dell’umano rappresentata nella pratica della condivisione del poco che si possiede. Solo più avanti i mercanti hanno preso il sopravvento imponendo oggetti ed inutilità come riscossa del valore dell’essere umano. Riflettendo non c’è un meglio o un peggio nel tempo della storia, forse è la storia così come è intesa a non funzionare, anch’essa è frutto di una metafora di come noi pensiamo noi stessi, per cui scivola nell’ indeterminazione del sogno delle persone su se stesse. La luce del sogno che avvolge a tratti il chiarore grigio della realtà delle cose, divide in due la presenza della coscienza all’attenzione del senso del vivere. Nel movimento a tentoni nello spazio si urta continuamente ostacoli che rendono concreto il pensiero e la difficoltà di imporsi alla attenzione degli altri. Quindi svegliarsi al mattino é un capovolgimento del continuare a sognare con l’unica differenza della motilità.

Il cielo sotto il sole

Oltre il significato nella fila impettita dell’adunanza si nasconde un certo modo di stare nel mondo, ordinati per rango gli uomini si sottomettono al tempo che con rapidità li ingrigisce fino all’infermità per una sostituzione con altri uguali. Solo pochi hanno il germe dell’ eternità e comandano con invisibile tenacia le sorti di una certa idea delle cose in modo da mantenere perennemente il potere di sovranità. Questa storia in apparenza distopica non è altro che lo scorrere quotidiano delle idee incarnate nel lavoro per la trasformazione degli oggetti a cui di volta in volta diamo più o meno importanza. Oggi rivedo una sequela di “immagini ricordo” e stranamente un senso di estraneità mi coglie di sorpresa, è sempre un “come se” da qualche altra parte ci fossero altre possibilità, ed infinite ripetizioni con impercettibili variazioni che si espandono lungo un asse che non rappresenta il tempo ma la fissità. Ascolto il rumore del presente tutto intorno in una architettura dello spazio che mi rappresenta per quel che sono, il tutto legato da lacrime e sorrisi in una sinfonia emotiva che lega il sentimento ad alcuni ed non ad altri. Sento il richiamo di un dovere che da sempre mi schioda dalla coltre informe del sogno. Cosa dire? Piove un’acqua gelida e sporca: come catrame che invischia i capelli e la pelle, facendoti puzzare come un detrito da scarto di lavorazione industriale. Nessuno si chiede perché? È normale starsene rinchiusi in una prigione che avvelena e appesantisce ogni velleità di felicità. Da carnivori giriamo nella nostra città da predatori con il vigile istinto di fare del male: ogni cosa vorremmo che fosse altro da sé, così…sbranando il significato in frammenti, che dispersi poi non riescono più a ricongiungersi, lasciando dietro di sé ebbra ignoranza. Il cancello sbatte…prima o poi si romperà, l’ignavia nell’accompagnare un aprire e chiudere segnala solo un abbrutimento della socialità. Trascorsi i minuti nelle ampie dimensioni delle ore il rituale meditativo si sofferma sulle piccole variazioni e oscilla incantato nelle vastità invisibili. Un rintocco nella memoria il suono della campana che diventa l’immagine della chiesa durante l’infanzia, “chissà perché il ricordo è sempre d’estate in una via demarcata a metà dalla luce e ombra del sole di mezzogiorno “. Il percorso della vita coincide con quello della riflessione nei svariati incontri per capire l’umano, ed ora che la necessità si chiude in me, rivedo in una rallentata dimensione del tempo le stesse immagini con lo sguardo da pittore, attento alle sbavature del colore. Vorrei trovare il modo di sbaragliare il ragionamento per saltare oltre le strettoie della logica. Nell’abitudine gli schemi si ripetono convogliando aggregazioni in comportamenti per poi ripetersi in continuazione. Ci si ripete come a confermare in modo ossessivo una presenza che forse non è così scontata, anzi la forza dell’oscurità sembra sovrastare l’identità. Aspetto l’orario per la routine mattutina in cui inizia il prepararsi, l’andare, ed il fare il lavoro. Una ripetizione dei gesti che se da una parte rassicura, dall’altra crea un’ombra di infelicità da reclusione. Si dibattono da sempre intorno gli strascichi delle anime che hanno abitato questi luoghi, sono folate fugaci per chi ha l’occhio attento per il perturbante. Si può sempre imparare qualche cosa dagli antenati che sicuramente hanno dato nomi diversi alle cose. Alla fine il problema maggiore sembra proprio quello che diamo al termine “fine”, annientamento di un qualcosa che c’era e ora non c’è più. Il pensare possibile la riduzione in nullità ci permette di giustificare la violenza e lo sbranamento degli enti pensati come singolarità. Rimango solo in questo mattino con un pesante fardello sullo stomaco che allevio abbracciando l’altra metà del cielo.

