Nelle ore passate a ruminare immagini e parole il passato si fa adesso presentandosi con il vestito della festa ed il cappello nuovo, la nostra rivoluzione è stata l’andare a prenderci le cose che non conoscevamo, come i libri e i vinili che solo in alcuni posti era possibile trovare. Nottate a parlare per sperimentare il gergo ed afferrare tra le pause il significato nuovo della narrativa che ci consegnava una fisionomia diversa dell’uomo, ed in quei tempi l’orizzonte era ancora sconfinato sollecitando la scoperta è l’intraprendenza. La notte era il tempo da vivere per strada senza problemi, anzi gli incontri notturni si portavano via la speranza che il giorno sarebbe stato migliore del precedente. Come tutte le mattine la coda sotto casa mi indica che nella testa della gente nulla è cambiato, nonostante l’annuncio della fine del mondo, da parte di quattro vecchi, che in una situazione di normalità starebbero in una RSA di lusso a giocare a golf. Senza la gente comune anche la non comune non ci sarebbe, rifiutarsi di stare dentro a questo gioco al massacro è possibile partendo dal cambiamento delle proprie abitudini, e chiedersi se tutto ciò che è in vendita sia anche necessario, anche per gli studenti studiare in autonomia e non a comando come se fosse un lavoro, la conoscenza risiede fuori dalle aule di scuola. Che la comunicazione sta cambiando il mondo è evidente, infatti le cose senza il linguaggio che le denota diventano insignificanti e abbandonate alla dimenticanza, i poteri che dalle monumentali ideologie hanno retto muri ora sono in difficoltà perché tutto il mondo nello stesso momento ne può vedere la nudità: la storia del re nudo è un emblema della modernità. Di re nudi nel mondo c’è ne sono molti; ma sono molti di più quelli alla fame e alla inedia, che si lasciano andare ad ogni pretesa, e si scolano il tempo che resta come i drogati la dose quotidiana. Anche oggi guardo passare il mio fiume e trovo la stessa acqua di ieri a fianco del marciapiede ingombro dai rifiuti rifiutati per onorare il ciclo del consumo, un saluto alla vecchia per ricordarmi la mia di anzianità e corro verso quel vuoto che è il giorno velato dalla nullità del nulla. Un segna via che come una pietra d’angolo pone il quesito di una razza invecchiata pensando a non dover tramontare, ma ora che lo scurire si affaccia, gli invecchiati si trasformano in cattivi presagi per le giovani generazioni, e per la loro libertà di essere uguali in ogni parte del pianeta. Un cambio di passo che probabilmente lascerà sul selciato rivolte e sogni infranti come un aratro che penetra nel terreno per scavare il frutto futuro, l’icona di una regina passata a murales in periferie colme di brama e voglia di staccare la spina all’ordine ed al maneggio dei pochi. I rintocchi del mio quotidiano nelle cento parole al giorno mi costringono in una meditazione su i termini che appaiono e si lasciano scrivere perdendo per sempre quell’essere mio delle cose, un dire che esce dalla singolarità, se mai c’è stata, per entrare nella moltitudine in cui tutte le essenze si toccano modificandosi. Come scolaretti nella via ci si ostina a portarsi appresso ognuno la propria divisa: turbanti, veli, fagotti senza volto, segni d’inchiostro, scarnificazioni e via via stretti all’orlo del precipizio spaventati ed inermi nel scoprirsi solo umani, ognuno uguale all’altro nella nudità quando l’arroganza è spogliata dall’ ipocrisia. I cambiamenti sono nella natura di questa terra e non credo che noi pesiamo qualcosa nella placida è mutevole esistenza di questo pianeta.
