Giugno rovente

Un giugno rovente senza acqua si sta lasciando alle spalle una stagnante oppressione in cui gli uomini e donne ritornano in una guerra aperta, i conflitti nella povertà delle risorse toccano tutti i temi delle disuguaglianze per portali all’estrema oscillazione della violenza agita. Per molti è facile stare nell’estremo per via della semplicità del linguaggio che lo esprime, infatti come tifoserie sportive la scelta non è mai più di due, in questa narrazione bicolore si posizionano le persone inaridendo di fatto tutte le possibili sfumature che sono il succo del sapere. Lo sfasamento della percezione include un pacchetto di insicurezze fin dal mattino quando i contorni che appaiono sembrano sconosciuti, ma oggi il traffico del lunedì impone la realtà della fretta e del darsi da fare anche se in verità non vorrei. Non vorrei nemmeno ascoltare il notiziario della rete che impone significati e direzioni sempre nell’ombra funesta come un sedativo alla ribellione e alla creatività, mano a mano che crescono le parole scritte il mio corpo sta disimparando il gesto del parlare. Già dal mattino il sole tara le cose con lineamenti netti abbaglianti, come un pittore con mano ferma scolpisce nitide pennellate e nel sottosuolo i concetti si ritirano in profondità, per bisogno dell’oscurità e della fredda presenza della roccia antica in cui è deposta la saggezza dell’immobilità. Le richieste del giorno si fanno sentire, cose da fare, da ascoltare, da rispondere in un giro di richiami che alla fine si depositano senza più valore sul selciato strambo del mio percorso quotidiano. Porte che sbattono, il suono metallico del cancello si insinua tra la finestra aperta ed il timpano logorato dalle continue baraonde del vociare e niente sembra al proprio posto come una innumerevole fila di quadri storti. Vorrei tornare un attimo nel dietro le quinte quando ancora l’inizio non è accaduto e respirare con calma da solo nella fessura tra un tempo passato e quel tempo non ancora avvenuto. Si spezza un ramo mentre il cielo si rabbuia ed il presagio vola oltre la corte indietro nel tempo quando gli spazi aperti erano in abbondanza ed con quattro passi te ne stavi già solo in campagna. Un salto tra vecchie foto della città che si sgrana nella coscienza come un lamento abbandonato in questa unica direzione in cui crediamo di andare, è un modo di vedere le cose che possono tornare o scartare di lato, espandendosi in mille direzioni possibili in quel strano concetto che è la memoria. Mi dico che:”La poesia è un atto complessivo in cui franando si abbatte come un maglio sulla certezza di un contenitore e dissolve nella magia la paura dell’esserci, in una costante musica che avvolge restituendo una appartenenza dissolta in tutto quello che sta intorno”. Potrei rispondere che:”i sentimenti squagliandosi nel caldo strano di giugno rimboccano le maniche ad i concetti e si lasciano lanciare nella vibrazione del ventaglio colorato preso alla fiera di primavera quando ancora non serviva a niente, ma ora fa una bella figura mentre scaraventa oltre il limite la parola in un gioco a pin pong”. Provo la parte per la recita, infatti quando si è vecchi, si torna alle cose basiche come giocare al teatro. “io inizio da solo prima che un domani qualche educatore mi imponga di farlo”.

