Avere fede

Quando il sole appare tra le stanze, il calore del cuore risana il discorso. Nell’inverno, è un ospite gradito nel rischiarare un evento o nel semplice trascorrere del tempo. Mi intriga perdermi nei giochi di luce e tra le proiezioni delle lamelle che attraversano l’aria. Comprendo poco il mondo che parla, non percepisco più i significati. Ma odo grugniti e sentenze, come all’interno dell’inquisizione di un potere supremo. L’impressione è che le persone interpretino una parte confezionata dalla virtualità, perdendo il senso identitario nei confronti di sé.

Da bambino, la distanza approssimativa tra i luoghi stava nella fantasia e nel gusto del momento, in un’area che copriva l’indefinito senso di ogni cosa. Anzi, le cose non erano ancora cose. Ora, a volte, ritrovo quella stessa sensazione: spaesamento e incertezza iniziali per mancanza di perni stabili. Ma poi mi rendo conto che sono inutili, e hanno ragione i bambini nel lasciare che il mondo si rinnovi ogni volta nel momento dello sguardo. Lasciar andare, piano, un po’ per volta, per dileguarsi nell’aria, senza il fardello di un’identità che ha solo creato pesantezza e sofferenza. Oltre quella altura, altre ancora più alte incrociano la mia fede.

Fede o avere fede: non so se sia un atto di speranza o una credenza spicciola. Ciò che mi è chiaro è che in molte situazioni la fede salva. È un atto spirituale, trascendente rispetto a ciò che ci è immediatamente presente nel significato e nelle abitudini comportamentali e biologiche. Se si è immersi nella disperazione o prigionieri di qualsiasi genere, avere fede in un oltre che salva apre il cuore a un mondo di significato positivo che la fattualità del momento non percepisce. Se la volontà è volontà di potenza, la fede è la volontà che l’esistere abbia un senso; inoltre, l’amore non è solo uno dei sentimenti, ma è il senso stesso dell’avere fede. Nella malattia o nella dipendenza patologica, alla resa dei conti, il miglioramento avviene principalmente grazie all’avere fede. La tecnica cerca di imbrigliare in procedure e protocolli il processo di cura, specialmente nel campo delle dipendenze. I risultati positivi si ottengono spesso grazie a un atteggiamento irrazionale. Lo dimostra il sistema degli Alcolisti Anonimi, che da anni detiene il primato di esiti positivi. E ciò avviene per mezzo di un sistema di credenze o “passi” che hanno a che fare con la fede o con la volontà di speranza in una trascendenza.

Non basta la tecnica; per l’essere umano è vitale respirare la sensazione dell’otre. È necessario avere uno scopo che vada oltre la mera fattualità, sapersi immergere nella fede in cui ci sono sempre colonne d’Ercole da superare e profondità interiori in cui immergersi per scoprire sé stessi. Il tempo, in fondo, è solo una scatola che racchiude eventi finiti in un mare senza tempo. La volontà di credere, che è a sua volta il predicato della fede, rappresenta la vera cura.

L’esperienza di stare con i consumatori di sostanze, attraverso i vari approcci alla cura, non porta a risultati positivi se non ci si immerge nel mondo della spiritualità e si apre la possibilità alle persone di avere fede. È fondamentale educare i sensi a uno sguardo sul mondo che trascende la dicotomia tra interiore ed esteriore. Solo così si può riscoprire l’amore per l’esistere, condizione necessaria per evitare il ricadere nella dipendenza, che spesso nasce dalla disperazione di gestire un’esistenza priva di senso e dalla perdita della propria identità.

Per rispettare l’altro, il concetto di malattia deve essere circoscritto all’essenziale, evitando il rischio di estenderlo a comportamenti che rientrano nella libertà individuale.

I giorni trascorrono…

Trovo strano il ricorrere a suoni per esprimere parole. Non basterebbe un cenno? O solo un incrociarsi di intenti? Oppure anche niente, un esistere senza il bisogno di comunicare alcunché. Tra le panchine in ferro e legno, piegate dall’uso poco appropriato dell’inciviltà, passeggio girando intorno come un bove legato alla macina. Il parco permette solo un andare orario o anti-orario; il restante spazio è governato da divieti, in verità poco rispettati. In ogni caso ci si accontenta e si gode di uno sprazzo di natura, sullo sfondo di un traffico incipiente. Sento il fiato mancare mentre la luce cambia verso il tardo pomeriggio. Quanti sogni sono sfioriti tra i rami rinsecchiti dall’inverno? Non ricordo più il mio tempo, ma solo schermaglie riprodotte dalla ricostruzione della narrazione. Insisto molto nel guardare; gli occhi mi fanno male. Ho l’ossessione che qualcosa sfugga. E se fisso meglio l’attenzione, alla fine capisco. Ma… poi, cosa devo capire? È così importante perseguire una forma di verità? Non so, ma nella penombra del sospetto… probabilmente la natura ci fa oscuri a noi stessi. Ed è questo vento che spazza a terra a mantenerci in vita. Nel luogo della paura risiede la comprensione che non abbiamo una nostra volontà.

