Questo fine mese ribolle come un braciere riportando la temperatura nel confine delle cose sfumate e per certi versi abbaglianti, i vortici dei colori si confondono nelle strade dove le auto si allontanano sempre da un punto, mentre un grumo del codice del pensiero rimane fermo sorpreso dall’avanzare del caldo. Sono tanti i segni che dipingono il senso cosmologico di maggio incarnando le antiche leggende, in cui fine e inizio combaciano nella storia del lignaggio padrone del fuoco fatuo del potere dei mortali. È verso il tramontare che il raccontare viene raccontato ad i novizi e l’inizio è sempre una descrizione della natura ispessita e grovigliata nel crescere caotico nella libertà di essere ciò che gli pare. Poi appare l’eroe senza nome che svelando il segreto getta nelle orde dei regolatori del tempo la natura spezzando il caos, ma ad ogni buona fine anche l’eroe si toglie dai coglioni, e resta il lignaggio ad ancorare le navi nei porti. Mentre si fa notte si ricompone il cerchio e stringendo un po’ i ranghi si aspetta l’alba cullandosi nei sogni che senza confini attraversano ognuno con tutto il resto annesso.
Archivi degli autori: Mattioni Marchetti Terrablu
Alla fine della notte
Alla fine della notte la prima parola da dire mentre ancora spaventati si scrolla le spalle dalla superstizione, è:”rinascere”, tutte le volte mentre dal buio ci si sposta sulla terra del giorno dove l’uomo ha deciso di vivere. Pantofole rintoccano verso un senso dell’abitudine mentre seguono i rumori del mattino, odori noti per ritrovarsi nel senso di se senza ombra di dubbio, la paura di risvegliarsi in qualcos’altro è un tremito fugace ma reale. Quindi nelle abitudini si svelano le conferme e tutto si rimette a posto, quasi un sorriso per un attimo mentre altri eseguono le stesse operazioni in confini diversi ma in fondo uguali. Al confine estremo si iniettano sogni nei corpi stremati dal logorio dei pensieri che circolano nel senso inverso della pace, ed è così che nella vecchiaia si mette in atto la guerra dove i giovani in maggioranza muoiono. C’è sempre una guerra o carneficina con distruzione di cose ed animali, non si fa caso al contadino che piange per le sue mucche colpite da un mortaio, è insignificante per lo spettatore che lo guarda da una siderale distanza, commentando come se fosse uno degli spettacoli possibili. Dentro a queste viscere della cultura europea strappate da cani inferociti si possono trovare le parole nascoste per comprendersi, parole significanti ancora non dette che possono smuovere la sensazione di pietà per avere percorso il sentiero della barbarie. Un amico lontano non guarda dietro di se mentre il fuoco brucia la sua casa, tira innanzi come un mulo verso un altrove e forse ricordando il mio posto mi corre incontro aspettandosi un sorriso. La logica di un incontro tra persone fatte di carne in cui il suono ed il borbottio e l’odore rendono reali gli istanti, in questo adesso non più scomponibile avviene la relazione che si sgancia dalle maglie del tempo e risuona la musica dei classici mentre intorno il mondo dorme.Questo fine mese ribolle come un braciere riportando la temperatura nel confine delle cose sfumate e per certi versi abbaglianti, i vortici dei colori si confondono nelle strade dove le auto si allontanano sempre da un punto, mentre un grumo del codice del pensiero rimane fermo sorpreso dall’avanzare del caldo. Sono tanti i segni che dipingono il senso cosmologico di maggio incarnando le antiche leggende, in cui fine e inizio combaciano nella storia del lignaggio padrone del fuoco fatuo del potere dei mortali. È verso il tramontare che il raccontare viene raccontato ad i novizi e l’inizio è sempre una descrizione della natura ispessita e grovigliata nel crescere caotico nella libertà di essere ciò che gli pare. Poi appare l’eroe senza nome che svelando il segreto getta nelle orde dei regolatori del tempo la natura spezzando il caos, ma ad ogni buona fine anche l’eroe si toglie dai coglioni, e resta il lignaggio ad ancorare le navi nei porti. Mentre si fa notte si ricompone il cerchio e stringendo un po’ i ranghi si aspetta l’alba cullandosi nei sogni che senza confini attraversano ognuno con tutto il resto annesso.