Sapere educativo

Quando si deteriora la politica il sapere educativo segue la stessa parabola e di questi tempi la pedagogia non gode di buona salute, fagocitata nelle spire dell’istruzione e dell’addestramento. Il pensiero o il saper pensare conta poco rispetto alla massa degli ubbidienti che rispondono ad i comandi delle cose che ora padroneggiano il mondo, la cosità che trasforma la relazione in una transazione ed un affetto in una merce di scambio. Per alcuni niente di nuovo era stata prevista dai filosofi questa china discendente dell’ umano: da dei a mortali ed infine a cose, in questa Terra desolata la livella ha desertificato il pensiero rendendolo una funzione per cui prigioniero di se stesso, non più in grado di andare oltre le colonne di Ercole e creare ogni volta nuovi mondi. Questo è il momento propizio per riportare il pensiero in cima alle priorità dell’educare politico, infatti è nella crisi che si sprigiona la forza creativa come propulsore di idee, battere le strade della memoria per riportare in luce le virtù e vizi già presenti nei fotogrammi trascorsi e elaborali per l’uomo e donna di oggi. Nel bagno dell’informazione è difficile capire se ci si trova con la testa sotto o con la testa fuori mentre si naviga tra i concetti e le allusioni a scenari futuri, un po’ storditi si rimane nella corrente perché andarci contro è estenuante. Una pausa per una bibita ghiacciata al parco del quartiere e ci trovi un festa delle associazioni che mostrano il loro volersi bene ed il darsi da fare per gli altri, ma è proprio così? Guardando bene i vestiti poco appigliati al colpo d’occhio d’insieme sembra una divisa e gli sguardi non sembrano condividere con passione fino in fondo la sfortuna altrui, quella di essere semplicemente nati da qualche altra parte. Sento la paranoia che sale ed è meglio andare verso quelle ombre oscure che governano le sensazioni, rabbia, vendetta, umiliazione, e lasciare sullo sfondo il rumore molesto di chi pensando solo a se non si accorge delle povertà calpestate, a questi confido nelle parole della poetessa: Eternità e morte insieme mi minacciano, nessuna delle due conosco, nessuna delle due conoscerò.(Patrizia Cavalli). Dico a tutti che entrambe accarezzeranno buoni e cattivi sulla via che porta alla smemoratezza delle molte volte che abbiamo rivissuto e delle molte volte che abbiamo ignorato ciò che non può essere ignorato. Anche nelle beghe da condominio dove emeriti sconosciuti che vivono a fianco da anni si prefigurano venti di vendetta per assurdità di poco conto, anche per loro la carezza del nulla può arrivare improvvisa e lasciare il segno nella propria insignificanza. Il voler contare di più, il voler essere più di un altro, questo volere che come un mantra corrode ogni tipo di cooperazione e alla fine resta sempre la caducità che si porta via la memoria ed gli ultimi passi si fanno nel completo limbo della non curanza.

L’assemblea

È strano come si reagisce all’interno di una palla la ‘Terra” lanciata a folle velocità nello spazio mentre al suo interno sta per scoppiare un incendio che arderà la carne come salsicciotti allo spiedo. Si fanno assemblee o riunioni su ogni cosa girando in tondo alle parole fino a spolparle di ogni possibile senso, mettendoci il più sentimento possibile nell’accorato tentativo di acclarare la tesi sposata con l’identità assunta in anni di convenevoli. La paura dell’ annientamento ci rende ciechi quindi è forse meglio attivarsi per litigare sul niente o il meno peggio in modo da non scostarsi dalla proprie consuetudini, noi del vecchio continente pigri per le grandi gesta in maggioranza ormai non siamo altro che spettatori di eventi, senza realmente realizzarne uno, anzi snobbiamo chi ogni tanto fa capolino dalle masse e riporta nelle strade la storia reale. Sono vecchio e mi tocca lavorare con i giovani che come bozzoli tenuti troppo al chiuso faticano a trovare una forma, il dolore diventa rabbia e spesso la medicina è l’oppio che da sempre si presta al rimedio. Torno alla mia assemblea che mi riguarda ancora per qualche tempo, ma non riesco a trovare delle parole che possano spiegare che forse è meglio tacere, la fatica del lavorare ormai è un peso ed i valori su cui ho sudato sbiaditi dalla cortina delle generazioni, scivolare con una tavola da surf sopra lo scibile umano come a conoscerlo è la prassi, ed ha sostituito le profondità un po’ più lente. Il mio disorientamento è il non stare dietro a questo modo dialogante e sempre più mi perdo in un autismo cronico. Poter dire ancora la mia senza che mi venga fatta offesa, perché la mia non è una verità ma una tavolozza da pittore in cui i colori sono mischiati e rimischiati senza tregua, e se da una parte c’è l’ordine degli apparati che vanno preservati perché da questi dipende il tenore della vita delle famiglie, dall’altra le persone possono essere esseri meravigliosi se abbandonano la velleità del possesso ma d’altronde è in questo che il mortale si distingue dagli esseri eterni. Sempre tornando alla mia assemblea annuale ed al modo in cui da anni reagisco facendomi prendere da un magone silente che poi per alcuni giorni mi porto dietro come un malessere generalizzato, penso che alla fine il patrimonio più prezioso sono i lavoratori e l’unica programmazione possibile è averne cura in senso Heideggeriano cioè nella presenza nella radura in cui si è gettati ritrovandosi in cooperazione per sostenere l’ignoto che mano a mano si mostra nella luce. Avere cura significa cedere verso l’altro per poi cedere reciprocamente gli attaccamenti superflui delle molteplici visioni del mondo. Nell’apparato non servono confabulazioni settoriali ma opportunità di ridurre le organizzazioni verticali in favore dell’orizzontalità della linea informativa che si traduce in formazione continua sul campo. La politica ha bisogno di essere intesa nel senso ampio della regolazione delle relazioni e delle strutturazioni architettoniche funzionali al miglior benessere delle persone, non può essere solo un discorso di una delle tante ideologizzazioni sul mercato della piazza partitica che poi al lato pratico per le cooperazioni diventano ostacolo divisivo tra colleghi. Il servizio è un atto professionalizzante in cui il sapere pedagogico deve essere speso nella migliore condizione possibile per cui la politica è trovare le condizioni per attuare queste migliori condizioni possibili con le conoscenze ad oggi presenti.