I giorni trascorrono, o almeno sembra che ci sia un giorno ieri e un giorno oggi. Mi sembra che il me di ieri sia lo stesso del me di oggi. Nella mia meditazione quotidiana, cerco di mantenere unita la formalità dell’essere con il divenire, con l’idea di essere sempre altro da sé stesso. Mi rendo conto che si tratta di speculazioni linguistiche, ma quando vengono lasciate a briglia sciolta, si aggregano a significati non sempre pienamente consapevoli per chi parla. Lasciare andare, non intromettersi più di tanto nella scrittura; mentre mi accorgo ora che il mio respiro è trattenuto, e ciò non va bene. Parlo da solo, mentre attorno a me le cose si squagliano. Come nei ricordi, che nell’istante stesso in cui appaiono sembrano vividi, poi svaniscono all’improvviso, come un fulmine. Ci guardiamo negli occhi e sprofondiamo nell’abisso, un fondo che è il mare di tutto ciò che non è stato detto o delle possibilità perdute. È questo infinito guardare dentro il segreto di un amore, il coraggio di abbracciare ogni cosa possibile, senza mai tirarsi indietro. Anche lo sfondo che si ritrae parla di poesia: foglie secche adagiate sul davanzale, un po’ di brina luccicante nelle prime ore del mattino, quando il sole appare pallido.

Chiacchierando negli incroci spioventi dove si portano i cani a passeggio, la battuta è il suono di un’umanità che resiste a se stessa. Non ascolta il suono dell’etere audiovisivo, fuorviante per definizione, ma si lascia sedurre dall’istinto dell’animale con cui ci si porta in giro. Trovo strano il succo del discorso interno che mi accompagna: una forma di rimuginio meno stancante dell’ossessione, ma insistente nel cercare spiegazioni a tutti i costi, anche quando è palesemente inutile averle.

Torno sempre a casa con la sensazione di non trovarla più dove è sempre stata. I resti della storia sono sparsi nel cortile di fronte, reperti antichi che sonnecchiano con il significato attribuitogli. Sono sempre gli esperti a sentenziare nomi e cornici in cui inquadrare il mondo. Nella mia visione, non vedo nulla, se non il bianco ai lati del campo visivo, che annulla la trasparenza.

Ora, nel presente, accanto alla madre che non mi riconosce, sento il vento invecchiare. Il brusio degli alberi è come arti artritici e le foglie secche sparse ricordano un passo incerto. Vorrei chiamarti, ma le distanze, da brevi, diventano siderali. La voce si affievolisce come il canto della sirena che si allontana nel mare profondo.

L’incontro avviene verso sera

L’incontro avviene verso sera, mentre da un’altra parte il mattino si rischiara. Così, per casualità, si intrecciano le visioni sulla costituzione del mondo. Speculazioni che si rincorrono senza mai uscire dalla finitezza dei nostri corpi. Ho una strana sensazione di estraniamento, come un disallineamento del pensiero da chi lo pensa. Un inizio di malattia che colpisce gli estranei alla descrizione della realtà così com’è oggi. Vorrei che il canto non fosse funestato dai rumori e dai fischi perenni che ormai abitano stabilmente il corpo. Cerco un pensionamento per sparire tra il sciabordio delle onde. Rileggo le pagine che, da inchiostro, sono diventate linee luccicanti. Spesso, la vista s’ingarbuglia e si ritrae insieme al significato. Canzoni antiche rintoccano le pareti, spremendo il poco di emozione rimasta incrostata. Anche questo è un modo per piangere o ridere nella pausa lasciata libera dalla propria identità. Liberarsi dall’idea di sé non è facile; infatti, arriva a perseguitarti fino alla costrizione. Come in catene, ci si presenta al mondo, e pare strano che nessuno veda i legacci che segnano i polsi. Oppure, nessuno vede perché tutti hanno catene ai polsi e alle caviglie. In questo sogno, siamo tutti viaggiatori di una nave di schiavisti in un eterno navigare.

