Manutenzione dell’educatore 1

Per ascoltare, bisogna sapersi ascoltare. Si tratta di un ascolto attento, non superficiale, sia dei propri pensieri che delle sensazioni corporee. È una pratica quotidiana che può salvarti dall’esaurimento. Questo vale un po’ per tutti, ma io mi rivolgo a coloro che, come me, praticano l’ascolto per lavoro. Cosa vuol dire ascoltare il proprio pensiero? Semplicemente esserne consapevoli. La narrazione intima di sé costruisce il senso della propria identità, che non è da dare per scontata; segue le fluttuazioni delle relazioni tra noi e il mondo. Pertanto, la produzione ideica, o meglio, le caratteristiche volitive, fanno sì che il nostro comportamento agisca di conseguenza. Se tutto ciò avviene senza consapevolezza, il nostro atteggiamento verso l’altro risulta guidato da azioni e reazioni casuali, con possibili conseguenze dannose sia per noi stessi che per l’altro. Una buona manutenzione del sé non è fatta di controllo, ma di uno sguardo consapevole sulle reazioni e le fluttuazioni emotive nel corso delle relazioni. Anche nel silenzio con l’altro, il corpo comunica; nel modo di occupare lo spazio apparentemente vuoto, non si può non comunicare.

Per un buon allenamento, si può dedicare durante la giornata dieci minuti all’ascolto di sé. Basta restare fermi in una posizione comoda e passare in rassegna tutte le parti del corpo, assumendo semplicemente uno stato d’animo rivolto a lasciare andare tutte le tensioni riscontrate. Questo addestramento, una volta entrato nella propria routine, è utile applicarlo anche durante le relazioni, modulando così le nostre risposte in modo consapevole a chi ci offre la narrazione della propria esistenza. Per riprendere possesso del proprio corpo, va ascoltato; non si superano gli ostacoli pensandoli, ma saltandoli o aggirandoli. In funzione della consapevolezza, si può inserire una routine quotidiana di semplici esercizi che non richiedano troppo tempo e fatica. Vanno bene anche i vecchi esercizi imparati durante il periodo scolastico, i quali possono essere eseguiti in qualsiasi luogo e con qualunque abbigliamento. L’importante è imporsi alcune regole: senza sforzo, lentezza, assenza di finalità performative, ma solo costante attenzione alla respirazione corretta e al movimento, silenziando la narrazione ideica interiore.

La ruminazione è nemica del sentire e del sentirsi. Per essere buoni ascoltatori, è essenziale tacitare la narrazione interiore. È utile smettere di cercare una spiegazione per ogni cosa, e a volte anche prima che venga fatta una richiesta. Nel colloquio, non è necessario fornire risposte ad ogni costo; non si è performanti in base ai discorsi prodotti. Nella relazione, si è competenti in base alla capacità di “stare” in presenza con l’altro. La prima persona con cui “stare” siamo noi stessi.

Proviamo a sederci comodamente e a contare le inspirazioni e le espirazioni da uno a cinquanta. Nel tempo trascorso con noi stessi, valutiamo la nostra capacità e il nostro benessere nel sentirci soli. Chiediamoci se ci pesa, se ci annoia, o se ci sentiamo stupidi… e se si intromettono pensieri intrusivi oltre al semplice conteggio dei respiri. Questa pratica quotidiana ci offre la misura della possibilità di ascoltare un altro oltre noi stessi.

Per avere credibilità nell’approccio educativo, la semplicità della postura ci rende accessibili. La complessità narrativa va risolta in un sorriso rassicurante e conviviale. Il rumore si insinua nel pensiero e il corpo si irrigidisce. Il respiro diventa corto e un senso di paura diffusa colora l’aria di veli minacciosi. Questa oscillazione, descritta tra sicurezza e insicurezza, si verifica mille volte al giorno. Non ne siamo consapevoli; nella maggior parte dei casi, la subiamo. Alla fine, ci presenta il conto: malattia e ansia generalizzata.

