Aprile 26 uno.

Dalla cima si vede l’incognito che a tratti spaventa. Un paesaggio che si sgrana allo sguardo. Di fatto il guardare si mostra inefficace a contenere ciò che gli sta davanti. La stanchezza del corpo che invecchia pesa sul discorso. Questa forma che come un grumo essiccato resiste alle intemperie. É la mia storia, un insieme di immagini e suoni che nei sogni si mescolano. Rievocando senza l’interferenza del divenire emozioni e sentimenti. Dalla periferia provengono sollecitazioni ad un cambiamento. Con tenacia un pensiero trasversale vuole trovare un senso all’accadere. E, questa aria di novità abita il limitare, quasi nascosto dal senso comune. Nell’incertezza stagionale in cui caldo freddo si alternano come birbanti scherzosi. Le forme delle cose si fanno più vivide. Così che inizio il racconto dalla fine. Mi sento chiamare dal fondo della via, ma i volti sono sconosciuti. Una umanità nuova si sporge nelle strade che conosco, perché vissute dalla nascita. Poco alla volta pezzi si trasformano in ibridi da altri paesi. Dialetti si colorano di sfumature nostrane, apparendo familiari nella consuetudine. Questa continua trasformazione si porta incertezza e a volte diffidenza. Vorrei che prevalesse un senso di pacifica mescolanza. L’abbaiare umano appare brutto alla costruzione di una cittadinanza mischiata.

Vedo una lenta conversione nell’intimità dello spazio del mio respiro. Da una parte, il rimbombare sordo dei richiami distrae l’intento. Dall’altra, ci sono questi momenti in cui il peso dell’obbligo si fa pesante. Vorrei andarmene, lasciarmi alle spalle ombre e comportamenti abituali. Ma, a quanto pare, non si va via da vivi. L’esistenza è una pelle colorata che rimane, continuando a influire fin dentro ai ricordi altrui. Va bene! Oggi guardo fuori per ciò che la città permette di fare, vagolando tra cielo e il suono di un traffico che si intensifica. Scorro le possibilità che rimangono e un po’ mi rattristo. Arriva trafelata l’annunciazione di un pericolo, tra i corridoi infiniti delle istituzioni umane. Piccole vite agitose che s’affannano ad accondiscendere ad altrui intenzioni. Questo è il racconto di un me stesso frainteso. Vuole anche essere un ricordo delle fila frammentate del rimembrare. La pedagogia, sigillata nei saggi o nella scrittura, fatica a prendere vita nell’atto incarnato. L’esempio è sempre un’azione contestualizzata in un dato quadro di oscillazioni emotive e sensoriali. Senza il campo dell’accadere, non è possibile narrare qualcosa che non appartiene a quel medesimo campo. Respiro e… sono; espiro e… non sono.

Così! Lentamente invecchiando tra il calpestare delle foglie morte, con lo sguardo rivolto verso il cielo. Le anime isolate che si aggirano tra i giardini pubblici non si riconoscono per l’incuria del tempo. Il grigiore della trasparenza ha reso opaco lo splendore della luce. Ed io, che borbottando insisto nel camminare intorno a questo pezzo di terra ritagliato dal cemento, osservo questi giorni che si inchinano allo spumeggiare delle risate giovanili. Mai del tutto sveglio, mi porto dietro i sogni della notte. Ti vedo sempre giovane nel momento in cui ti ho amato. E niente scalfisce quell’attimo eterno, come eterno è l’essere che è.

Strani giorni in cui la testa ciondola come un giocattolo rotto. Non c’è un motivo, ma d’improvviso si smette di funzionare. Si annaspa negli anfratti della lentezza e dei pensieri che sfuggono. Si inizia a capire meglio la consistenza dell’aria, poiché nel muoversi attraverso si percepiscono le asperità. Ho contato le ore come un rosario nell’insonnia, con sogni da veglia. Tra me e il luccichio della sera, i suoni che abitano intorno a me.