Archivi degli autori: Mattioni Marchetti Terrablu
Uomini e Donne
In assenza delle cose principali che compongono la visuale quotidiana il proscenio si sgretola lasciando in vista le ferite del tempo che non passano mai, in un eterno presente che rimane impallato nella cerchia del vissuto e rosica ogni fibra dei nervi esposti alle intemperie del gelo. Così accade al mattino con il risveglio mentre da fuori le auto sfrecciano anacronistiche come sono state un tempo le carrozze a cavallo, le forme della modernità in bozza stanno per maturare in una onda che o rinnoverà o cancellerà tutto, in modo da salvare lo sfibramento della quotidiana solitudine delle cositá come tale. Si sentono da lontano i cori dei popoli che intonando gli inni pop invadano piazze e strade nelle forme arabesche della modernità, uno strappo alla tela del mondo monocromatico votato alla violenza maschile, da sempre la poesia parlando con il sottosuolo emotivo è battistrada nell’ eruzione creativa collettiva. Mi sono visto per un attimo allo specchio e le varie età si sono sovrapposte ma distinte in un gioco cromatico che per un istante ha annullato la presa del tempo lasciandomi perso nell’eterna presenza, così al momento ho tagliato in strati concentrici la pelle ed appesa ad i fili del bucato ho aspettato che il sole venisse a ridarmi ciò che mi ha sottratto. Forse sono tempi difficili: ma quale generazione non ha detto la stessa cosa? Probabilmente è un bisogno avere un tempo difficile, così che si possa avere la possibilità di esprimere il meglio o il peggio di se, e tutto intorno il muoversi o il correre esprimono significati che poi non sono altro che le parole che ci diciamo, o che ascoltiamo nel canto popolare in modo che i nostri corpi possano danzare a scapito dell’immortalità in cui i regimi fasciano le membra ed inchiodano verità impossibili ad i muri del pianto. Intorno al cortile di casa si intravede l’erba che cresce ignara dei passanti e delle tante maledizioni che anticipano i passaggi, anche i cani annusano passando oltre verso altri atri o entrate custodite da cancelli e portoni. Si forma da dietro la lente la particolarità di quella fetta di mondo che racchiude in se già tutto quello che c’è da sapere, ma come la conoscenza arriva così sparisce ed in un attimo si brancola nell’oscurità ed il ciuffo d’erba viene strappato seminando la distruzione. Forse sono le donne che oggi ci possono salvare? Intorno alla barbarie di cui siamo fatti e riflettenti ognuno lo straniero che crede che sia l’altro, risuona per me l’ora di rimettermi nella giostra quotidiana portandomi appresso la pesantezza di questo autunno pieno di incognite e colori sul finire del giorno. Ritorno a casa sconfitto da un corpo che non ne vuole sapere di funzionare lasciandomi sperso in questa giornata che ha riportato la temperatura verso l’estivo ed io sotto il maglione non sento più nulla che mi collega alle cose. Provo con sforzo a ricordare gli anni in cui il pericolo era solo un sottofondo distante e mentre cammino nell’ora tutto mi spaventa e ritrovo nei lineamenti delle persone la possibile belva pronta ad emergere. Dicono che fuori da questo cerchio si muovono le forze stabilizzanti degli estremi in una forma danzata che incanta la totalità del cosmo e rende insignificante ogni presunzione umana; rispondo che da sempre quando il pericolo è grave ci si rivolge al demiurgo fuori dalla presenza del cerchio delle umane sorti, e: “se per una volta ci prendiamo la responsabilità sia delle soluzioni che dei disastri” in ogni caso mi trovo d’accordo con – Abdullah Öcalan che la libertà dei popoli non è libertà se non c’è parità tra donne e uomini.
I risorgenti
Quando un mese finisce si spegne una ennesima candela nella chiesa al limitare del fondo valle, un soffio percepibile per chi passando segna la croce sul petto in segno di fede. Una certa idea di Dio si dilegua nella fantasia di ognuno nelle forme più disparate nel segno inequivocabile che si sottrae ad ogni realtà, per cui il fanatismo religioso è decisamente una forma di gioco protratto nell’età adulta. I discorsi che dal centro di un certo mondo si spostano alla periferia fanno eco a semplificazioni da battuta di spirito in modo da alleggerire la paura che devasta l’occidente in questo presente in cui il motto è muoia Sansone con tutti i filistei, cioè un suicidio di massa per sopraggiunta fine della capacità di sognare. Schiere di santi si sono ritirati nelle torri d’avorio aspettando che il temporale passi e nella lentezza tornano le litanie che esprimono un racconto che diventerà la storia. Sento dire che la compagnia migliore è l’animale che si prostra ad i piedi ma forse la compagnia migliore è la vacuità la quale non ha bisogno di ammiccamenti per essere abbonita. Rispondono dall’altro capo del mondo che le compagnie sono la steppa o la tundra sconfinata in cui la parola del vento domina il suono della ragione, oppure ci si può accampare e restare silenti dentro all’unico abbraccio possibile con se stessi. Se la realtà si spezza, il discorso si interrompe e milioni di naufraghi resteranno senza zattera in balia dell’eterno sopraggiungere degli eterni senza capirne il senso, così che la pazzia possa insediarsi come migliore compagna nel per sempre volgere degli eventi. L’immagine che si staglia sullo sfondo è il vascello sbrindellato dalla sferza della volontà contraria che navigando controcorrente risale la china della ragione per porsi innanzi nella drammaturgia fantastica