Comunità educative

Don Milani ha aperto un modo di accogliere le persone con delle finalità comuni, in cui la conoscenza è il presupposto per la padronanza nella socialità, per poi poter scegliere che uomo o donna essere. I percorsi di cura per il cambiamento non hanno di molto mutato la prospettiva, nelle comunità ancora si accoglie e la chiave per modificare il comportamento è la conoscenza. Mi ricordo l’esperienza nella comunità situata in montagna all’interno di un santuario dove la voglia di sperimentare ha coinvolto tutti gli ospiti verso una ridefinizione del proprio senso nella realtà. Una organizzazione quasi monastica laica della quotidianità scandita dai tempi della terra, in un luogo ancora possibile in cui seguire i ritmi del raccolto e degli animali. Nella mia esperienza passata con meno tecnica e più natura ho ottenuto risultati, oggi con più tecnica e meno natura ho ottenuto risultati più scarsi, questo in parte credo sia dovuto alla semplificazione organicistica dell’approccio rientrato sotto l’egida medica. Cambiare le abitudini non è una impresa facile si comincia a capirlo solo per necessità e non sempre è scontata la modifica di una routine, solo i bambini hanno la capacità di adattamenti plastici e veloci ma è una condizione particolare in cui la realtà è plasmata dalla fantasia e dal gioco. Per gli adulti già le trame del gioco si sono perse nella razionalizzazione e la fantasia è appaltata a strumenti esterni come tv o tabloid o altro come videogame. Per cambiare serve come indica Vygotskij una possibilità conoscitiva che è uno spazio di sviluppo prossimo, cosa che nelle persone con dipendenza è assente, in quanto il loro comportamento si svolge in forma di rigide consuetudini routinarie in cui il risultato è sempre la conferma della propria disfunzionalità che è sinonimo di identità. Per cui il percorso di cambiamento è l’apertura in un luogo protetto; la comunità; che è lo spazio prossimo culturale sia esterno che interno alla persona in cui poter esperire nuove modalità di risposta all’ambiente ed al proprio sentire emozionale. Serve una forma di regressione ad uno stadio in cui si riattivano le forme della curiosità e della giocosità per ritornare a “fare finta che…” in modo che la plasticità neurale possa rimodulare percorsi che assumano nuovi significati. La vita comunitaria è una mescolanza di realtà e finzione in cui le situazioni sono estremizzate al punto da giocare con le oscillazioni estreme del mondo delle sensazioni, d’altro canto non c’è altro modo per scardinare consuetudini cronicizzate in sistemi di risposta disfunzionale. L’opera educativa degli operatori è il riuscire a mantenersi all’interno del gruppo che oscilla in modo burrascoso sulle sensazioni conservando la barra sugli obiettivi di reimpostazione funzionale dei comportamenti. La visione del mondo di un consumatore di sostanze con il tempo diventa ristretta al riconoscimento dell’habitat dei consumatori arrivando a concepire una summa in cui tutte le situazioni che incontra nella quotidianità vengono razionalizzate nei significati del consumo, tipo:”tutti si fanno…”. Esternalizzando il senso della propria identità in una categoria di appartenenza si arriva a disarmare le proprie capacità di adattamento per cui si costituisce quella prigione di senso che è lo stigma, a questo punto solo riportando in capo all’individuo la consapevolezza di se e con essa la capacità decisionale può iniziare il percorso di cambiamento. Non esiste possibilità di misurare le mutazioni e se queste mutazioni sono dei miglioramenti, senza entrare nel merito del giudizio o della politica: politica nel senso della cultura prevalente nel tempo in cui le cose accadono, per cui i tentativi tassonomici nel fare rientrare il fenomeno del cambiamento in causa ed effetto al momento è fallimentare. Per cui ci si avvale della narrazione e con essa della evocazione in storie ascoltate e raccontate per entrare nel merito della trama particolare di ciascuno in modo da poter evolvere in altre consuetudini riferite come migliorative. La complessità delle variabili nella relazione umana sia verso l’interno che verso l’esterno rendono il lavoro in comunità privo di quelle sicurezze procedurali che il sistema organicistico ha costituito nel sistema sanitario, per cui la creatività nell’adattamento al mutarsi continuo delle situazioni rende l’operatore esperto del cambiamento nello spazio prossimale tra un passato e il futuro possibile. Prendendo spunto dal concetto di Vito Mancuso “non c’è senso senza consenso” in quanto il senso della vita scaturito dal mio consentire ad essa ed alla possibilità nella libertà di scegliere il significato dell’ agire nel mondo. Integro questa suggestione all’interno della pedagogia in comunità in cui il fondamento nell’ agire sinergico per il cambiamento passa inesorabilmente attraverso il consenso dell’altro ed al significato che nel percorso riabilitativo si struttura nella relazione. Quindi al principio del percorso la domanda è se c’è la capacità di agire la libertà di consentire ad accedere ad un senso rinnovato nelle cose della vita, e se poi c’è la responsabilità dell’ agire in sinergia per il cambiamento con gli operatori. Oppure la comunità può essere solo un luogo di pausa per mantenere intatto il proprio assetto tossicomanico prima di riprendere il percorso nel solco della scelta di permanenza nella consuetudine del consumo.