Affronto con costanza e una certa rassegnazione la continua speculazione sulla descrizione della fattualità. Non cerco confronti, perché sono diventati stancanti e vacui. Quindi, semplicemente evito. Passo oltre, finché è possibile riuscirci. Le ombre che si proiettano davanti, provenienti dalla finestra, formano un discorso danzante che mi accompagna lungo la giornata. Nelle pause, resto in ascolto, sperando nella profezia che non arriva. Anzi, nell’imbrunire, i colori si fanno di tono drammatico. Sembrano abbaiare, influenzati dalla luna. I resti di un discorso rimangono abbandonati, scomposti nello spazio personale, rendendo difficile lasciare la stanza a fine giornata. Sono sempre uguale, con il gesto di ieri simile a quello di oggi, trincerato nei lunghi silenzi, senza che le parole sopraggiungano. Simboli diradati nella nebbia, persi in circonvoluzioni di non senso. Nella terra liberata dall’ansia, la gente coglie sprazzi di felicità, semplicemente stando dove stanno. Da dove sono, vedo il mio cielo che accoglie parte delle speculazioni. Restano scritte per un po’ prima di svanire nella continua trasformazione delle nuvole. Il tutto avviene in un interno circoscritto dalle regole temporali. Fuori non è possibile stare, se non perdendo la forma umana. Di quel che non si può parlare, si può soltanto parlarne.

Ti vedo nel controluce del mio sogno, mentre vago nell’inconsistenza del concetto. Ora vedo la distanza che le incombenze della futilità impediscono di amare senza condizioni e remore. È un tempo sprecato nella formalità dei gesti, un tempo che, scivolando come sabbia tra le dita, nutre altri lidi. Desidero restare sospeso in questo sogno in cui amare non sia condizionato. Desidero un sogno comune da cui andare ogni volta che il rumore diventa insopportabile. Trafitto da uno spasmo, mi fermo alla soglia con la mente confusa. Cerco un modo di ricucire i pezzi con uno spago d’oro. Ma oggi la via è chiusa per i viandanti sognatori.

Risuona Palestrina nell’eco di una stanza: “In gloria alla fede della possibilità infinita e spaventevole allo stesso tempo”. Musica per ancorarsi alla speranza nei tempi soliti della battaglia. Rintocca la nota in profondità per scalzare l’apatica rassegnazione. Sembra finito il tempo della ragionevolezza, sempre che ci sia mai stato. Ora si spara a caso; basta avere il potere per farlo. Il re nudo è tornato a essere visto vestito di

Il tempo della mia esistenza

Ritorno nel punto in cui lo sguardo cade senza sforzo, respirando le pause di questo tempo. Poi, mi guardo attorno senza vedere nulla, in questo spazio che al momento m’appartiene. Un’identità si riconosce dalle parole che pronuncia, un segno del discorso che può fare la differenza tra pace e violenza. Appesi i giacconi ai ganci, sembrano ominidi dormienti come pipistrelli in attesa. Nella casa, il tempo del cibo segna le consuetudini; sono pezzi che, lungo la giornata, si sistemano ad incastro. Per il momento, un intero anno si dipana. Ma già sembra un’illusione di un trascorrere fermo, una condensazione della scrittura in fumo salubre, lasciando che si liberi nell’aria senza recare danno. La moltitudine oscilla tra i continenti, provocando onde di insana impazienza. Si contano i morti a migliaia, tra naturali e prematuri. A giro tocca un po’ a tutti: sofferenza e gioia senza strafare in un gioco della vita che in pochi capiscono. Si possono tracciare linee di fine o di inizio all’infinito; dipende sempre dalla prospettiva da cui si guarda. Ma la sostanza rimane invariata: tutto dipende dalla memoria difettosa. Una dimenticanza cronica rende l’errore capitale, uno sbaglio casuale. La forma del ricordare è una struttura da modificare per cambiare il rapporto con il mondo e con gli altri esseri.

La brina si stende al di sotto dello strato di nebbia, e la sera appare come un impasto culinario gustoso. L’incapacità di vedere oltre l’immediato trasforma il paesaggio in uno scarto tra reale e immaginario. Se guardo intorno, trovo un me stesso che si osserva. Fitte strane al senso di realtà colgono di sorpresa la densità con cui si crede alla concretezza. Sono dolori del tempo da cui non riusciamo a divincolarci, a meno che la soluzione non sia, appunto, smettere di credere nel divenire, facendoci sfuggire ogni essenza umana. Sono solo carezze con occhi umidi che incrocio nelle stanze, cubicoli di ricordi incastonati tra le arterie del corpo. Non capisco il senso di oppressione che mi accompagna da un po’ di tempo. Sono forse le fioche luci della ribalta che si spengono? Anche se, in realtà, non si sono mai veramente accese. Una cortina invisibile colora le essenze di vacuità. Con orrore si scopre che la vita umana non vale nulla rispetto alle cose che la circondano. Così, riprende quota il rifugio antico dell’altro mondo, regnato da angeli e incantatori dell’eterno. In massa, si fugge oltre le colline dell’illusione.