dello sturm und drang. È il porsi della violenza che con inflessibile potenza vuole che le cose siano altre da se, per la costruzione di un racconto di epoca medievale futurista in cui tutto funziona come una macchina ben oliata senza dissenso o storie divergenti. Mi dico che forse ho frainteso la musa nel significato del suo canto, mentre altri gridano che tutto si mette a posto come aggiustare un orologio che poi torna a ticchettare alla perfezione. Rispondo che non mi sento tranquillo, anzi l’ansia mi sta soffocando con immagini di bambini che non cresceranno più e di sterminati boschi di alberi incolori perché moribondi, ed ad attendermi un abbraccio soffocato della musa che ora è diventata morte. I risorgenti sono menti genuine che nella palude del devasto cominciano ad intonare mantra di guarigione e speranza, sono invisi alle popolazioni che non li riconosco come uguali perché una volta incamminati sul sentiero della notte osteggiano la luce del giorno, ma i risorgenti sono un’onda che plana tra la luce e non teme sconfitte perché la loro natura è essere ciò che sono. Si nascondono nelle discariche portuali mischiandosi ad i gabbiani nella sopravvivenza con i rifiuti o quello che gli stolti credono rifiuti, testimoniano l’essenzialità e la sobrietà che è già potenza rivoluzionaria, per cui il silenzio nel frastuono è l’alternativa per un sopraggiungere del discorso che chiude la stagione. I risorgenti in autunno si colorano del rosso opaco della rugiada mattutina e calzano il nero della terra umida segnata dagli idrocarburi impastati con legna spaccata dalla ruggine, il quale è un vestito per la festa del ricordo dei campi snobbati dal popolo, che non potrà ignorare a lungo la propria provenienza o lignaggio. Se dalla terra vieni dalla terra ci devi tornare, alla fine la mente non può ignorare i propri piedi che la sorreggono.
Fragore e morte
Si va sempre da qualche parte con l’aria un po’ persa per il fragore che le cose nel muoversi fanno, il silenzio è solo un modo di dire per indicare un momento più calmo o uno stato di sopra pensiero. Alcuni incontri restano più allungo nella memoria e sono portati nelle conversazioni per riempire vuoti tra una assenza e l’altra, è così che funziona il circolo delle conoscenze per ravvivare le parole che formano il tessuto della tela che copre il sole. Funziona così in ogni luogo dove le parole hanno attecchito nella terra e poi fiorito verso il cielo divenendo frutto maturo, preposizioni che si lasciano cogliere ed assaporare per poi essere tramandate per altri nel susseguirsi del tempo. Un cantastorie segna il vento nella sera di settembre quando ancora ci si attarda nel clima del riposo dal lavoro, piazze semivuote che indugiano nella festa per andare incontro all’autunno con un sorriso estivo. Lungo i litorali s’attardano i vecchi che scartati dalla buriana performante guardano oltre il limite della possibilità in mare aperto, occupando nel percorso le panchine le quali di solito sono scomode perché pensate da gente che non le usa. Anch’io faccio parte della fauna e mi da tristezza il pescatore improvvisato che lancia la lenza nell’acqua putrida come a simbolizzare dove si getta una vita quando sta per finire, sorrido alla possibilità di sparire nelle nuvole di fine settembre un po’ chiare e un po’ nere, in questa aria di morte che tira sul mondo guidato da vecchi maschi portatori di imbecillità. Nel freddo che avanza le lezioni degli uomini tendono a somigliare ad un affresco con pochi colori dentro a linee rette che rappresentano i non luoghi del passaggio, sembra che manca la curiosità di restare sul luogo per cogliere fino in fondo tutto ciò che è rappresentato nel raggio della presenza compreso il sotto e il sopra di essa. Affondo le mani nella terra e stranamente continuo a sprofondare fino a non sentire altro che il forte odore di legna essiccata, animali in decomposizione e muffa umida che palpita di movimenti microscopici. Stringo i pugni e il sottoterra mi accoglie con slancio con i lombrichi a far da cicerone nella narrazione delle vie di sotto e delle mitologie del posto, ascolto con le unghie diventate nere l’evocazione di come la trama delle radici si è evoluta nella sofisticata via di comunicazione dalle conformazioni vive della terra. Così mi pare di capire che il sapere è distribuito in parti uguali nella scuola del bosco sotto i nostri piedi, una democrazia diretta di cui le radici sono le traiettorie del dialogo incessante della natura; basterebbe solo copiare ed il nostro sistema scolastico muterebbe in un dispositivo per connessione di carne e ossa legati da sensazioni e sentimento. Che senso ha chiudere in edifici austeri i giovani tagliando le radici di coesione le quali perché invisibili all’occhio si nega la loro esistenza! La scuola non può essere rappresentata da un edificio, ma deve essere una dislocazione di luoghi e di opportunità aperte in cui liberamente si possa accedere e questo da subito nel processo di crescita. I giovani come i vecchi hanno la responsabilità di cercarsi i propri maestri come i maestri hanno la responsabilità di essere dei buoni educatori favorendo l’elaborazione al pensare e lasciare agli istruttori le parti nozionistiche della scienza e della tecnica. Per uscire dall’incubo della guerra bisogna uscire dall’incubo dell’ oggettivazione in cui il metodo scientifico ha relegato l’umano tra gli oggetti e riportare ad un valore di totalità del vivente in cui la connessione è la realtà e va tutelata.