Buio fitto

Buio fitto dal sapore meccanico mentre si spengono le candele della ragione, oltre ad i rumori dal sottotetto che attivano misteriose immagini, il suono insistente dal di dentro spezza la ragionevolezza del giorno appena andato. Le fonti delle storie non sempre sono floride, anzi in alcuni casi le parole vanno scavate dal sottosuolo e grondano catrame confondendosi con le sensazioni che si dileguano dal corpo inerte. Ho aggiunto un gesto per riconoscermi nell’oscurità e ritrovare la strada di casa, sono solito respirare pensandoci e questo mi riporta nel vivere mentre attorno le cose sconosciute vorticano senza lasciarsi toccare. Questo spaesamento di un luogo che è sempre un altrove riempie la stanza del risveglio di ombre, si sentono i cani che si chiamano attraverso le persiane accostate ed è quasi musica il riecheggiare dei latrati, tutte le mattine si ripete il rito mettendo i vari pezzi nei luoghi appositi per formare il piano della realtà. La curiosità fa girare la ruota dei muscoli che stendendosi taglia l’aria e si fa spazio occupando la posizione nella presenza di un nuovo inizio, un aroma di miele e caffè si fa strada mentre l’immaginazione continua a restare nella coda delle ultime immagini sognate. Citando Galimberti Umberto:” Nell’età della tecnica, la cui razionalità prevede il raggiungimento del massimo degli scopi con l’impegno minimo dei mezzi, la responsabilità non riguarda più il contenuto dell’azione, ma la modalità della sua corretta esecuzione in termini di efficienza e produttività che sono gli unici valori riconosciuti dalla tecnica”. Per cui oggi quando indichiamo quale responsabilità assumere nella realtà cosa stiamo chiedendo alle nuove generazioni:”essere esecutori come cose tra le cose o ripercorrere le tappe dell’essere escludendo le cose che sono il motivo della realtà della tecnica”. Sganciarsi dalla mortalità può indicare la via verso il superamento della volontà di potenza, essere in eterno non ha bisogno di imporsi ma basta stare nelle infinite colorazioni del mondo. Rincorro i pensieri cercando di sovrastare il corpo che si contorce sempre più spesso nelle pose del dolore o caducità, il rimorso di non essere più scattante nella vicinanza come padre e marito ma distante nella nebbia che avvolge il tramonto con le sagome che all’orizzonte si spengono come le lucciole all’alba. La responsabilità mi veste come un cappotto troppo pesante per la stagione, e nonostante questo il freddo permane dal di dentro ormai padrone delle ossa, la responsabilità che ormai ha abbandonato il mondo per lasciare che inizi lo scannamento per le risorse prime ormai scarse per tutti, la responsabilità che ha portato i pochi nel decidere per tutti in un disastro mille volte annunciato e ora presente. Oggi siamo presenti come nella finzione di una realtà reale in cui gli indici della conoscenza sono le creste emergenti dell’informazione, orchi e lupi mannari o vampiri possono girare tranquilli se non attenzionati da questo fiume in piena che è la parola gridata. Salto un pezzo della lezione per rischiare di finire nella risacca degli ignorati in cui tutte le Galee corrose dal tempo giacciono abbandonate testimoniando il nulla della assenza, ora che solo mi arrangio a vedere dove la potenza degli umori gira la ruota della potenza. C’è ancora Dio che diviso in bene o male si gioca la partita sul terreno della mortalità, dove le passioni contano qualcosa e permettono il gareggiare. Sono solo frasi brevi in cui ricucire un senso di qualsiasi storia per il gusto di raccontare piccole chiazze su un muro in abbandono, in quelle periferie dove abbondano fabbriche abbandonate.