Non sembra possibile inventare nulla che non contenga la direzione del tempo. Ogni narrazione sfugge in modo istantaneo dal suo presente, trasformandosi in storia. Ogni passo di questa mattina mi sfugge nella dimenticanza, rincorrendo intenzioni che si affacciano, anche se non richieste. Allora, cosa posso dire se già tutto sfugge in direzione opposta? Può esserci un modo per variare la direzione? Sento in profondità una umiliazione che scava un solco incolmabile tra dire e sentire. Sono forse le istanze dell’invecchiamento? Una richiesta di cambiamento che sembra difficile da riconoscere. Eppure, rimane un attimo avanti, in attesa di essere colto. Si smorza come un cerino l’idea cupa e solitaria che ci sia una verità. Nella folta foresta dei vocaboli, a volte, è possibile rintracciare istanze verosimili. Ma poi, piano piano, si attenua la certezza nel dubbio e infine il senso semplicemente si dilegua. Tutte le volte si ricomincia da capo. Si forma il problema, si risolve la questione, insorge la perplessità, si presenta il dilemma. Ancorato a questo stato di fatto, apro la mia giornata senza pensare che possa essere l’ultima. Mi accingo a predisporre situazioni che, un po’ per volta, lascerò alle spalle, dimenticando che solo dentro alla scatola dello spazio esiste il tempo della mia esistenza.

L’essenza delle cose

In qualunque momento, nell’intercapedine tra pensare e non pensare, può emergere una novità: una forma di certezza che, per un attimo, rende tutto chiaro, strappando un raro sorriso di compiacenza. Poi… nebbia e palude, si torna nell’incavo sicuro dell’erranza. Ho l’impressione che i fatti non siano più cose certe; mi trovo a esprimere opinioni su cui successivamente mi sento stranamente insicuro. Dov’è finita la spavalderia dei tempi più impetuosi? La roccaforte delle sicurezze è stata incrinata, una leggera crepa la attraversa.

“Vorrei avere dell’oro fuso per medicare la cicatrice in nuova bellezza”. Alcune strade si incrociano, altre si dipanano nell’orizzonte della mia vista, mentre mi ritrovo con uno sguardo cieco sul cammino proposto dalle circostanze. Come Marco Aurelio, mi dedico a esercizi filosofici: con meno tecnica, ma il succo è quello. Cerco di disincagliarmi da ciò che mi appare, nel senso di non umanizzare ogni volta qualsiasi cosa. In questo, siamo degli artefici eccezionali, attribuendo intenzioni umane anche ai sassi.

Sole e freddo per ricominciare un lunedì che già sembra più festivo. Il traffico è più attenuato dalla mia finestra, segno che c’è meno gente che va a scuola o a lavorare.

L’inconsueto può insinuarsi nelle consuetudini senza preavviso, disorientandoti quel che basta per varcare la soglia dell’inaudito. Poi, tornando a casa, ci si rimette in pari con le solite cose, in modo che il mondo si regga ancora sulla molle convinzione di esserci. Anche oggi respiro quanto basta per non morire; l’aria densa che riempie ogni spazio a volte sembra colla che si appiccica e opacizza la vista. In questo quadro di eventi, il punto focale sguscia come un’anguilla fuor d’acqua. Così, non mi resta che starmene quieto nell’ombra dei grandi pensatori, inopportuni sulle rotte dei giovani emergenti.

Nei confini riconosciuti dall’appartenenza, il giogo di destrezza in cui mi trovo mi fa sentire prigioniero. Vorrei andare da qualche parte, ma è un volere vago che non finalizza nulla. Allora sogno ad occhi svegli paesaggi deserti abitati da esseri non umani. In questo intreccio, sento la politica come una chiacchiera che non esaudisce più i bisogni; impera per sé stessa nella forma di un addomesticamento coatto.

Chissà perché il mito di un mondo migliore persiste, nonostante la caduta degli dèi. È un bisogno squisitamente umano quello di raccontarsi di un futuro che non è mai l’oggi, nel segno della speranza.

Vedo… osservo il passaggio della corrente. A volte calma, a volte tempestosa, scorre in una direzione che avvicina e allontana. Come i commenti che si sgranano nella fitta fuliggine del chiacchiericcio. Mi trovo davanti a un semplice bivio, un crocevia di due direzioni. Semplice, eppure complicato, proprio perché non lascia scampo. Meglio rifletterci su; i sogni possono decidere per noi.

Le stranezze del giorno si susseguono nel mio passeggio tra case e palazzi, in una città come tante. Ora aspetto un suggerimento dalla superstizione di fine anno, un tentativo disperato di fede nel credere che dal nulla emerga qualcosa. Nel sole, un barlume di ragione riscalda il cuore come una carezza caduta dal vento.