Tipi bizzarri
Ci sono in giro tipi bizzarri che in qualche modo sollecitano la fantasia verso costruzioni ed ambientazioni scenografiche nell’ ambito del vissuto immaginario, il Viscido per esempio si aggira come un segugio a caccia delle storie degli altri come se la propria vitalità la estorcesse nella soddisfazione delle pene altrui. In fondo, cosa non difficile in quanto nel quartiere l’età media è quella obsoleta per cui ricca di voglia nel raccontare i dolori odierni e le glorie che furono. Quasi tutti girano con il cane al guinzaglio veicolo inconfessabile dell’attaccare bottone e compagno inseparabile nella rievocazione solitaria del proprio racconto nelle mura domestiche. Il Viscido ha il naso prominente che anche involontariamente fa apparire la schiena gobba, ed il corpo proteso verso l’esterno come un cane da tartufo, in tutto questo la fisionomica o scienza del pettegolezzo spinto porta la descrizione nelle vette malevole del pregiudizio. Anche la Iattona si aggira per il quartiere ed anche lei nel femminile corrisponde ad i canoni del pregiudizio, rotondetta e piccoletta ispira una aurea di sfiga permanente alla quale involontariamente si cerca di sfuggire, guai iniziare una giornata incontrando la Iattona è una catastrofe perché si rimane in apprensione per il resto delle ore aspettando il peggio. Poi ci sono gli urlatori, soggetti i quali non hanno un concetto di farsi i cazzi loro, infatti sbraitano al cellulare, ed in qualsiasi altra occasione che aprono la bocca, per questi il quartiere è il palcoscenico per rappresentare la l’ora vita in episodi. Probabilmente anche tra le mura domestiche urlano in modo da essere molesti, perché nella concezione dell’individuo molesto non c’è che è un rompi cazzo, ma bensì un simpaticone e altruista. Alcune figure spiccano creando riverenza, sono i passionari o le passionare, cioè quelli che ci credono nelle cose che dicono e lo vogliono dire a tutti, nei social o negli eventi pubblici sono sempre in prima fila, dispensano misericordia e buoni propositi ma sempre da una posizione privilegiata dall’agio sociale. Sono per lo più la classe che sostiene i dominanti anche se li critica ma restando nella stessa famiglia di appartenenza. La definirei razza padrona per quel piglio supponente di trattare chi ha bisogno in modo caritatevole ma non da pari, una razza che non ha mai avuto necessità di mettersi nelle scarpe di un altro. Poi ci sono i migliori cioè i pazzi autoctoni, nati nell’ambiente del quartiere ed integrati nel paesaggio architettonico, di regola possono fare ciò che vogliono perché sono nella narrazione popolare e riempiono i vuoti della monotonia e della solitudine dei molti che hanno perso il senso del tirare avanti. La pazzia dell’altro tiene a bada la propria e la funzionalità sociale del matto che mostra la propria pazzia è l’antidoto alla normalità ed alla quiete pubblica, difatti ogni quartiere ha i suoi e li custodisce gelosamente. Tra i vari sotto sistemi che formano una città e la propria sinfonia narrativa in cui bene o male tutti si accordano, c’è anche il sottosuolo la cui musica dodecafonica stride dentro le favole del sopra. Nel di sotto le regole capovolte fanno si che l’invisibilità sia il tratto distintivo dell’essere che essendoci si cela nel nulla che non può esserci, il quartiere rende afono il discorso del sottosuolo perché le paure una volta fuggite è lì che si rintanano covando rancore per i propri padroni ed un giorno potrebbero mordere la mano che le ha nutrite. Basta guardarsi un po’ in giro senza andare troppo lontano per vedere le razze umane come si raccontano e si rappresentano nella necessità della comunicazione da cui non ci si può esimere.