Mi ritrovo a ruminare
Mi ritrovo a ruminare in una linea discendente lasciando alle spalle propositi di gloria, è un sole opaco che mi sta d’innanzi perso nel cielo o nel chiarore indistinto che confonde i contorni. È un giorno come un altro nella platea del tempo mentre altri si destano in percorsi divergenti come lo scartare di lato di un gatto in apparenza senza un significato, mi accuccio nella tana mentre la buriana stride nelle vie e piazze della cittadina persa nella campagna. Con l’età la corsa sembra un lontano ricordo, per cui stare fermo non è l’ipotesi più nefasta, permanendo nella lentezza altri sensi si emancipano lanciando scorribande in luoghi inesplorati e riportando sensazioni che a volte fanno sanguinare le ferite antiche. Mi ricordo di te che te ne stavi in disparte paurosa mentre i tuoi occhi veramente enormi scrutavano dalla penombra un me bambino forse ancora in braghe corte, in quel luogo e enorme fatto da soffitti alti e odore di disinfettante, un fermo immagine lungo una vita in cui la direzione del vento ha imposto delle scelte e ora nella cuccia anziana ritrovo il vecchio sapore passato.
Ritornando a casa
Ritornando a casa le serate di maggio sono ancora chiare con sfumature di rosa ed il mio tragitto sempre uguale cambia di volta in volta nel colore delle sensazioni, un tornare che ha il significato di andare verso una radura sicura in cui racchiudere il senso delle cose udite. Piccoli passi rintoccano da dietro nel presagio di un incontro o una conversazione per sancire la presenza in uno scorrere che non lascia segni o individualità, io che girando di lato sposto il mondo nella forma del verso che miro per farne una mia particolare versione che nell’attimo che appare svanisce nella mia incredulità. Sparando cazzate a volte mi ritrovo a riflettere su qualcosa che sta fermo e resiste alle intemperie, una idea che si fa cosa per emergere dalla radura ed entrare nel cono di luce dell’essere, ma una volta che la cosa diventa cosa mi da fastidio perché occupa spazio e vorrei che non fosse mai emersa. Tirandomi matto continuo il percorso se mai ce ne fosse uno per dissolvere le cose, ricacciarle nell’inapparenza fuori dal cono e forse fuori dai coglioni. Seguendo la linea del non senso provo a trovare lo spazio libero, quella libertà di scelta che sembra del tutto assente nel pensiero d’Occidente, più l’idea di libertà è sbandierata più diventa il luogo della tirannide.
Scorciatoie
Le scorciatoie si sprecano nella diffusione delle informazioni gridate a gran voce come verità sputate, dentro ad un turbine di potere per il potere, o di avidità per il possesso. Non si trova nessun lumicino acceso nella casa delle favole dove la verità si è rifugiata travestita da vecchio mendicante con coperte di cartone ed alito da vino un po’ scadente, da quelle parti anche i circensi si sono persi da quando il mondo ne ha snobbato la semplicità per rimpiazzare al loro posto il furore spettacolare della tecnica. Nelle piazze false ricorrenze festeggiano una storia rimaneggiata ad uso del presente, piccoli soldati di pezza mostrano grossi cannoni di metallo forgiati con il sangue dei pacifisti unici indefessi lavoratori che sentono con il cuore il pianto dei propri figli. Appare nello sfondo il vero fattuale per quel singolo sguardo ma basta una lieve torsione e lo sfocare delle verità è ineluttabile come a fine cena i visi presentano la noia della pienezza. Di certo passeggiare tra i fogli bianchi è un esercizio di spaesamento che se non tenuto a bada porta con se una scrittura febbrile, un buttare lì forme che si compongono come pensieri nella casualità del tempo.
Cane impavido
Nei campi si muovono colori, strappati dagli oggetti nella furia della pioggia, e si infrangono come miele nella fantasia dell’ osservatore, ben coperto e al caldo. È una dolce sensazione entrare nel contrastato vociare della natura che si scuote per risvegliarsi nella stagione inquieta; un po’ fredda ed un po’ calda. Sento dire dal margine del campo che il vento ha trovato la forza di protestare per la continua determinazione dei contadini di delimitare le colture, mi vien da rispondere che forse da sempre ogni cosa se delimitata cerca una via d’uscita dalla costrizione, non è maleducazione ma forse è la natura che nasce tutta insieme senza nomi né cognomi. Un bulldog francese rincorre le foglie a raso tra fila d’erba abbastanza allineate da formare una coltre d’assenzio in cui perdere la testa, e a tratti orecchie nere spuntano in vari posti diversi orientando la percezione in svariate dimensioni. All’orizzonte sbiancando si intravede l’inizio della sabbia che contiene il mare e il suono della burrasca si confonde con il frusciante insorgere degli alberi oscillanti nella pioggia, una strana passeggiata in compagnia del cane che sbuffa per la disapprovazione verso l’acqua ma impavido continua la sua corsa ed io la mia.
