Manutenzione dell’educatore 2

Nell’aria rarefatta della sera, le colonne dei porticati si muovono con il vento. Anche se razionalmente non è possibile, credo che sia utile pensare che sia possibile. L’ascolto profondo di ciò che ci circonda gode della necessità di ogni bizzarra mutazione. Confinare il giudizio nella stabilità del consueto non rende un buon servizio all’educatore; anzi, lo trasforma in un contabile nella classificazione archivistica. Un mestiere nobile, certo, ma che con il pensiero creativo non ha nulla a che fare.

Nel gioco delle forme da inserire nei vani, è sempre meglio commettere errori tentando consapevolmente di inserire, per esempio, una stella in un quadrato, piuttosto che indovinare al primo colpo. Questo approccio preclude la possibilità di quel giorno in cui la stella potrebbe diventare un quadrato.

Una delle regole a cui tengo fede nel colloquio è quella di dare per veritiera la narrazione riportata. Non applico nessun filtro pregiudiziale, ma rispondo, se necessario, nei termini del contenuto espresso. Di solito, il tempo della relazione, se si concretizza, aggiusta i discorsi da sé. Lavorare anche su rendiconti palesemente inventati o aggiustati non è una perdita di tempo; è, piuttosto, un ascolto profondo della persona in quanto tale. Nella relazione d’aiuto, la verità e la falsità sono estremi forvianti: la via di mezzo è il posto ideale dove stare per comprendere la sofferenza sottostante al discorso.

In ogni caso, nel narrare, non c’è mai nulla di veramente vero o di veramente falso. È come per i fisici, che cercano di afferrare la visione della particella o dell’onda. Oppure come il vibrato su una singola nota di uno strumento ad arco. In tutti questi casi, la mancanza di certezza rappresenta la ricchezza della visione e del sentire il reale. Con l’età, ho l’impressione che molte cose si riducano d’importanza. Anche l’orgoglio anfitrione, custode della difesa dell’onore, sembra sciogliersi. Ammettere errori e cazzate diventa più semplice, soprattutto quando si lavora sul cambiamento altrui. È facile consigliare la cosa giusta da fare a chi non sa interpretarli o non ne vede l’opportunità; altrimenti, non ci sarebbe il problema. È facile pensare che basti dire la cosa giusta per essere d’aiuto. Alla fine rimane una riflessione interiore. È sufficiente “essere un ormeggio saldo” per alcuni; una presenza stabile da offrire a naviganti in tempesta. A ognuno è dato di diventare capitano del proprio vascello, anche da ubriachi o allucinati dalle sirene del mondo fattuale. C’è sempre un porto possibile tra gli scogli battuti dai flutti.

Il problema dell’eccesso nel consumo di droghe è complesso e dipende fortemente dal contesto sociale in cui ci troviamo. La costruzione di un narrazione patologizzante è influenzata da valori morali e da norme convenzionali che variano da una società all’altra. Ciò che intendo dire è che il desiderio di stordimento, di “sballo” o di uscire fuori da sé è intrinsecamente legato al nostro specifico contesto sociale.

Nell’Occidente, ad esempio, la base culturale alimenta un consumismo verso prodotti a base di droghe. Pertanto, quando si progetta un cambiamento, non possiamo trascurare ciò che sfugge al nostro controllo. È fondamentale riconoscere che il processo di consapevolezza riguardo al proprio problema avviene all’interno di una struttura sociale rigida e cronicizzata. Quindi l’alternativa più efficace per affrontare l’avversità è interpretare il senso della realtà che ci circonda in modo funzionale.

Ogni mattina, l’alba si presenta puntuale e instancabile; in apparenza, nulla cambia. Tuttavia, il significato che associamo a ogni nuovo giorno è ciò che definisce la nostra esperienza. Il nostro potere risiede nella capacità di osservare l’alba e decidere se percepirla come bella oppure brutta, e in base a questa percezione, vivere il nostro tempo in maniera favorevole o sfavorevole.

I contorni delle figure si fanno labili. Persone entrano ed escono dal campo del sentimento. Le sensazioni sono azioni che ci attraversano e formano la coesione. Non esiste neutralità nell’incontrarsi; la stessa neutralità è un sentimento, quindi un’azione. Ci si incontra realmente ogni volta che ascoltiamo le narrazioni. Ne veniamo cambiati e, se il pensiero di “non essere coinvolti” sfiora la nostra coscienza, è un segnale d’allarme con cui il corpo risponde a una possibile minaccia. Niente di male! È un pensiero legittimo che va accolto e ascoltato. Semplicemente, ci troviamo di fronte al nostro limite di accoglienza empatica.

Per superare barriere o ostacoli, serve riconoscere l’ostacolo interno: l’armatura che ci consente di difenderci e, allo stesso tempo, ci impedisce di sentire il mondo dentro e fuori di noi. Smemorati di noi stessi, ci priviamo della possibilità di cogliere le emozioni per sopprimere quelle interiori.

Seduto a gambe incrociate, senza seguire una particolare tecnica, semplicemente mantenendo la schiena dritta per evitare problemi di postura, lascio trascorrere dieci minuti in cui cerco di mettere a tacere i pensieri. Focalizzo solo il respiro, che guida l’acquietamento verso la calma. Non serve pensare a niente; anzi, è meglio non pensare affatto.