Soldati
Stanchi si cammina per strada ammiccando da fedeli abitatori del tempio della speranza, la quale non è altro che la musa che tiene distante la soddisfazione dal piacere. Così i soldati in marcia cantano nenie con significati plaudenti lo sperare, tra le rovine di quel che solo ieri era una organizzata comunità sopita nella consuetudine di una pace fasulla. Si tirano tra loro frecciate in battute che mascherano l’ancora presente passato in cui niente di tutto questo sembra possibile ma l’abitudine improvvisamente si rompe ed è come il vaso di Pandora, cioè, l’inferno in terra. Si sta rintanati al di sotto del piano stradale in luoghi sconosciuti ad i più, perché in un’altra vita solo i randagi bazzicano il sottosuolo, e ora che il senso della morte è vicino come un cane fedele anche il corpo degli altri compagni diventa appartenenza e le sensazioni si propagano con l’odore del sudore. Si rispolvera il canto perché da sempre rimette in accordo le singolarità sopite dagli anni trascorsi nell’ individualismo e soprattutto non si guarda chi muore sia amico che nemico, si impara a guardare oltre ogni spazio occupato dal tanfo della paura. Il canto racconta il mito, la storia dell’eroe che rinasce dalle ceneri della propria volontà, auriga nelle varie ere del carro da i due cavalli alati, il bianco ed il nero che tenuti nel segni della giustizia portano alla verità. Il saggio eroe dopo avere concluso la battaglia si ritira in terre nascoste lasciando agli uomini riprendere il cammino della speranza e poi il ritornello parla di natura incontaminata e cieli immensi oltre la capacità di comprensione. Il canto vela come una coltre i morti ed i vivi non facendo differenza tra amici e nemici nella guerra che esplode senza possibilità di un ritorno. Siamo al solito scenario con trincee, agguati, e civili che subiscono angherie e soprusi, perché tra le file dei combattenti si nasconde il male per il male, quel male che lo si vede quando l’individuo si nasconde nei motti del popolo, è la carogna umana che morde ritirandosi poi nei molti. L’eco del ritornello:”l’aria soffusa spinge la nebbia oltre lo sguardo/verso il limite ignoto dove tendere la mano/con falcate da gigante la terra è riconquistata/la terra che è la nostra terra/coltivata dagli antenati fino ad oggi/nella foschia il canto accoglie il nemico nel cerchio del perdono. Come ricorda Platone:”solo i morti hanno visto la fine della guerra”, durante il macello tutto diventa oggetto di uso e consumo frenetico, i corpi oggettivati oscillano tra lussuria e annientamento giustificando perversioni e violenza. Scrive Hedges:”gli essere umani diventano oggetti, oggetti da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Il sesso casuale e frenetico, assai frequente in tempo di guerra, spesso passa il segno e si trasforma in perversione e violenza, rivelando un grande vuoto morale. Quando la vita non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, spesso si ha la sensazione che rimangano solo la morte o un fugace piacere carnale”. Rintocchi all’alba verso il giorno per riprendere il filo dei discorsi mentre da sotto i piedi sembra scivolare via la vita, case rotte in cui passare attraverso immaginando i ricordi annidati lungo le pareti annerite dalle esplosioni, giocattoli rotti per bambini che improvvisamente adulti si aggrappano al gioco con malinconia per quel che fu.
Rosso settembre
Il rosso settembre è apparso nelle pennellate tra il cielo e la terra come un presagio o una preghiera per il risuonare in lontananza delle campane, inizio o fine di qualcosa che non si delinea nella comprensione di questo paesaggio maestoso il quale durerà molto più a lungo dell’idea dell’uomo. Oggi le cose scorrono così per il verso di una corrente essiccata lasciandosi cullare nella melma che rimane sul fondo quando tutto il resto è evaporato, si giace in questo fondale come in un letto di nozze e di lutto insieme abbracciati alla propria anima aspettando la pioggia per riportarsi a galla dall’inconscio. Nella casa dai fantasmi d’orati gira voce che è in atto un subbuglio tra vivi e morti, quasi una cosa inaudita per gli abitatori del luogo, sempre ligi nelle convenzioni. Una forma di ebbra rivoluzione nello scambiarsi i ruoli ha innescato curiosità e frenesia della novità, per cui ora tra le stanze è difficile riconoscere gli uni dagli altri e le unioni miste inconsapevoli aumentano l’incertezza nella cura dei luoghi. La casa in fondo alla strada è da sempre segnata come una impermanenza nella mappa, infatti solo ad alcune particolarità di sguardo appare la consistenza del luogo, per altri è solo un soffio d’aria fredda in un pensiero scavato dalle profondità dell’inconsapevole. In questa terra di nessuno e dei molti sta la consapevolezza che tra le demarcazioni netta delle cose si anima ad incastro quella parte dell’esistenza che da sempre è mancanza e spinge l’essere alla volontà di volere. Cosa mai può essere un fantasma se non tutto ciò che non è ora, e quindi quasi l’assoluta dimensione della narrazione che facciamo di noi e degli altri, la dimensione del “fu”e del “sarà” sovrasta la presenza nell’incarnato mentre si riconosce. Quindi cosa è un fantasma se non la visione di un attimo della verità che a volte inaspettata si palesa increspando le consuetudini, una goccia del nettare della sapienza distillato in assenza del tempo. Come abitatore della casa a volte mi spingo sul limitare della sera a sostare in veranda, con una tazza di tè ed il biscotto di cereali secco impastato in modo che non si sbricioli al tocco. Con calma, sorseggiando, tocco le corde dell’aria che tra le finestre si spargono all’interno e la musica di archi e coro risuona per tutti in un momento di magica melanconia che non rattrista ma infonde il senso della creazione o per alcuni la fede. Cammino per il solito vialetto incurante del calore sprigionato dall’affaciendamento umano, conto i passi per fare in modo che siano lenti e respirando porto i piedi a sentire la terra oltre la coltre del cemento stratificato dalla rivoluzione industriale in poi. Lascio che i discorsi arrivino per inabissarsi nella corrente fatta di anidride carbonica che lascia senza fiato, ormai siamo esseri con ciminiere al posto del naso e binocoli posti al contrario al posto degli occhi. È curioso come nel sud della California gli americani facciano i turisti nelle città adiacenti al confine e come quei pochi kilometri di terra cambiano lo status delle persone, i messicani stigmatizzati nella loro terra di violenza e cartelli del narcotraffico ed gli americani buoni turisti che portano denaro e civiltà. Questa inutile stratificazione in razze e generi è funzionale all’uomo moderno sempre a caccia di uno status in cui riconoscersi in un valore che per essere tale va a scapito di un valore equivalente e inferiore. Per l’uomo moderno non è cambiato nulla rispetto al progresso della tecnica perché rimane immutato la necessità della guerra tra persone, per cui le caratteristiche cruente e di crudeltà a volte sono mascherate da eccidi accidentali ma la sostanza della civiltà basata sulla guerra rimane invariata. Il superuomo di Nietzsche è esattamente l’uomo che toglie da se stesso l’essere per la guerra e perdona alla vita la propria mortalità.
Posto segreto
Nel vano segreto, all’angolo con la via che non si incontra mai, neppure quando si muore, in quel posto segreto si cela l’unica cosa mai detta e così rimane per ciascuno che nasce. Inondazioni di informazioni verso questa parte della comprensione che rimane vigile perché spaventata dalle continue minacce di carestia e sbudellameto cruento, una veglia forzata in difesa del poco che si crede d’avere, mentre una vita barocca in apparenza si manifesta con leggerezza tra sorrisi e battito di mani. Le riflessioni si piegano da una parte all’altra dell’incontro e si è carini nel volere che si capisca l’intenzione che ognuno dentro di se porta nello scrigno da dove senza volerlo le sensazioni sgorgano. Moltitudine il nome dell’angelo che risana la terra con il sangue dei poveri, gli unici che ancora sanno piangere per il dolore della perdita, in questa che è la valle diventata funesta per l’asperità del raccolto e la tossicità accumulata nella dispersione della banalità della riccanza. I mille nomi elencati dai libri sommersi nelle segrete del tempo tra le mura di antiche vestigia, rimangono sconosciuti solcando gli anni in secoli per non lasciare che nulla muti nella propria essenzialità. Si può tirala per le lunghe ma è un piacere scorrazzare un po’ nel gotico, in atmosfere scure che tirano verso il blu, mi sento a casa nell’oscurità in cui lo svelamento delle emozioni è più intenso ed i corpi affondano nell’aria come quando tutto intorno esplode al ritmo del jazz melanconico. Attorno alla prigione gli sgherri se la ridono girando in tondo con i cani addestrati ad essere tonti e ringhiosi, è una comunità che si regge sulla reciproca approvazione, è un compito che svolto come una fede tiene chiusi con crudeltà le migliori idee che possono abitare alcuni uomini. Sovrasta il silenzio dentro i ricordi sparsi qua e là per i sentieri tra le celle, come negli antichi monasteri, la libertà si misura sulla leggerezza dei pensieri che transitando smuovono in modo impercettibile il sonno di altri, quasi carezze in armonia con le possibilità espresse nella fede di oltrepassare le mura senza violare i custodi. La bufera che sconvolge le certezze si inasprisce in coincidenza con l’aumento delle differenze, sempre più generi ospitano lo stesso luogo e nello spazio angusto crescono le aggressioni per cui in molti si assottigliano per lasciare spazio agli urlatori che hanno vita facile in questo momento. La timidezza non è più una caratteristica dì gentilezza ma funge da segnale di sottomissione, le brave persone arretrano nelle retrovie inascoltate perché la tecnica avvantaggia gli stolti. Dentro a questo mare si muove il pensiero pensato come parola che concretizza oggetti solidi nella forma maniacale dell’accumulatore seriale, montagne di spazzatura riposta in ogni dove in una crescita continua in assenza di una via d’uscita, logorrea del capitalismo applicato alla forma pensata.