Come sempre
Come sempre i compiti eseguiti con scrupolo sono abbandonati nel loro equilibrio, mentre il fuori posto risalta come una striscia di luce colorata sulla strada del controllo. Se non ci fossero discrepanze saremmo cechi ed il mondo continuerebbe a farsi beffe di noi, ed in parte è così, ci accontentiamo di vivere all’interno di un solco o racconto già narrato svariate volte. Una maglietta messa al contrario imbarazza nel cerchio delle cose che devono stare in un certo modo, mentre al di fuori può infuriare una bufera di sinonimi e contrari con armi di grosso carico che sfondano fronti e confini, è l’assurdità in cui stiamo per non scomparire nell’insignificanza dell’assenza dell’identità, come cozze aggrappate al significare delle nostre consuetudini che ci riportano continuamente a testimoniare noi stessi. Nelle classi scolastiche pollaio si addestrano futuri già passati che come unica possibilità creativa perseguono la devianza come scrupolo nella manifestazione di se, piccole cose che non mutano lo scorrere del fiume verso quel tracciato fatto di desolazione inquieta e codarda. In compagnia del cane resto nelle ore di solitudine a fissare il mondo oltre la cortina del reale ed a scorgere nella radura velata le sensazioni liberate dai corpi danzare sullo sfondo del destino.
Non si sa mai
Una nuova via si apre nel mentre dietro le case il sole cade lasciandosi avvolgere dalla stanchezza, il vociare della continua protesta è estenuante per il giorno che cerca di nascere nel silenzio dell’alba. Il profumo della colazione riporta l’attenzione sull’immediato, sul calore di chi sta veramente vicino nell’intimità del sentimento, anche senza parlare i vuoti sono riempiti con gesti e consuetudini mirando alla quiete. Si può girare per il quartiere restando silente tra le mille faccende che si susseguono come fili tirati da un’unica regia, nel mentre in compagnia del proprio cane si annusa ciò che resta della traccia del verde cittadino che difficilmente sembra vero, ma mostra in se un qualcosa di artificiale. D’istinto ci si ritrae sempre un po’ sospettosi, ormai l’abitudine ci ha resi accorti alla fregatura nell’essere derubati, la fatica di decodificare i segnali del volto perché non si sa mai.
Con Dio
Rimestare le immagini dei ricordi è come creare nuove conformazioni in cui le sensazioni predominanti sono collocate nell’attualità, è un gioco di invenzione in cui le immagini si deformano secondo il sentimento. Tornando verso casa ripenso alle cose lette e le parole si agitano nella confusione non trovando una collocazione, mi sembra di sentire il contorno concreto di una proposizione come un blocco che occupa spazio fisico e mi sfugge la differenza tra ciò che è e la sua descrizione. Mi confondo spesso in questi giorni in cui la temporalità mi sembra effimera come lo spazio che la contiene, naufrago dal mio stesso tempo per inoltrarmi nell’impersonale senza che muoia per essere altro. Saluto le poche ombre che ancora abitano il palazzo, prima di richiudere la porta dietro al cortile verso l’uscita e ancora la strada viene incontro con i suoni del risveglio, emersione quotidiana nelle incombenze frutto della consuetudine nella quale ci si sta come in un abitacolo forzato. Le discussioni echeggiano depositando polvere sul sofà per chi passando il dito nel tempo rende testimonianza dei fatti, sono illusioni le perenni questioni che sembrano sempre sul punto di essere risolte, concubine del trascorrere dei giorni finalizzati ad uno scopo. Pressante il bisogno di un valore da dare alle cose per sentirsene parte come se il semplice stare nel destino non bastasse mai, infuria sempre nel mortale quella smania di protagonismo come se realmente avesse una voce interlocutoria con Dio.
1929
Nella notte si fondono le luci artificiali in arabeschi sfumati dai sogni appisolati oltre la linea delle case, si cammina dondolando per attenuare i rumori nell’oscurità infilando le vie come viaggi astrali. Ci si aggira annusando la solitudine della notte mentre i pensieri rinascono nella forma della libertà. Si può incontrare qualche altra anima solitaria scambiando un cenno, un accordo in cui ci si riconosce la complicità, in questa aria si può tornare nella strada del 1929 in cui la foschia del carbone è a pieno servizio della macchina militare per cui i discorsi sono limitati dalle purghe punitive dei regimi. Il clima nel passeggiare è clandestino dentro gli antri in ombra dalle luci del giorno, sono da solo in questa notte, fuggiasco dal clima tetro degli oppressi o dall’oppressione della gravità che solca la crosta terrestre come un maglio.