Ci sono ragioni per cui non comprendiamo l’essenza delle cose che ci circondano. E se fosse forse inspiegabile per il limite stesso a cui siamo vincolati? O è proprio così che dobbiamo essere, consapevoli di ignorare qualcosa che è da sempre ignorato? Un ossimoro a cui la ragione si lega in una strana danza senza via d’uscita. Le leggi della natura esistono anche senza la ragione, anche senza che qualcuno le concepisca.

Così, la brezza si espande tra i colori dell’imbrunire, e i campi si preparano alla gelata notturna.

Sole pallido

Questo sole pallido è il mio sole, presente nelle apparenze e nei giochi sfumati degli oggetti. A volte guardo direttamente verso l’alto per restare momentaneamente accecato. È un modo per riscoprire la potenza della luce e non darla per scontata. I giorni che trascorro si intrecciano gli uni agli altri. La linea del tempo è concava, conservando a ritroso il futuro nei ricordi del passato. Non vorrei più soffrire per le incomprensioni, ma lasciare che le emozioni possano girovagare libere e nude. Tuttavia, sotto questo sole vige un’oppressione che tracima in violenza. Passo dopo passo si arriva alla fine dell’anno, raschiando il fondo dell’insensatezza per cercare gli ultimi scampoli di quello che fu. Sono sempre io? Sono ancora in questa realtà? Sempre se un significato possono avere queste domande. Mi ricordo di Santa Lucia come di un giorno speciale e drammatico allo stesso tempo, carico di aspettative e, alla fine, funestato da delusioni e rabbia. Quel bambino ora è solo frutto della mia immaginazione o fantasia su una delle tante linee del tempo. Alcuni spifferi del mattino entrano da qualche varco, portando un freddo piacevole che risveglia i sensi sopiti dalla continua erosione dell’essere adulti.

Dentro agli occhi, l’unica luce possibile accende un po’ di calore. Sono le ore che segnano l’inverno di un significato gelido. La pratica del pensare il pensato, nella veste della parola, assottiglia il quadro ampio della percezione, generando consuetudini che ripetono una liturgia pagana. Vorrei sorridere, ma le labbra rimangono serrate e la mascella è rigida. Alcune cose non cambiano; restano impresse come fossili nella pietra. Facciamo finta di essere felici, ed in effetti lo siamo. Guardo il mondo e vedo meraviglia. Sono luci quelle che vengono incontro in lontananza? Sembrano occhi famelici da lupo, amici che, come me, divorano il vuoto lasciato indietro dalle comuni attenzioni.

Fitta boscaglia che, all’imbrunire, dialoga con le ombre. Sembra impossibile entrarci, ma alla fine è solo una questione di connessione. Siamo ancora primitivi nella trattativa tra generi, fermi da secoli a combatterci tra di noi per differenze banali. Ancora lontani dal sapere come comunicare con vegetali, animali, pietre e con tutto ciò che abbiamo dato un nome. Ma la pace si costruisce con tutto ciò che c’è, nulla escluso, compreso l’inconsapevole. Per cui, oltre la paura, si muovono i passi nel sentiero ombroso. Guardando in alto, la luce si fa incontro come in una festa.

Dilegua all’istante dal momento in cui si guarda la percezione dell’ineffabile, una cupa presenza nella quotidianità, dipendente da un’abitudinarietà estrema. Il ciclo della vita mi alita sul collo in modo pressante, e a volte fatico a dimenticarmene per lasciare spazio al farmi vivere. Forse è ansia quel senso di sfocamento, in cui la sensazione pare fuori posto. C’è una membrana che apre lo spazio tra i contrari, ed in questo oscillare il pensiero viene triturato.

Sento una stanchezza da fine anno; il quaderno degli appunti si chiude su di me. Sento il non sentire e questo mi rattrista. Le luci del Natale brillano come una stanca recita annuale: le comparse sempre nuove cercano sorrisi tra la folla che si assembla nei grandi magazzini. Io piango per un nulla, mentre vecchie barriere erose dalla salsedine lasciano via libera alla malinconia.

Sussistono punti nevralgici, momenti di svolta a cui bisogna dare ascolto. Il cambiamento tocca le corde intime e profonde del sentire, e in questa metamorfosi desidero scoprire nuove forme di quotidiano. La passione è un collante positivo; apre al possibile, al non ancora visto o ascoltato. Quante volte si può passare per la stessa strada e non accorgersi della bellezza a portata di mano?

Oggi come ieri

Oggi, come ieri, attraverso la luce vedo le cose per come sono. Un albero spoglio, con ancora i cachi appesi. Il suono delle foglie che non ci sono più. Il giorno volge verso il suo finire. Rimango tra gli oggetti sparsi un po’ ovunque, forse cercando di tirare tardi, forse perché, smarrito il senso, resto affascinato dalle cose. Non so bene cosa senta, ma tra le parole colgo un inganno: “un non so che di scontato”. Da fuori le mura si apre una vastità. Vorrei prendere la rincorsa e lanciarmi, ma non so correre. Ho perso alcune facoltà mentre mi trovavo pensante.