Per difenderci, indossiamo l’armatura della sicurezza, seppellendo sine die le sensazioni, sia in uscita che in entrata. Chiudo gli occhi per lasciarmi andare. Provo a scivolare via con ciò che chiamo “sé”, dalla sommità del capo alle altre parti del corpo, sostando tra le pieghe dei lombi e tra i trascurati piedi, fino all’inerte mignolino. Poi… tento il salto verso ciò che è definito il “fuori di me”, ma “hai me”… di solito mi faccio male e torno a essere “sé nella testa”.

In qualche modo, si può andare a zonzo tra i suoni e l’aria che sfiora la pelle. Il buddhismo ha provato a insegnare un modo di camminare consapevole, ma noi, figli del “concetto”, lo consideriamo una perdita di tempo. Camminare lentamente, sfiorando con lo sguardo l’immediato oltre, senza pensare e senza un “dover fare” qualcosa. Tuttavia, quando si pratica il camminare per camminare, qualcosa succede. Nel tempo, senza cercarlo, ci si trova nel mondo e un po’ dell’infinito imperscrutabile ci “passa accanto”. Nella descrizione di alcune faccende, il linguaggio risulta limitato. A volte, la poesia o l’arte indicano lo spazio metafisico. Eppure, annaspiamo ancora analfabeti nel mondo, senza comprendere ciò che siamo, sempre se effettivamente siamo qualcosa.

Nella forma obsoleta del passato cerco il filone minerario della giovane visione delle parole. Esse sono agglomerati di senso che possono avere il potere del cambiamento. Sono scandite nella forma della lingua con cui si nasce, un’unione viscerale che, tra suoni, odori e colori, rappresenta l’imprinting con la terra di nascita. Tornare periodicamente all’origine, pensando agli antenati, è un segno di rispetto e una forma di ricapitolazione identitaria. Si tratta di una pratica di radicamento alla Terra, utile a sostenere la solidità dell’esistere, soprattutto tra flutti contrari e contrastanti che minano il senso di sé unitario.

Fermo con le gambe leggermente flesse, lascio che tutti gli arti pesino verso il basso. Porto l’attenzione ai piedi piantati al suolo, mentre la coscienza dall’alto si sposta verso il basso. Respirando, se voglio, posso lasciare che il suono della voce esca dal basso, salmodiando. Basta poco, qualche minuto, ed il saluto agli antenati si trasforma in reciproca benevolenza.

Le viscere sono l’indicatore di come stanno le cose. Nella volontà chiusa della mente le incombenze vanno avanti a furia di sforzi mentali. Non si ascolta il discorso ben più veritiero del ventre sullo stato del proprio corpo. Ci si dimentica delle parti coperte che nascondiamo sotto i vestiti. Così che la metafora che guidiamo noi stessi dalla testa sembra vera. Un buon esercizio senza impegno è stare nel letto un dieci minuti in più. Portando l’attenzione nelle varie parti del corpo. Dal centro verso le periferie. Finché con la pratica si comincerà a “essere” le parti del proprio corpo attenzionate. Sono semplici accorgimenti che permettono una manutenzione della nostra consapevolezza. Quello che voglio dire: “se ci riesco”. É che alla fine non è una maggiore attenzione del pensarci a renderci consapevoli. Ma al contrario la consapevolezza di sé è “una” e si esprime “in sé “. Perché nel pensarci si è già in due: il pensato ed il pensante. Negli esercizi l’intento è di diminuire la dualità in un corpo che sente e agisce “punto”.

Nel mestiere educativo lo strumento principale del proprio lavoro è la presenza. Cioè sé stessi e le molteplicità di espressione e capacità di comprendere. Per cui sarebbe scontato (ma non lo è), un discorso ed una pratica sulla manutenzione di sé. Dal mio punto di vista non c’è una modalità unica di pratica manutentiva. Ma è l’acquisizione attraverso l’ascolto profondo del proprio corpo. Di pratiche che vestono in modo adeguato ciò che siamo, rispettandone le peculiarità personologiche. A volte come indicó il Buddha, basta sedersi e ascoltare il respiro, e…null’altro.

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