Da piccoli, il mondo si aggiusta nella visione fantastica della trasformazione. Gli oggetti diventano altro da sé, prendendo vita in essenze che oscillano tra l’interiorità e la realtà. Il disegno del fato si combina con la misura della necessità. Ciò che può essere da fanciulli non può non esserlo anche da adulti. Per salvare la creatività dall’omologazione costante delle consuetudini, è necessario tornare alla mente infantile, creare storie fantastiche e sostare nel tempo dell’indefinito, dove le cose possono essere altro da sé. Allenare l’intelletto a permanere nell’indefinito e nel campo impreciso della possibilità non ancora espressa è fondamentale. Giocare è un sano allenamento al pensiero logico.

Dalla finestra in ombra, i rumori gocciolano all’interno attutiti. Nel cerchio formato dall’intento, li lascio sostare senza percepirli nella loro essenza. Cento parole al giorno è la pratica Zazen in versione stesa a letto. Nella sospensione, seguendo il respiro, scrivo o lascio scrivere. Digitando sul tablet, i segni di una lingua che salda la terra con il cielo. Cento parole che risuonano negli angoli della stanza. Alcune, deformate dal senso, si spiaccicano lungo i limiti del campo visivo. Se la respirazione si fa profonda, il segno diventa suono, in una immaginaria tastiera sfiorata dal tocco delle dita interiori.

Alla fine, la consapevolezza si riduce a una questione di respirazione. Prestare attenzione a essa è ovvio, poiché non possiamo farne a meno. La respirazione è vita e crea un ponte tra i due mondi che tendiamo a separare in “fuori” e “dentro”. In realtà, questa divisione è una semplificazione della realtà. Non esiste un confine netto che corrisponda alla pelle; la nostra percezione si estende ben oltre.

Questa considerazione è valida per le pratiche di ascolto e, più semplicemente, per l’arte della cura. Allenare la consapevolezza attraverso il respiro è fondamentale; è il modo per arrivare a un ascolto profondo. Il fulcro di ogni lavoro educativo è chiaro: non c’è educazione senza educarsi. Anche le parole richiedono attenzione; quando calano le ombre della sera, la polvere si accumula se non vengono rinnovate. Come tutte le cose soggette a decadimento, anch’esse necessitano di una costante rivitalizzazione.

Nei momenti di pausa, possiamo riconsiderare le parole più ricorrenti empleate nelle nostre relazioni. Osservarle senza afferrarle, lasciandole sospese davanti alla nostra coscienza, ci permette di rivivere quella prima volta in cui ne abbiamo colto il significato. Così, rinsaldiamo una conoscenza autentica con il nostro strumento di lavoro. Nulla è dato per scontato; è nostro dovere prenderci cura del linguaggio.

Anche la nostra mente appare tripartita, riflettendo una scala evolutiva. La reattività agli stimoli, interni ed esterni, segue un filo che ci lega alla preistoria e oltre. Questo viaggio fantastico lo percorriamo incessantemente, spesso senza rendersene conto. Attraversiamo ere geologiche e ogni volta ci troviamo di fronte a paesaggi sconosciuti. A volte basta solo un po’ più di attenzione per cogliere la vastità di ciò che portiamo con noi.

Pensare di essere una singolarità equivale a ridursi a un semplice oggetto tra tanti. Al contrario, accettare di far parte dell’evoluzione significa aprirsi a tutto ciò che esiste. L’intuizione filosofica trova conferma nella complessità del funzionamento organico, sempre più sofisticato. La tecnica gioca un ruolo importante nell’educare; l’essere umano è tale per l’uso che fa degli strumenti che trova nella natura e trasforma. Tuttavia, la tecnica può accecare e, nella miseria del pensiero, può sembrare superiore all’umano stesso.

Pertanto, la consapevolezza, priva di fini o domini, rappresenta uno stato che consente di esistere in compassione con il percepibile, nella misura in cui si è capaci di sentire il mondo. Tra il mio occhio e la visione si stende un mare di picchi increspati e di natura infinita.

Nella finale di una partita, la noia può farsi strada. Uno sbadiglio può riemergere dal fondo di un pensare insensato. Così, poco avvezzo a rimanere incauto di fronte all’arrivo degli eventi, posso essere sorpreso dalla bellezza dell’insieme non distinto. Questo per dire che un altro buon esercizio è lasciarsi andare alla noia, dimentichi di noi stessi, senza prenderci troppo sul serio. Lasciamo che il corpo si prenda il suo spazio e tempo, non ostacolando il fato, ma permettendo che le concatenazioni avvengano e basta. I suoni diventano suoni, i canti sono canti, il cielo è cielo, il tutto è tutto. In lontananza, tuoni attutiti risuonano; l’impressione è quella di una valanga che cammina verso di noi. Un po’ di vento piega le forme in asimmetriche sostanze. I passi rintoccano a ritmo, dileguandosi. Aspetto che ogni cosa si taccia per restare al riparo nell’ombra. L’intimità arrugginita, spesso abbandonata e inascoltata, reclama attenzione dall’angolo di un ring, dove assiste impavida alla dissoluzione di un sé. La neurocezione inconsapevole può diventare consapevole ricucendo lo strappo litigioso tra mente e corpo. Che alla fine sembra che nessuno abbia voluto, ma che di fatto determina l’esistenza. Il viaggio è un atto del cammino di un’esistenza, un percorso costruito da domande, sospese nell’aporia degli albori aurorali. Forse la domanda è l’atto che più incarna il vivere la realtà. Le risposte fanno parte della sconfitta; sono punti d’interruzione che esprimono la potenza di sopraffazione. Nemmeno Dio sa spiegare a Mosè chi “egli sia”, se non con un generico “sono ciò che sono”: più una domanda che una risposta. Quindi, l’educatore è un equilibrista del saper chiedere, senza cadere nella rete delle risposte; un funambolo socratico che apre alla possibilità, lasciando che il pensiero scorra libero tra gli enti indeterminati.

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