Le foglie nel parco danzano in sintonia con i giochi dei colori del sole. Una brezza leggera sale dall’umidità del terreno non ancora asciugato dal giorno. Cammino in torno come l’animale in gabbia reso docile dalla prigionia. Un sentiero segnato che noi tutti percorriamo per allenare i muscoli molli. Ci si sorride incrociandosi, ma senza vedersi veramente. Lo spruzzo della fontana fa un certo effetto, un suono rassicurante l’acqua in abbondanza. A macchie di colore, gruppetti o copie sparsi nel verde. Una mattinata di quasi bighellonare senza pensiero o testa. Il ponte di legno sempre rotto a ricordare lo screzio tra quiete e tempesta.
Da bambino, il senso della realtà sfuggiva, infrangendosi nella sensazione di inadeguatezza. Mi trovavo in un corpo che non corrispondeva a un’unità, ma si rifletteva in spicchi di specchi. Pian piano, mi abituai a pensare di non essere come gli altri, e un sentimento di vita si perdeva oltre il limitare della sera. Si garbugliava tra i rovi nascosti, suonando la propria canzone con i resti della luce. Guardando da lontano, osservavo lo scorrere degli eventi, spesso ignorando il loro senso. Anche oggi, il corpo ha ceduto, piegandosi nella morsa del dolore; senza un filo di voce, ho potuto solo scrivere.
Sento un bussare ostinato dalla parte destra del campo visivo. Una folata di increspature e lampi rompono il telo apparentemente solido della realtà. In fondo, l’ho sempre saputo: tutto appoggia su uno sfondo friabile. È un’illusione la concretezza dei principi primi. La sopravvivenza di una certa spiegazione piuttosto che di un’altra è un gioco con Dio. Ci troviamo sempre di fronte a una svolta, anzi, la svolta è la vita stessa. Senza l’andamento sincopato del tempo, non ci accorgeremmo di vivere. Ora che cammino nel parco, tengo fermo l’immagine nel respiro. Contando all’indietro, attenuo il pregiudizio di ciò che mi appare.
Il gesto che accompagna il parlare diventa esso stesso un modo di comunicazione. Il guardare si è trasformato nella chiave per interpretare ciò che viene detto. Siamo diventati schermi di una TV, trasmettendo immagini seriali e stereotipate. Seduto al bar, osservo certo l’attenzione del barman, mentre sento la pesantezza di essere vissuto, da cui sembra impossibile fuggire. Anche un cappuccino con brioche diventa un miraggio e, una volta che arriva, sembra già stato consumato dagli spettatori di questa serie che è il mio rimuginare.
Un addio messo lì per caso, e poi quattro passi indietro per sparire nell’alveo dell’evanescenza. Un sogno, la dimenticanza, trattata come un alimento dozzinale. Ora cerco di tirare insieme un certo tipo di discorso, mentre, distratto, seguo le note per pianoforte. Nel momento stesso in cui accade, non è più, ed allora dove posso cercarmi? Il linguaggio è forse il meno adatto ad adattarsi alla vita, ma di fatto ci tiene per il collo, prigionieri di simboli privi di senso. Ascoltando Sokolov, capisco che forse è l’armonia dei suoni il linguaggio più appropriato per la biologia della vita.
Ritornando sui miei passi, ripescando dal fondo della memoria, le storie che sono scivolate nei cassetti riemergono. Spuntano da un arredamento semi-chiuso e asimmetrico, frammenti di una corsa che ora non potrei più affrontare. E… non sono neppure sicuro che sia andata proprio così. Così funziona la temporalità: lascia andare e poi riafferra, per garantire che l’identità rimanga salda. Difatti, sarebbe un guaio il contrario; si rischierebbe di diventare matti e di mettere in dubbio ciò che realmente siamo. Alcuni saggi o matti—che, in fin dei conti, è un po’ la stessa cosa—hanno cercato di sottolineare l’inutilità di un nome proprio. Tuttavia, come al solito, le cose bizzarre non giungono mai a buon fine. Meglio un Dio onnipotente che il nulla.