L’onda del popolo
Si ripetono in modo ossessivo le circostanze dell’incontro casuale in un giorno d’estate tra i due che poi si sono lasciti per non vedersi più. Per entrambi il ricordo di come potrebbe essere stato in un altrimenti diverso rimane come un tarlo disseminato in tutti gli altri incontri futuri. Il ritrovarsi degli eventi nelle scene che si ripetono attraverso le epoche raccontano di un essere che è sempre simile a se stesso, un cambio di vestito e il valzer continua in stanze arredate di nuovo che rincorrono il progresso in una linea temporale a senso unico. Nel giardino d’infanzia la rincorsa tra le creature del sotto terra risuona come un eco nei sogni da adulto, fieri animali dai discorsi umani che piegando la coscienza si mischiano nella disputa filosofica se dal nulla può venire qualcosa, in quanto da sempre il mito della trasformazione dei metalli in oro è una attenzione di tutte le creature. Essere altro da se o il volere ciò che non può essere mai avuto come dice Heidegger, sembra la sostanza che impasta e forma la creatura mortale che siamo, ed in questo destino credo che noi siamo in compagnia con tutti gli altri viventi. Mi sono beccato una multa passando un semaforo controllato da telecamere e mi sento violato perché so che il colore al passaggio era giallo, ma ormai l’onestà è talmente munta da tutte le istituzioni legali ed illegali che mantenere la rabbia nel recinto è sempre più complicato. Sarebbe semplice a cascata prendersela con qualcuno più debole avviando un rosario di astio e risentimento ma in fondo cosa è il popolo se non una forma o un’onda di rabbia da usare per fini quasi mai benefici. Per Gadamer: “il linguaggio è il mezzo universale in cui si attua la comprensione stessa. Il modo di attuarsi della comprensione è l’interpretazione”. Ed ancora: “la linguisticità del comprendere è il concretarsi della coscienza della determinazione storica”. Gridare a squarcia gola il dissenso non costruisce la storia ma causa casino a quelli che ti stanno vicino, che a loro volta, fanno rumore per altri vicini ed alla fine sembra solo un rave andato a male. Che in conclusione, si riduce a sole parole la realtà, è riduttivo ed in qualche modo mi sembra la solita solfa dell’uomo che vuole emanciparsi da dal proprio corpo, e soprattutto dalla morte del corpo. Ritornando ad Heidegger ed al suo autentico esserci per la morte ci richiama al sangue e carne dell’impasto da cui siamo forgiati, una carnalità che se accettata fino in fondo è la sola che ci garantisce la vita eterna. Mi perdo dentro i pensieri scritti da altri scivolando lungo le tesi per danzare in questo inizio di giornata dentro alle cose note che mi aspettano come sempre. La fluttuazione delle prestazioni del corpo sono al ribasso e non seguono il volo pindarico della favella che si spertica su per colli e vette in consonanza con la stratosfera, la quale sempre meno riesce a difendere o semplicemente ad opporsi ad altri che l’attraversano diventando momentanei abitatori del mondo, chissà quanti di questi diventano stanziali? Non credo che in molti se ne curano, perché prigionieri nel circolo dell’abitudine solo cose della dimensione di un cataclisma possono forse modificare il percorso delle consuetudini. Seguendo Musil: “Se ci si domanda spregiudicatamente come la scienza abbia assunto la sua forma attuale – un interrogativo in sé e per sé importante, poiché in definitiva la scienza ci domina e nemmeno un analfabeta può sfuggirle, dovendo imparare a convivere con un’infinità di oggetti la cui nascita è un fenomeno scientifico –, si ricava un quadro d’insieme già piuttosto diverso. Secondo tradizioni degne di fede, nel corso del sedicesimo secolo, un’epoca di intensissimo fermento spirituale, si incominciò a non cercare più di penetrare i segreti della natura, come era accaduto fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, ma ci si accontentò di indagarne la superficie in un modo che non si può definire altrimenti che superficiale. Il grande Galileo Galilei, citato sempre per primo in questo contesto, la fece finita ad esempio con il problema circa la causa intrinseca per cui la natura ha orrore degli spazi vuoti, così da costringere un corpo che cade a proseguire di spazio in spazio finché non trovi un terreno solido, e si accontentò di una constatazione molto più banale: calcolò semplicemente la velocità di caduta di quel corpo, la traiettoria percorsa, il tempo impiegato e l’accelerazione subita”. Io nella lista aggiungerei Freud che ha reso il sogno una “spiegazione” mortificando così uno dei più potenti strumenti di conoscenza, ha relegato la possibilità di viaggiare nelle crepe della realtà dura rendendo il sogno una pantomima di quello che già siamo, un vero spreco di possibilità per l’utilizzo di un mezzo incorporeo adatto a sensibilità e conoscenze ulteriori. Come sassi solchiamo l’oceano delle sensazioni annegando inevitabilmente al laccio delle continue giustificazioni e spiegazioni per le cose che vediamo ma non lasciamo che siano ciò che sono per se stesse.