Ascoltando il divenire

Ascolto le storie altrui mentre la mia continua a scorrere nel divenire, e…a tratti mi chiedo: se la narrazione coincida con la vita del momento presente, ma, forse… d’altronde ascoltare è il mio mestiere non posso fare altro, incastrato nell’ identità mi dibatto come una tartaruga girata sul carapace. Aspetto la sera mentre i racconti di molti continuano a sedimentare nel solo brusio che conosco per nascita. Ti ritrovo accanto mentre già perso avrei lascito la Terra ad altri, ma come sempre mi riporti a casa tra le cose che venendo incontro ci sorridono e piangono dentro ad i nostri corpi inseparabili. Una unione che permane nella traiettoria data all’inizio in modo che le promesse abbiano ancora valore in una cornice nichilistica dove il nulla viene entificato per dare ragione alla potenza distruttiva che trasforma le cose per volontà del poter farlo. Cammino con chi ascolto nelle terre desolate nell’evocazione dalla memoria, sistemando qua e là dei fiori per fare germogliare il colore dalla tela ancora arida, un lavoro contadino che per chi studia la pedagogia gli si addice come le toppe alle ginocchia nel lavoro ricurvo verso la Terra. Oggi lo sbraitare dell’ ignoranza si insinua tra le mura e rimane incollata all’aria che si respira, è un mestiere che non lascia possibilità, si è prigionieri delle parole che usate a sproposito riempiono la memoria inducendo un piano della realtà che si inclina al rovescio rispetto alla luce del giorno. Al solito fermo in postazione evito gli scossoni contando le minuzie che nessuno può vedere, piccoli indizi che si sgranano nella penombra nel ciclo dell’andare e venire della luna. Può essere paragonato al lavoro di investigazione con lente riprese del quadro probatorio e repentini inabissamenti nella palude delle cose smarrite, per poi ritrovarsi con soluzioni a portata di mano. Ricercare scavando nel fondo delle supposizioni per svelare un poco alla volta l’intenzione che mai per prima spunta nelle forme della descrizione dei corpi, la natura di una diagnosi emerge poco alla volta mischiandosi con la narrazione e fantasia degli attori in scena. Sarabanda nel rimbalzo dei suoni antichi e dal legno dei vecchi strumenti si sparge l’aroma dei sogni quando nella foschia della sera si balla e canta mostrandosi per quel che si è senza la pesantezza dell’ente. Nel dubbio rimangono solo le farfalle che per il giorno dopo non ci saranno più nell’ effimero mondo della vista, ma per chi scruta l’eterno si ritroverà con il battito d’ali sulle ciglia del baratro.