Guardando indietro nella linea temporale, le vicissitudini accadute sembrano un soffio di vento: scampoli scritti o residenti in memorie ancora vive. Presto, una forma d’oblio attualizzerà il presente, non risparmiando intere generazioni dall’abbandono in terre poste nell’altrove. Il respirare, come sempre, riporta in vita e in presenza. Con esso, anche l’angoscia si accosta, ormai come una compagna fedele. Cerco di abituarmi a questo sentire ruvido del vivere e, con questo, cerco anche di riposizionare il mio corpo in qualcosa che possa funzionare. Una forma di adattamento che trascini la passione per ambienti interessanti e per discussioni colorate dalla fantasia dei sogni.

Una coperta tirata fino al mento, per spremerne ogni possibilità di calore. Un bisogno disperato di non sentire il gelo, che da dentro si è insediato in una velata intenzione di possesso. Le mura che cingono la città della mia testa sono invenzioni ereditate da generazioni. Questo è solo il primo mattino in cui lo sforzo per incontrare il resto risulta notevole. Da dove cominciare, allora? I segni nell’aria si fanno odori, poi si sciolgono come la brina al pallido sole che sfiora, con un tocco leggero, le estremità della terra. Guardando in alto, sembra di scorgere un sorriso di Dio. Ho paura! Il presagio di una qualsiasi fine incombe. A stento cerco di liberarmi nelle consuetudini, ripetendo il giorno qualunque. Stati d’animo si alternano, trascendendo tra il visibile e l’invisibile. Richiami flebili si fanno sentire, come un sussurro lontano, mentre ci si perde in un unico pensiero pessimista. La costruzione di un pensiero avviene lentamente, per gradi, in cui assonanze si attraggono come la rima. Sembra libera la semantica, ma le regole guidano le parole con i loro significati. Alla fine, il pensato richiude il cerchio di quella giornata particolare, nel sentimento negativo che già all’inizio ha colorato il giorno.

Nel rifugio, stretti tra i gomiti e le gambe piegate, prevale l’attesa. È un momento di stasi, un respiro trattenuto mentre la bufera sfiora i destini. A volte accade che, sospesi nell’ansia, il mondo possa finire. Nella palude della scrittura, i caratteri si confondono con il fango ancora fresco. In attesa, scrivo mentalmente sulle increspature del muro rinforzato con ferro e cemento. Tuoni in lontananza esplodono, affondando le mani nel dominio umano. È una lenta distruzione della cultura conservativa. La sirena squarcia il silenzio del brusio con un eco assordante. Spifferi di freddo gelido della paura si insinuano tra le coperte per instaurarsi permanentemente. Fuori, i combattenti stanno nelle trincee scavate prima nelle idee e poi nella terra. In tanti muoiono senza che possano darsi una ragione. In tanti rivedono nei solchi lasciati dagli anfibi i giochi d’infanzia e i primi amori. La solitudine, calata sulle relazioni, ha segnato i percorsi. Non si parla più per comunicare o per sentirsi, ma per forza di cose, non conoscendo un altro modo. Infatti, i significati dei discorsi appaiono vuoti e insensati ai più. Le cose, per inerzia, hanno ripreso valore. Possedere per mostrare è il nuovo modo prevalente di parlare, per cui le strade sono i nuovi teatri dell’assurdo.

Un vagito tra le cose finite

Ci ritroviamo nell’insieme delle nostre ambizioni, in questo teatro che a volte si fa quinta o privè, lontano da sguardi indiscreti. Solo i rumori degli eccessi giungono nella sala. Tra spettacolo dichiarato e intuito si muove la coscienza, cercando nelle definizioni un proprio statuto d’esistere. Ci sono anch’io tra coloro che, guardando lo spettacolo, intravedono il proprio essere senza l’inutile corazza che veste il corpo. Nelle file, un brusio si ordina in uno slogan coordinato, una ribellione tra chi guarda e il guardato. In un attimo, le membra sono dilaniate da un unico attore, un suicidio pensato come un omicidio per un rancore mai rimosso.

Le maschere accompagnano ogni spettatore al posto assegnato. Una rivisitazione della Divina Commedia rimette Dante alla regia del mondo. Non che sia cambiato poi molto da allora: vecchie dispute, nuove dispute sopra tavoli di design diversi. Di fatto, la recita può continuare, e i gironi intersecarsi in parallelo nella visione digitale della scena. Rivolti verso il proscenio, come nell’antica caverna platonica, ci nutriamo delle emozioni altrui, discenti allattati e sfamati con illusionismo e numeri di magia. Alla tavola così imbandita, i conviviali appartengono al ceto ricco. Per i poveri non c’è teatro, ma la vanga su cui piegare la schiena e il sentimento.