Caccia al tesoro
E’ una caccia al tesoro, dall’altra parte della comprensione, tra avventurieri disposti a tutto per assaporare un attimo di gloria. Le squadre si formano a caso rispetto a verosimiglianze superficiali come colori, altezze o semplici ammiccamenti. Si può uccidere, distruggere, devastare, oppure usare gentilezza e fascino per ottenere gli stessi risultati. È una caccia che richiama agli antichi riti della terra in cui ci si mischia nella polvere e nell’acqua fino in fondo alle radici dei più antichi alberi che ancora tengono memoria dell’antico. Il proprio sangue si mescola nella corsa con la zolla calpestata per penetrare in profondità fino alla faglia per sincronizzare le pulsazioni sugli smottamenti e percorrere le vie sotterranee che legano insieme il mondo sotto il cielo. Eroi moderni che come gladiatori catalizzano nelle proprie gesta il coraggio di tutti quelli che restano nell’ombra della paura, impigriti dai secoli del progresso verso l’esclusione dall’uso del corpo per sentire le cose intorno a se. Il tesoro è il mistero che si cela da sempre nelle terre dell’ oltre in bella vista per chi ha perso la facoltà di guardare, trovarlo spetta a chi ha la capacità di perdere tutto senza rimpianti. Una caccia che riporta l’orologio all’inizio di ogni storia raccontata quando la disperazione chiede aiuto alla magia e le parole si condensano in riti e la fede ritorna a battere il chiodo contro la ragione. Il grande gioco dell’avventura dove finalmente uomini e donne possono liberarsi dal ghetto delle buone maniere e ritrovarsi famelici con le proprie pulsioni vive al posto della pelle. Risorge dalle ceneri della filosofia la cruda verità della sopravvivenza, quella che non risparmia niente e nessuno perché priva della ragione. Una caccia al tesoro che non esclude colpi o riserve da parte dei predatori, perché nel gioco non ci sono vittime, chi soccombe, cade da combattente, in quanto non c’è posto da questa parte della sponda per in caduti. Quindi tutti uguali i combattenti nel cerchio della possibilità, in cui ogni ente fluisce nell’atto in modo che niente non sia più un qualcosa ma volontà pura dell’ esserci. Il tesoro è una oscillazione ripetuta dal desiderio di essere colta in un impeto di voluttà, un tesoro di essenza tra male e bene in cui il perdersi è il ritrovarsi sempre e per sempre perso. Il vero male esiste dentro l’opacità umana di non essere mai una chiara superficie riflettente, ma diabolica oscurità pronta ad emergere quando le prede ignare o abbonite non si aspettano di essere divorate. Poi anche la bontà si presenta in forma di preghiera tra i guerreggianti per un oasi di riflessione dentro l’estenuante gioco della sopraffazione. E, poi viene la sera, con l’oscurità la lentezza dei giochi si fa soppiatto e strategia, con pazienza e circospezione si entra nell’area della notte sotte le stelle. Il tesoro è una fievole luce al limite estremo dove lo sguardo non può arrivare, ma la sensazione se lasciata correre attraverso le zolle ha la facoltà di sognare la meta. Il tutto si conclude nella sostanza delle azioni scritte in forma di arabesco nelle torri edificate dai guerrieri, in una storia che si delinea da se, completando la rotazione che gli spetta nelle forme del firmamento. Quando la campana suona la fine si ritrova l’immobilità e tutto tace. Così; per mano, a coppie le persone percorrono i viali colorati dai fiori lasciati spuntare dalla fine della caccia, un nuovo inizio oltre la cruna.