Il mattino arriva aggiustando le cose che si sono allentate dai luoghi comuni. Da sghimbescio e col collo storto, si ritorna nei ranghi. Il richiamo della falena ha lasciato la valle per il momento, e tutto può iniziare di nuovo. È difficile farsi capire, o capire come comprendersi. Le parole, da sole, sono simulacri che, se non ravvivati, sembrano steli di un albero secco. Sento il rigore e la solennità del finale di partita. La radura ora ha un limite con un abisso visibile poco innanzi. Non so se sono in grado di guardarci dentro; il timore della dissoluzione è così profondo da paralizzarmi.

Conto i giorni per dividere i momenti, formando degli insiemi. Una schematizzazione degli eventi in quadri sovrapposti. Nella pratica, un gioco passatempo sull’orlo dell’abisso.

Spolverando invisibili presenze tra le pieghe delle cose intorno. Improvviso una danza nella pulizia delle stanze. Un senso di utilità e di rinnovamento delle consuete situazioni. Arieggiando lo spazio per il capolino della nuova stagione. Il sopravvivere passa accanto alla capacità di vedere il vecchio come nuovo. Lo stupore che l’oggetto capovolto è un’altra cosa da ciò che era. Il suono sovrastato dallo stridore di un aereo in decollo si trasforma in altro da sé. Il rinnovamento dell’eguale che distorce la visione in una fiaba narrativa sulla magia del cambiamento. Più la mutazione si espande maggiormente il corpo si radica nelle radici profonde della terra. Porto i saluti a persone immaginarie che affollano il sentiero della sera. Rispondono con un leggero chino del capo senza gesti eclatanti ma sobria attenzione. Sarebbe semplice un’altra vita senza schiamazzo. Senza quell’innutile sovra abbondanza comunicativa che stordisce i sensi. Un calmo fluire della trasformazione del crescere e morire senza enfasi o drammaturgie della fine. Dal libro aperto ed in parte abbandonato sul leggio. Leggo alcune frasi senza cercare di afferrarne il senso. Solo gusto del suono che nel silenzio riverbera nel corpo. Sembra quasi come il gesto del cogliere fiori immaginari. Dal profumo interiore scaturito dall’immaginazione.

I treni sbuffano nella mia testa, mentre il viaggio si fa strada nell’incavo di un desiderio. Una velocità ridotta, come nelle locomotive con panche in legno. Da ragazzo, il ricordo della tratta Cremona-Mantova si presenta intatto: i treni antichi che attraversano la pianura di quei giorni. Più che un viaggio, è stato un sogno con avventurose visioni. Il sapore della pianura è simile a un pianto nel mattino che si trasforma in trasparenza nella sera. Le zolle eruttano la vita che si estende tra i tracciati dei fiumi, un tempo pieni d’acqua ed oggi evaporati in altri luoghi.

Un giorno, il treno ha sostato nel mezzo del nulla, trasformando il viaggio in una scampagnata tra amici. Per un tempo imprecisato, si è temuto di restare lì per sempre, sperduti come l’incontinenza delle parti di un sé che si dileguano appena il dubbio s’insinua. La sensazione di evaporare come memoria al vento, mentre le parole tornano al solo segno. Cerco di districare il presente, che spinge ad azioni per essere tale. Una leggera ansia dipinge il quadro in minaccia, con la possibilità di restare intrappolati nella falda delle cose perdute, dimenticati nelle tasche dei vecchi vestiti abbandonati in armadi scricchiolanti.

Quanto pesa la pioggia sul corpo? Mentre guardo in alto, sentendo le gocce che scivolano sotto i vestiti. Mi faccio domande stupide quando la realtà mi appare sconosciuta. I giorni si trasformano in creature fameliche; solo la notte ha il potere di dilatare il tempo. Di fatto, le parole notturne difficilmente trovano casa nel giorno. Uno scarto o frattura che accompagna lungo una vita tra il chiaro e lo scuro. Il treno è poi ripartito sbuffando come un vecchio brontolone. Rivedo quella distesa di campi e colgo l’odore della terra essiccata dal sole. I treni hanno definito la cornice della storia, incidendo l’aria con la loro forza.

Lascia un commento