Scavo intorno alle zolle lasciate dagli animali sotterranei, in cerca del tesoro costituito dai sussurri degli abitatori del sottosuolo. Suoni di senso nutrizionale per lo spirito, ormai dilaniato in superficie dall’eccessiva esposizione alla luce. In questo clima, le nubi della speranza si sono diradate in una nebbia soffusa, velando la possibilità di una rigida constatazione in ciò che è stabile davanti agli occhi. Sono tempi per l’Occidente in cui, perduta la strada di casa, si saccheggiano le abitazioni altrui, in un’alternanza di lingue parlate e scritte che alla fine produce un ibrido conflittuale.

Da fuori contesto, il paesaggio può appartenere a qualsiasi mondo. Le dune sfocate dal riverbero rosa e azzurrognolo, con cespugli color porpora disseminati qua e là. Un incanto per incantare il sentimento, sempre più perso nella congiura tra bene e male. Ho cercato con le mani di affondare nel fango umido della ragione, come si fa con le storie appassionanti che ti lasciano con le lacrime trattenute in uno spasimo allo stomaco. Così mi ritrovo a cercare nei volti che incontro una forma d’appartenenza, affamato d’identità in questa landa di ideali cadaverici, con la speranza che un germoglio o un vagito risuoni tra le cose finite.

Tacendo mi regalo una tregua

Nell’immediatezza ho colto l’ombra fugace che, da dentro a fuori, increspa l’attenzione in un sussulto dell’animo. Frastornato dalle innumerevoli possibilità metafisiche, lascio cadere il corpo nell’ansa di un ricovero per vecchi. Una vita sprecata nel cogliere l’al di là, senza curarsi della cecità dell’al di qua. Tornando verso casa, le nuvole che si vedono appena tra i tetti testimoniano che la natura c’è ancora, oltre alla gabbia di mattoni. Il silenzio che incontra il buio mi è di conforto. Preferisco muovermi a tentoni piuttosto che esplodere alla luce artificiale dei riflettori. E tacendo, mi regalo una tregua nell’invadente mondo della parola.

Quanti sono i viandanti che spostano la polvere tra i bivacchi notturni? Brusii e convivialità negli spostamenti depositano testimonianze lungo la storia. Un flusso continuo e inconscio di cui l’umanità si nutre. Una compenetrazione dalla strada che segna il passo alla parola scritta. Di fatto, è il nutrimento degli stanziali, che, ancorati ai luoghi, perlustrano l’intorno prossimo. Una certa visione prevale quando il mare beccheggia e si insinua nella cresta asciutta: un’invasione che, prima di ritirarsi, lascia il segno del rinnovamento. Il viaggio incrociato dei popoli rimane, a volte, l’unica speranza per cambiare idee marcite in stagni malsani.

In fondo, è un’abitudine pensare che il pensiero sia confinato nella testa. È una forma metaforica della realtà che ci pone alla guida del corpo dall’alto verso il basso. Sarebbe ugualmente valido pensare al pensiero nei piedi o nelle ginocchia? La realtà muterebbe? O resterebbe invariata? Credo che un buon allenamento debba comprendere il cambio di prospettiva. Dopotutto, abbiamo anche la tecnologia per poterlo fare. Insegnare, attraverso la realtà aumentata o virtuale, a vivere situazioni non abituali.

Un deragliamento umanitario è in atto, come se l’essere umano volesse chiudere il conto con se stesso. All’orizzonte c’è la fine, oppure è la genesi di una nuova riformulazione dell’essere? Sono solo giochi d’immaginazione, un modo per generare l’effetto dell’imprevisto. Da una parte, l’abitudine ci aiuta a risparmiare energia; dall’altra, però, ci ingabbia nella consuetudine stessa. Sono capricci di un vivere ancorato alle certezze, che in un attimo possono essere spazzate via.

Camminando nel parco in tondo, con lo sguardo posato a poca distanza dai passi, sento un ansimare provenire da un me come un doppio, il quale a sua volta ansima guardando appena oltre il proprio passo. Mi chiedo divertito: “Ma quanti siamo a camminare?” Nessuna risposta! Ma un eco di risolini m’inquieta, e così smetto di fare domande.

Da sempre, la molteplicità ci compone come un Lego inconscio: angoli, sfumature, rimossi, rigenerazioni. È un insieme che attrae e respinge in una danza perpetua di vita in vita, da identità a identità, da genere a genere. Una forsennata ricerca dell’uno indivisibile che, inesorabilmente, porta a nuove molteplicità. Tornando all’intimità del dialogo interno, mi rendo conto che non è altro che il senso stesso della molteplicità della natura: la comunicazione delle parti che si costruisce in un totem di senso comune.