Tornare

Il fiume in piena tracima verso i bordi, dialogando con il limite imposto dalle strutture pensate per ordinare il vento. Può succedere che una maggioranza sposti l’inclinazione del significato, se abbastanza caparbia da non cedere alle lusinghe ed agli effetti del tempo. Una marea che ad ondate stabili riporti il vezzo del ragionamento contraddittorio in una arena in cui prevale l’idiozia della cattiveria. I giorni a venire imbiancano le strade del sangue denutrito dalla fonte del sapere, un umano stretto nei confini della propria pelle senza la visione del tutto che circonda si appresta a dare battaglia per mantenere il proprio dominio. Ogni cosa si tramuta in simbolo per mantenere l’icona del passato, la quale non vuole passare, le città mutano in oceani di speranza dove le idee si incrociano fino a mutare le case in cortili. L’icona per centinaia d’anni è stata simbolo di una fede che testimonia quell’oltre che non è nel regno della vista, ma sta nel sottosuolo della percezione che permea ogni ambito del vivere e del morire. La fede ha guidato generazioni cieche verso destini incompiuti che alla fine dimentichi si sono persi in deserti di salmi senza senso, la fede sembra permanere l’unica certezza in un umano così incompleto e fragile nell’interpretare la realtà. Un gigante con le gambe d’argilla la credenza nel progresso da un luogo ad un dove migliore, situato sempre in un altrove immaginario secondo le aspettative individuali. Parlo con te che non mi ascolti, e dico: “quando bussi alla porta cosa t’aspetti che avvenga oltre alla soglia nel tempo d’attesa, in quel frangente che ancora puoi ritirare la mano e voltare i piedi verso altri orizzonti, cosa pensi? Quale scelta in libertà ti è concessa?”Rispondo: “nessuna, perché niente può accadere nel tempo sospeso tra un processo ed un frammento del ricordo che in un dato momento anima di vita una qualunque coscienza. É un eco il movimento che illude alla possibilità di volere qualcosa in alternativa a qualcosa d’altro, in verità l’atto o azione è sempre un passato già compiuto.” Forse nevica…di certo fa freddo e la pioggia gelata sterza il senso unico del camminare in questa che è una giornata difficile da abbracciare. Sono apparsi gli eventi che costellano la curiosità del gruppo, un nutrimento in vista del proseguo della propria esistenza, indicatori del percorso che una alla volta tutti ci accingiamo a fare. Timidamente le luci del Natale cominciano a velare il paesaggio solcato dalle automobili in perenne stato di aggressività, ma dai bordi ancora non si intravedono sorrisi, solo cupi pedoni che cercano di scansare le intemperie.

Il santuario della Costa San Gallo.

Tornano verso casa le parole non dette mentre arranco sul crinale che porta alla spianata dal cielo azzurro con poche nuvole attorno. É un ricordo nel presente di oggi che travolge il senso delle immagini che scorrono evidenziando una giovane grinta spesa a cambiare le cose. Il santuario in cima alla costa al di sopra del fiume che nel suo scorrere risuona nelle stanze in sotto fondo. Una comunità intorno ad una chiesa chiusa che di giorno lavora in una aurea di fede non cercata, i dialetti sono vari ma nell’affacendamento della cura sulla terra si uniscono in un solo significato comprendendosi. Condividere un tratto della propria vita in comunanza con altri che portano il sacco del fallimento o della sconfitta alla fonte di condivisioni che cambiano e riaprono la porta di un certo modo di stare al mondo. Giornate passate persi nel sentiero della natura in compagnia degli animali che aiutano a superare i fallimenti, l’eco del vento tra gli alberi mentre si sale sull’acciottolato e si distingue per ognuno il passo dell’altro. Il Santuario della costa una oasi meditativa ricca di storia e di pellegrini che hanno lasciato nell’aria il profumo di speranza che si rigenera ad ogni generazione. Vecchie panche in legno comode per la meditazione nella chiesetta del santuario, lo sguardo si può di volta in volta agganciare agli affreschi in penombra, e seguire l’orlo della crepa che suddivide il passato dal futuro. Con un po’ di pazienza il dentro ed il fuori si scioglie in questa atmosfera che risente della salmodia dei molti pellegrini che sono passati: per una supplica o semplicemente per stare dove è avvenuto un miracolo Cristiano. Seduto senza appoggiare la schiena il respiro entra, ed il respiro esce. Il pensiero sull’ inevitabilità della sofferenza suggerita dagli affreschi permea il mio respiro e cerco di portare silenzio nel dentro e fuori, tra passato e futuro. Quanti volti incontrati tra la Costa ed il suo dirupo verso il fiume, quante espressioni lette oltre il tratto superficiale della carne, segni che scavalcano il dire e entrano come fitte nel terreno delicato delle emozioni. Poi il dialogo ripara o cerca di guarire persone rotte ed un po’ storte che nello spazio si muovono goffe in cerca di una casa o semplicemente di un rifugio. La storia di quella comunità nel Santuario della Costa rimane una magia della spiritualità, i fatti, le giornate, i mesi, hanno seminato e ridato un senso ad un luogo abbandonato dove nel passato già era stato visitato dal tocco del divino. Oggi che le tegole dei tetti si sono scolorire e l’ottusità ha fatto qualche passo avanti non c’è più spazio per le fantasie magiche, infatti: le cose hanno preso il sopravvento sull’essere che le anima. La comunità come condivisione ha lascito il posto alla comunità dei protocolli e la magia o la meraviglia dell’incontro è stata sostituita dall’educazione alla guerra. C’è sempre un nemico da qualche parte pronto per essere odiato, l’opificio della malvagità sforna prodotti pronti all’uso in cui ogni essente viene trasformato in cositá. Il mio ricordo della Costa è una vivida sorpresa che nell’imbarazzo della fatica di oggi mi aiuta ad avere una prospettiva serena di quello che può essere fatto per superare la sofferenza. Non ricordo più la storia dell’apparizione della Madonna che é avvenuta alla Costa ma certamente in quel luogo non si rimane indifferenti al divino che avvolge il luogo. Non serve una religione per entrare nel mondo sospeso tra cielo e terra, anzi tutte le religioni hanno sempre impedito la religiosità in favore dell’obbedienza ad i precetti, ed infatti anche la nostra esperienza comunitaria si é conclusa sotto l’egida di una prescrizione.