Si ritorna per sentieri

Si ritorna per sentieri conosciuti dalla montagna quando cala dall’altra parte del mondo il sole, ascolto le notizie che lanciate all’aria sedimentano nei comportamenti e mi faccio una idea di quel che succede. Ruota tutto intorno alla mortalità ed al senso del nulla, che in questo tempo ha acquisito un potere enorme su un intero pianeta o quel che vediamo di Essa. Cammino nello sterrato colmo del rumore di questo o quel fatto che appena successo dilegua in altri più contingenti che appaiono alla fine uguali, incrociando altri con un saluto ed ognuno per il proprio declivio verso la meta o il ritorno. Una festa ferma per un attimo il suono continuo del lavorare e con calma si può tirare il fiato, la città in questo momento preferisce il rumore del camminare e essere guardata nei luoghi dove ci si può fermare a chiacchierare o guardare altri che fanno le stesse cose. Indisturbati i piccioni sembrano più pigri e diventano restii a spostarsi mentre fissano il punto bilaterale davanti a loro, sono una presenza costante nelle uscite o semplicemente quando ci si ferma con qualcosa da mangiare in mano, non è ben chiaro di chi sia il territorio mentre ci si scansa perdendo la proprietà. Ci sono persone che rimangono nella mente per il loro carattere peculiare, spingono a ricordare quando è importante cambiare passo al presente, si ricordano le battute ed i sorrisi evocando i momenti in cui per un attimo ci si è sentiti bene. Un amico che ora non c’è più perché andato oltre quel confine in cui il corpo non può superare, ho condiviso il sentire le sensazioni in quel modo particolare che rende gli umani vicini nel guardare le cose e esporle all’essere. Tornando verso casa mi riporto il senso di appartenenza ad una generazione che sulla via si sta per spegnere, anni divisi da un cambio secolo che nel pronunciarlo sembra una vertigine, un malessere che prende dalle vie respiratorie e schiaccia il diaframma in uno spasmo di ansia, come i pesci abbandonati nei cestini da pesca senz’acqua dai pescatori incuranti. Quindi tornare a casa è saltare da un secolo all’altro con la chiarezza che nulla è cambiato, il calore prodotto dalla confusione e dalla malvagità rimane intatto nel suo dispiegarsi e a tratti mostra lo sterminio a cui la mia generazione aveva solo letto e visto nei filmati d’epoca. Parlare è diventato un esercizio faticoso in quanto le parole si trasformano in gomma amara e pesante rotolando fuori dalla bocca non spiccando più il volo ma spiaccicandosi a terra, rivoltando lo stomaco per lo sforzo, e a volte cerco dì raccoglierle dal suolo, ma si spiaccicano tra le mani colando con pesantezza spinte dalla gravità, quindi mollo il colpo e taccio nelle passeggiate vere e finte che mi restano da fare nelle vie che ho scelto per chiudere il mio secolo. Un saluto, un sorriso sono rimasti intatti per cui nel tacito pellegrinare è possibile incontrarsi e per un attimo rispolverare l’affetto di cui l’umano è capace.

Si improvvisa

Si improvvisa scivolando sulla tastiera innescando una lotta con i tasti che non sempre sono docili all’intenzione, i suoni colpiscono gli oggetti rimbalzano come palline magiche e ritornano alle orecchie in forme capricciose, è a quel punto che l’animo smuove sensazioni e l’oscillazione dell’umore segue il battito del metronomo, una lenta eccitazione accende le dita in trilli ed acciaccature per poi scivolare in un mare denso fino alla riva oltre il mondo. In questa stanza si articola la maggior parte del pensiero e dalle pareti gli appunti pendono in ghirlande annodate con parole mischiate a silenzi rarefatti e mai assoluti, attingo la punta pastello nell’inchiostro delle vene in una delle tante piaghe aperte disegnando nell’aria il contorno degli occhi amati, per ripetere per sempre il gesto del vivere fino ad oltrepassare la notte mano nella mano con i corpi antichi e avvizziti dal vento. Intorno a questo letto si sta spegnendo anche questo maggio con l’instabilità di un ragazzino che non trova il gioco giusto, stizzito butta all’aria ciò che si trova davanti, piangendo per un nulla nell’inconsapevole ignoranza della caducità, è quasi fastidiosa questa esuberanza sfrontata in tempo sprecato in capricci e lamenti. Mi stanco facilmente dal rumore per cui mi trovo a chiudere il corpo alle sensazioni per navigare nel lago interno con fate e maghi ancora presenti in questo tempo dominato dalle macchine.