Dentro al mito, alla fine, si può trovare requiem a questo continuo interrogare. A cosa è servito uccidere gli dèi, se poi le ferite dell’animo frantumato non sono state sanate? Perso per sempre l’antidoto con il libero arbitrio, la paura ha solcato i margini ed è calata nelle banalità del quotidiano. Ora, mentre mi guardo intorno, vedo il velo dell’innocenza perso per sempre. Le compagnie di ragazzi sono diventate bande; l’altro, da compagna, è diventato preda.

Per restare sani, bisogna fare uno sforzo: guardando, ma soprattutto sentendo il sottosuolo ancora vivo; pulsare nell’inconscio con la voce degli antenati. È il suono della Terra che custodisce la memoria della luce proveniente dalle stelle.

Il giorno

Attorno ronzano come vespe le idee, sospinte dal vuoto verso qualcosa. Oh! Forse è solo un mal di testa o qualche altra calamità che si abbatte su un corpo al crepuscolo. Nella torre di controllo, il vento è registrato come semantica. E… sopra si disegna il racconto che appare insieme alla visione. Anche per un cieco, la visione si accende dall’interno, nel susseguirsi degli eventi. Il vedere si combina con l’idea che abbiamo di noi e del tutto. È un po’ limitata, ma al momento è la principale, prevalendo su altre. Potremmo essere solo occhi enormi, che muovono con le ciglia i comandi di complessi elaboratori elettronici. Strani esseri, figli dei fotoni, che hanno impastato il proprio universo con il colore. Testa di telecamera o vizio del proiettore, abbuffate di selfie. Metafora su metafora, da teoria in teoria si gira intorno al vedere come punto di snodo. Paradigma per una qualsiasi piramide dal costrutto teorico. La cadenza improvvisata risuona prima nella luce che nel suono. Così, l’arte tutta fa vedere prima di ogni altra cosa. Un velo di stanchezza ricopre le tende opache del giorno, in un invito a un po’ di silenzio.

La tregua che, in qualche modo, ci è stata donata dalla bellicosa natura degli esseri umani sembra avviarsi alla sua conclusione, alimentata dalla brama di una nuova battaglia in puro stile carneficina. Lo scontento si dirige verso una via distruttiva, senza contemplare la possibilità opposta. Se il pensiero ha il suo limite nella parola, il corpo è vincolato dalla coscienza esterna, spesso eterodiretto dai flussi collettivi. Si tratta di una forma di inconsapevolezza dalla quale non si vuole tener conto. Trovo discutibile l’ordine delle scale, in cui si sale e si scende, poiché c’è una sensazione di superficialità riguardo agli accadimenti, come se nulla fosse realmente avvenuto.

Il quotidiano si inala dalle viscere attraverso piccole incombenze che si ripetono. Saluti si scambiano nel casuale incrociarsi, senza mai veramente conoscersi. Si tratta di una forma di conoscenza, che manca anche verso il proprio senso del vivere. “Buongiorno!” è un saluto lanciato al volo verso un “ciao” di ritorno, e tutto si chiude tra uno spostamento d’aria e una leggera sensazione di nudità. I giorni, sempre in perfetto ordine, non tradiscono la successione temporale. Ma sarebbe bello che il mercoledì prendesse il posto del lunedì, e che ogni tanto la domenica precedesse il sabato. Una brezza di cambiamento e un po’ di spaesamento, per rendere la realtà più fluida e meno scontata.

Forse Jambo è tornato dall’Africa, lasciandosi alle spalle il fumo delle auto e delle ciminiere dismesse dell’Europa degli anni Cinquanta. Un via vai di razze e popoli si incrocia negli snodi. Pochi sono i fortunati che possono permettersi di non avere fretta. I privilegi sono più evidenti dove c’è meno da mangiare. In ogni caso, Jambo in Italia sta bene. Ha la qualità di farsi amare e di non nuocere, per i vecchi del quartiere, quanto basta per essere un “begnamino” per quattro chiacchiere. Quanti Jambo ci sono nei vecchi quartieri? Ora in certe zone hanno superato in numero gli autoctoni, diventando indispensabili per la sopravvivenza delle attività. La mescolanza, oltre al conflitto, porta con sé il rafforzamento biologico, a cui seguirà il legame sociale. Lo scorrere degli eventi mi appare frastagliato da dimenticanze, opacità dovute alla ricostruzione e allo smottamento di una vita, da una lontana periferia di campagna onnicomprensiva della totalità del mondo, all’orlo dell’abisso tra lontananze e immensità, tra universo e distruzione di una razza litigiosa, già litigiosa in sé stessa nell’individualità.