Novembre 2023 (2)

Un refuso è come un ricordo che si attacca al viandante, il quale non compreso permane tra le pieghe del presente ed inclina lo spazio tempo fino a distorcere il futuro. Un assonnato personaggio occupa le stanze che a poco a poco si schiariscono nel primo mattino, pellegrino da un’altro mondo cerca di adattarsi agli oggetti che tutti i giorni gli vanno incontro, ma che tutti i giorni sembrano estranei. La condizione dell’erranza in vecchiaia rispecchia l’era della sera dell’Occidente, un crepuscolo descritto dai poeti, ma mai preso sul serio dai burocrati del protocollo. Nani grandi con finte gambe e grosse pance sono i veri extraterrestri che senza mai essersi staccati dal suolo risultano lo stesso completamente estranei a questo Mondo. Siamo sempre di primo mattino e le idee si spargono un po’ per tutta la cucina tra il profumo di colazione e alito notturno, anche da fuori i rumori rispecchiano l’inizio come tutti i giorni senza fallo. Scrivere lo stesso verso aiuta il narratore a riprendersi la scena, delineando tra le righe una personologica struttura che resista alle incurie del tempo, una caratterologia dei sinonimi e contrari che si impasta sulla tavolozza della rappresentazione. La pedagogia resiste alla tentazione di essere altro da sé fino a quando gli umani non hanno altra soluzione che stare insieme in gruppi per darsi una identità e una forma. L’educazione è un maglio più o meno libertario che scandisce le forme del futuro, basterebbe un investimento massiccio solo sull’educazione per cambiare le sorti del mondo. Probabilmente anche la filosofia è educazione, di fatto il discorso intorno all’essere non è altro che una riflessione sul come essere nel mondo, per cui pedagogia del come stare in relazione tra essenti. Va beh! Ci si incarta spesso con le parole e a volte sfugge il senso del perché si è scelto questo strumento per capirsi, probabilmente ci sono anche altri sistemi e nelle varie ere gli esseri avranno sperimentato altre soluzioni. Siamo nell’epoca della narrazione per cui anche se siamo in presenza e vicini quasi a toccarci, prevale la mediazione del racconto il quale nasconde ciò che sta nello spazio contiguo. Affidandosi al discorso non solo si affievolisce la percezione della vicinanza, ma si dimentica anche ciò che avviene nello spazio interno all’essere in cui il sentire si trasforma in metafora della narrazione. Spogliati dal gusto della creazione si naviga raminghi tra un centro commerciale ed un altro in una coazione alla ripetizione per un attimo dì ebbra illusione. Ritorno spesso al tempo passato per annodate concatenazioni d’eventi in una ricostruzione che restituisca maggiore dignità a ciò che faccio oggi. Ma, sfugge sempre più il collante che tiene le colonne del senso, il sopra ed il sotto, l’avanti e l’indietro, il grande è il piccolo e via così in un mare increspato di dubbi. Un mare che è sempre più presente nell’immaginazione, appunto perché manca nel contesto ordinario delle cose solide. Una schiuma che lambisce al risveglio i limiti dei pensieri scombinati dalla burrasca notturna, con il moto perpetuo dell’onda che richiama verso le profondità la coscienza inchiodata alla terra. Vorrei alzarmi ed andare altrove dimentico di ciò che sono, camminando come un’onda che forse è sempre diversa o forse è sempre uguale. Da poco ci siamo ritrovati in questo incrocio tra strade diverse che intersecano un paesaggio nostalgico, due parole dette così senza troppo meditarle evocano altre strade che non ci sono più. Ora ricordo di essere nella gabbia che l’educazione costruisce con la pazienza del domatore quando si appresta a preparare lo spettacolo.