La cronaca

La cronaca spinge su corridoi collaudati in una sottolineatura della narrazione in cui il flusso sia il più possibile contingente, è come una sagra di paese la circolazione dell’informazione continentale, da una parte fa supporre la vastità del territorio e dall’altra lo spettegolare intimo della vicinanza. In sostanza il mondo è una area sconosciuta fino a quando non ti sorprende nell’evento inatteso, oltre il buio ci sono molti altri occhi che guardano il buio, l’inconscio è solo un modo per descrivere l’ignoranza. I corpi a zonzo nei centri commerciali cercano una intimità mediata e una dose d’attenzione che per un momento renda giustizia all’esistere, la mortalità racchiude la speranza in un sogno effimero, fugace, come un vento già passato. Anche questo maggio sta per chiudersi ed oggi è quasi freddo nello scuotimento del temporale che brontolando emerge dalle profondità per dire la sua ad un mondo che tira dritto senza altra possibilità che essere spettatore degli attimi che riesce a cogliere. I fatti sono piccoli fuscelli accostati e legati secondo un umore ed in questo modo si possono costruire racconti, come una camminata sulla spiaggia mentre in un altro verso una battaglia sconvolge una città, non c’è un tutto che lega il senso, ma è il disordine il collante dell’attenzione che in qualche modo ci tiene vigili alla realtà. Ritornare continuamente a se per dare un seguito alla memoria dei fatti che si svolgono intorno, le auto che sfrecciano, la moneta che cade, il richiamo di una madre, il semaforo che lampeggia; tutto si muove oltre il limite minimo verso un massimo del mio stesso camminare, mentre lo sforzo del mettere insieme si concretizza in pensieri in apparenza fluidi come lo scorrere di un nastro. Dentro al parrucchiere con la porta aperta escono le voci che rievocano gli avvenimenti del quartiere, alcuni luoghi topici sovrappongono significati ad i fatti, per instradarli nel flusso del raconto che la gente poi riconosce come appartenenza. La storia del mondo quotidiano che sopravvive sulle consuetudini di prossimità, un indizio che porta ad un altro, poi ad un altro, e via fino alla rassicurante situazione della familiarità. In lontananza altri quartieri costruiscono la quotidiana presenza in una espansione progressiva fino al limite in cui si ritorna nel punto da cui si è partiti, in questo mese la novità sono gli estremi della meteorologia oscillante tra inverno ed estate come un bipolare che rifiuta ogni terapia stabilizzante.

Una continua corsa

Una continua corsa per rimanere in equilibrio tra cielo e terra mentre intorno si sgretola l’immagine consuetudinaria fissata dai ricordi, ancora dopo tanto tempo è difficile capire come funziona questa modalità di essere se stessi e non altro. Mi alzo per chiudere le ante in legno per il sole che già si fa prepotente e si vuole prendere lo spazio in cui me ne sto acquattato, è un mese senza acqua che prefigura catastrofe mentre tutto continua senza riflettere che così non è più possibile continuare, adagio riscuoto un significato a questa luce che richiara il mio modo di vedere ziglinato le cose fisse della natura. Una città la mia che sonnecchia nelle imprecazioni e a volte fa la voce grossa con il pericolo lontano, ma quando soffre veramente lo fa privatamente in un quasi senso del pudore per le piaghe esposte, la tradizione che cerca di mantenersi nonostante il mischiarsi delle razze con in testa paesaggi estranei, un tentativo a volte puerile di mantenersi nell’ identità antica. La frenesia con cui viene percorsa nelle vie non lascia scampo al mutamento che inesorabile si stratifica nelle consuetudini e nel linguaggio che contorcendosi si adatta come un vestito del mercato in saldo. La città che chiude la sera con il ronzio degli ultimi venditori di fiori che stanno al semaforo come le collezioni di francobolli nell’album apposito, e per chi sa guardare dai marciapiedi spuntano i passi di chi non c’è più ma fatica a lasciare questo mondo per le altre possibilità. Si chiude il cinema all’aperto per aprire le danze della notte dentro ad i luoghi semi bui per privatizzare le moine che sono uguali per tutti ma nell’ombra tutto diventa unico.